DIVARIO TRA NORD E SUD DEL
MONDO
A CURA DI:
Calabrese
Mariachiara
Fanelli
Marco
Macchia
Annamaria
Mongelli
Giuseppe
Policastro
Delia
Ranieri
Teresa
Strippoli
Loredana
Ventrella
Ilaria
La terra, oggi,
nonostante il continuo aumento della popolazione , potrebbe produrre una
quantità di alimenti sufficiente per sfamare tutti i suoi abitanti , ma milioni
di persone patiscono la fame e molti muoiono per mancanza di cibo.
Le più
rilevanti cause all’origine del problema “fame nel mondo” sono: la disomogenea
distribuzione delle risorse, la siccità, l’esaurimento del terreno, l’abbandono
dell’agricoltura e la cattiva pianificazione.
Distribuzione eterogenea delle
risorse alimentari:alcuni paesi hanno risorse in
abbondanza o, in ogni caso,i mezzi economici per procurarsele, mentre altri
mancano sia di prodotti agricoli sia di mezzi economici per comprarli.Questo
porta in molti casi a sprechi di alimenti:il costo dei trasporti e il calo dei
prezzi a volte non rendono conveniente neppure la raccolta della produzione
agricola.
Siccità:molte aree ai limiti dei deserti sono soggette a periodi di siccità
anche prolungati, che fanno calare drasticamente la produzione agricola,
insufficiente per sfamare tutta la popolazione.
Esaurimento del terreno per lo sfruttamento troppo intenso: in alcune regioni le aree vengono
coltivate usando l’acqua presa da pozzi che, non più riforniti dalle piogge, si
esauriscono in breve tempo lasciando il territorio deserto .In molte zone, la
poca erba che riesce a crescere viene distrutta dal bestiame, lasciando il
terreno nudo.
Abbandono dell’agricoltura:in parecchie zone del mondo i contadini lasciano la terra da cui non
riescono più a ricavare il sufficiente sostentamento, anche perché le derrate
alimentari importate (spesso proprio per dare aiuto alla popolazione affamata)
provocano l’abbassamento dei prezzi ,rendendo il lavoro agricolo non più
conveniente.Si ha quindi una migrazione
verso le città alla ricerca di lavori più proficui e l’abbandono dell’attività
agricola.
Quando parliamo di sottosviluppo intendiamo riferirci a una
condizione di povertà, di arretratezza e di miseria, talora estreme. Esiste il
problema di quantificare il fenomeno attraverso dati precisi da confrontare tra
loro.
Per avere una radiografia ampia
delle condizioni sociali ed economiche di uno Stato dal 1990 il Programma per
lo sviluppo dell’ ONU ( UNDP, United Nations Development Program ) ha elaborato
un indicatore di sviluppo combinando
tre dati:
- il livello di salute, rappresentate dalla speranza di vita alla
nascita;
- il livello di istruzione, basato sul grado di alfabetizzazione;
- il livello di reddito, calcolato sul PIL ( Prodotto Interno Lordo )
pro capite.
I dati vengono elaborati in un
unico indicatore, l’ ISU ,
rappresentato da un numero, in base al quale si può redigere una classifica tra
:
Paesi a sviluppo umano molto
elevato ( ISU superiore a 0,900)
Paesi a sviluppo umano medio-alto,
(ISU da 0,899 a 0,750 )
Paesi a sviluppo umano
medio-basso, (ISU da 0,749 a 0,331)
Paesi a sviluppo umano molto
basso, ( ISU al di sotto di 0,331).
Netto appare il contrasto tra un
Nord del mondo dove si trovano i Paesi più industrializzati, con una
popolazione che dispone di molte risorse e un Sud che, ad eccezione di
Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica, vede crescere la popolazione molto più
rapidamente delle risorse prodotte da un’economia spesso basata
sull’agricoltura di sussistenza e sull’esportazione di materie prime.
Il legame tra Nord e Sud è
costituito da un rapporto di subordinazione del Sud al Nord, che affonda le sue
radici nel colonialismo e nei nuovi
problemi posti dalla globalizzazione.
TERZO MONDO O
PAESI DEL SOTTOSVILUPPO
Le espressioni Terzo Mondo e
Quarto Mondo si diffusero negli anni 50 e 60 quando il sistema politico
mondiale era diviso tra Paesi del blocco capitalista ( Primo mondo)e Paesi del
blocco comunista ( Secondo mondo). L’espressione Terzo Mondo si intese riferita
al blocco dei Paesi poveri e sottosviluppati. Si è cominciato poi ad usare
anche l’espressione Quarto Mondo per indicare gli stati più poveri, situati per
la maggior parte in Africa. Dopo la fine della Guerra Fredda e la caduta della
maggior parte dei regimi comunisti, le espressioni che meglio classificano la
situazione di contrasto tra sviluppo e sottosviluppo sono:
- Paesi sviluppati o ad economia avanzata (quelli
industrializzati);
- Paesi emergenti (quelli che stanno vivendo
una forte crescita economica e stanno superando la fase del sottosviluppo come
la Cina, l’India);
- Paesi sottosviluppati (quelli
ad economia arretrata come i Paesi del Centro-Africa, ecc…)
FAME, GUERRE E DEGRADO AMBIENTALE:
IL CIRCOLO VIZIOSO DEL SOTTOSVILUPPO
Di fronte ai problemi del
sottosviluppo e in particolare a quello della sottoalimentazione che colpisce
quasi due terzi dell’umanità, vi è interdipendenza tra alcuni fenomeni che
possono essere cosi schematizzati:
a) Insufficiente produzione alimentare: nei Paesi
del sottosviluppo si pratica l’agricoltura di sussistenza e l’agricoltura
speculativa di piantagione. Dalla prima si ottengono raccolti scarsi e
irregolari, che, a causa di metodi rudimentali, tecniche arcaiche, mancanza di
difese contro le malattie delle piante e degli animali, assenza di pratiche
irrigue, non garantiscono un’alimentazione sufficiente.
Dall’agricoltura
speculativa di piantagione praticata in grandi aziende gestite da latifondisti
o da multinazionali si ricavano prodotti come cotone, tè, cacao caffè che
vengono esportati con benefici economici non riguardanti le popolazioni
indigene.
b) Ineguale distribuzione delle ricchezze: in questi
Paesi domina il latifondo per cui le grandi proprietà terriere sono in mano a
poche famiglie o a produttori internazionali, nel 1995 le multinazionali
agricole controllavano il 60% del commercio mondiale di cereali.
c) Instabilità politica: in molti
Paesi sottosviluppati, soprattutto africani, persiste una condizione di gravi
lotte tra le diverse etnie che impediscono le normali attività produttive e
generano drammatiche carestie.
d) Mancata industrializzazione: nei Paesi
del sud del mondo lo sviluppo industriale è limitato dalle scarse attrezzature,
dalla mancanza di infrastrutture, dalla cattiva conduzione dei mercati interni,
dalla bassa conoscenza delle tecnologie.
