CAPITOLO IV:DA GOBINEAU A DE LAPOUGE

 

 

Il conte Arthur de Gobineau (1816-1882) non fu un pensatore originale, ma un sintetizzatore che si servì di elementi tratti dall’antropologia, dalla linguistica e dalla storia per costruire un sistematico edificio intellettuale in cui la razza dava spiegazione di tutti gli eventi passati, presenti e futuri, sia che si trattasse di trionfi sia di decadenza. Nel “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” (“Essai sur l’inègalitè des races humaines”, 1853-55) egli espose quasi sillabandolo in tutti i terrificanti dettagli il suo razzismo, utilizzando le migliori conoscenze scientifiche allora possibili come pure le sue dirette osservazioni fatte durante lunghi viaggi.

Ma era stata un’ossessione personale e psicologica a produrre in lui quella visione del mondo che il suo razzismo si proponeva ora di spiegare. Egli era eccezionalmente orgoglioso dell’antichità e del supposto nobile lignaggio della famiglia Gobineau; in realtà il ramo della famiglia al quale apparteneva Arthur Gobineau non era affatto nobile, poiché dopo la morte di uno zio egli si era arrogato un titolo cui non aveva propriamente diritto. Ma egli aveva sempre esaltato la nobiltà come necessaria all’instaurazione nel mondo della vera libertà e virtù, e cavalleria, onore e un aristocratico ideale di libertà, così come si erano incarnati nell’antica organizzazione tribale teutonica, erano gli elementi costitutivi della sua utopia personale. La Francia cui si riferiva nei suoi scritti era una mitica nazione di nobili e contadini, in cui rapporti puramente locali determinavano l’assetto politico dell’intero paese, dando ad esso una stabilità che mancava nel mondo reale. Questo punto di vista non era di per sé originale, perché da lungo tempo aveva permeato il conservatorismo francese ed era stato utilizzato da tutti coloro che si erano occupati delle origini nazionali.

Da questa prospettiva Gobineau scorgeva nell’età moderna pericoli che altri avevano trascurato. Egli vedeva l’età moderna come l’età non solo della centralizzazione, ma anche del confronto, con Cesari di novella estrazione e le masse fronteggiatisi tra di loro e le forze depositarie della libertà e della virtù definitivamente annientate. L’Essai fu scritto quando sembrava che l’incubo fosse diventato realtà: nel 1851 Napoleone III aveva effettuato un colpo di stato e il suo regime dittatoriale era stato ratificato dal voto del popolo. I conservatori deploravano la centralizzazione, ma Gobineau vedeva il futuro come l’età delle masse, e ciò dava una nuova dimensione ai suoi timori e ai suoi tentativi di chiarirli.

Che cosa non aveva funzionato? Gobineau si rivolgeva al passato per comprendere il presente; egli credeva che il mondo fosse dominato da una serie di civiltà, delle quali non si può certo dire che siano influenzate dall’ambiente circostante data la possibilità di coesistenza di più civiltà diverse in un’unica regione geografica. In più, il sorgere e lo scomparire di una civiltà non dipenderebbero da fortuite mutazioni, ma sarebbero invece l’effetto di un’unica causa: <<l’organizzazione e il carattere fondamentali di ogni civiltà si identificano con i tratti caratteristici dello spirito della razza dominante>>. Gobineau aveva trovato l’unica causa che apriva la porta alla comprensione del passato, del presente e del futuro.

Gobineau dette alle razze la stessa classificazione che avevano dato i suoi predecessori. Nel mondo esisterebbero tre razze fondamentali -gialla, nera e bianca- che avrebbero prodotto ciascuna una propria civiltà. Per comprendere il ruolo che ciascuna razza aveva svolto o stava ancora svolgendo nella storia del mondo si dovevano analizzare attentamente la sua struttura sociale e la sua cultura. Gobineau non si interessò mai di misurazioni craniche o di angoli facciali; il suo ragionamento prendeva spunto invece in parte dalle sue osservazioni personali, in parte dalle sue vaste letture, e in parte dalle sue notevoli conoscenze linguistiche. Ma osservazione ed erudizione rimangono sepolte sotto analogie con il presente che percorrono l’intero Essai e attribuiscono a ciascuna razza il suo posto nell’età presente.

