Nostalgico passato.

 

a cura di :Francesca Annoscia

             classe III sezione E.

 

 

L’area europea uscita dal “socialismo reale”rappresenta un punto nero e di massimo fallimento della globalizzazione. La Russia ha fallito nel tentativo di rinnovarsi politicamente e al tempo stesso economicamente, poiché ha fatto coincidere riforma politica ed economica, democratizzazione dello Stato e liberalizzazione dell’economia. Voglio con questo documento ripercorrere insieme con voi le tappe della vicenda russa, dal crollo del sistema sovietico ad oggi, in un paese dove, forse non da parte dei più giovani, le disperate condizioni economiche favoriscono le nostalgie per il passato regime e l’ostilità nei confronti delle riforme.

 

Oggi non si può dubitare che dalla rivoluzione d’Ottobre fino all’inizio delle riforme di Gorbacev, alla metà degli anni Ottanta, l’Urss sia stata dominata da un autentico movimento totalitario: la sua dirigenza politica aspirava alla vittoria del modello sovietico su scala mondiale grazie ad una costante espansione del controllo su nuovi territori e allo stesso tempo tentava di modificare la natura umana attraverso il terrore e l’indottrinamento ideologico. Hannah Arendt ha giustamente rilevato il nuovo carattere del totalitarismo del XX secolo per l’invenzione di un nuovo tipo di crimine: “Il crimine contro l’umanità, l’attacco frontale allo stesso principio del pluralismo della razza umana.[1]

L’esperienza dei sistemi totalitari ha dimostrato la capacità dello stato monopolistico di controllare, regolare e reprimere, la totalità della vita sociale, delle istituzioni e del tessuto stesso della vita quotidiana. Il progetto marxista-leninista[2]culminò nella creazione di un sistema socio -  economico e politico dalle tre caratteristiche distintive: economia pianificata, organizzazione politica monopartitica e il complesso militare industriale. Il regime sovietico ebbe una lunga durata, al contrario dei regimi nazista e fascista, passando attraverso le fasi del ciclo vitale: nascita e periodo di formazione, stabile funzionamento per un notevole lasso fino alla lunga crisi e al collasso finale. Per la mancanza totale di tradizioni politiche democratiche, dopo il collasso del totalitarismo, l’Urss ha subito un deciso declino economico. Dopo anni vissuti nella generale atmosfera di fortezza assediata, con la psicosi della guerra necessaria per la militarizzazione dell’economia e di tutta la vita sociale, con il recupero, durante il periodo staliniano di forme arcaiche preindustriali, con la manodopera vincolata a fabbriche e fattorie collettivizzate, è stato difficile fare i conti con criteri economici opposti, fondati sulla piena valorizzazione degli interessi individuali, caratteristici del processo che oggi sta dominando incontrastato: la globalizzazione. Per definizione, la globalizzazione è la tendenza dell’economia a superare i confini nazionali attraverso l’esistenza di un mercato mondiale dei capitali e l’integrazione delle imprese multinazionali con le realtà produttive degli altri paesi. In secondo luogo è la diffusione su scala mondiale di tendenze, idee e problematiche, processo in seguito al quale gli stati nazionali risultano connessi da organismi e fattori internazionali.[3] Se la Russia ha fatto registrare continue discese nelle cifre della propria economia, una situazione opposta si è avuta in Cina. Questo paese socialista è riuscito a realizzare un’apertura verso il mondo della libera economia, diventando il “fiore all’occhiello” della globalizzazione, in un quadro di rigorosa continuità e immobilità politica, almeno agli esordi del suo miracolo economico.

In modo estremamente cauto, la “politica delle riforme” (1982), guidata da Deng Xiaoping, rese possibile la sperimentazione piena di forme di libero mercato solo in territori ben individuati, aperti agli investimenti stranieri. Le cosiddette ZES, “zone economiche speciali”definirono un primo approccio della Cina, che fino allora era rimasta “chiusa”, nei confronti del mercato internazionale delle merci e dei capitali. Un rapido sviluppo tecnologico e industriale investì questi territori (pur con delle contraddizioni: un forte dislivello nella distribuzione delle ricchezze) che tuttora costituiscono un importante trampolino di lancio per il paese. Si è affermata così “un’economia socialista di mercato”, in altre parole un’economia di mercato, lungi dal qualificare un modello sociale capitalistico, ma compatibile con il socialismo (favorendone il progetto e mettendo a disposizione delle politiche socialiste una quantità maggiore di risorse). L’Urss invece si è sviluppata in una direzione opposta all’evoluzione della società industriali a noi note: negli anni Ottanta infatti inizia un processo di contro modernizzazione in Unione Sovietica, vale a dire di inversione, piuttosto brusca, delle principali tendenze di sviluppo caratteristiche di tutte le società industriali: diminuisce il prodotto nazionale, cade la produttività del lavoro, scende ulteriormente il tasso di innovazione, aumenta la mortalità infantile, si abbassa notevolmente la lunghezza di vita media degli uomini.