IL PROBLEMA DELLA FAME
Per mantenersi in buona salute ed
essere capace di svolgere un’attività produttiva costante, un uomo ha bisogno
di un regime alimentare equilibrato sia nella quantità che nella varietà dei
cibi.
Ma 900 milioni di persone, di cui
150 milioni di bambini sotto i 5 anni, soffrono per mancanza di cibo (fame
quantitativa) e più di 2 miliardi soffrono di fame qualitativa (mancanza di
varietà di cibo e quindi carenza di vitamine, minerali, proteine essenziali per
uno sviluppo normale e resistenza alle malattie.
Pertanto più della metà della
popolazione mondiale vive oggi in uno stato permanente di sottoalimentazione.
UN DISUGUALE
LIVELLO D’ISTRUZIONE
Dal livello di istruzione e di
scolarizzazione di un popolo dipendono sia la crescita tecnologica ed
economica sia la comprensione degli
eventi ed il conseguente comportamento dei singoli e della comunità.
Si nota una coincidenza tra le
aree che registrano cattive condizioni sanitarie, povertà e malnutrizione e
quelle in cui più alto è l’analfabetismo.
L’analfabeta, quindi, non solo è incapace di leggere e scrivere, ma, di solito,
è anche povero, affamato, malato e sfruttato. La media mondiale
dell’analfabetismo è pari a circa il 23%. Il fenomeno è particolarmente diffuso
tra le donne per le quali la disparità d’istruzione rispetto agli uomini è
ancora forte in diversi Paesi. In Africa il 55% della popolazione femminile è
analfabeta. L’istruzione è ancora un privilegio di poche, perché è estranea
alle tradizioni sociali, ma anche perché sottrae la donna alle attività
domestiche.
Per capire
meglio questi fenomeni è opportuno esaminare la situazione socio-economica di
alcuni paesi.
La situazione socio-economica
dell’Africa mediterranea presenta una situazione
socio-economica piuttosto complessa per la coesistenza di elementi
contraddittori.
Da un lato
abbiamo un basso tenore di vita dovuto alla mancanza di beni, una situazione
sanitaria e culturale carente e un basso sviluppo industriale.
Dall’altro la
ricchezza costituita dalle risorse del sottosuolo che ha portato valuta
straniera creando forti squilibri economici, favorendo pochi ricchi e lasciando
una grande fascia di abitanti molto poveri.
La situazione
economica generale, sebbene carente, vede alcune nazioni di questa regione
dirette sulla via dello sviluppo: lo sfruttamento adeguato delle risorse
petrolifere potrà permettere a questi Paesi di migliorare il proprio tenore di
vita.
Le risorse
minerarie sono abbondanti in tutta l’Africa mediterranea. Il sottosuolo è ricco
di giacimenti petroliferi e di gas naturale, che costituiscono la principale
ricchezza della regione.Il petrolio si trova nell’interno, in pieno deserto; la
Libia ne è la maggior produttrice ma si trovano giacimenti anche in Algeria e
in Egitto.
Nonostante ciò
l’apparato industriale è molto ridotto: prevalgono l’industria alimentare e
quella tessile.
Lo sfruttamento
delle risorse minerarie ha portato allo sviluppo di industrie chimiche, di
impianti siderurgici e di raffinerie di petrolio.
In Africa Sub
Sahariana la situazione è un po’ diversa.
La popolazione
nonostante la situazione sanitaria carente, presenta un elevato incremento
demografico naturale.La disponibilità di servizi sociali e di beni risulta
inesistente per buona parte della popolazione.La mortalità infantile e il tasso
di analfabetismo sono i più alti del mondo, mentre il PNL pro capite è
minimo;ciò rileva una grave situazione di sottosviluppo ,che spinge gli
abitanti a emigrare verso Paesi più ricchi.
L’Africa Sub
Sahariana è una delle regioni più povere del mondo. I motivi sono vari :
l’aridità del territorio,la carenza di risorse, il basso livello culturale,le
carestie.La mancanza di mezzi , l’instabilità politica impediscono lo sviluppo
industriale e rendono oggi impensabile un miglioramento del livello di vita
della popolazione, che soffre in gran parte la fame. L’aridità del suolo non
permette lo sviluppo dell’agricoltura che non risulta sufficiente a soddisfare
il fabbisogno interno, sebbene nel settore siano occupati quasi tre quarti
della popolazione. Nei lunghi e frequenti periodi di siccità, la carestia
provoca la morte di migliaia di persone.
In Africa Guineense la popolazione presenta un elevato incremento demografico
naturale;la disponibilità di servizi e di beni risulta carente, soprattutto
nelle zone interne lontane dalle metropoli costiere. Queste ultime riescono a
trarre qualche beneficio dai rapporti costanti che mantengono con i Paesi
occidentali.
La mortalità
infantile e il tasso di analfabetismo sono elevatissimi, mentre il Prodotto
nazionale lordo pro capite è generalmente irrilevante così il livello di vita
risulta decisamente basso. Numerosi gruppi etnici, che comprendono varie popolazioni
nere e alcuni bianchi rimasti. La popolazione nera distribuita in tutta la
regione è giunta in tempi diversi dai territori interni del nord; sulla costa
si sono stabiliti i colonizzatori europei. La situazione socioeconomica
presenta un grado estremo di sottosviluppo. La presenza di risorse minerarie e
il clima favorevole all’agricoltura potranno favorire il futuro sviluppo
economico.
Anche l’intervento dei paesi più ricchi non ha
portato il progresso auspicato: spesso le nazioni della Africa Guineense hanno
ricevuto aiuto economici assistenziali anziché gli elementi base
necessaria innescare un processo di
sviluppo bilanciato e produttivo.
Come già nella
regione guineense, anche nell’Africa Centrale la situazione attuale, di grave
sottosviluppo, è in notevole contrasto con la potenzialità della
zona.Fortunatamente la disponibilità di risorse nel sottosuolo e il clima
favorevole all’agricoltura
rappresentano una premessa per lo sviluppo futuro. Lo sviluppo
industriale è quasi nullo a eccezione delle aziende sorte per l’estrazione
delle ingentissime risorse minerarie e di qualche industria alimentare, tessile
e per la lavorazione del tabacco. Nella Africa Centrale i servizi sono
estremamente carenti. Le scuole e gli ospedali si trovano solo nelle città
maggiori. Nella zona sono presenti società multinazionali che esportano i
prodotti pregiati. I coloni hanno
creato una discreta rete di comunicazione per il trasporto delle merci.
Una delle
regioni dell’Africa più sottosviluppata
è l’Africa Orientale.
