CAPITOLO V:L’INFLUENZA INGLESE

 

 

Gobineau aveva indicato, sia con la concezione metastorica sia con l’ideale della razza in quanto soluzione dei problemi contemporanei, la direzione nella quale si sarebbe mosso il razzismo: gli stereotipi venivano inglobati in una visione totale del mondo e se ne mostrava ostentatamente la derivazione dalla più aggiornata dottrina e dalla più vasta esperienza. Anche se il diffondersi dell’influenza di Gobineau fu dovuto principalmente all’opera svolta dal circolo wagneriano, le sue idee erano in armonia con quelle di altri che pure non avevano mai letto le sue opere.

Tipico dell’indirizzo di pensiero fissato da Gobineau fu l’uso del termine <<metapolitica>>. La metapolitica concepisce il processo politico come scaturente dal subconscio del Volk o della razza, per cui la politica viene trasformata in una religione laica, che cerca la salvezza del Volk mediante la sconfitta dei suoi nemici. La metapolitica fu moneta corrente nel circolo di Wagner a Bayreuth, dove l’entusiasmo tendeva ad essere confuso con la profondità. Ma da un punto di vista più originale, l’affermarsi di nuove discipline, quale per esempio, negli anni sessanta del secolo scorso, la <<psicologia dei popoli>>, è indizio, a un livello diverso, della tendenza a comprendere il mondo mediante un Volkgeist concepito come onni-comprensivo –come lo spirito coesivo della comunità. Tuttavia i progressi della scienza e della tecnologia sembravano esigere una religione della ragione e del progresso; la metapolitica doveva trovare un contatto con un metodo scientifico. Il razzismo, con la sua connaturata tendenza a passare dalla scienza alla soggettività, era perfettamente adatto a soddisfare questa necessità.

Queste idee si diffusero ampiamente in tutta Europa e se le regioni di lingua tedesca e la Francia furono dei laboratori di primo piano del pensiero razziale, neppure l’Inghilterra si tenne in disparte. Gli inglesi non solo diedero al razzismo contributi importanti con il darwinismo e il movimento eugenista, ma condivisero anche loro l’interesse per l’antropologia, la storia e la linguistica.

La ricerca delle radici germaniche si dimostrò importante anche in questo paese e alla fine del secolo XVIII ebbe grande diffusione tra gli inglesi l’interesse per le proprie origini anglosassoni. A metà dell’Ottocento molti inglesi avevano posto la propria nazione nell’ambito della grande famiglia anglosassone e gli stessi anglosassoni erano considerati parte delle tribù teutoniche che avevano generato le più forti e creative nazioni europee.

Non è detto che questo rinato orgoglio nazionale fosse inevitabilmente intollerante verso gli altri. Le idee relative alle origini nazionali cominciarono ad essere permeate di un colorito razziale soprattutto nella seconda metà del secolo XIX, quando virtù come l’onestà, la lealtà e l’amore per la libertà furono ritenute peculiari solo del ramo anglosassone della discendenza teutonica. I fattori geografici e l’effettivo insediamento della nazione conservarono ora uno scarso peso: gli inglesi incarnavano le qualità della razza ovunque essi andassero e specialmente negli USA, colonizzati dagli inglesi. Nel 1882 lo storico inglese Edward A. Freeman, visitando l’America, disse al pubblico che lo ascoltava che le nazioni anglosassoni erano legate da vincoli di sangue, di lingua e di ricordi, che sussistevano malgrado la separazione politica. Secondo Freeman, e anche altri storici inglesi, i discendenti dei sassoni erano gli unici veri rappresentanti della razza teutone. Freeman rivendicava a progenitore degli inglesi Arminio, il vincitore delle legioni romane nella foresta di Teutoburgo, mentre i rivali tedeschi erigevano un monumento a Ermanno (forma tedesca per Arminio) con l’intento di celebrare un eroe germanico. L’organizzazione tribale teutone, il comitatus, fu rivendicata come propria da entrambe le nazioni e così anche la Germania di Tacito. La storia, diventata mito razziale, valicava il tempestoso canale che divideva l’Inghilterra dall’Europa: gli inglesi monopolizzarono questa eredità teutonica per spiegare il proprio amore per la libertà, escludendo altri dai suoi benefici, anche se, come nel caso dei tedeschi, cercavano anch’essi ispirazione in un identico passato.