La contro-modernizzazione si è manifestata soprattutto in quattro modi connessi: la stagnazione tecnologica e il calo di produttività; il relativo declino della complessità della struttura sociale e della divisione del lavoro; l’incapacità del sistema di sviluppare nuovi valori e bisogni come forze sottostanti responsabili del mutamento sociale; e in particolare l’impatto distruttivo sull’ambiente biofisico, dovuto al crescente spreco di risorse e dell’ampliarsi del danno ecologico. L’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl e la progressiva scomparsa del mare d’Aral, che sta trasformando in un deserto di sale enormi territori circostanti, sono diventati i simboli delle gravi catastrofi ecologiche dovute all’uso su larga scala di tecnologie obsolete e dannose per l’ambiente.

 

 

Come fare per gestire un territorio così vasto, come organizzare una popolazione così variegata e numerosa? …La sua incredibile e bellissima sconfinatezza è stata un’arma a doppio taglio… “Chi ha a disposizione lo spazio per i suoi occhi ha a disposizione qualcosa di pìù”. Forse in termini umani questo può essere accettato: è lo spazio offerto alla vista che ha fatto dei Russi uno dei popoli più sensibili e poetici di tutti i tempi: indeterminati spazi al di là dei quali l’orizzonte si perde, la steppa sconfinata, laghi che sembrano mari… “Fu un mistero per me – dice Dostoevskij – questa capacità dell’uomo russo di accarezzare nell’anima il più alto ideale accanto alla infamia suprema, e tutto ciò con perfetta sincerità!

Dostoevskij, possiamo dire profeticamente, ha dedicato un capitolo dell’ "Adolescente” all’idea-sentimento della morte della Russia: “…di secondo ordine; un popolo destinato a servire da materiale a una stirpe più nobile e non a rappresentare una parte indipendente nei destini dell’umanità. Ogni ulteriore attività d’ogni russo sarà paralizzata. La Russia è un materiale destinato a formare stirpi più nobili…lavorate per l’avvenire, per l’avvenire di un popolo ancora ignoto, ma che sarà costituito da tutta l’umanità, senza distinzioni di razza. […] I romani non vissero nemmeno millecinquecento anni, e si trasformarono in materiale. Già da molto tempo essi non esistono più, ma hanno lasciato un’idea ed essa è entrata nell’umanità come un elemento di primaria importanza per i suoi destini nell’avvenire.”      

Schiele, arte secessionista.

 
Dostoevskij in queste righe rivela il futuro della sua patria e anticipa il concetto moderno di globalizzazione.  Sembrano le parole di un uomo allo stesso tempo patriottico e che ha smesso di credere nella Russia. Si ha la consapevolezza che la natura dell’individuo causerà il frantumarsi della sua patria. Tuttavia a ciò seguirà la nascita di un popolo multirazziale, che comprende tutta l’umanità. Passato un secolo dalla pubblicazione del romanzo, la caduta del muro di Berlino nel XX secolo ha effettivamente aperto le frontiere alla globalizzazione, ne ha dato il via. La nascita del sincretismo culturale oggi non è più solo un’idea romanzesca. E se ci pensiamo bene, neppure l’idea di una Russia destinata a perire è stata smentita. Che cosa abbiamo oggi? 

 

 

RUSSIA

Popolazione

 147,2 milioni;

Capitale

 Mosca

Lingue Ufficiali

 Russo

Alfabetizzazione

 99%;

Il sistema scolastico ha pochi finanziamenti e alcuni istituti hanno cominciato a  

tassare gli studenti.

Speranza di vita

 67 anni;

Il sistema sanitario è in crisi e le medicine scarseggiano.