La popolazione
presenta un elevato incremento demografico nonostante l’alta mortalità dovuta alle cattive condizioni sanitarie, alle
carestie e alle guerre. La situazione è grave soprattutto in Somalia dove la
fame uccide in particolare vecchi e bambini e le condizioni di vita risultano
inaccettabili. L’Africa Orientale è la zona più sottosviluppata della terra. La
situazione continua a peggiorare: manca una qualunque programmazione agricole e
industriale. I governi spendono più risorse per l’acquisto degli armamenti che
per il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. L’incremento
demografico accresce ulteriormente i problemi di quest’aria.In una situazione
così compromessa persino una accresciuta disponibilità di denaro non sarebbe sufficiente
a risolvere la crisi, poiché manca tutto: beni, servizi, prodotti per sfamare
il popolo.La situazione dell’Africa Meridionale è relativamente migliore.
Le profonde
tensioni sociali tra bianchi e neri stanno lentamente diminuendo con le
elezioni avvenute nel 1994 nel nuovo Sud Africa democratico, che hanno portato
al governo Nelson Mandela, il leader della popolazione di colore.
Ormai tutti
hanno gli stesi diritti, tuttavia, non sarà facile far scomparire in breve
tempo gli antichi odi tra razze e tribù diverse. Anche se queste nazioni
posseggono notevoli ricchezze, i beni sono distribuiti in modo poco omogeneo e
rimane grande differenza e tenori di
vita tra i bianchi benestanti e i neri che soffrono la fame. Se consideriamo la
situazione socioeconomica della regione nel suo complesso troviamo infatti poca
disponibilità di ben e di servizi e basso PNL pro capite.
Molto più
tragica è la situazione dell’Asia Mediterranea la
quale,stretta tra Europa e Africa ,abitata da gruppi etnici diversi con tradizioni
e abitudini differenti, rappresenta una delle zone più instabili del pianeta.
La
disponibilità di beni e di servizi e il PNL pro capite,più alti in Israele e
Cipro, calano notevolmente nelle altre nazioni,anche la mortalità infantile e
il tasso di analfabetismo risultano alti , con l’eccezione di Israele e Cipro.
Una serie di
contraddizioni rende difficile l’organizzazione del territorio.Due popoli
antagonisti,Arabi ed Ebrei,si contendono da decine di anni lo stesso
territorio:la Palestina.Aree sottosviluppate, in cui la popolazione vive in
condizioni di miseria sorgono accanto
ad aree industrializzate con un discreto livello di benessere.Tra i paesi più
sviluppati della regione troviamo la Turchia e Israele,che cerca di ampliare le
aree coltivabili rendendo fertile il deserto con l’irrigazione, punta
sull’esportazione dei prodotti e vanta un alto tenore di vita.Le altre nazioni
invece si trovano ancora in una situazione di sottosviluppo da cui non riescono
a uscire.Finche non sarà completamente risolta la “questione palestinese” , lo
sviluppo organico dell’economia di tutta la regione non sarà realizzabile.
Impossibile è
non curare la situazione socio-economica del Brasile.
La popolazione
del Brasile è in crescita, la mortalità infantile ,sebbene inferiore al
passato,appare4 ancora molto elevata.La percentuale di analfabetismo raggiunge
valori alti, mentre la disponibilità di beni e di servizi appare carente.
L’inflazione è alta e il PNL pro capite basso. Vaste pianure fertili,grande
disponibilità di risorse minerarie e agricole , un apparato industriale in
crescita, il Brasile potrebbe essere un paese florido , rimane invece una
nazione in difficoltà anche se oggi si colgono incoraggianti segnali di ripresa
economica.
Le ragioni di
questa situazione sono prima di tutto politiche. I governi non hanno saputo
creare le condizioni per uno sviluppo omogeneo. Le risorse servono ad arricchire una piccola minoranza
, mentre la maggior parte della popolazione vive3 in miseria.La struttura
economica ,inoltre, dipende in parte dalla presenza di capitali stranieri e lo
sviluppo risulta ostacolato da un enorme debito pubblico.
È interessante
notare come nonostante molti paesi siano ricchi di materie prime,il loro PNL
pro capite sia bassissimo.
La quantità del
PNL di un paese può dipendere anche dalle dimensioni della nazione ma, in
realtà ,soltanto in piccola parte.
Oggi la distinzione fra Primo e
Secondo Mondo in base a criteri politici (occidente democratico e paesi
comunisti ) non è più valida.
Rimane valido, invece, il criterio
economico in base al quale il mondo viene diviso in diverse aree a seconda del
reddito pro- capite degli abitanti e degli standard di vita. Il Terzo Mondo
risulta essere, sempre e comunque, l’insieme di quei paesi caratterizzati da
una situazione di ritardo economico rispetto al Primo Mondo. Si tratta di
decine di paesi facenti parte dell’ Asia, dell’ Africa, dell’America Latina e
Centrale, molto diversi fra loro per livelli di sviluppo o di sottosviluppo,
accomunati però da una stessa storia: prima di raggiungere l’indipendenza quei paesi
erano tutti soggetti, direttamente o indirettamente, a qualche forma di
dominazione coloniale occidentale.
Volendo vedere con immediatezza la
divisione del mondo fra ricchi, poveri e poverissimi si può usare un altro
criterio: quello della durata media della vita, o speranza di vita media dalla
nascita. Secondo quest’ultimo, il planisfero risulta nettamente diviso in tre
aree: una prima, dove la speranza di vita è sempre superiore ai settant’anni;
seconda in cui essa è sui sessant’anni e una terza in cui, addirittura, essa
non arriva ai cinquant’anni.
Il divario fra il nord e il sud
del mondo non è questione di definizioni più o meno corrette. E’ un dramma
sotto vari punti di vista (politico, sociale, economico, umano), che risulta
dalla combinazione di una serie di fattori di origine storica, e i loro
successivi sviluppi.
LA
SPIRALE PERVERSA DEL DEBITO
Il debito dei paesi del Terzo
Mondo è un esempio, fra i tanti, degli intricati circoli viziosi entro i quali
essi si dibattono. Per finanziare il proprio sviluppo, costruendo industrie,
mezzi di comunicazione moderni, o per impiantare sistemi di coltivazione
agricola efficienti, un paese in via di sviluppo è costretto ad acquistare
attrezzature, impianti, macchinari dai paesi industrializzati. E può farlo solo
utilizzando valute pregiate, non la sua quindi. In genere non ha riserve di
valuta forte ( potrebbe averne se riesce a esportare molte delle sue
produzioni), e, meno che meno, ha risparmi nazionali perché è povero. Questo
paese deve ricorrere a prestiti internazionali piuttosto consistenti, per i
quali non gli vengono praticate condizioni favorevoli e per i quali deve dunque
pagare alti tassi di interesse che fanno aumentare il suo debito in
continuazione.