L’attenzione agli effetti sociali e culturali prodotti dalle tre razze fondamentali portò Gobineau a considerarle avulse dal loro paesaggio nativo e a trasferirne invece le caratteristiche a una parte della struttura sociale francese. Ciò diede a queste razze un’importanza attuale e servì a spiegare le condizioni esistenti nella sua patria più che quelle di luoghi remoti. L’importanza di Gobineau consiste non solo nell’aver fatto della razza la chiave della storia del mondo, ma anche nell’aver introdotto il concetto che l’osservazione delle razze straniere può essere d’aiuto a spiegare le frustrazioni del proprio paese: la Francia stessa era un microcosmo di pericoli razziali; la teoria dell’ambiente era respinta perché era possibile trovare sulla soglia della propria casa comportamenti tipici della razza gialla o nera.

La razza gialla, secondo Gobineau, sarebbe materialista, pedante e vittima di un <<forte, ma non creativo impulso verso il benessere materiale>>. Essa mancherebbe di immaginazione e la sua lingua sarebbe incapace di esprimere pensieri metafisici. La razza gialla sarebbe destinata a realizzarsi nel commercio e negli affari; essa avrebbe tutte quelle caratteristiche di cui Gobineau incolpava la borghesia, da lui accusata di aver distrutto la vera Francia, basata sul regionalismo, la nobiltà e i contadini. Evidentemente la razza gialla non possederebbe alcuna delle virtù caratteristiche della vera nobiltà, in ciò avvicinandosi alla borghesia francese.

Anche i neri rientravano nello schema della politica contemporanea. Gobineau attribuiva loro caratteristiche ormai tradizionali nel pensiero razziale: scarsa intelligenza, ma sensi sviluppati all’eccesso, grazie ai quali essi sarebbero dotati di un potere rozzo ma terrificante; i neri sarebbero plebe sfrenata, quelle masse cioè che erano scese in campo durante la rivoluzione francese e che Gobineau aveva potuto vedere in azione anche nel corso della sua stessa esistenza, gli eterni sans-culottes che avevano collaborato con la classe media a distruggere l’aristocratica Francia da lui idolatrata.

La razza bianca rappresenterebbe l’ideale della Francia, incarnando le virtù della nobiltà – amore per la libertà, onore, spiritualità. Gobineau faceva di nuovo ricorso alla dimostrazione linguistica: la razza bianca è rappresentata dagli ariani, congenitamente superiori grazie a quelle qualità da loro incarnate e che mancherebbero alle altre due razze. In questo caso le origini avevano un’importanza essenziale, come avviene in tutto il pensiero razziale. Gli ariani, che per primi avevano dato all’India un’èlite e avevano poi formato il corpo teutonico, sarebbero stati l’esatto contrario del materialismo e della sensualità dei gialli o dei neri. Libertà e onore avrebbero operato in loro abbinati con il risultato di produrre una nobiltà che governava non con la forza, ma con il suo incontestabile valore. Ma, ahimè, gli ideali della razza bianca non trovavano più corrispondenza con lo stato presente delle cose. La centralizzazione e il governo con la forza avevano preso il posto dell’esempio aristocratico. La borghesia aveva corrotto la nobiltà e il popolo era stato abbandonato nelle mani di falsi capi.

Perché era successo tutto ciò? Nessuna razza può rimanere pura, secondo Gobineau, perché è costretta a mescolarsi con razze inferiori e di conseguenza a degenerare. Ma come è avvenuta la degenerazione della razza bianca? Gobineau credeva che i primi abitanti dell’Europa fossero stati di razza gialla e che questi <<finnici>>(antica popolazione stanziatasi nell’Europa nord-orientale) avessero popolato l’intera Europa costituendone l’elemento più basso. Gli ariani si sarebbero successivamente sovrapposti a questa popolazione e alla fine avrebbero cominciato a mischiarsi con essa. Questo incrocio di razze stava distruggendo la razza bianca. Ma vi era ancora una speranza? Gobineau credeva nell’ascesa e nella caduta delle civiltà. L’ariano aveva creato questa civiltà e inevitabilmente l’incrocio con altre razze significava la sua caduta.

