Conflitti tra Cristiani e Musulmani

Radici storiche e culturali

 

a cura di

 Alessandro Cafaro

Davide Perna

IIIE

 

 

Parigi: aeroporto Charles de Gaulle. Modello suggestivo di pacifica convivenza fra le tre grandi religioni monoteiste è il “Centre de prière” (centro di preghiera), dove sono presenti in un’unica cappella, in tre stanze attigue, una chiesa cristiana (di rito sia cattolico che protestante), una sinagoga e una moschea. Viaggiatori di tutte le nazioni transitano per il grande scalo aeroportuale francese e i fedeli cristiani, ebrei e musulmani possono pregare quello che è il loro unico Dio, separati da una sola porta. Nel corso dei secoli ed ancora oggi (emblematico è l’esempio degli attentati dell’11 settembre 2001) vengono strumentalizzati motivi di fede per giustificare atti di violenza contro l’umanità. Importanti divisioni politiche e culturali hanno più volte provocato cruenti conflitti, non solo armati, ma anche ideologici tra il mondo cristiano e il mondo musulmano: sono stati frutto di luoghi comuni fomentati da gruppi minoritari influenti sulle masse?I rapporti tra i seguaci delle due religioni sono stati sempre conflittuali e negativi per la successiva evoluzione dei Paesi orientali ed occidentali fautori dell’attuale equilibrio politico-economico mondiale?Quali prospettive presenta una possibile pacificazione culturale tra questi due ambiti, qualora occorra?La questione è alquanto problematica e discussa, ci proponiamo di rileggere alcune importanti testimonianze che indaghino l’origine dei conflitti, giacché, come sostiene anche il filosofo Friederich Nietzsche, l’uomo non può dimenticare completamente le proprie radici storiche perché ne è un prodotto. Ci auguriamo anche una descrizione per il più possibile pluriprospettica ed imparziale, allo scopo di formarci una opinione personale autonoma.

 

 

“Immunità da parte di Dio e del Suo Messaggero per quegli idolatri coi quali abbiate stretto un patto: <Viaggiate pure sulla terra per quattro mesi, ma sappiate che non riuscirete a vincere Dio e che Dio coprirà d’obbrobrio i Negatori>. Ed ecco un proclama da parte di Dio e del Suo Messaggero, agli uomini, pel giorno del Gran Pellegrinaggio: Dio non è responsabile degli idolatri, e così il Suo Messaggero. E se vi convertirete, meglio sarà per voi, ma se volgerete le spalle a Dio sappiate che non riuscirete a sopraffarLo; annunzia ai miscredenti un castigo cocente! Esclusi quei pagani coi quali avete stretto un patto e che in nulla hanno mancato contro di voi, né prestato soccorso contro di voi ad alcuno. Osservate fino all’ultimo, allora, il patto con loro, fino al termine prestabilito, poiché Dio ama quei che Lo temono. Quando poi saran trascorsi i mesi sacri, uccidete gli idolatri, dovunque li troviate, prendeteli, circondateli, appostatevi ovunque in imboscate. Se poi si convertono e compiono la preghiera e pagano la Decima lasciateli andare, poiché Dio è indulgente clemente. E se qualche idolatra ti chiede asilo, accordaglielo, acciocché oda la Parola di Dio e poi, se non crede, rinvialo in un luogo per lui sicuro. Fa così perché è gente, quella, che nulla conosce. Come potrebbero aver gli idolatri un patto con Dio e col Suo Messaggero, eccettuati quelli coi quali pattuiste un patto presso il Tempio Sacro? Ma finché son giusti con voi, siate giusti con loro, ché certo, Dio ama quanti lo temono. E come dunque potrebbero avere quel Patto? Se essi prevalessero contro di voi non guarderebbero né a parentele, né ad alleanze: vi contenteranno a parole, ma renitente sarà il loro cuore, e i più di loro sono degli empi, che han venduto i Segni santi di Dio a vil prezzo, allontanando gli uomini dalla sua Via. Eccoli: quanto è malvagio il loro operare! Non guardano, con un credente, né a parentele, né ad alleanze: sono i prevaricatori! Ma se si convertono e compiono la Preghiera e pagano la Decima, siano per voi fratelli nella Fede: noi precisiamo i Segni nostri a gente capace di conoscere. E se violeranno i loro giuramenti dopo aver stretto il patto e insulteranno la vostra Religione, combattete i principi dell’empietà (non c’è giuramento che valga agli occhi loro!) così, forse, desisteranno dal loro agire malvagio! E come non dovreste combattere della gente che violò i propri giuramenti, s’affannò a scacciare il Messaggero di Dio, e v’attaccò per prima? Avete forse paura di loro? Ma è di Dio piuttosto che dovete aver paura, se siete credenti! Combatteteli, dunque, e Dio li castigherà per mano vostra e li coprirà d’obbrobrio, e v’assisterà a trionfo contro di loro, e guarirà il petto dei credenti e scaccerà loro la collera via dal cuore, e Dio si convertirà benigno a chi Egli vuole e Dio è saggio sapiente.”