Fino a giungere a un drammatico
paradosso: più questo paese paga, più si vede aumentare il debito. Negli anni
ottanta i paesi del Terzo Mondo hanno minacciato le banche occidentali di
sospendere i pagamenti se esse, e i paesi occidentali di cui fanno parte, non
accettavano di rinegoziare le condizioni dei finanziamenti. Le loro già fragili
economie, infatti, sono poste di fronte a un dilemma: restituire il debito,
pagando una “tassa” pesantissima alle banche per un tempo indefinito e
togliendo risorse al proprio sviluppo interno condannandosi al sotto sviluppo;
oppure sospendere la restituzione del debito.
UNA SOLUZIONE:LOTTA ALLE TRADIZIONI PATRIARCALI
Più c’è povertà, più si fanno
figli.
Sembra un assurdo, ma le aree del
mondo in cui è maggiore la miseria economica e culturale sono quelle nelle
quali l’incremento di natalità è tra i più sostenuti. Viceversa, quelle nelle
quali il benessere economico si accompagna, per esempio, a buoni livelli di
istruzione si registra un tasso di crescita stabile, se non addirittura la “
crescita zero” .
Cos’è che fa la differenza tra il
nord e il sud del mondo?
Il benessere materiale?
Certamente, ma non solo.
Fa la differenza il grado di
elevazione culturale delle popolazioni, soprattutto della componente femminile.
Perché? Le società povere materialmente sono anche quelle in cui regnano stili
di vita e valori tradizionali, patriarcali.
L’uomo- maschio è il padrone. La
donna - serva e sottoposta all’uomo-
non deve fare altro che figli.
Secondo la cultura patriarcale
tradizionale, la donna non deve ricevere un’istruzione perché non le compete
nessun posto nella società. Il suo unico posto è nella famiglia, in quanto
custode dei valori tradizionali e in quanto madre di figli, che sono però di
proprietà del padre- maschio. Cosi un uomo può essere un miserabile
socialmente, ma se fa partorire tanti figli alla moglie, sarà comunque
considerato rispettabile da parte del gruppo. La speranza di una vita decente
per le figlie e i figli che nascono non conta: conta il loro numero.
L’Europa - e l’Italia che ne fa parte – fa sentire la sua
presenza anche oltre i propri confini.
Il petrolio prodotto fuori dall’Europa condiziona l’economia
europea;la richiesta di legno pregiato da parte degli europei incide profondamente
sugli equilibri dell’Africa;i conflitti e l’insufficiente sviluppo di molti
Paesi africani e asiatici sono all’origine di una continua emigrazione in
Europa;le armi prodotte in Europa determinano cambiamenti politici in mezzo
mondo.
Uno dei motivi per cui il Sud non riesce a svilupparsi
adeguatamente è che non ha realizzato modi di sviluppo adatti alle proprie
necessità e alle proprie condizioni ambientali e sociali.
Il debito estero dei Paesi del “terzo mondo” può avere
ripercussioni sull’ambiente in due modi.Da una parte , ci si indebita per
realizzare progetti rovinosi dal punto di vista ecologico;dall’altra , per
rimborsare il debito , si avviano progetti altrettanto rovinosi di sfruttamento
eccessivo delle risorse naturali.
Il 75% dei fondi prestati dalla Banca mondiale sono stati
indirizzati a quattro settori:dighe , strade , turismo e miniere.
Il Brasile è uno dei numerosi paesi che ebbero prestiti
condizionati a grandi lavori pubblici;per esempio le grandi dighe.Le grandi
dighe , oltre a essere meno efficaci e più costose di una serie di piccole
dighe , crearono problemi secondari non indifferenti.La regolazione della
portata dei fiumi evita l’uscita dal loro letto dell’acqua e del limo ,
riducendo così la fertilità a valle.La creazione di vasti bacini provoca
l’inondazione di vaste aree.si perdono così terre agricole o distese di foreste
tropicali.
L’8% dei prestiti della Banca mondiale hanno riguardato
l’allevamento in Africa , ove quest’ultimo ha condotto a gravi ripercussioni
sull’ambiente:sovraffollamento dei pascoli , desertificazione e diminuzione
degli animali selvatici.Una buona parte dell’aumento dell’allevamento è
stimolata dalla Ce , che assorbe una quota garantita a prezzi maggiori del
mercato mondiale.Infatti , l’eccedenza di carne di bovini alimentati con
cereali della Ce si accompagna a una carenza di carne di animali alimentati con
erba.
Anche in
America centrale i sovvenzionamenti hanno riguardato l’allevamento e i relativi
pascoli per soddisfare la domanda di carne bovina degli Stati Uniti ,
disboscando dal 30 al 60 per cento delle proprie foreste.
LA SITUAZIONE ECONOMICA GLOBALE
di GIANCARLO COSTADONI
ISTITUTO COOPERAZIONE ECONOMICA INTERNAZIONALE
Il nuovo ordine economico internazionale, con il suo
movimento dei capitali e la liberalizzazione del commercio mondiale, crea una
grave emarginazione del Terzo mondo.
Le grandi società multinazionali
possono marginalizzare il ruolo della forzalavoro nell’economia globale.
Ultimamente, un considerevole
numero di Paesi è rimasto indietro: essi sono rimasti sempre più emarginati
dalle principali correnti dell’economia mondiale e, sono lasciati ai margini
delle trattative. Le dimensioni ridotte conferiscono ai paesi piccoli un rango
marginale sul piano dell’attenzione riservata alle diverse nazioni nel mercato
delle notizie (l’80% di esse proviene da Usa, Gran Bretagna e Francia) o degli
aiuti accordati dagli organismi internazionali.
I poveri si trovano a dover
contendere alle classi medie e alte l’utilizzo di risorse insufficienti.
Nel Terzo mondo tre individui su
quattro muoiono prima di aver raggiunto 50 anni. L’assenza di servizi
fondamentali, come l’acqua potabile nelle case o l’assistenza medica, fa sì che
un terzo delle persone che abitano nei Paesi più poveri abbia un’aspettativa di
vita di appena 40 anni.
Nel mondo un decesso su cinque
riguarda bambini che non hanno raggiunto i 5 anni. Nei Paesi più poveri la
mortalità infantile, di fatto scomparsa tra i Paesi industrializzati, ancor
oggi causa quattro decessi su dieci. In molti Paesi africani è ancora elevatissima. Benché persistenti,
le disparità territoriali sono in via di riduzione, almeno in alcuni Paesi.
Svariati Paesi tra i più poveri, però, non hanno conseguito progressi apprezzabili
e ancora registrano un 20% di mortalità sotto i cinque anni.
La mortalità materna (per
gravidanza e parto) uccide un milione di donne all’anno, di cui il 99% nel
Terzo mondo.
800 milioni di persone nel mondo
non hanno un’abitazione decente. In molte grandi città la maggioranza vive in
quartieri miserabili: a Calcutta più di 600.000 persone dormono sui
marciapiedi.