Il dramma dell’ascesa e della caduta delle civiltà è un dramma razziale, in cui la posta in gioco è la razza bianca. Gobineau osservava che questa stava diventando più simile ai popoli gialli per il suo materialismo, e più simile ai neri in quanto plebe che deve essere governata con la forza. Queste razze inferiori erano comunque destinate a dominare nella successiva fase storica. Egli condannava la schiavitù e si rammaricava per come la Confederazione americana(dove erano state censurate le sue conclusioni pessimistiche) aveva utilizzato il suo Essai. Per quel che riguardava gli ebrei, malgrado la Palestina – il <<miserabile angolo della terra>> che era stato loro dimora – essi erano una razza cui riusciva tutto quello che intraprendeva, un popolo libero, forte e intelligente di contadini e di guerrieri, che aveva espresso più uomini di cultura che mercanti. Gli antichi ebrei dimostravano che il valore di una razza è indipendente da tutte le condizioni materiali dell’ambiente, ma come tutte le razze, gli ebrei avevano subito un declino a causa degli incroci razziali, mescolandosi sempre più con popoli gravemente contaminati da elementi neri: gli ebrei condividevano la sorte degli ariani.

Niente ci autorizza a considerare Gobineau un antisemita. Alla fine del secolo le sue idee furono dirette contro gli ebrei e ci si servì di lui per dimostrare la costante superiorità dei tedeschi, ma ciò non era nelle sue intenzioni. Gobineau non fu un profeta dell’unità germanica: egli pensava che i piccoli stati compresi tra il Reno e l’Elba incarnassero quel regionalismo da lui ritenuto tanto importante. La nazione da lui maggiormente disprezzata era l’Inghilterra, che gli appariva come il più borghese degli stati. Perciò egli non era un fautore né dell’uso della forza né del germanesimo né dell’antisemitismo. Egli era, in realtà, rassegnato al fato della razza bianca, per quanta tristezza e frustrazioni ciò gli procurasse.

Tuttavia il pessimismo di Gobineau sulle sorti della razza bianca non durò per l’intera sua vita. L’opera “Il Rinascimento” (“La Renaissance”, 1877) esprimeva la speranza che il disastro potesse essere ancora evitato ed è forse questo il motivo per cui questo finì per essere il più popolare tra i suoi scritti, malgrado l’astrusità di contenuto e di forma. La Renaissance è un dramma filosofico in cui viene decsritto il momento del confronto tra un’èlite e un’Italia in decadenza. Eroi come Savonarola, Cesare Borgia o papa Giulio II si erano sollevati al di sopra della loro epoca grazie alla loro visione di unità, creatività e potenza nazionali. I loro nemici erano le forze che Gobineau aveva sempre temuto: le masse che saccheggiano e predano o seguono falsi capi, e la borghesia, di mentalità ristretta, egoista e avara. L’èlite che dette vita al Rinascimento non potè assolutamente trionfare su queste forze del male, ma costituì un esempio per il futuro, con la sua visione e i suoi ideali che potrebbero ancora salvare la razza bianca. Inoltre, poiché gli eroi di questo dramma avevano tatto ispirazione dalle virtù romane e dalla bellezza greca, il perdurante appello degli antichi avrebbe potuto ancora agire come barriera contro la corruzione razziale.

Durante gli ultimi anni della sua vita Gobineau strinse un’intima amicizia con Richard Wagner, amicizia che ebbe come effetto di rendere popolari le sue opere e di salvaguardarle dal pericolo dell’oblio. Wagner aveva letto Gobineau e vi aveva trovato conferme al proprio razzismo; la sua vedova Cosima e i suoi amici di Bayreuth raccolsero e diffusero il messaggio di Gobineau; un membro del circolo di Bayreuth, Ludwig Scheemann, dedicò la sua vita a rendere popolare e a tradurre Gobineau in tedesco, trovò aiuti, finanziari e morali, nel circolo di Bayreuth, e infine egli stesso fondò una Società Gobineau. Ormai Gobineau era saldamente collegato nella mente del pubblico con Wagner: la società riuscì a penetrare, in Germania, tra i gruppi di destra, ciò che diede al razzismo di Gobineau una base anche più ampia. Fu soprattutto la Lega pan-germanica ad accogliere il pensiero di Gobineau e ciò fu importante non solo perché si trattava di un potente movimento politico, ma anche perché molti suoi aderenti erano insegnanti nelle scuole. Alla fine, durante la prima guerra mondiale, migliaia e migliaia di copie di La Renaissance furono distribuite dalla Società Gobineau tra i soldati al fronte.