 

Corano (Sura IX “della conversione” 1-15)

 

 

“O voi che credete! Statevi in guardia! Lanciatevi contro il nemico in gruppi dispersi, o in massa serrata! Certo fra voi c’è qualcuno che rimane indietro e se vi colpisce disgrazia dice: <Iddio mi ha fatto la grazia, che non son stato presente alla battaglia con loro!> [...] Combattano dunque sulla via di Dio coloro che volentieri cambiano la vita terrena con l’Altra, ché a colui che combatte sulla via di Dio, ucciso o vincitore, daremo mercede immensa. Che avete dunque che non combattete sulla via di Dio e per difendere quei deboli, quelle donne, quei bambini, che dicono: <Signore! Facci uscire da questa città di iniqui abitanti, dacci per tua grazia un patrono, dacci per tua grazia un alleato!>”

 

(Corano, Sura IV, 71-72, 74-75)

 

 

Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, ché Dio non ama gli eccessivi. Uccidete dunque chi vi combatte dovunque li troviate e scacciateli di dove hanno scacciato voi, ché lo scandalo è peggio dellì’uccidere; ma non combatteteli presso il Sacro Tempio, a meno che non siano essi ad attaccarvi colà: in tal caso uccideteli tutti. Tale è la ricompensa dei Negatori. Se però essi sospendono la battaglia, Iddio è indulgente e misericorde. Combatteteli dunque fino a che non ci sia più scandalo e la religione sia quella di Dio ; ma se cessan la lotta, non ci sia più inimicizia che per gli iniqui.Il mese sacro per il mese sacro e tutti i luoghi sacri seguano la legge del taglione.”

 

(Corano, Sura II,190-193)

 

 

Che vergogna sarebbe per noi se questa razza infedele così giustamente disprezzata, la cui dignità di uomini si è degenerata, vile schiava del demonio, avesse la meglio sul popolo eletto da Dio onnipotente.”

Papa Urbano II, 1095

 

La vostra fratellanza ha da lungo tempo, noi crediamo, appreso da molte descrizioni che una terribile furia barbarica ha deplorabilmente devastato e lasciato distrutte le chiese di Dio nelle regioni d’Oriente. Oltre questo, il che è cosa blasfema, essa ha soggiogato in una intollerabile servitù le sue chiese e la Città Santa di Cristo, glorificata dalla sua Passione e risurrezione. Addolorandoci con pia preoccupazione per questa calamità, noi facemmo visita alle regioni della Gallia e ci impegnammo molto ad esortare i principi della terra e i loro sudditi a liberare le chiese dell’Est. Noi solennemente gioimmo per loro al concilio di Auvergne per il compimento di ciò come impegno, la preparazione per la remissione di tutti i loro peccati. E noi abbiamo messo a capo di questa spedizione e della preparazione del nostro scopo il nostro figlio più adorato Ademaro, vescovo di Puy, così quelli che, forse, vorranno partecipare al viaggio si renderanno uniti al Suo comando [..] Se per di più ci sono alcuni ispirati dal Suo voto, lasciate sappiano che Ademaro li condurrà via con l’aiuto di Dio nel giorno dell’Assunzione della Benedetta Maria e che loro possono aderire al suo seguito.”

 

Papa Urbano II, Concilio di Clermont, 1095

 

“Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com’io vidi un, così non si pertugia,

rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe perdevan le minugia;

la corata pareva e ‘l tristo sacco

che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,

guardommi e con le mani s’aperse il petto,

dicendo:<or vedi com’io mi dilacco!

Vedi come storpiato è Mäometto!

Dinanzi a me se ne va piangendo Alì,

fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

E tutti gli altri che tu vedi qui,

seminator di scandalo e di scisma

fuor vivi e però son fessi così.

Un diavolo è qua dietro che n’accisma

sì crudelmente al taglio della spada

rimettendo ciascun di questa risma,

quand’avem volta la dolente strada;

però che le ferite son richiuse

prima ch’altri dinanzi li rivada.”

 

Dante Alighieri (Divina Commedia, Inferno, Canto XXVIII, 22-42)

 

Per le strade e le piazze (Gerusalemme, anno 1099) si vedevano mucchi di teste; mani e piedi tagliati; uomini e cavalli correvano tra i cadaveri. Ma abbiamo ancora detto poco (...) basti dire che nel tempio e nel portico di Salomone si cavalcava col sangue all'altezza delle ginocchia e del morso dei cavalli. E fu per giusto giudizio divino che a ricevere il loro sangue (dei musulmani) fosse proprio quel luogo stesso che tanto a lungo aveva sopportato le loro bestemmie contro Dio. (...) Ma, presa la città, valeva davvero la pena di vedere la devozione dei pellegrini dinanzi al Sepolcro del Signore, e in che modo gioivano esultando e cantando a Dio un cantico nuovo .

Cappellano Raimondo di Aguilers, 1099

 

I Turchi musulmani non hanno né la parola di Dio, né predicatori per annunciarla; sono dei maiali grossolani e immondi che non sanno perché vivono né in cosa credono; se avessero tuttavia predicatori della Parola divina, quei maiali, forse almeno qualcuno di loro, si trasformerebbe in uomo .

Martin Lutero, 1530

 

Le precedenti citazioni dimostrano un profondo astio esistito tra i fedeli delle due religioni, ma la questione è molto complessa, in quanto l’interpretazione di quelli stessi passi del Corano può essere molteplice e contraddittoria sia dal punto di vista filologico che del contesto, mentre pesanti sono gli insulti e la concezione degli occidentali nei confronti degli islamici. Esistono molti passi, inoltre, che invitano alla tolleranza nei confronti della cosiddetta “Gente del Libro”, ovvero di Ebrei e Cristiani.