Anche in Inghilterra, tuttavia, trovarono accoglienza l’antropologia e gli stereotipi. L’Inghilterra ebbe anch’essa un suo Gobineau: Robert Knox (1789-1862), il famoso anatomista scozzese. Egli fu un contemporaneo di Gobineau, ma a differenza del pensatore francese è ricordato oggi non tanto per le sue opinioni razziali, quanto per un episodio avvenuto nei primi anni della sua vita, che pose fine alle sue aspirazioni accademiche e lo amareggiò. Essendo professore di chirurgia e anatomia a Edinburgo, Knox fu coinvolto nelle clamorose accuse di aver sottratto dei cadaveri allo scopo di condurre ricerche anatomiche. Dal 1830, anno in cui si verificò l’incidente, sino al 1856, quando entrò nel Cancer Hospital di Londra, Knox credette, non del tutto a torto, che ogni uomo puntasse il dito contro di lui, impedendogli di ottenere quei posti che pensava di meritare, dal momento che i suoi contemporanei erano tutti d’accordo che egli fosse il più brillante insegnante di anatomia da loro conosciuto. La Società etnografica di Londra trovò in lui un membrodi valore e la Società antropologica di Parigi lo nominò suo socio corrispondente.

Questi onori furono concessi a Knox per le sue ricerche sulla razza, i cui risultati egli rese noti con conferenze pubbliche nelle maggiori città inglesi. L’argomento era “Le razze degli uomini” (“The Races of Men”), il titolo del suo libro più famoso (1850): in modo del tutto indipendente dall’Essai di Gobineau, ma nello stesso anno in cui questo fu pubblicato, Knox affermava che <<la razza è tutto e da essa dipende la civiltà>>. Ogni razza ha una propria forma di civiltà, così come ha una sua lingua, sue proprie arti e una sua scienza. Non vi è niente di simile alla civiltà europea.

La classificazione delle razze fatta da Knox non postulava una superiore razza ariana, ma piuttosto due razze superiori. A suo parere i sassoni –alti, possenti e atletici- erano, in quanto costituenti una razza,i più forti sulla faccia della terra; non ci dovrebbe sorprendere che Knox abbia adottato il concetto di Camper dell’angolo facciale e l’idea di perfezione così come è simboleggiata dai greci. Nel pensiero di Knox i sassoni incarnavano questo ideale-tipo e avevano anche un rapporto giusto con la terra poiché la consideravano di proprietà della comunità. Tuttavia Knox pensava che essi mancassero di una qualità necessaria alla vera superiorità, e cioè l’attitudine al ragionamento astratto.

In ciò il pensiero di Knox fu insieme originale e unico: secondo lui le razze slave potevano presentare un brutto aspetto esteriore, ma possedevano un’eccezionale capacità raziocinante e attitudine al pensiero trascendentale di cui erano privi i sassoni. In aggiunta a ciò essi rivelavano un’abilità speciale per l’arte e la musica. Knox incluse in questa famiglia slava alcuni tedeschi del Sud, ma non i suoi contemporanei inglesi che lo perseguitavano. Come al solito i greci incarnavano la perfezione ed erano perciò ritenuti frutto di una mescolanza razziale di elementi sassoni e slavi in cui la profondità del pensiero e la sensibilità si combinavano con la vera bellezza. Fu questa l’unica volta in cui si ritenne che una mescolanza tra razze portasse al raggiungimento di un’altezza mai conseguita né prima né dopo.

Ma quale era l’opinione di Knox sulle razze gialla e nera di Gobineau? I neri, secondo lui, mancherebbero delle grandi qualità che distinguono l’uomo dalla bestia e cioè la capacità generalizzatrice della ragione pura, il desiderio di conoscere l’ignoto, l’impegno verso una sempre maggiore perfezione e la capacità di osservare nuovi fenomeni. Egli era convinto che non vi fosse speranza di poterli civilizzare e che anzi la loro inferiorità psicologica e fisica li predestinasse alla schiavitù. Secondo Knox le razze non bianche sarebbero così inferiori da difettare persino di quelle qualità poco lusinghiere –insubordinatezza e spirito commerciale- che invece Gobineau aveva loro attribuito. Per Knox anzi esse sarebbero più vicine alla rozza natura degli animali.