Si fa un gran parlare di
globalizzazione: dei mercati, dell’economia, delle comunicazioni. Ma non può
non sfuggire che viviamo in un mondo dove più della metà della popolazione non
ha mai fatto una telefonata e dove un miliardo di persone non sa né leggere né
scrivere: un pianeta dove per tanti si pongono ancora problemi basilari di
accesso a qualsivoglia informazione.
Sono analfabeti quasi un miliardo
di persone, la maggior parte delle quali donne. Circa cento milioni di persone
in età scolare, non hanno accesso all’istruzione elementare. Il quinto più
ricco della popolazione mondiale usufruisce del 33% della spesa per
l’istruzione e quello più povero del 13%. Il Terzo mondo possiede già il 90%
dei rifiuti tossici esportati. Per i Paesi occidentali, dove esistono severi
controlli su questa materia, è più semplice e meno costoso portare i propri
rifiuti in Paesi dove si aggiungono a un ambiente già di per sé degradato.
L’emarginazione ha costretto gli
immigrati nelle parti più degradate delle metropoli occidentali, favorendo il
pregiudizio, la contrapposizione tra etnie, l’aumento delle aggressioni e
l’assenza di prospettive. Le politiche repressive contro l’emigrazione minano
lo Stato di diritto nei Paesi di accoglienza favorendo il dilagare del
razzismo. I movimenti più fanatici chiedono l’espulsione delle minoranze
etniche. Il risultato è che si sta mettendo in piedi in Europa la società duale
inventata per le colonie, con tutti i suoi mali. Il peggiore di tutti è un razzismo. Gli Stati tendono sempre più a
considerare i profughi e i rifugiati come migranti per motivi economici in modo
da assoggettargli alle norme sull’immigrazione anziché a quelle sull’asilo, il
che consente loro di respingere o espellere i nuovi arrivati.
Non bisogna sviluppare le
cose, ma le condizioni dell’uomo. Gli esseri umani hanno bisogni essenziali: il
cibo, un alloggio, il vestiario, la salute, l’istruzione. Ogni processo di crescita
che non conduca al loro soddisfacimento… è un travisamento dell’idea dello
sviluppo. Siamo ancora in uno stadio in
cui l’impegno più rilevante dello sviluppo riguarda il livello di
soddisfacimento dei bisogni essenziali dei gruppi più poveri della popolazione.
La finalità principale della crescita economica dovrebbe consistere
nell’assicurare il miglioramento delle condizioni di questi gruppi.
Un processo di crescita che
vada a vantaggio solo della minoranza più ricca e che mantenga o addirittura accresca
la disuguaglianza tra i Paesi e all’interno di ciascuno di essi non è sviluppo,
ma sfruttamento.
La grande mobilità e libertà dei
capitali, legali e illegali, non produce investimenti nei Paesi del Terzo
mondo, ma tende a concentrarsi nei Paesi più industrializzati. Il commercio
internazionale, la ricerca e i flussi finanziari si concentrano negli Stati
uniti, in Giappone e in Europa occidentale.
Questi tre poli esercitano un
fortissimo controllo, imponendo la loro razionalità a buona parte del pianeta.
Gli squilibri diventano vistosi quando la contraddizione tra di loro si
inasprisce.
Questo modello, detto
<<globalizzazione>>, ha come conseguenza più vistosa e deleteria la
sistematica concentrazione di ricchezze in un numero sempre inferiore di mani.
Questo avviene nei Paesi del Terzo mondo, ma anche nei Paesi industrializzati,
accrescendo in modo allarmante la fascia delle persone senza alcuna protezione
da parte dello Stato sociale.
Se questo è il quadro, per i Paesi
più forti del Terzo mondo, come per esempio il Brasile e l’India, si tratta di
trovare forme di un modello di sviluppo il più possibile endogeno,
allontanandosi dall’integrazione economica internazionale subalterna. Per Paesi
di minore densità demografica e con tecnologia inferiore, è necessario cercare
di creare blocchi regionali e di trasformarsi in un’area di interscambio
autogestita.
Per i popoli dell’Unione europea
si apre una possibilità preziosa di combattere uniti nella ricerca di un futuro
con una migliore distribuzione delle loro molte ricchezze.
Davanti a tale situazione, spesso
pensiamo, sbagliando, di essere impotenti. I governi, le multinazionali, le
agenzie internazionali ci fanno sentire incapaci di azioni incisive ma nessun
potere sta in piedi da solo. Noi siamo i piedi del potere e basta che impariamo
a dire << non collaboro>> per farlo crollare.
Ci sono alcuni gesti del nostro
vivere quotidiano che sostengono il potere. Ossia: il voto, il lavoro, il
consumo, il risparmio, il pagamento delle tasse. Ci sono in parallelo vari modi
per modificare la realtà:
1. Siamo cittadini e cittadine. Quando ci chiamano a votare, andiamoci! E nel fare la
scelta del partito da votare, pensiamo al mondo, a che tipo di politica estera
i partiti di governo e quelli di opposizione vogliono portare avanti e
scegliamo in base anche a questo criterio.
2. Siamo o
saremo, lavoratori e lavoratrici. Non pensiamo soltanto a
fare carriera o a trovare un posto sicuro. Chiediamoci anche come possiamo
essere utili al prossimo (società nel suo complesso e singoli individui) nella
scelta del nostro futuro lavorativo e rifiutiamoci di essere corresponsabili di
azioni dannose o disoneste.
3. Siamo consumatori e consumatrici. Mettiamo in atto un consumo critico. E’ un
atteggiamento che consiste nel comprare sulla base non solo del prezzo e della
qualità ma anche della storia del prodotto e della condotta della casa
produttrice. Il consumo critico è possibile e non richiede sacrifici, ma
coerenza e informazione (la segretezza è molto forte nel mondo della
produzione). Il suo asse portante è la politica del boicottaggio, che consiste
nell’interruzione organizzata e temporanea dell’acquisto di uno o più prodotti
per indurre i produttori a comportamenti diversi. Dopo essere state criticate
da organizzazioni sindacali e da gruppi in difesa dei diritti dei bambini,
alcune aziende produttrici di materiali sportivi (tra cui la Nike, la Reebok
e l’Adidas) hanno deciso di adottare un codice che elimini l’uso del
lavoro minorile nelle loro fabbriche. I consumatori dei Paesi ricchi sono
sempre più attivi contro quelle industrie che sfruttano la manodopera del Terzo
mondo impiegando bambini o pagando salari da fame e facendo lavorare gli operai
in condizioni vergognose.
4. Siamo risparmiatori e risparmiatrici. Nella scelta della nostra banca, non limitiamoci a
cercare le migliori condizioni possibili per i nostri risparmi, ma esigiamo di
conoscere come i nostri fondi vengono utilizzati dalla banca stessa. Se la
nostra banca finanzia il commercio degli armamenti, cambiamola. Possiamo
aderire alla Banca etica o agli altri progetti di finanza etica.