PNL: posizione nella classifica mondiale

 13°…nonostante la Russia abbia enormi risorse naturali;

il crimine controlla ampi settori dell'economia.[4]

Indice di globalizzazione

75,4

 

Il declino dello stato redistributivo ha peggiorato le condizioni della popolazione. Sappiamo ad esempio da uno studio del ministero russo della Salute che il 60% dei bambini russi non è sano: le difficoltà più comuni sono disturbi motori e digestivi, meno spesso abbinati a patologie nervose. Nel paese si sta preparando un piano per migliorare la salute dei più piccoli e non solo. L’azione deve coinvolgere anche le donne perché secondo statistiche  ufficiali la metà delle future mamme è sottonutrita e due terzi dei neonati nascono con problemi di salute. Il clima socio psicologico del paese è l’accettazione dell’ineluttabilità della crisi. Sta scomparendo l’illusione dell’onnipotenza del governo e si parla addirittura di una generale depoliticizzazione della popolazione. Ciò, che oggi preoccupa maggiormente la popolazione russa, è il mantenimento della famiglia, l’andare avanti giorno per giorno facendo i conti con una devastante disoccupazione.   Fino al 1992, la popolazione era preoccupata principalmente per la mancanza di generi alimentari e di beni di consumo, con uno Stato che cercava ancora di mantenere i prezzi bassi, ma non riusciva a soddisfare la domanda. Ora, con la liberalizzazione dei prezzi, il sistema del libero mercato ha riempito i negozi, ma ha fatto salire i prezzi e aumentare l’inflazione[5]. Il problema principale della maggioranza della popolazione è ora rappresentato dalla crescita dei prezzi e non più dagli scaffali vuoti.  Il crollo dell’economia si accompagna ad una devastante avanzata della criminalità organizzata industriale e finanziaria, che ha permesso ad una ristretta cerchia d’enti e persone privilegiate di entrare in possesso delle più importanti leve del potere economico e politico, al centro come nella periferia della Federazione. Di pari passo si diffondono la corruzione, gli abusi da parte dell’apparato di polizia, il fallimento nel far rispettare le leggi da parte del governo centrale, la mancanza di trasparenza, un clima d’insicurezza. 80 milioni di persone su 144 vivono in condizioni di povertà e accadono situazioni d’abusi e violazioni dei diritti umani da parte d’attori pubblici e privati. Le vittime sempre più spesso appartengono ai settori più vulnerabili - donne, bambini, minoranze etniche -    e pagano le conseguenze di un sistema penale che non sa o non vuole perseguire i colpevoli di torture, stupri, abusi. In Russia un imprenditore deve sapere che impiantare una qualsiasi attività commerciale o finanziaria potrebbe comportare anche il rischio di arresto per i motivi più vari e spesso poco chiari, con la possibilità di dover contrattare di volta in volta sulla propria sorte, senza potersi appellare a norme o organi imparziali dello Stato. Alcune aziende hanno affermato che, per lavorare, sono costrette a comprare la protezione delle bande criminali (ce n’erano 8000 nel 1996) o ad affidarsi ai favori di funzionari pubblici. Tutto ciò va anche a scapito dei poveri e di chi non ha nessuno che li protegga, talvolta impossibilitati ad accedere ai più elementari servizi pubblici. La Federazione Russa spera di essere accettata entro il 2005 nel Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio: il meno che si possa pretendere è che, oltre ad


abbassare i dazi doganali all’entrata per far parte del Wto, la Federazione Russa per quel periodo abbia già aumentato il livello di protezione dei diritti umani, attualmente in una situazione inaccettabile. “La visione di uno Stato come assistenza statale dalla culla alla tomba, esercitata da un governo paternalistico che difende, educa e punisce i suoi sudditi, è profondamente radicata nella coscienza popolare. Indubbiamente molte persone preferirebbero la stabilità degli anni di Breznev al caos della transizione post-sovietica”[6]

 