Dialogate con belle maniere con la Gente del Libro, eccetto quelli di loro che sono ingiusti. Dite loro: “Crediamo in quello che estato fatto scendere su di noi ed in quello che estato fatto scendere su di voi, il nostro Dio e il vostro sono lo stesso Dio, ed ea Lui che ci sottomettiamo”. (Corano 29:46)

 

“Non vi sia costrizione nella fede”

 

(Corano, Sura II, 256)

 

“Quando commettono qualche turpitudine, questi dicono: <Abbiam trovato che i nostri padri seguivan quest’uso, è Dio che ce lo ha ordinato>. Rispondi: <Ma Iddio non ordina la turpitudine! State dicendo contro Dio cose che non sapete?> Dì:< Il mio Signore ha piuttosto comandato l’equità: drizzate quindi il volto devoti al Signore in qualsiasi luogo di preghiera e invocateLo in sincerità di culto. Come vi ha dato principio, così a lui tornerete…”

 

(Corano, Sura VII, 28-29)

 

“O uomini, in verità Noi v’abbiam creato da un maschio e da una femmina e abbiam fatto di voi popoli vari e tribù a che vi conosceste a vicenda, ma il più nobile fra voi è colui che più teme Iddio.”

 

(Corano, Sura XLIX, 13-14)

 

“…e non aggredire, Dio non ama gli aggressori”

 

(Corano, Sura V, 87)

 

“Pratica il perdono! Invita al Bene! Allontanati dagli ignoranti!”

 

(Corano, Sura VII, 799)

 

“Non uccidere il tuo prossimo, che Dio ha reso sacro, se non per una giusta causa. Questo Egli vi ha prescritto nella speranza che voi ragioniate”

 

(Corano, Sura, VI, 151 e XVII, 33)

 

 

“Per questo prescrivemmo ai figli di Israele che chiunque ucciderà una persona senza che questa abbia ucciso un’altra o portato la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso l’umanità intera. E chiunque avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all’umanità intera.”

 

(Corano, Sura V, 32-33)

 

“Dio non vi proibisce di agir con bontà ed equità verso coloro che non vi combattono per religione e non vi hanno scacciato dalle vostre dimore poiché Dio ama gli equanimi.”

 

(Corano, Sura LX, 8)

 

“Ma se essi preferiscono la pace, preferiscila e confida in Dio, ch’è in verità l’ascoltatore sapiente”

 

(Corano, Sura VIII, 61)

 

Sura CIX

Al-Kâfirûn

(I Miscredenti)

Il nome della sura deriva dal versetto 1

In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

1 Di': " O miscredenti! 

2 Io non adoro quel che voi adorate 

3 e voi non siete adoratori di quel che io adoro. 

4 Io non sono adoratore di quel che voi avete adorato 

5 e voi non siete adoratori di quel che io adoro: 

6 a voi la vostra religione, a me la mia".
  

 

 