5. Siamo contribuenti. Pagare le tasse è giusto
ed è un dovere dei buoni cittadini e cittadine perché esse servono a
organizzare i pubblici servizi. L’obiezione fiscale, in casi estremamente
gravi, può però essere uno strumento per esercitare pressioni sul governo per
fargli abbandonare una politica apertamente ingiusta.
GLI INTERVENTI DI EMERGENZA DELL’UNICEF
Il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia sta
moltiplicando gli interventi d’emergenza in Africa meridionale, dove diversi
paesi si trovano sull’orlo di una crisi umanitaria di proporzioni allarmanti.
Gli interventi dell’Unicef nei
paesi colpiti (Lesotho, Malawi, Mozambico, Swaziland, Zambia e Zimbawe) mirano
a garantire alle donne e ai bambini il livello di nutrizione indispensabile
alla sussistenza. L’azione dell’Unicef inoltre comprende una serie di altri
interventi nel campo sanitario, per i rifornimenti d’acqua potabile e la
predisposizione dei servizi igienici essenziali, nel settore dell’istruzione e
contro la violenza, il rapimento, l’abuso sessuale e le altre forme di
sfruttamento che minacciano i più deboli e indifesi, ossia, ancora una volta i
bambini.
Durante i periodi di carestia i
problemi endemici che affliggono molti dei paesi dell’Africa meridionale
divengono persino più pressanti:
·
Malattie mortali come il morbillo, il colera, la polmonite
si diffondono più rapidamente mettendo a rischio la viva di milioni di bambini:
in risposta l’Unicef sta estendendo i programmi di copertura vaccinale e di
prevenzione allo scopo di contrastare e contenere le conseguenze provocate
dalle malattie che risultano spesso letali.
·
L’Unicef, inoltre, ritiene che aiutare le famiglie e
mantenere i propri figli a scuola sia una questione di vitale importanza.
Aiutare i bambini a non restare esclusi dal sistema scolastico ha una valenza
particolare, dal momento che i programmi di refezione scolastica sono uno dei
principali canali attraverso cui l'’nicef garantisce i livelli nutrizionali per
i bambini.
·
L’HIV/AIDS rende decisamente più ardue le difficoltà che i
bambini affrontano nel resistere agli stenti e agli altri problemi provocati
dalla carestia. Un’alimentazione carente indebolisce o uccide chi è affetto da
HIV/AIDS, costringendo spesso i bambini a dedicarsi all’assistenza e alla cura
dei malati. Lo sfruttamento sessuale, poi, è destinato ad aumentare, dal
momento che molti, saranno costretti a prestazioni sessuali in cambio di cibo.
Tra i paesi che si trovano ad affrontare la crisi, lo Zimbawe è quello che
versa nelle condizioni peggiori. Anche il Malawi e lo Zambia sono stati
duramente colpiti. Inoltre centinaia di migliaia di persone necessitano di
assistenza umanitaria in Lesotho, nello Swaziland e in Mozambico.
Sotto-dosati, scaduti o privi di principi attivi, venduti al
mercato nero nei sacchetti di nylon, i falsi medicinali imperversano nei paesi
poveri. E causano migliaia di morti. Ecco come funziona un business
miliardario.
Nella primavera del 1996, 72 bambini morirono ad Haiti dopo
aver ingerito sciroppo di paracetamolo (il medicinale più usato per le
patologie dell’infanzia, provatamente innocuo n.d.r.).
Dopo un’indagine si è scoperto che
il farmaco conteneva glicol dietilene, un antigelo tossico, al posto del glicol
polipropilene, un eccipiente normalmente presente nello sciroppo.
Già in Nigeria, nel 1990, in
seguito a un errore di etichette stampate sul posto, si ritrovò lo stesso
antigelo in uno sciroppo contro la tosse. Bilancio: almeno un centinaio di
bambini morti.
In paesi dove dal 30 al 40% dei
medicinali non contiene altro che acqua, zucchero o amido, la contraffazione
farmaceutica è divenuta oggi una delle attività più redditizie del crimine
organizzato.
Questo traffico, stimato intorno a
3600 miliardi di lire, si sviluppa a gran velocità.
In un solo decennio i casi di
decessi annuali rilevati sono passati da una decina a più di 200.
E’ difficile misurare l’ampiezza
esatta del traffico, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che
almeno il 7% dei medicinali venduti ogni anno sul pianeta sono “finti”, un
tasso che può raggiungere il 60% in alcuni paesi africani.
Dietro questa parola si nascondono
però realtà molto diverse. Il medicinale può essere sottodosato, non contenere
principi attivi, essere riempito di sostanze non identificate e di impurità, o
addirittura essere rimpiazzato da una sostanza tossica. Molto spesso le pillole
o gli sciroppi – che normalmente dovrebbero dare sollievo- assommano parecchie
di queste anomalie.
Ci sono trafficanti che utilizzano mezzi meno pericolosi per
realizzare profitti sostanziosi: ad esempio acquistano a bassissimo prezzo
degli stocks di medicinali in scadenza, poi, comodamente installati in una zona
franca, incollano nuove etichette modificando la data di scadenza così che i
medicinali possano prendere tranquillamente la via del terzo mondo.
<<Questi politrafficanti –
come li chiama Michel Koutouzis, ricercatore all’Osservatorio geopolitico sulle
droghe di Parigi – sono molto difficili da incastrare perché non sono più
specializzati, come un tempo, in un settore preciso. Sono esperti in tutti i
traffici illeciti. Prima che la contraffazione sia scoperta, si sono già
riconvertiti nel traffico di droga o di animali protetti.>>
Come spiegare questo boom nella
contraffazione dei medicinali? In modo simile a quello che riguardano i jeans o
i videogiochi, si sfrutta la mondializzazione e la liberalizzazione del
commercio internazionale su cui è venuta a innestarsi la degradazione della
situazione economica di alcuni paesi africani, in particolare in occasione
della svalutazione del franco CFA nell’area saheliana, nel 1994. Di più, le
farmacie africane sono state spesso ricalcate su quelle dell’Europa e non
vendono medicinali sciolti, ma in barattoli e confezioni spesso troppo costose
per il paziente africano.
Risultato: le popolazioni che
dispongono di un debole potere d’acquisto si riforniscono sul mercato nero.
Ma chi fabbrica i “falsi” medicinali? “Le piste sono
innumerevoli –afferma Martin Ten Ham, direttore del settore “sicurezza dei
medicinali” all’OMS- si va dal piccolo fabbricante “fai-da-te” che prepara le
compresse nella sua cucina, fino alle grandi fabbriche che trovano più
conveniente dimezzare i principi attivi”. Quanto ai prodotti di base è
difficile risalire alle responsabilità, perché passano attraverso numerosissime
trafile di società diverse. Così, lo sciroppo assassino di Haiti era stato fabbricato
da laboratori locali, a partire dalla glicerina contaminata importata dalla
Germania da una società olandese, a sua volta proprietaria di un conglomerato
sino-tedesco, per cui il prodotto di base proveniva dalla Cina.