T

renta anni fa il sistema sovietico era ancora al culmine della potenza. In quel periodo attraverso la sua amministrazione, Breznev[7] realizzò due importanti sogni dei leaders sovietici: in campo armamentario l’Unione Sovietica raggiunse gli Stati Uniti, per quantità e qualità (risultò superiore in alcuni settori tecnologici) e innalzò costantemente il tenore di vita della popolazione. Molti paesi proclamarono di voler seguire il modello russo, tanto che intorno al 1980 un terzo della popolazione mondiale viveva in una società di tipo sovietico. Ma ben presto si verificarono degli eventi che minarono la stabilità dell’Unione Sovietica. Primo fra tutti l’emigrazione: il rigido isolamento del paese dal mondo esterno era stato introdotto sin dai tempi di Stalin e doveva evitare la domanda da parte della popolazione di maggiore produzione di beni di consumo, vietando la fuga dalla realtà sovietica e un confronto con quella occidentale. Negli anni settanta però la pratica dell’emigrazione fu ripristinata e cominciò così una graduale apertura. Tra il 1971 e il 1972 l’amministrazione sovietica rilasciò dei permessi d’espatrio ad alcune migliaia d’ebrei, che avevano organizzato un gruppo compatto, militante per il ritorno nella patria storica d’Israele. Questo gruppo sionista minava la stabilità del regime, contando sull’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e su una serie di forme di lotta inusuali per l’epoca, come i dirottamenti d’aerei. Non potendo attuare una politica di repressione nei confronti di un gruppo così vasto, si decise di annullare il divieto di migrare in Israele. La decennale discriminazione statale ai danni degli ebrei fu così velata e si diede all’opinione pubblica l’impressione di un maggior rispetto del regime per i diritti dell’uomo. I risultati a lungo termine di “quest’atto filantropico” furono però devastanti: vasti strati della popolazione urbana ricevettero informazioni dirette sulla vita in occidente con la presa di coscienza del proprio basso tenore di vita, causato da vari elementi codificati sino allora. Gli investimenti nel solo settore bellico portarono l’agricoltura del paese ad allontanarsi sempre più dagli standard mondiali di produttività, le riforme del paese non erano attuate. La tipica impresa sovietica puntava all’uso massiccio delle materie prime, messe a disposizione gratuitamente dallo Stato, e cercava di ammassare scorte, opponendosi alla ricerca e all’utilizzo di nuove tecnologie e invenzioni. Bisogna comunque mettere in evidenza che il tenore di vita medio tendeva ad aumentare, sebbene fosse più basso rispetto a quello di un cittadino occidentale. Com’era possibile visto e considerato l’ipertrofico sviluppo della sola industria bellica? Breznev in realtà, come si scoprì dopo la sua morte, attraverso un processo redistributivo sostituiva le riforme con l’esportazione di materie prime (petrolio e gas). Egli sfruttò a pieno la crisi petrolifera degli anni ottanta esportando combustibili in cambio di generi alimentari, puntando ad una crescita della produzione estensiva, mettendo completamente da parte l’investimento nella ricerca tecnologica e scientifica al di fuori di quella bellica. Attraverso la “svendita” delle ricchezze naturali del paese si potè arrivare al 1982, anno della morte di Breznev, con una “apparente” sicurezza economica in tutto il blocco sovietico. L’assoluta segretezza con cui tutto si era svolto non permise agli studiosi sovietici [8]di prendere coscienza dell’obbiettivo funzionamento del paese: l’industria sovietica contava la possibilità di un gran numero di assunzioni, che procuravano consenso, ma l’abbondanza di posti di lavoro nasceva dal basso livello tecnologico delle industrie e quindi dalla crescita estensiva dell’economia. Il fatto che non si verificasse alcuna caduta del tenore di vita celava l’imminente esaurimento di risorse e gli accordi con l’occidente per quanto riguarda l’esportazione dei combustibili. Allora i pronostici della CIA sull’esaurimento delle risorse petrolifere sovietiche furono motivo di derisione. Tuttavia nessuno può sapere con certezza quale fosse lo stato dell’economia, quale quello delle risorse e delle spese, a causa del sistema di segretezza e falsificazione delle statistiche. Gorbacev ad esempio sostiene al contrario che la società sarebbe potuta benissimo rimanere al vertice disponendo di risorse sufficienti per un altro decennio quando lui giunse al potere nel 1985. Tuttavia, attraverso la perestrojka, decise di attuare una serie di riforme, per salvare il paese da quel processo di de-industrializzazione, cioè di involuzione della società industriale, nato proprio dall’assenza di riforme. Né la pianificazione centrale, né il sistema politico monopartitico fu la causa delle difficoltà sovietiche. L’analisi della crisi insanabile deve partire dal riconoscimento del ruolo centrale del complesso militare-industriale. L’unico settore in competizione diretta con l’Occidente era quello dell’industria bellica, (il cosiddetto settore A della terminologia sovietica) estranea per definizione a considerazioni sui costi e sui benefici. Lo Stato sovietico apparteneva a quel tipo di stato che per soddisfare i bisogni del cittadino punta allo sviluppo militaristico espansionistico. Il settore industriale della società serviva solo da propulsore alla struttura militare. Il settore A negli anni trenta, alla vigilia dell’industrializzazione forzata, rappresentava il 39,5 % di tutta la produzione industriale. Nel periodo di Gorbacev toccò il culmine. Infatti nel 1986 il 75,3% di tutto il prodotto nazionale fu investito nel settore A, solo ¼ per la produzione di beni di consumo. Nel 1991 ancora il 50% di tutta l’industria manifatturiera russa lavorava per il bellico. Il complesso militare-industriale ha in sostanza