Nelle precedenti citazioni risulta ben evidente che l’Islam (Sottomissione a Dio), difende la pace, la libertà e la reciproca comprensione e condanna gli aggressori. Le relazioni dei Musulmani con gli altri sono basati principalmente sulla pace, sul rispetto reciproco, sulla sincerità, finché non vi sia oppressione o ingiustizia che non possa essere risolta da tutti i mezzi pacifici attuabili. La religione islamica proibisce l’assassinio di innocenti e il suicidio. Ciò che possiamo comprendere è che nel corso dei secoli è stata attuata una differente lettura del testo sacro musulmano, strumentalizzato, al pari di alcuni passi della Bibbia per parte cristiana, per esortare i popoli al conflitto. E dietro ogni guerra “religiosa” si nascondeva e si nasconde una motivazione politica ed economica. Il Principe di Giordania El Hassan bin Talal, fratello del defunto re Hussein, con la collaborazione del giornalista Alain Elkann, nel libro “Essere Musulmano”, espone l’interpretazione pacifista della religione islamica maggiormente diffusa oggi. Alla domanda dell’intervistatore: < L’Islam è così violento come lo percepiscono gli Occidentali?>, egli risponde: < Contrariamente all’opinione comune in Occidente, l’Islam, considerato nei secoli la religione dei popoli conquistatori, si è diffuso storicamente attraverso la predicazione, non attraverso le guerre. È questo che ha reso possibile che l’Ebraismo vivesse nel mondo Musulmano per secoli, e che la Cristianità continuasse ad essere fiorente in un certo numero di Paesi arabi fino ad oggi. Questo è anche ciò che ha reso possibile che il Cristianesimo, per esempio, sia rimasto la religione della Spagna, o che l’Induismo sia rimasto la religione dominante nel subcontinente indiano, nonostante secoli di dominazione musulmana. Il principio Cristiano Europeo Cuius regius eius religio non ha un equivalente musulmano. Nell’Occidente Cristiano spesso si è fatto riferimento al concetto musulmano di jihad, normalmente tradotto con guerra sacra. Nel Corano il verbo jahada (impegnarsi), viene usato per indicare l’impegno ad appoggiare militarmente e finanziariamente il Profeta Maometto nella sua guerra contro gli infedeli de La Mecca che perseguitarono lui e i suoi seguaci. Fondamentalmente la jihad indica il diritto legittimo di una comunità a difendersi con la forza in caso di bisogno. Per esempio, nell’Islam il termine fu applicato storicamente alla guerra musulmana contro gli invasori crociati. Jihad, comunque, non indica guerre di conquista, o di aggressione. Anche nella sua jihad contro i non credenti de La Mecca, il Profeta Maometto sarebbe stato obbligato dal Corano a fare la pace con i suoi nemici se questi avessero mostrato un’inclinazione alla pace (Corano 8,61). Come ho già detto, il fatto che alcuni individui e fazioni musulmani, negli ultimi decenni, abbiano esercitato azioni terroristiche, così come hanno fatto i non Musulmani, non giustifica l’associazione comune in Occidente, fra Islam e terrorismo.> Rispetto, tuttavia, alla condizione delle altre religioni durante il dominio musulmano in Spagna, la questione è abbastanza controversa poiché gli invasori musulmani stipulavano un “contratto di protezione”: i “protetti” dovevano pagare un tributo pari a tre quarti del loro reddito, e accettare la pubblica umiliazione. Più che tolleranza, era uno sfruttamento da parte dell’èlite dei padroni che vivevano da parassiti, vigilando perché le altre religioni sopravvivessero così da poter continuare a riscuotere la pesante tassa. Potremmo, quindi considerare come causa pregnante di questi conflitti l’economia che ha strumentalizzato motivi religiosi per far presa sulle masse. Circa il concetto di "guerra santa" è necessario fare una nuova precisazione. Anzitutto, se si domandasse a qualche cattolico come individuare la dottrina cattolica stessa, molto probabilmente risponderebbe che questa dottrina si ricostruisce attraverso la Bibbia e il Vangelo. Questa risposta, però, sarebbe sbagliata per la semplice ragione che il luogo dove rintracciare la dottrina cattolica non è direttamente la Bibbia o il Vangelo, bensì il Catechismo, e, in generale, tutti i documenti del Magistero. La ragione sta nel fatto che nella Sacra Scrittura c'è una stratificazione di significati: letterale, morale, allegorico, anagogico. Inoltre l'autore sacro incide nella redazione del testo biblico con la sua cultura scientifica personale e con il suo stile, con il genere letterario che adotta (cronaca, genere sapienziale, libro di proverbi, racconto allegorico, ecc.). Per queste e altre ragioni la Sacra Scrittura è un testo di difficile interpretazione, che il fedele da solo non può interpretare correttamente (contrariamente a quanto sostengono, sbagliando, i protestanti). La dottrina cristiana, così, è l'esito dell'interpretazione operata dal Magistero (cioè dal Papa e dai Vescovi in comunione con lui), che interpreta non solo la Scrittura, ma anche la Sacra Tradizione (l'insegnamento comunicato da Cristo ai suoi apostoli, e da questi trasmesso ai loro successori. Il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria, per es., è stato formulato da Pio IX nel 1854 attingendo alla Sacra Tradizione).
Nel caso dell'Islam, invece, pochi commentatori hanno evidenziato che non c'è un'istanza simile a quella del Magistero, non c'è una fonte, un'autorità deputata ufficialmente a definire la dottrina islamica stessa. Perciò è impossibile individuare una dottrina islamica unica, definitiva, indiscutibile, che sia valida per tutti. Tutto quello che si può dire a proposito dell'Islamismo, basta che abbia un fondamento nel Corano. Perciò, chiunque interpreta e cita il Corano può considerarsi interprete legittimo e portavoce della dottrina islamica.