Anche Knox, come Gobineau, ebbe i suoi nemici sans-culottes, ma furono gli ebrei e non i neri a giocare per lui questo ruolo. Gli ebrei di Knox erano brutti (<<persone di colorito scuro, fulvo, giallastro, con capelli nero-ebano e occhi di eguale colore>>) e anche un volto ebraico a prima vista bello non avrebbe potuto superare positivamente, per mancanza di armonia, un esame più ravvicinato. Il tipo perfetto di uomo scoperto dagli scultori dell’antica Grecia aveva trovato il suo esatto contrario; ma questo stereotipo non fu unico, perché Knox si spinse anche più in là, negando agli ebrei qualsiasi qualità che un uomo dovrebbe desiderare: l’ebreo non era un artigiano, né un coltivatore della terra, non aveva ingegnosità o capacità inventiva e non amava l’arte, la letteratura, la musica, la pace o la guerra. In realtà l’ebreo non aveva assolutamente un’occupazione, ma viveva come lo zingaro solo di furbizie.

A questo punto diventavano chiari i legami sociali di Knox, il quale, a differenza di Gobineau, aristocratico frustrato, non se la prendeva con la vita borghese. Il sassone era considerato superiore alle altre razze per l’amore al lavoro e all’ordine, alla puntualità negli affari, per la precisione e la pulizia, ed egli metteva a confronto questa borghesia ariana con la classe medi ebraica e addossava sul solo ebreo quelle qualità che Gobineau aveva attribuito alla razza gialla. L’ebreo era visto come l’immagine deformata della borghesia- astuta, intrigante e usuraia. La fatale distinzione tra borghesia ariana ed ebraica era già apparsa in passato in de Lapouge e avrebbe continuato invariabilmente ad affacciarsi anche in futuro, anzi sarebbe diventata un principio generale del razzismo sul continente. L’appropriazione della moralità borghese da parte del razzismo aveva preparato la strada a questo risultato per i borghesi erano considerati i portatori delle virtù proprie degli ariani, mentre gli ebrei che ne erano privi, stavano a simboleggiare la perversione della classe media.

Il fatto che una siffatta immagine dell’ebreo si sia potuto diffondere sia in Inghilterra che sul continente ci dà un’idea di quanto profonde radici il pensiero razziale avesse messo verso la metà del secolo. La tesi di Knox sulla permanenza e immutabilità della razza ebbe un’importanza fondamentale sul suo modo do pensare: egli sosteneva che varietà equivale a degenerazione e che la razza deve abbracciare tutti gli aspetti della vita e del pensiero. Per dimostrare il suo assunto egli si rivolse all’anatomia e all’antropologia e fece anche largo uso della fisiognomica: le sue occasionali osservazioni per le strade di Londra sfociavano in ben più vaste deduzioni. L’onnicomprensiva importanza attribuita alla razza portava ad interpretare tutte le guerre come guerre di razze, sia pure con la speranza di poterle evitare. Poiché egli scriveva quando l’influenza di Darwin non si era fatta ancora sentire secondo il suo modo di pensare la razza superiore non era ancora costretta a lottare contro le razze inferiori per la propria sopravvivenza, ed era comunque, in un modo o nell’altro, destinata a sopravvivere.

Per quanto però Knox si sia occupato di ebrei, il filone principale del razzismo inglese si accentrò invece sui neri. In Inghilterra, contatti con i neri, sia in patria sia a causa dell’Impero, erano profondi e costanti; sul continente invece, dove non esistevano rapporti altrettanto regolari, furono i ben visibili ebrei a prendere il posto dei neri come elemento di contrasto per l’esaltazione della propria razza.