I laboratori farmaceutici da parte
loro recalcitrano nel dare informazioni o persino nello sporgere querela nel
caso della scoperta di contraffazioni. Molto spesso preferiscono indirizzarsi a
discrete agenzie di detectives privati.
Allora, cosa fare per lottare contro questo flagello della
salute pubblica? Innanzi tutto, organizzare meglio e controllare seriamente
l’importazione e la distribuzione dei medicinali.
In Guinea, ad esempio, le famose
farmacie “ambulanti”, molto diffuse in Africa, sono state vietate.
“La qualità non si controlla, si
produce”, dichiara Jean-Ives Videau, responsabile del CHMP (Centrale
Humanitaire Medico Farmacetique) francese, per cui è fondamentale conoscere
l’origine delle materie prime che entrano nella produzione dei principi attivi.
Un’altra strada da percorrere è
informare le popolazioni sui rischi in cui incorrono. Ma bisognerebbe anche
poter fornire loro medicinali buoni a prezzi ragionevoli. Questo è uno dei
problemi fondamentali, ritornato alla ribalta proprio dopo la svalutazione del
franco africano, che ha significato un’impennata drammatica dei prezzi. Una
delle possibili soluzioni consisterebbe nel fabbricare i medicinali sul posto,
ma è attuata ancora troppo raramente nell’Africa subsahariana.
Abbassare i prezzi dei medicinali
venduti nei paesi del terzo mondo non è nelle intenzioni dei grandi laboratori
che ritengono che questi stessi medicinali farebbero poi il cammino inverso
–Sud-Nord- con dei prezzi in grado di sfidare ogni concorrenza. “In una logica
economica dove i laboratori devono pensare ad investire e ad innovare per poter
sopravvivere, creare un sistema di prezzi a doppia marcia è molto delicato”,
afferma Jacques Pinel, direttore del dipartimento logistico di Medici senza frontiere, secondo cui una pista
potrebbe tuttavia essere esplorata fin d’ora: fare una etichettatura diversa
dei medicinali a seconda della loro destinazione, in modo simile a quanto
avviene ad esempio nel dominio dell’editoria con i libri tascabili in edizione
economica.
Questi medicinali “in versione
economica” potrebbe essere venduti quattro volte meno cari.
E’ dunque tutta l’economia del
farmaco che andrebbe riveduta, a cominciare dalle licenze fino
all’immissione sul mercato.
Vaccini all’acqua sporca
Nel 1995, in piena epidemia di
meningite, la Nigeria offre al Niger un lotto di 88.000 dosi di vaccino. Gli
infermieri di Medici senza Frontiere che le usano le trovano strane. Il
prodotto si diluisce male e contiene strani filamenti neri. Dopo un’indagine,
risulta che si tratta di copie di vaccini Pasteur-Mèrieux e Smithkline che non
contengono altro che acqua colorata, senza alcun principio attivo. Gli
imballaggi e i flaconi sono perfettamente imitati. Pasteur-Mèrieux ha sporto
querela. La Nigeria non ha mai risposto alle richieste di collaborazione della
giustizia francese. Si stima che il 60% dei medicinali disponibili in questo
paese siano contraffatti. Con soltanto una vera farmacia per 20.000 abitanti,
questo paese popolato come due volte l’Italia costituisce una terra di elezione
per i trafficanti di ogni genere.
Peggio del male
In Africa Occidentale, curare un
bambino colpito da un attacco di malaria può costare fino a tre settimane del
salario di un impiegato. La maggior parte delle persone –ad esempio fino a due
terzi della popolazione nel Benin- ricorrono allora ai medicinali “a l’unitè”,
cioè acquistano singole pastiglie invece che l’intera confezione, ricorrendo al
mercato nero di contrabbando.
Pastiglie che nella migliore delle
ipotesi non curano e nella peggiore uccidono. Risultato: le persone si
avvelenano a poco a poco e sono affette molto spesso da insufficienza renale
dal momento che i finti medicinali colpiscono in prevalenza il rene, l’organo
epuratore del corpo. Gli antibiotici, in particolare, sono fabbricati con
materie prime costose, cosa che induce certi produttori a ridurre le dosi. E
proprio gli antibiotici sono i medicinali più copiati e peggio utilizzati
(automedicazione, prescrizione inadeguata ); da qui la comparsa di resistenze
sempre più frequenti.
Povertà e lavoro infantile
Analfabetismo a vita.
Salute minata.
Narain Singh Rao, attivista
indiano per i diritti dei minori: “Se io che ho trent’anni avessi iniziato a
lavorare a 8, adesso sarei ridotto come i miei amici d’infanzia che l’hanno fatto.
Sarei curvo e stanco, magari con
la Tbc; circa l’80% dei pazienti tubercolotici degli ospedali indiani sono
stati bambini lavoratori.
L’esposizione continua a polveri,
prodotti chimici, alte temperature e magari scarsa luce (o troppa) danneggia
gli organi respiratori, gli occhi, il fegato, i reni”.
Portare pesi o assumere posture
forzate a lungo può pregiudicare lo sviluppo osseo e la crescita. I rumori
eccessivi causano sordità parziali.
L’assenza di gioco e riposo,
l’eventuale lontananza dalla famiglia comportano ripercussioni negative sulla
psiche infantile. Devastanti e senza ritorno sono poi gli effetti
fisico-psicologici della prostituzione infantile.
Minaccia per gli adulti
Senza bambini a disposizione per
le piantagioni e le fabbriche, il lavoro dovrebbe essere dato agli adulti i
quali, avrebbero un maggior potere di rivendicazione salariale e sociale.
Non a caso il lavoro infantile è
diffuso soprattutto presso quelle comunità dove gli adulti riescono a lavorare
solo saltuariamente o comunque con salari inferiori al minimo sindacale.
L’equazione “bambini-braccia da lavoro”, incentiva le
nascite numerose rinnovando la spirale di povertà.
Le nazioni erediteranno un’altra
generazione di lavoratori a basso reddito, senza professionalità specifiche,
analfabeti, magari debilitati o addirittura invalidi.
Altro che alleviare la povertà.
Una ricerca dell’Unicef in America Latina evidenzia come
grazie al lavoro dei figli piccoli, il potere d’aquisto della famiglia aumenta
al massimo del 10-20%: si rimane nella povertà.
Solo i bambini di famiglie povere lavorano, in situazioni
prive di meccanismi di salvaguardia sociale.
A partire dalle prime elezioni del
1957 fino a poco tempo fa, il Kerala ha avuto un governo “speciale”, sensibile
verso i temi sociali e impegnato a garantire a tutti il soddisfacimento dei
bisogni fondamentali.
Realizzando la riforma agraria,
aumentando il salario minimo e investendo nell’istruzione obbligatoria e nella
sanità, ha portato a una situazione incoraggiante.