Bayreuth e i pan-germanisti snaturarono il messaggio di Gobineau: o, piuttosto, lo adattarono alle esigenze tedesche. Le razze nera e gialla svolgevano un ruolo molto modesto nelle fantasia di una nazione che fino alla fine del secolo XIX non aveva intimi contatti coloniali con nessun altro popolo. L’acquisizione delle colonie africane nel 1884 e l’occupazione di una base in Cina (1897) erano avvenute troppo tardi per avere influenza sul razzismo in Germania. Ma gli ebrei, presenti in tutta la Germania e nei ghetti al suo confine orientale, erano diventati il bersaglio del razzismo molto tempo prima che lo stesso Wagner li giudicasse responsabili della degenerazione nazionale. Anche i pan-germanisti accusavano gli ebrei di aver contribuito al pervertimento della nazione mediante la loro supposta opposizione al militarismo e all’espansionismo. Così la condanna che Gobineau aveva espresso per le razze nera e gialla fu dirottata verso gli ebrei; fu a questo punto che Gobineau si acquistò la sua immeritata fama di antisemita. Ma Bayreuth e i pan-germanisti fecero assegnamento su Gobineau anche per provare una specifica superiorità razziale tedesca: egli aveva risvegliato il primordiale spirito germanico. L’Essai non fu definito solo una potente e scientifica arma nelle mani degli antisemiti, ma anche una dimostrazione della superiorità ariana dei germani.

Indirettamente, lo stesso Gobineau era responsabile di questo travisamento, avendo proposto un razzismo infarcito di analogie con il proprio tempo, sì che altri poterono distorcere o estendere tali analogie, il punto centrale, mai perso di vista, era la superiorità dell’ariano, al quale si riconosceva ogni vera nobiltà, onore e libertà. L’ariano si era appropriato di tutte le virtù del mondo e di tutta la sua cultura e niente poteva essere lasciato a coloro che non condividevano con lui il suo sangue meraviglioso. Le teorie di Gobineau sull’inevitabilità degli incroci razziali, d’altro canto, potevano essere facilmente messe da parte o ignorate.

Per molti motivi Gobineau trovò favore presso la destra tedesca più che presso quella francese, che era cattolica e perciò immune da simpatie verso teorie razziali che negavano l’efficacia del battesimo impartito ai convertiti. L’Action Française – fondata nel 1899 e destinata ad essere il più potente movimento di destra francese- ignorò Gobineau nonostante fosse animata da un virulento antisemitismo, che si basava sul convincimento che il cattolicesimo fosse la fede storica della nazione e che chiunque non la condivideva tendesse insidie alla Francia. L’Action Française inoltre valorizzava i legami col suolo e quindi i piccoli proprietari terrieri, mentre considerava gli ebrei il simbolo di un capitalismo irrequieto e incombente. Certo a volte è difficile distinguere tra lo specifico sentimento antiebraico e il razzismo, ma comunque Gobineau non esercitò in questo caso alcuna influenza. Dopo la sconfitta della Francia da parte della Germania nel 1871 l’attenzione politica si concentrò sulla nzione e Gobineau fu attaccato da Maurice Barrès, potente personaggio della destra, per aver sostenuto una nobiltà cosmopolita piuttosto che l’unità nazionale.