James Hunt (1833-1869), presidente fondatore della Società antropologica e ammiratore di Knox, puntò la sua attenzione principalmente sul negro. Anche per lui le differenze razziali hanno un valore assoluto e interessano l’apparenza fisica, la religione, l’arte e la morale. Negli anni sessanta Hunt negò la possibilità di trascendere le qualità razziali, e sostenne che la classificazione razziale ha il valore di un verdetto su ogni aspetto dell’uomo e della società. Hunt ha avuto importanza non tanto per le sue teorie razziali, quanto per la giustificazione che ne ha dato; come primo presidente e mente giuda della Società antropologica di Londra, nel 1863 egli cercò di dettare un criterio direttivo fondando il razzismo su quelli che chiamava che egli chiamava <<fatti sufficientemente attendibili>>; tutti i cosiddetti pregiudizi dovevano essere respinti.

Hunt indicò in particolare tre pregiudizi che avevano operato a scapito della scienza: la mania religiosa, l’ossessione per i diritti dell’uomo e la fede nell’eguaglianza; a queste idee aberranti Hunt aggiunse anche gli scritti di J. C. Prichard, un antropologo le cui opere avevano a quel tempo una vastissima influenza. Prichard credeva che le razze miste fossero superiori a quelle pure e Hunt si servì delle parole di Knox per condannare un simile <<errato orientamento del pensiero inglese per quel che riguarda tutte le grandi questioni della razza>>. È chiaro che per Hunt, che seguiva le orme di Knox, l’elogio delle razze miste rientrava nella categoria dei pregiudizi anti-                                                                razionali e anti-scientifici. Scrivendo dopo Darwin, Hunt sosteneva che l’esistenza di un’aristocrazia ereditaria accuratamente selezionata era più in armonia con le leggi della natura delle <<luccicanti banalità sui diritti umani>>; ma con ciò egli non intendeva riferirsi all’aristocrazia inglese dei suoi tempi, quanto piuttosto ad un’aristocrazia che avrebbe dovuto debitamente selezionata tenendo conto delle sue qualità ereditarie.

Quando Hunt raccomandava alla Società antropologica l’<<applicazione della nostra scienza>> egli esortava gli uomini a operare contro gli incroci razziali e per la selezione naturale di una classe dirigente. Questo era dunque, a suo modo di vedere, lo scopo che la scienza esatta doveva prefiggersi, e ciò malgrado ammonisse che non tutti i risultati erano completi. Hunt era dogmatico nelle sue affermazioni e, come la maggior parte dei razzisti, venerava il metodo scientifico pure ammettendo l’incompletezza dei dati disponibili. Nel suo pensiero scienza e soggettivismo erano fusi in un nodo indissolubile.

Il punto di vista di Hunt sulla posizione del negro nella natura non differiva da quello di Knox, in quanto egli credeva che l’intelligenza del nero non fosse superiore a quella di un intelligente ragazzo europeo di quattordici anni. Ancora una volta il negro era considerato un individuo naturalmente portato all’estremismo, un sans-culottes che non riconosceva alcuna legge. Per dimostrare le sue asserzioni Hunt si serviva dei resoconti dei viaggi e in parte anche dalle notizie fornitegli da un suo collega francese, l’antropologo François Pruner. Malgrado tutto ciò Hunt si opponeva a che i negri fossero trattati come schiavi; questi uomini del secolo XIX erano assolutamente riluttanti a trarre le conclusioni logiche dalle loro teorie razziali. Hunt credeva che i negri facessero parte della razza umana, ma se la prendeva con i monogenisti che coerentemente alle loro dottrine chiedevano l’eguaglianza sostanziale di tutte le razze.

Gli pseudo-scienziati come Hunt volevano essere all’altezza dei tempi moderni, cosa che comportava opposizione allo screditato istituto della schiavitù e anzi a qualsiasi indebita oppressione della razza inferiore. La soluzione da loro proposta, sulla quale si trovavano d’accordo la maggior parte dei razzisti europei era il paternalismo. La dottrina nazista, in quanto propugnatrice di una guerra razziale condotta sino alle estreme conclusioni, sarebbe sorta dalle frange, e non dal cuore, del razzismo europeo. I teorici del razzismo inglese erano guidati, nell’ambito del loro paternalismo, dall’esigenza di stabilire delle norme atte a mantenere la razza inferiore nella sua condizione originaria. Così Hunt a volte avrebbe sostenuto persino di lasciare gli indigeni soli nel loro stato primitivo senza influenze o interferenze europee; la loro condizione naturale li avrebbe dotati di <<una libertà commisurata alle loro capacità>>. Altre volte, riecheggiando Gobineau, egli sottolineava che i selvaggi sarebbero stati ampiamente vendicati dalla degenerazione ed estinzione dei loro conquistatori.