Anche l’esempio dell’isola di Cuba
è indicativo: nonostante le difficili condizioni economiche, sono state
mantenute le conquiste sociali e là i bambini non lavorano.
Lo sfruttamento infantile è in
correlazione con le ingiustizie distributive e aumenta quando la gente è
lasciata sola ad affrontare la sua povertà.
Senza scuola e sanità gratuite,
senza sicurezza sociale, per soddisfare i bisogni di base le famiglie devono
chiedere a tutti i componenti di darsi da fare per sopravvivere.
Quando una situazione economica si
degrada e aumenta la disoccupazione adulta, viene in soccorso il reddito
derivante dal lavoro dei bambini.
Succede anche nei paesi europei e
succede in Iraq, dove con l’embargo il lavoro infantile è raddoppiato.
Le imprese preferiscono i bambini perché si possono
sfruttare meglio.
I governi sono spesso complici
diretti o indiretti: è loro responsabilità, se i lavoratori adulti percepiscono
salari insufficienti a mantenere la famiglia.
Alcuni governi del Terzo mondo
sostengono che il lavoro dei bambini è una malattia infantile delle società
povere e credono che i paesi occidentali siano diventati ricchi grazie a questo
sfruttamento, è invece vero il contrario.
Il debito estero grande colpevole. A tutti i popoli sudditi
di governi indebitati del Sud chiedono di lavorare molto, vendere molto e
consumare poco, per accumulare un grande avanzo necessario a ripagare il debito.
Ciò significa un aumento dei
livelli di sfruttamento dei lavoratori e del territorio, per produrre a costi
minori rincorrendo i mercati internazionali. E significa anche dare un taglio a
quelle spese sociali che permetterebbero alle famiglie di sopravvivere pur con
un reddito limitato.
La bibbia della competitività internazionale si basa sulla
delocalizzazione, (nuovo fenomeno nella lotta del capitale contro il lavoro).
Se per risparmiare sui costi le imprese
di alcuni settori sostituiscono i lavoratori con le macchine, in altre
produzioni è più conveniente spostare la produzione laddove i lavoratori sono
meno esigenti e i governi più accondiscendenti.
Le società multinazionali
preferiscono chi accetta di lavorare per 80 ore la settimana e un pugno di
centesimi di dollaro all’ora.
E poi spendono cifre enormi in
pubblicità per contendersi un mercato limitato di consumatori dato che per
certi prodotti l’immagine fa vendere più del prezzo basso.
Oltre alle produzioni tropicali, i
comparti industriali più semplici prendono il volo lasciando vuote le fabbriche
europee per trasferirsi verso paesi asiatici, latinoamericani e nordafricani.
Gli strumenti sono vari: ed è in
questa catena che si annida il lavoro infantile.
“Sguardi di bambini
sorpresi nell’incubo. Senza riso nella gola, senza canzoni canticchiate, senza
riposo. Senza niente. Solo il sangue che batte sulle tempie. Per portare il
corpo che rimane. Sollevare i pesi, tagliare le pelli, segare il metallo,
soffiare il vetro, filare il tappeto, man-giare e dormire. (…) Per la miseria
di una famiglia, le richieste criminali di un usuraio locale, la crudeltà di un
potente di villaggio, la vigliaccheria di un subalterno, le complicità di un
funzionario, l’indifferenza di una strada, i silenzi di uno stato, le tirannie
di un debito estero…
Un’infanzia immersa nel
carbone, nella polvere, in schegge di vetro…”
(Sorj Chalandon, dal libro fotografico “Enfants de l’ombre”, 1993)
Il campione sportivo
Michael Jordan ha ricevuto dalla Nike 20 milioni di dollari per fare la
publicità
Con il 15% di quanto la
Nike spende in pubblicità, si potrebbero raddoppiare i salari dei suoi
lavoratori indonesiani
Perché i poveri hanno
bisogno dei bambini? Nel Terzo Mondo i bambini che riescono a sopravvivere sono
una ricchezza, anche economica. Questa tabella mostra in che modo i bambini e
le bambine di un villaggio vicino a Java, in Indonesia, rappresentino una fonte
di reddito per le loro famiglie fin dall’età di 6 anni.
A 13 anni coltivano la
terra
A 12 anni lavorano sotto
padrone, dietro una paga
A 11 anni trapiantano il
riso
A 10 anni coltivano il riso
A 9 anni tolgono le
sterpaglie
A 8 anni accudiscono il
bestiame
A 6 anni curano i bambini
più piccoli
Bella la seta. Ora arriva
nei nostri grandi magazzini a prezzi stracciati. Qual è il segreto? Il segreto
si chiama Biren, 8 anni, che come tanti altri ragazzini indiani per poche rupie
lavora lavora dalle 7 di mattina alle 9 di sera a bollire i poveri bachi vivi e
a filare la seta. Biren si scotta sovente. La sete non si addice alle sue
braccia, così ruvide e rovinate.
LE
ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI
le organizzazioni internazionali
operanti nel mondo sono diverse, sia per finalità sia per numero di paesi aderenti: alleanze militari come la NATO
e la LEGA ARABA, o politiche-economiche come la UE (unione europea), che non
possono aprirsi alla totalità degli stati.
Organizzazioni internazionali
aperte a tutti gli stati sono invece
l’ONU e gli istituti specializzati ad essa collegati quali la
FAO, l’UNESCO, l’OMS,.
L’ONU nasce ufficialmente con la conferenza di S. Francisco del 25
aprile 1945 allo scopo di salvaguardare la pace e la sicurezza e di promuovere
la cooperazione fra le nazioni. La collaborazione internazionale nel campo dei
problemi economici, sociali, culturali e umanitari è affidata al Consiglio
economico e sociale con l’alto
commissariato per i rifugiati ed altri
istituti specializzati.
La FAO (Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura) opera per
risolvere i problemi della fame nel mondo, incrementando la produzione
alimentare, istituita nel 1945, ha sede a Roma.
L’OMS(Organizzazione mondiale della sanità) ha come scopo la tutela
della salute attraverso lo studio, la prevenzione e la cura delle malattie,
istituite nel 1948 con sede a Ginevra.
L’UNESCO(Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la
scienza e la cultura) favorisce la collaborazione culturale fra gli Stati, ha
sede a Parigi dal 1946.
L’UNICEF(Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) si occupa della
protezione dell’infanzia nel mondo con sede a New York.
L’ILO(Organizzazione internazionale del lavoro) è stata istituita nel
1919 a Ginevra per migliorare le
condizioni di lavoro e tutelare la sicurezza.
L’UNHCR(Alto commissariato per i rifugiati) affronta il grave
problema dei profughi per motivi politici e militari.
L’UNCIAD( Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo
sviluppo) fondato nel 1964 a Ginevra per promuovere le relazioni economiche tra
i Paesi industriali e quelli sottosviluppati.