Fatta questa precisazione, il concetto di "guerra santa" può indicare la conversione forzata dell'infedele a costo di passarlo a fil di spada. Ora, nel Corano ci sono molteplici passi che confermano una interpretazione di questo tipo. C'è una sura, che è uno dei 114 capitoli in cui è diviso il libro, in cui Dio dice: "getterò il terrore nel cuore di quelli che non credono e voi decapitateli" (VIII, 12); un'altra dice: "i cristiani dicono: "il Messia è figlio di Dio"; questo è ciò che essi dicono imitando i detti di coloro che prima di loro non credettero; Dio li combatta! Quanto vanno errati!" (IX, 30); un'altra ancora: "quando incontrerete quelli che non credono, uccideteli fino a che non ne abbiate fatto strage; allora, rafforzate le catene dei rimanenti" (XLVII, 4). Per quanto riguarda il suicidio, è vero che il Corano lo proibisce, però l'azione di un kamikaze non è suicidio, bensì un atto di martirio: "Non dite di coloro che furono uccisi combattendo nella via di Dio, che essi sono morti; poiché anzi essi sono vivi" (II, 149).
 Si può obiettare che questa è una lettura fondamentalista che si potrebbe applicare anche ad alcuni passi dell'Antico Testamento. Ma l'obiezione non coglierebbe nel segno, perché la lettura fondamentalista è ritenuta legittima nell'Islam, visto che, come ho detto, non esiste un Magistero che la proibisca, mentre nel Cristianesimo è illegittima, perché il Magistero indica come interpretare. Certo, questi passi possono anche essere interpretati in modo allegorico: la "guerra santa" è allora intesa come lotta contro se stessi, come lotta ascetica. Anche questa interpretazione è possibile e legittima, come però è legittima un'interpretazione letterale di questi passi. La mia convinzione è che tutte e due queste interpretazioni siano fondate. Abbiamo infatti citato passi in cui si parla di tolleranza religiosa. Quel che certo è che, se è vero che nell'Islam non c'è un Magistero, forse l'unica istanza simile è quella della maggioranza
. Questa maggioranza poteva essere indirizzata dai Califfi poiché essi erano i diretti successori del Profeta,i quali nel medioevo ordinarono la cancellazione dei versetti coranici che suggerivano soluzione pacifica dei conflitti e convivenza con gli infedeli (versetti: II, 193; VIII, 61). La teoria medievale includeva regole elaborate sulla giusta conduzione della jihad. Nessuna guerra era una jihad a meno che non fosse autorizzata e permessa dall’imam, il capo dello Stato islamico. Inizialmente la guerra santa era indirizzata unicamente contro Ebrei e Cristiani, dopo fu trasformata per includere altre comunità religiose che vivevano sotto le leggi islamiche. In aggiunta alla jihad espansionistica, gli studiosi medievali trattarono anche i conflitti interni contro i ribelli all’interno dell’Islam. In questa forma di jihad, regole più severe a favore dell’alleanza e di una più grande protezione per le vite e le proprietà del nemico furono applicate anche nel caso di non-Musulmani. L’obiettivo di questo tipo di jihad fu di riabilitare i ribelli il più velocemente possibile nel corpo politico musulmano. Tuttavia oggi gli equilibri del mondo islamico sono profondamente mutati con la caduta dell’ultimo impero, quello Ottomano, avvenuta dopo il primo conflitto mondiale. Attualmente nel mondo arabo gli Stati “neonati” sono ancora privi di una precisa inquadratura nazionale e politica, quindi spesso non riescono ad imporre una chiara condotta ai propri programmi in modo da renderli del tutto laici e indipendenti dalle fazioni “fondamentaliste”. L’unico Stato in un certo senso indipendente dalla religione è la Turchia dopo Ataturk (il quale avvicinò il sistema statuale al modello europeo del dopoguerra introducendo anche l’alfabeto latino per la lingua ufficiale). In seguito il Principe discute gli obiettivi dei Musulmani oggi: <I Musulmani sono tenuti ad impegnarsi nei conflitti maggiori, jihad, per la salvezza spirituale dell’anima. È dovere di tutti loro cercare un mondo più giusto e imparziale, che assicuri la sopravvivenza dell’umanità e dell’ambiente. Di fatto molti Musulmani oggi sono convinti che esista un complotto mondiale contro di loro. I tragici eventi iniziati con la questione palestinese, e aggravatisi di anno in anno fino ad arrivare alla questione dei Versetti Satanici, alla guerra del Golfo e alla tragedia della Bosnia e del Kossovo, hanno lasciato i Musulmani con un costante senso di assedio. Io non ho creduto un solo momento alla teoria del complotto mondiale, ma posso capire la sensazione di oltraggio e di abbandono di chi ci crede. Non giustifico atti di violenza quali le bombe suicide, ma sono sicuro che finché i Musulmani avvertiranno un senso di abbandono, di marginalizzazione e di esclusione, queste azioni continueranno. Per questo sono convinto che, per capire l’Islam e la posizione del Musulmano medio nel mondo, la reciproca demonizzazione debba cessare. I Musulmani devono capire che non esiste un complotto mondiale contro di loro e che lo sviluppo europeo, sia culturale che concreto, arricchirà e non distruggerà le loro vite. Da parte sua, l’Occidente deve trattare l’Islam con il rispetto che è dovuto a un mondo religioso che conta fra i suoi seguaci una persona su cinque. Deve dimostrare che non vede l’Islam come un nemico; ma non deve esitare a condannare quelle azioni che violano le norme internazionali, chiunque le commetta.> Il problema persiste nella società odierna. Per analizzarne attentamente le cause occorre spostarsi all’origine storica di tali sanguinosi ”mali reciproci”, in quanto lo stesso Marco Polo, che aveva viaggiato ben oltre il mondo musulmano medievale, scriveva:

 

Non vi stupite se i Saraceni odiano i Cristiani: è perché la legge maledetta che gli ha dato il loro profeta Maometto gli ordina di fare tutto il male che possono alle genti che non seguono la loro fede, e di prendere tutto quello che possono prendere: per loro non è peccato. E se i Cristiani vengono a ucciderli o a fargli qualche torto, i loro fratelli li considerano dei martiri (…). Tutti i Saraceni del mondo si comportano alla stessa maniera .
Marco Polo, 1271 

 

Come abbiamo riportato in una delle citazioni iniziali, la figura del Profeta Muhammad, descritta da Dante, risente delle interpretazioni storico-politiche del XIV secolo. Cosa implicava tutto ciò? Dante adopera i termini più aspri del suo linguaggio basso (tipico della commedia secondo i principi esposti nel De vulgari eloquentia) per descrivere la condizione di un “eretico”, così come egli era ritenuto al tempo. Riportiamo una parafrasi del testo: “Certamente una botte per il fatto che ha perduto la doga mediana, o una delle doghe laterali non appare così rotta e sfasciata com’io vidi uno tagliato dal mento fino all’ano. Tra le gambe gli pendevano gli intestini; gli si vedevano i visceri intorno al cuore ed anche lo stomaco lurido che trasforma in merda ciò che si inghiotte. Mentre avidamente m’affisso, con estrema attenzione l’osservo per impadronirmi pienamente della sua immagine, egli, vistosi osservato, a sua volta mi guardò e nello stesso tempo con le mani s’aprì il petto e mi disse: <Vedi come sono lacerato! Vedi com’è straziato Maometto! Dinanzi a me piange Alì, spaccato nel volto dal mento alla fronte e tutti gli altri che vedi furono seminatori di scandalo e di scisma, e perciò son spaccati così. Un diavolo è qua dietro che ci sconcia così crudelmente, con la spada, sottoponendo di nuovo a questo supplizio ciascuno di questa turba quando abbiamo compiuto la dolente strada; perché le ferite son richiuse prima che ciascuno ripassi dinanzi a lui.” Dante ha collocato Maometto tra i seminatori di scisma perché nel medioevo era ritenuto un Cristiano traviato, che era stato cardinale e aveva aspirato al Papato; deluso si era staccato dalla Chiesa cristiana e aveva staccato una parte dei Cristiani. Di certo c’è che Maometto, anche per il paragone con le forme tondeggianti della botte, è visto da Dante come un miserevole esempio di scismatico, che volle tagliare ed è tagliato per l’eternità, in modo sconcio per contrappasso. Se Maometto è spaccato fino all’ano, Alì, quasi a completare l’azione scismatica del suocero, è spaccato dal mento in su. I due compirono una spaccatura unitaria ai danni della Chiesa: ora soffrono la pena e si completano l’uno con l’altro in questo esempio di lacerazione di un corpo unitario. Inutile chiedersi se Alì, genero di Maometto, sia tra gli scismatici perché si allontanò dalla Chiesa o perché creando la setta sciita introdusse la scisma all’interno dell’Islam: per Dante esiste solo lo scisma dalla Chiesa cattolica. Tuttavia Virgilio, che in seguito intratterrà un dialogo col Profeta, non con tutti gli spiriti è così cortese e gli propone chiare informazioni sul viaggio di Dante e sulla propria funzione di guida. Indubbiamente Dante ha voluto nobilitare l’incontro con Maometto, ha voluto quasi sottrarlo all’impressione di sconcezza che gli genera oggettivamente con le sue turpi mutilazioni. Si tratta sempre di un personaggio che arrivava al poeta attraverso una serie di voci e testimonianze che da un lato lo ingrandivano e dall’altro ne facevano un essere spregevole. Accanto a Maometto si colloca tutta la scienza e la cultura araba che era giunta in occidente attraverso filosofi e scienziati come Avicenna e Averroè che dante colloca nel limbo tra i magnanimi. Per questo Virgilio, quasi ritrovando in Maometto un compagno del nobile castello, gli risponde con esattezza e con tono educato e disteso, distinguendolo, in questo modo, e separandolo da tutti coloro che possono essere gravati dallo sdegno di Dante per volgare rifiuto dell’unità della Chiesa. Possiamo sostenere che il giudizio della cristianità medievale nei confronti della figura del Profeta era divenuta una leggenda opposta a quella orientale che invece era dettata dalla venerazione e dall’amore nei suoi confronti. Il Cristianesimo, da appena tre secoli vittorioso sul politeismo pagano, vide sorgere ad opera di Maometto una nuova fede rivale, che giganteggiò in breve tempo al suo fianco, e gli strappò territori dove esso sembrava saldamente impiantato, tra cui la “culla” stessa di Gesù. Il punto fondamentale da tener presente nella leggenda di Maometto in Occidente è che questo sentì l’Islam come una eresia sorta dal proprio seno, per umana malizia ed ispirazione diabolica, e considerò il suo fondatore come un apostata per abbietti motivi dall’originaria fede cristiana. Alla base di questa concezione sta un reale fatto storico, la indubbia parte che ebbe il Cristianesimo nella formazione del pensiero monoteistico di Maometto, e, in questo quadro, i rapporti che certo egli ebbe da giovane con gli ambienti cristiani di Siria e del deserto, cui la leggenda orientale stessa ha dato precisione di particolari. La figura del monaco Bahira, divinatore della missione profetica di Maometo, è già nella Sira o biografia musulmana del Profeta; e quale che sia il nocciolo di realtà che essa adombra, passò per trafila bizantina all’Occidente cristiano, e servì, insieme all’altra ben più certa figura del cristiano Waraqa, il cugino di Khadigia, a raffigurare i supposti inizi cristiani del Profeta dell’Islam. Su questi tenui appigli con la realtà, o con quella che la stessa leggenda d’Oriente presentava quale realtà, fiorì la ostile leggenda occidentale, delineata in un classico