Il più importante e originale contributo inglese al pensiero razzista provenne dal darwinismo: Charles Darwin non era personalmente un razzista, ma concetti come <<selezione naturale>> e <<sopravvivenza del più adatto>> furono accolti con entusiasmo dai teorizzatori della razza. La necessità della lotta sembrò trovare la sua piena giustificazione proprio nel darwinismo, e ciò dette una nuova dimensione scientifica al conflitto tra razza superiore e razza inferiore. La teoria di Darwin sulla sopravvivenza e selezione è per se stessa complessa e si basa su teorie ambientali più che su quelle ereditarie; ma il razzismo semplificò Darwin, si appropriò dei <<fatti sufficientemente attendibili>> da lui descritti e li applicò alla lotta per la sopravvivenza e la selezione della razza più adatta.

Talvolta Darwin scriveva in un modo tale da favorire un’interpretazione erronea delle sue parole a tutto favore delle idee razziali. Per esempio egli alla fine sostituì l’espressione <<razze favorite>> con <<sopravvivenza del più adatto>> e inoltre stabilì la probabilità di sopravvivenza di una specie animale mediante il numero di figli che essa poteva generare. Un’ipotesi scientifica del genere, se applicata agli uomini, poteva essere interpretata come se fosse la fecondità a determinare la sopravvivenza razziale. Questa teoria rivestì particolare importanza in un’epoca in cui alcune nazioni erano preoccupate per il loro declino demografico. La generazione di una prole sana divenne un’ossessione razziale e il darwinismo perciò non solo favorì presagi di guerre razziali, ma portò anche alla fondazione, in tempi più brevi, dell’eugenetica razziale.

Le dottrine della selezione naturale e della sopravvivenza del più adatto furono facilmente utilizzate come linee direttrici per la classificazione razziale. Quella che Darwin aveva definito l’estinzione delle specie meno avvantaggiate avrebbe potuto essere applicata anche con riferimento alle razze inferiori. Coloro che applicarono il darwinismo ai problemi sociali proclamarono che la sopravvivenza del più adatto, insieme con il diritto del sano e del forte, costituiva il principio direttivo in base al quale doveva essere governata la vita degli uomini e degli stati.

Quando fu applicato alle razze e agli uomini il darwinismo subì un altro improvviso mutamento di grande rilevanza. Darwin da parte sua aveva creduto che la selezione naturale e la variazione delle specie fossero dovute all’ambiente e ai mutamenti che avvenivano nel suo ambito. Egli sosteneva che la varietà fosse conseguenza dell’<<azione diretta e indiretta delle condizioni di vita, e dell’uso e del disuso>>. Più tardi il darwinisti sostituirono questo ambientalismo con l’insistenza sui fattori ereditari. Francis Galton, nel 1872, sostenne con fermezza la continuità generazionale del plasma germinale che si trova nelle nostre cellule della riproduzione. Karl Pearson disse che la <<massima verità da noi imparata dai tempi di Darwin>> è l’idea che causa principale di variazione è l’eterogeneità del plasma germinale di cui l’individuo è il portatore e non il creatore, e che non viene modificata sostanzialmente né dalla sua vita né dal suo ambiente. Furono queste verità, che pure non intendevano essere razziste, a spingere il darwinismo in una direzione passibile di riuscire utile ai razzisti. Si ipotizzò che queste leggi dell’eredità fossero derivate dall’idea darwiniana della selezione e sopravvivenza naturali di cui Pearson cercò di dare una dimostrazione statistica.

In tal modo il darwinismo fu messo al passo con il concetto sempre presente che l’uomo erediterebbe le sue caratteristiche, e anzi le nuove ricerche che sembravano affermare l’importanza dell’ereditarietà servirono a porre l’accento sulle qualità innate del gruppo razziale. Tornò così in favore la posizione di Kant e fu condannato qualsiasi tipo di teoria ambientalista. Verso la fine del secolo XIX l’antropologo tedesco Eugen Fischer e lo zoologo August Weismann ebbero la soddisfazione di dimostrare il primato dell’ereditarietà: Fischer, con le sue ricerche sugli indigeni di Samoa, e Weismann, applicando le ricerche antropologiche ai tedeschi, scoprirono l’immutabilità delle cellule sessuali. Ma fu Sir Francio Galton a dominare il campo delle ricerche sull’ereditarietà sia in Inghilterra che sul continente.