Gobineau fu riscoperto in Francia solo negli anni trenta di questo secolo in parte grazie agli sforzi del nipote Clèment Serpaille e in parte per merito di quel gruppetto di intellettuali che si raccoglieva intorno al giornale della destra radicale <<Je suis partout>>. Su questo Pierre-Antoine Costeau presentò il conte come il precursore del pensiero fascista, mentre l’anno successivo la <<Nouvelle Revue Française>> pubblicò un numero speciale dedicato in gran parte all’eredità letteraria di Gobineau. Persino per il piccolo gruppo di fascisti francesi Gobineau rimase, nel migliore dei casi, un personaggio marginale. Egli non aveva un ruolo autentico da svolgere nella destra francese, malgrado l’antisemitismo e il fascismo di questa. Fu sull’altra sponda del Reno che la sua influenza si fece veramente sentire.

Ciononostante noi possiamo rintracciare alcune idee di Gobineau nel botanico svizzero Alphonse de Candolle (1806-1893) e nel suo allievo conte Georges Vacher de Lapouge (1854-1936), un bibliotecario e avvocato che, secondo dopo Gobineau, divenne il più importante teorico della razza in Francia. A differenza di Gobineau, Candolle e de Lapouge cercarono di basarsi su presunti dati scientifici. Vacher de Lapouge si rifaceva, nei suoi scritti, all’autorità di Darwin e già di per sé questo fatto dava al suo razzismo un tono pseudo-scientifico assente nelle opere di Gobineau. Ambedue questi uomini fondavano il loro pensiero su basi soggettivistiche, ma lo esponevano con uno stile diverso da quello di Gobineau, sì da poter essere considerati, in Francia, veri e propri scienziati anziché profeti di una nuova religione razzista.

Anche Candolle, come Gobineau, si occupò nei suoi scritti delle razze nera, bianca e gialla e anche per lui la decadenza era inevitabile. I bianchi erano condannati, mentre i neri, più adattabili, avrebbero potuto avere successo. In realtà Candolle si distaccava nettamente da Gobineau perché teneva conto dei fattori ambientali, quali l’esaurimento delle risorse naturali che, a suo parere, avrebbe portato al suicidio demografico. Anche lui tuttavia considerava i negri incolti e i cinesi volgari e immorali. Nei suoi scritti, solo gli ebrei emergevano come un popolo colto che aveva respinto l’uso della forza e neutralizzato così gli istinti brutali e atavistici comuni a molti cristiani. A volte, cosa abbastanza strana, gli ebrei erano giudicati il punto più alto raggiunto dalla razza bianca; ma de Lapouge non avrebbe continuato questa tradizione.

Vacher de Lapouge condivideva la visione apocalittica di Gobineau. Egli sosteneva che la forza vitale della nazione si era consumata in conseguenza delle degenerazione della razza e del predominio di una plutocrazia. Nella sua opera “l’ariano, il suo ruolo sociale” (“L’aryen, son rôle social”, 1899), egli identificava la razza superiore con l’homo europeus e come Gobineau anche lui relegava la nazione a un ruolo secondario. Innanzitutto de Lapouge credeva che gli ariani avessero conquistato non solo l’Europa, ma l’intero mondo, compresa l’America, ma lasciava spazio a variazioni nazionali della razza ariana affermando che le qualità intrinseche degli ariani erano presenti in misura maggiore o minore nelle diverse nazioni.

Un tempo, queste qualità sarebbero state tutte presenti nei greci e de Lapouge condivideva totalmente l’ammirazione universale per il genio greco, mai più superato nella sua armonia. Tra i greci i più incorrotti erano considerati gli spartani, una razza di eroi dotati di una volontà di ferro, ma anche di virtù morali e di capacità intellettuali. Essi erano i discendenti degli originari ariani, che erano strettamente legati alla natura, una razza di pescatori, cacciatori e pastori. Secondo de Lapouge le origini degli ariani sarebbero state identiche a quelle che i linguisti immaginavano di aver scoperto. Il mito del contadino ariano padre della razza ne uscì così rafforzato. A differenza di Gobineau, de Lapouge non fece ricorso alla lingua, bensì ancora una volta alle misurazioni craniche: i teschi allungati e stretti, dolicocefali, e il colorito biondo degli ariani svolsero un ruolo importante nel suo pensiero. Si è detto che i gerci, inebriati di sole, credessero che tutti i loro eroi fossero biondi e anche de Lapouge era convinto che si potesse riconoscere l’ariano studiandone il volto, non dimentico in ciò della fisiognomica di Lavater; è in questo senso che in de Lapouge trovavano la loro sintesi numerose tendenze del pensiero razziale.