soffocato l’economia sovietica portando una stagnazione generalizzata nel settore civile. Il termine de-industrializzazione è il più adatto per definire la tendenza ad una perdita graduale, da parte della società industriale, dei suoi tratti essenziali: inversione delle principali tendenze di sviluppo come il progresso tecnologico, la crescita della produttività, il calo della mortalità infantile. A questo proposito si può ricordare che l’Unione Sovietica ha invertito le tendenze demografiche: mentre la modernizzazione economica di solito è accompagnata dall’aumento della durata media della vita, l’Urss ha sperimentato l’aumento del tasso di mortalità infantile. Alla morte di Breznev, nel 1982, il suo successore fu Jurij Andropov, che era stato per molti anni a capo del KGB[9] e che aveva represso la dissidenza  politica nel paese. Il suo breve governo si ricorda per le purghe che colpirono i membri più compromessi della nomenklatura: egli ottenne il mandato per attuare una serie di riforme che si sperava potessero bloccare la crisi. Andropov però fu abile solo nell’attuare riforme disciplinari attraverso i servizi segreti e gravemente malato morì dopo poco più di un anno. Nel 1984 fu nominato nuovo leader del partito, Cernenko, che era stato per molti anni segretario personale di Breznev. Anch’egli morì dopo un anno. Nel clima d’incertezza generale finalmente il gruppo riformista riuscì a portare al vertice un giovane riformatore, Michail Gorbacev. La sua ascesa “sarebbe stata impensabile, se non fosse aumentata nella nomenklatura sovietica l’influenza di quei gruppi, come i comandi militari superiori, i vertici del KGB e del complesso militare - industriale. L’elite militare sovietica non poteva più cullarsi nell’illusione che anche senza riforme il paese avrebbe mantenuto una posizione di parità nella corsa agli armamenti. Alla fine, l’interesse per la sopravvivenza del sistema nel suo complesso ha avuto il sopravvento su quello strettamente personale dei singoli leaders[10]”. Nonostante una buona dose di energia e una mentalità innovatrice, lo stesso Gorbacev contribuì involontariamente alla distruzione del sistema stesso. Egli introdusse una serie di riforme, note come la perestrojka, che incitavano la popolazione a lavorare meglio, attraverso criteri di selezioni amministrativi meritocratici. Puntando soprattutto alla crescita dell’industria metallurgica ed estrattiva, rafforzò il fulcro responsabile del declino dell’economia: il complesso militare - industriale, settore monopolistico per eccellenza. “Secondo gli economisti russi, nel 1987, su sedici milioni e mezzo d’operai impiegati nella costruzione di macchinari, soltanto cinque milioni e seicentomila lavoravano in imprese civili, mentre la quota di produzione per fini militari era superiore a quella di beni di consumo durevoli.”[11] Gorbacev era circondato da una serie di intellettuali riformisti, che propugnavano il “socialismo dal volto umano”. Dietro loro suggerimento egli cercò di creare partecipazione popolare al processo politico in contrapposizione all’apparato del partito-Stato. Nacquero campagne per screditare il KGB e i suoi metodi terroristici, per ridurre la censura e il potere monopolistico del partito, per ottenere elezioni competitive. Sebbene tutto ciò servisse solo a trasformare l’atmosfera del paese, a livello internazionale causò il crollo dell’“impero esterno”. “Il sistema politico divenne pluripartitico; le elezioni resero gli organismi più rappresentativi degli interessi locali e premiarono le maggioranze etniche. Nelle diverse repubbliche l’iniziativa popolare assunse connotazioni nazionalistiche. La fine di un governo autocratico aprì la via ad una democrazia conflittuale”. [12] Il manifestarsi di forti movimenti nazionalisti in condizioni di limitata democrazia si sviluppò ad un punto tale da far divenire le questioni nazionali le più importanti, scatenando la disintegrazione dell’Urss. “.Le riforme di Gorbacev hanno permesso ai risentimenti nazionali, a lungo repressi, di venire a galla[13]”. La democratizzazione non tutelò l’unità territoriale per via di differenti stadi di sviluppo delle principali componenti etniche. Come ci ricorda Buttino, all’interno dell’Urss vi erano due tipi di conflitto: 1) tra le repubbliche nazionali, come la Lituania, la Lettonia e l’Estonia (le regioni più ricche e le prime ad ottenere l’indipendenza) e il potere centrale; 2) tra maggioranze nazionali (che tramite il pluralismo rafforzarono la loro presenza nei governi locali) e minoranze. Nel Caucaso nel 1988 ci furono sanguinosi massacri, manovrati dai clan locali, testimonianza della difficile sopravvivenza tra minoranze. I conflitti scoppiavano a livello di villaggi e poi si estendevano a macchia d’olio. Si partiva da contese civili ( un’area da edificare, un campo da irrigare…) e si celava in realtà una natura conflittuale puramente etnica. Nella maggior parte dei casi erano in ballo popolazioni turche deportate in età staliniana dalla loro terra d’origine. Per risolvere questa difficile situazione nazionale Gorbacev decise di intervenire formulando un “Nuovo Trattato dell’Unione”, un nuovo statuto federativo, che avrebbe ampliato l’autonomia delle singole repubbliche. Ma prima che il progetto “entrasse in porto” un golpe organizzato da conservatori e moderati vicini all’area di influenza di Gorbacev acutizzò la crisi già in atto. Sebbene l’azione eversiva fosse fallita, in conseguenza dell’accaduto il Pcus fu sospeso e molte repubbliche, ottenendo un riconoscimento internazionale, ottennero l’indipendenza. Si può affermare che da allora l’Urss ha continuato a sgretolarsi inesorabilmente, con l’indipendenza degli stati baltici, delle repubbliche caucasiche e di quelle asiatiche, cessando di esistere ufficialmente il 31 Dicembre 1991. Fine