Galton può ben dirsi il fondatore dell’eugenetica: egli approdò alla scienza dell’ereditarietà cominciando a interessarsi dell’evoluzione e come seguace appassionatamente fedele a Darwin. Galton era affascinato dalla statistica e dalle misurazioni e cercò di esprimere le teorie darwinistiche mediante cifre e di stabilire con tale metodo le qualità necessarie alla sopravvivenza. <<Parlando a mio nome>>, disse, <<se dovessi classificare le persone secondo il loro valore, esaminerei ciascuna di esse dai tre punti di vista del fisico, dell’abilità e del carattere>>; egli riteneva che la valutazione di tale valore dovesse essere fondata su basi statistiche. Il modo preciso di come ciò doveva essere fatto è spiegato nell’opera di Galton che ebbe maggiore influenza, “Il genio ereditario”(“Hereditary Genius”, 1869).

Galton elencò tredici tipi di abilità naturale e classificò quindi tutti gli uomini, dai giudici inglesi ai lottatori delle regioni settentrionali, con riferimento ad essi. A suo parere, per far uscire gli uomini dalla mediocrità, sarebbero particolarmente importanti tre abilità naturali ereditate: intelletto, zelo e dedizione al lavoro. Nel suo libro si prestava particolare attenzione ai matrimoni e si sosteneva che si dovesse dare ogni aiuto sociale e morale alle coppie atte a concepire figli eccezionali. La politica nazionale si sarebbe dovuta preoccupare del <<valore civico>> della prole. Galton nel corso della sua lunga vita cambiò numerose volte parere sulle conseguenze pratiche che si sarebbero dovute trarre dalla sua classificazione, ma tutto sommato sostenne sempre che dovesse essere contenuto l’indice di fertilità dell’inadatto e incoraggiato quello dell’adatto con matrimoni precoci.

Sarebbe quindi, per Galton, il valore eugenetico a determinare la qualità della razza. Come gran parte degli eugenisti Galton usò la parola <<razza>> in modo vago, per indicare un gruppo legato da una qualche sorta di affinità ed ereditarietà. Una definizione simile non era esclusiva, perché Galton pensava che fosse desiderabile l’incontro tra tutti coloro che partecipassero delle stesse qualità. Eppure, malgrado la grande ampiezza che Galton e gran parte degli eugenisti lasciavano al concetto di razza, essi in realtà divisero l’umanità in razze ricolme delle sole virtù e stereotipi. Per il miglioramento di una razza si sarebbe ancora potuta usare la selezione naturale, consistente nell’applicazione dell’eugenetica e della valutazione delle persone secondo i modelli fissati da Galton, anche se questi non dovevano essere considerati come esclusivi a una singola razza.

Secondo Galton la chiave per la sanità della razza sarebbe che genitori sani abbiano figli sani; i bambini possono ereditare una tendenza per la genialità, ma anche la follia è ereditaria. Galton, verso la fine della sua vita, immaginava un tempo in cui si sarebbero rilasciati certificati eugenetici, nei quali si sarebbero poste domande personali sui titoli atletici e accademici dello sposo, sul suo carattere testimoniato dalle posizioni di fiducia da lui occupate e, ultima, ma non importante, sulla storia individuale e le parentele dei suoi genitori. Ma si trattava solo di un sogno. Il Laboratorio Francio Galton per l’eugenetica nazionale (fondato nel 1904) aveva lo scopo di indagare sul rapporto tra ereditarietà e ambiente o, come si espresse Galton, sul rapporto tra natura e alimentazione. Karl Pearson, che avrebbe lavorato nell’ambito del Laboratorio Galton, giunse alla conclusione che i fattori ambientali non hanno nemmeno un sesto del peso dell’influenza ereditaria di un solo genitore.