Ora l’ariano affrontava la sfida per la sopravivenza, dato che de Lapouge era influenzato dalla teoria di Darwin sulla selezione naturale e la sopravvivenza del più adatto. L’ariano, a suo parere, sarebbe adattabile, destinato, sì, per sua natura, ad essere contadino, ma atto a diventare un lavoratore di qualsiasi tipo; anzi egli sarebbe l’unico lavoratore esistente nella società moderna: ignaro del concetto di ozio, a differenza delle razze inferiori, l’ariano simboleggerebbe in tutto il suo comportamento il vangelo del lavoro. Ancora una volta un ideale della classe media entrava a far parte della definizione degli ariani, che si pensava avessero ricevuto la loro forza da una primitiva età rurale. Inoltre l’ariano, pur essendo un individualista, sarebbe anche in grado di mettere tutte le sue capacità a disposizione del bene pubblico, e questo fatto aveva un’importanza speciale per de Lapouge, perché secondo lui la lotta darwiniana dell’uno contro tutti si era trasformata in una lotta tra gruppi umani. La fabbrica aveva preso il posto della bottega e l’esercito quello del combattimento individuale. A differenza di Gobineau, de Lapouge inseriva il mondo moderno nel suo schema razziale, perché egli era un darwinista sociale, secondo il quale il mondo progrediva attraverso la selezione naturale determinata dalla lotta per l’esistenza.

Chi era il nemico razziale? Secondo l’opinione di de Lapouge le razze inferiori, come quella gialla, e gli ebrei non avevano scrupoli né senso dei valori, essendo interamente votati al commercio. La borghesia, nell’analogia razziale di de Lapouge, sembra ancora una volta rappresentare il nemico, ma a questo punto egli faceva una distinzione che costituisce un elemento essenziale del pensiero razzista; la società commerciale ariana vive di lavoro onesto, gli ariani hanno a cuore i valori e li rispettano pur nelle loro attività speculative, mentre l’ebreo ama la speculazione per se stessa. Questa fatale distinzione tra la borghesia ariana e quella ebraica è presente perciò in Francia come in Germania – e la classe media ariana può sopravvivere solo annientando la borghesia ebraica.

De Lapouge definiva l’ebreo nemico e rivale insieme, doppiamente pericoloso perché anche lui tutto compreso della sua razza. Ma egli pensava che gli ebrei non potessero vincere la contesa con gli ariani, perché essendo una razza inferiore non avevano spiritualità, erano incapaci di combattere e mancavano di ogni istinto politico. Il mondo non poteva essere conquistato solo con la potenza economica e gli ariani avevano dimostrato che cosa era necessario avere: forza, volontà, onore e moralità. Stando così le cose, l’evidente tono di pessimismo sul futuro dell’unica razza adatta a governare ci colpisce per la sua inconsistenza. Indubbiamente per de Lapouge la fine non sarebbe giunta con la rivoluzione delle razze inferiori, dato che gli ariani governavano non con l’oppressione, ma piuttosto con il loro esempio e con una superiorità morale che costringeva gli altri a seguirli.

Vi è qui una dicotomia tra l’idea di de Lapouge che la razza francese fosse esaurita e la sua asserzione di uno scontro razziale tra gli ariani e la razza inferiore: l’ariano, egli sostiene, non ha solo principi nobili, ma anche adattabilità. Era evidente tuttavia che in Francia si era formata sull’albero della razza una muffa, ma questo virus si sarebbe potuto ancora sconfiggere. Il pessimismo razziale di de Lapouge non era fatalistico, anzi egli cercava un rimedio per la situazione. Molti dei parassiti insediatisi sull’albero della razza ariana francese erano particolarmente perniciosi: per primo, il cattolicesimo, che aveva fiaccato la vitalità della razza esaltando la rassegnazione di fronte al predominio ebraico. Come il suo contemporaneo Edouard Drumont egli accusava la Chiesa di aver abbandonato la lotta contro gli ebrei. Di conseguenza de Lapouge elogiava il protestantesimo, perché incoraggiava all’azione e al lavoro onesto ed esaltava la forza di volontà. Egli pensava inoltre che il protestantesimo meglio del cattolicesimo potesse servire a dissolvere la razza ebraica favorendone l’assimilazione. Ma con questo de Lapouge non era in realtà filo-ebraico, perché credeva che gli ebrei assimilati avrebbero perso la loro volontà razziale e perciò anche la loro capacità di sopravvivenza.