studio da A. D’Ancona. Essa ci si presenta, con una grande varietà di tratti discordanti nei particolari, ma concordi nell’animus di vituperio e dileggio, in cronisti, apologisti, agiografi, enciclopedisti del medioevo latino: da Gerberto di Nogent a Ildeberto di Tours (sec. XI), da Pietro il Venerabile (sec. XII) a Jacopo di Vitry, Martin Polono, Vincenzo di Beauvois, Jacopo da Varagine (sec. XIII); fino a Brunetto Latini, a Dante e ai commentatori di Dante. Le linee essenziali di questa leggenda attribuiscono la predicazione di Maometto a perfido indottrinamento di un malvagio apostata inviperito: quel Bahira, che presso Bizantini e Occidentali prende più spesso il nome di Sergio, è un monaco, o un prelato, o perfino un cardinale cristiano mosso da delusioni e rancori a lacerare con lo scisma il seno della Chiesa. E Maometto (Mathomus, Mamutius, Machometus) non è che lo strumento delle sue vendette. Soggetto ad attacchi di epilessia (una tendenziosa deformazione delle trances che dovettero certo accompagnare le primitive rivelazioni), egli bandisce così una sua legge di empia licenza sessuale e blasfemo rinnegamento della Divinità di Cristo, coonestando l’asserita missione profetica con tocchi puerili: tale una vacca o un torello che egli addestra ad inginocchiarglisi dinanzi, e che al suo richiamo compare portando tra le corna legato il sedicente Libro sacro; tale una colomba ammaestrata anch’essa ad appressarsi all’orecchio dello pseudoprofeta, attirata da un granello di miglio ivi deposto che essa va a beccare. L’ignobile scisma dilaga, favorito dalla sua immoralità (fu questo, della relativa maggior larghezza nei rapporti sessuali che in realtà Maometto mirò a regolamentare e raffrenare, il punto cui reagì con maggior scandalo il rigorismo e l’ascetismo cristiano). Ma il castigo divino non tarda a colpire il sozzo eresiarca, che finisce straziato dai porci mentre si era appartato per un bisogno naturale. Egli precipita in inferno, dove Dante lo vedrà tra i seminatori di scandalo e di scisma, sconciamente scerpandosi, in una insuperato realismo plebeo. Ma la mala pianta, una volta attecchita, non perisce con lui, e diventa il flagellum Dei per la cristianità d’Oriente e Occidente. In tale più frequente versione il Profeta dell’Islam è, come abbiam detto, aizzato da un deluso mentore cristiano alla sua opera nefasta: ma in altre versioni il deluso ed offeso ecclesiastico si identifica con Maometto stesso. È Maometto il prelato, anzi addirittura il cardinale, che porta in ambiente cristiano il nome ora di Pelagio ora di Nicolao, il quale, respinto o frodato della ambita dignità pontificale, scatena lo scisma, e finisce sbranato dai porci. Questo grottesco romanzo, frutto di ignoranza e fantasia ed odio teologico, è la risposta da parte medievale cristiana alla iperdulia musulmana per il suo Profeta, onde non è da meravigliarsi se l’apologetica islamica compose opere dal significativo titolo di La spada sguainata contro chi insulta l’Apostolo di Dio, e se ancora al giorno d’oggi il canto XXVIII dell’Inferno dantesco ha fatto espurgare o sequestrare in Paesi musulmani traduzioni della Divina Commedia. Questo travestimento medievale, e lo stato d’animo che lo ispirava, si sono poi gradualmente modificati con il passare dei secoli, quando più illuminati apologeti cristiani han cercato di attaccare l’Islam non più frontalmente, facendo leva sui punti di contatto anziché di contrasto, e tra questi ultimi evitando la polemica sull’uomo Maometto. Ma l’antica prevenzione si è mantenuta anche in tempi moderni, anche in scienziati cattolici del XX secolo come un P. Lammens, nei cui dottissimi studi sulla Sira fiammeggia a tratti incontenibile l’avversione dell’apologeta medievale per il Profeta e tutta la sua cerchia. Per il medioevo latino, comunque, tale fu Maometto: un falso profeta dagli stimoli imperiosi della carne, banditore dell’eresia e laceratore della inconsutile veste della Chiesa universale. Infatti il medioevo era un lontano passato per la civiltà d’Occidente quando cominciò ad albeggiare una sua nuova valutazione per il Profeta dell’Islam. L’Illuminismo europeo possedeva alcuni requisiti per un tale più equo giudizio, scevro di odio teologico, anche se non di razionalistici pregiudizi. La prima metà del Settecento vide infatti la curiosità dell’occidente appuntarsi su occhi nuovi, tra curiosi e benevoli, verso il mondo musulmano e il suo Profeta, la cui religione apparve a taluni illuministi contrapponibile con vantaggio al Cristianesimo stesso. Nel 1730 usciva in francese una vita di Maometto del De Boulainvilliers, e nel 1734 la traduzione inglese del Corano, ad opera del Sale, che doveva a lungo tenere il campo in Europa. E sia il biografo che il traduttore convengono nel presentare Maometto in tratti settecenteschi di saggio e puro legislatore, da paragonarsi con Teseo e Numa Pompilio, che avrebbe introdotto una religione conforme a ragione, in luogo degli astrusi dogmi del Giudaismo e Cristianesimo. Questo benevolo giudizio è riecheggiato dal Savary, il primo traduttore francese del Corano, dipendente largamente dal Sale (1752). Ma dal seno stesso dell’Illuminismo, e in forza degli stessi suoi principi razionalistici, altre voci si levarono a contrastare quel giudizio: è Voltaire in persona, che nella sua tragedia Mahomet (1742) e nel più tardo Essay sur le moeurs, polemizza con i contemporanei estimatori del Profeta, in nome di quegli stessi ideali di umanità e razionalità che il Settecento propugnò. L’autore del grido di battaglia ècrasons l’infâme non si fece sedurre come altri illuministi dal desiderio di contrapporre al Cristianesimo una più naturale religione senza dogmi: la lettura del Corano, nel suo