 

Fonti:

L’età contemporanea”, Ortoleva, Revelli - Bruno Mondatori editore

Pagine di storiografia”, Giampaolo Perugi - Zanichelli editore

Atlante storico” - Zanichelli editore ( 1999)

L’adolescente”, Fëdor Dostoevskij

Storia del sistema sovietico(l’ascesa, la stabilità, il crollo), Victor Zaslavsky

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Ed. Comunità, Milano 1996 (ed.or.1951)

[2] L’Urss negli anni dello Stalinismo s’impose una serie di dottrine ufficiali, che rivendicavano a sé l’eredità autentica del pensiero di Marx e l’integrava con il leninismo, vale a dire con la “dottrina di Lenin”.

[3] Devoto Oli 2003, Dizionario della lingua italiana Le Monnier.

[4] Con le pessime condizioni in cui versa la popolazione della nuova Russia, si sono diffuse attività illecite, con episodi di macro e microcriminalità. I commercianti moscoviti sono costretti per lo + al pagamento di una tangente alla mafia locale, per avere il “permesso” di esercitare.

[5] Aumento prolungato dei prezzi e diminuzione del potere d’acquisto della moneta.

[6] Victor Jarosenko, osservatore russo.

[7] Breznev, Leonid Ilic (1906 - 1982 ), politico ucraino. Fu segretario generale del PCUS dopo l’estromissione di N. Krusciov (1964). Promotore di una politica di confronto globale con gli USA, riaffermò una linea di totale immobilismo e chiusura a ogni rinnovamento (intervento militare in Cecoslovacchia, 1968; in Afghanistan, 1979).

[8] Un attento studioso del regime, Chirot, ancora nel 1986 dice: “Per l’immediato futuro, il sistema sovietico sembra solido”

[9] In russo Komitet Gosudarstvennij Bezopasnosti, “Comitato per la sicurezza dello Stato”. Servizio di polizia segreta sovietico, istituito nel 1593, per la salvaguardia della sicurezza dai nemici esterni e il controllo dell’ordine interno. Struttura estremamente potente all’interno dell’Urss, spesso utilizzato ai fini di repressione politica; dopo il tentato colpo di Stato contro Gorbacev, ne è stato deciso lo scioglimento (Ottobre 1991)

[10] da “il progetto riformatore di Gorbacev” di Victor Zaslavsky.

[11] Victor Zaslavsky

[12] da “La dissoluzione dell’Urss” di Marco Buttino

[13] Zbigniew Brzezinski