In secondo luogo, avrebbero anche dovuto essere eliminati sia la degenerazione fisica, a causa della quale l’ariano aveva perso la sua forza e la sua bellezza, sia i mali ereditari che essa faceva presagire. Nell’opera “Le selezioni sociali” (“Les sèlections sociales”, 1896), de Lapouge sosteneva che l’incrocio razziale era la strada che avrebbe condotto inevitabilmente alla contaminazione della razza e doveva perciò essere proibito; inoltre, quegli individui che si erano avviati per quella via, o ne erano il risultato, dovevano essere eliminati; la soluzione era perciò l’eutanasia. In terzo luogo, segni anche più immediati di degenerazione erano l’urbanesimo e la plutocrazia, basati sulla cupidigia e il predominio ebraici. Evidentemente, al punto in cui si era arrivati, il genio ariano non poteva più competere, con il suo lavoro onesto, con un sistema economico <<giudaizzato>>.

Vale la pena di citare un altro rimedio proposto per ovviare alla degenerazione razziale: nelle Sèlections sociales de Lapouge elogia la società socialista, sostenendo che solo tale società può prendere le necessarie misure coercitive per impedire matrimoni sterili e per imporre alle donne un regolare ritmo di gravidanze; con un simile regime razionale persino l’infanticidio praticato dagli spartani sarebbe diventato ammissibile. Il problema dell’indubbio declino della popolazione francese nel secolo XIX era oggetto di molti dibattiti al tempo di de Lapouge, il quale vedeva in questo declino un segno della sterilità ariana.

Anche l’insigne eugenista inglese Karl Pearson all’inizio del secolo XX era convinto che il socialismo potesse molto facilmente imporre l’eugenetica, una politica cioè che assicurasse una perpetuità della razza senza infermità ereditarie e segni di degenerazione. Una razza sana, inoltre, non sarebbe stata minacciata da una diminuzione di fecondità. De Lapouge e dopo di lui altri teorici della razza non erano perciò tanto lontani dai loro contemporanei socialisti e in particolare da Sidney e Beatrice Webb che pensavano che il deterioramento della razza anglosassone mediante un declino della fecondità fosse un pericolo per il socialismo, in quanto stava a significare che l’unica razza più adatta a costruire il socialismo sarebbe stata sopraffatta dai bastardi: socialismo ed eugenetica non erano concetti intrinsecamente in conflitto fra di loro e non lo erano, nemmeno occasionalmente, il socialismo e la razza.

De Lapouge esercitò in Francia un’influenza di gran lunga superiore a quella di Gobineau perché, primo francese a riuscirvi, aveva saputo integrare darwinismo e razzismo; ma le successive affermazioni del figlio che il razzismo del padre fosse di matrice esclusivamente francese, sono assurde. Intanto de Lapouge compromise una sua piena affermazione in un paese cattolico come la Francia a causa della sua difesa del protestantesimo. E’ vero che nel 1940, dopo la sconfitta della Francia, fu costituita ufficialmente una commissione per studiare come si potesse dare attuazione a Les sèlections sociales e non vi è dubbio che anche la successiva commissione per lo studio della biologia razziale (1942) e l’Istituto antropologico razziale fondato nello stesso anno fossero influenzati dal pensiero di de Lapouge senior; ma tutti questi tentativi non ebbero alcun seguito.

E’ abbastanza strano che, ad eccezione di Darwin, le idee razziali inglesi abbiano avuto scarsa influenza su de Lapouge; eppure stava per giungere proprio dall’Inghilterra un nuovo fresco impulso non solo con nuove concezioni sulla selezione e la sopravvivenza, ma anche con il movimento eugenetico.