Le qualità ritenute superiori furono una volta ancora apprezzate dalle classi medie, anzi quelle tradizionali del razzismo stesso: ardimento fisico, intelligenza, resistenza  al lavoro e carattere. Galton mise al primo posto l’ardimento fisico, perché poteva essere più facilmente misurato. Il problema che lo preoccupava era di migliorare la razza britannica più di qualsiasi altra, ed egli estese il darwinismo fino a fargli stringere un’alleanza con quelle forze basilari che avevano permeato la storia del razzismo: il rilievo dato alle qualità umane innate trasmesse da una generazione all’altra, cioè alle qualità fisiche e intellettuali apprezzate dalle classi medie, fu strettamente collegato alla lotta per la sopravvivenza, per la quale furono considerate decisive le appropriate qualità congenite della natura. Tutto ciò fu proposto in nome della scienza e allo scopo di migliorare la razza furono fondate società di eugenetica per diffondere la conoscenza delle leggi dell’ereditarietà.

Il movimento eugenetico non rimase confinato all’Inghilterra: anche in Germania si studiarono e ristamparono le opere di Galton e successivamente anche quelle di Karl Pearson. L’<<Archivio per la biologia razziale e sociale>>, fondato nel 1904, seguiva attentamente l’attività della Società per l’educazione eugenetica diretta da Galton e i risultati conseguiti dal Laboratorio Galton: ci fu insomma tra le nazioni un vasto reciproco scambio di esperienze.

Al momento della morte di Galton nel 1911 in molte nazioni dell’Europa erano stati creati periodici che si occupavano di eugenetica, e la dottrina dell’ereditarietà applicata a una razza aveva raggiunto dignità scientifica ed era entrata nelle università. L’eugenetica diede rispettabilità all’igiene razziale, anche se continuarono ad essere richiesti piani di selezione demografica. È vero che coloro che proponevano tali piani provenivano dalle frange e non dal centro del pensiero razziale: per esempio Willibald Hentschel, già allievo di Darwin, divenne molto noto in Germania grazie al suo libro “Veruna”(1907), nome di un antico dio indiano. Appellandosi al ricordo degli antichi ariani, egli chiedeva la creazione di comunità isolate in cui fosse possibile generare una razza migliore e più pura. Dopo la prima guerra mondiale un movimento giovanile denominato <<Artamanen>>, da una presunta antica parola ariana e indiana significante <<verità>> ebbe come programma il ritorno al lavoro agricolo per riacquistare <<purezza di sangue>>. A questo movimento appartenne anche Heinrich Himmler, che poi cercò di tradurre nella realtà progetti di questo tipo durante il Terzo Reich: intraprese un esperimento chiamato <<Lebensborn>>, mirante a favorire il miglioramento della razza.

A questo punto è necessario distinguere tra igiene razziale, in quanto elemento accessorio del <<misticismo della razza>>, e igiene razziale in quanto parte del movimento eugenetico che si serviva degli strumenti della scienza per controllare il patrimonio ereditario di una razza. In ultimo i due concetti si sarebbero fusi, come avvenne nel 1934 quando Karl Pearson esaltò la politica razziale di Adolf Hitler come un tentativo di rigenerare il popolo tedesco. Ma ormai il settantasettenne Pearson non era più intellettualmente lo stesso uomo che aveva proseguito l’opera di Galton: alla fine della sua vita anelava di vedere l’eugenetica diventare politica nazionale prima che fosse troppo tardi. Le correnti principali dell’eugenetica e dell’igiene razziale non portavano direttamente alla politica nazista, ma indirettamente contribuirono a renderla possibile. È certo significativo che non solo l’anziano Pearson, ma anche studiosi tedeschi come Eugen Fischer, che prima del 1933, pur ragionando in termini di categorie razziali, non era specificamente antisemita, sia potuto diventare così facilmente, dopo quella data, sostenitore del razzismo nazista. L’esaltante prospettiva di una nazione tesa a rendere la propria razza adatta alla sopravvivenza fece passar sopra a qualsiasi infamia che un programma di questo genere potesse comportare. È ora importante esaminare più da vicino il movimento eugenetico e la sua interazione con l’antropologia razziale, una mistura che, conclusosi il secolo XIX, sarebbe diventata nota col nome di <<bilogia razziale e sociale>>.