magmatico disordine, nelle sue monotone ripetizioni e nei minuti precetti giuridici e culturali, lo fece inorridire, e una conoscenza nelle grandi linee esatta della carriera di Maometto politico e uomo privato indignò il suo senso morale: un uomo che muove guerra alla patria, che ammazza gli avversari e ruba donne in nome di un incomprensibile Libro, non può secondo Voltaire aspirare a vera grandezza. Se l’Illuminismo da un lato esaltò il Profeta come laico legislatore extra-cristiano, e dall’altro lo condannò come prevaricatore e spargitore di sangue, il Romanticismo cercò di giungere con Carlyle al fondo oscuro della coscienza religiosa di Maometto, postulandone l’assoluta sincerità. Partendo da una documentazione storica non molto diversa da quella che avevano avuto gli illuministi, ma soprattutto dal proprio concetto di Eroe come fondatore di religione, per un mistico contatto con l’Assoluto e una missione correlativa, lo scrittore scozzese, per primo in Occidente, presentò il fondatore dell’Islam sotto una luce eroica, di grande iniziato e ispirato, di suscitatore delle dormienti energie del suo popolo. Maometto è per Carlyle la scintilla scesa dal cielo a infiammare le sabbie apparentemente sterili dei deserti d’Arabia, a stringere in un fascio esplosivo di energie le povere tribù beduine: “e le fiamme si levarono al cielo, da Delhi a Granada”. È una visione emotiva e poetica più che storica, riboccante di ingenuo idealismo romantico: ma non le si può negare il merito di avere superato l’astrattismo e il moralismo talora non meno ingenuo degli illuministi, e di aver attirato l’attenzione sull’intimo dramma che (nessuno più oggi ne dubita) sta alla base di tutta l’esperienza religiosa e l’azione politica del Profeta dell’Islam. L’irruente capitolo carlyliano su Maometto eroe è del 1840. Nella seconda metà di quello stesso secolo XIX la storia e la filosofia orientalistica cominciarono a fornire una più sicura base per la conoscenza dell’uomo e della sua opera: nel 1860 usciva la prima redazione della Geschichte des Qorans di Noeldeke, ricostruzione fondamentale della genesi e formazione del Libro sacro, nel 1858-60 e nel 1864 uscivano rispettivamente a cura di Wüstenfeld e G. Weil il testo arabo e la versione della Sira di Ibn Ishaq, la canonica biografia di Maometto. Su questi materiali A. Sprenger poteva pubblicare nel 1861-65 la sua opera Das leben und die Lehre des Muhammed, che è la prima biografia scientifica del Profeta composta in Occidente, inauguratrice di una lunga serie di studi biografici e valutativi continuata fino al giorno d’oggi.  Noi non potremo qui che accennare alle fasi principali di questa moderna Leben Muhammed Forschung, e ai suoi più significativi ed eminenti rappresentanti. L’opera di Sprenger, più dotta e diligente che profonda, è un tipico prodotto dell’età positivista: accurato vaglio di materiali, inquadramento, come le conoscenze dell’epoca permettevano, nella generale situazione storica d’Arabia e dell’Asia anteriore, discussione paziente di una folla di questioni particolari. Manca un principio di interpretazione storica , un’idea direttiva, una tesi. L’uno e le altre si ritrovano invece, tra i successori di Sprenger come biografi più o meno sistematici di Maometto, in H. Grimme e P. Lammens.Per primo (Mohammed, 1892-95), il messaggio del fondatore dell’Islam fu di origine e natura eminentemente sociale: non tanto problemi teologici avrebbero spinto l’oscuro orfano meccano a predicare il suo verbo sovvertitore, quanto lo sdegno per l’iniqua ripartizione della ricchezza e il desiderio di una più giusta società umana. <Proletari d’Arabia, unitevi!>, sarebbe stato il succo e fine ultimo del messaggio insufflato nell’animo sensibile di Maometto da Gabriele sul monte Hirà. Questa tesi sociale del Grimme, anche se rinverdita più o meno consapevolmente da moderne interpretazioni marxistiche dell’Islàm, e contenente indubbi elementi di verità singole, è nel suo complesso inaccettabile, e diametralmente opposta al moderno approfondimento del fatto religioso. E non meno inaccettabile è lo spirito, come dicemmo già, di attardata prevenzione confessionale con cui il Lammens in brillanti e dottissimi studi trattò di Maometto, della sua famiglia e del suo ambiente( senza mai darne una organica biografia d’insieme), Demolendo da un lato l’attendibilità della tradizione musulmana salvo ad accertarne quanto poteva far comodo alle sue tesi, e presentando le origini dell’Islàm come un complesso di mistificazione e sopraffazione: Maometto è per lui, né più né meno come per gli uomini del nostro Medioevo, il “ falso Profeta”; solo che essi appoggiavano questa prevenzione a un castello di fole puerili, mentre lo storico del XIX-XX secolo la fonda e alimenta su una conoscenza diretta e sterminata delle fonti musulmane indigene, interpretate tutte però con quell’animus negativo. La conclusione è, né potrebbe essere diversamente, che l’Islàm fu un errore della storia, una deviazione dall’ordine provvidenziale, una corruptio optimi pessima dell’appena instaurato cristianesimo. Il Lammens rappresenta ormai un’anacronistica voce isolata nel moderno giudizio storico su Maometto, che abbandonata ogni animosità confessionale vede il Profeta sullo sfondo del suo popolo e del suo tempo, mettendo in risalto or l’uno or l’altro aspetto del suo messaggio, ma ammettendone senza più discussione la fondamentale sincerità. Al principio del nostro secolo, Leone Caetani e il danese Frants Buhl, partendo da diversi principi storiografici, han reso ugualmente omaggio alla eccezionale figura del Profeta d’Arabia e cioè non solo al suo genio politico, ma anche alla sua genuina ispirazione religiosa, al livello(rispetto all’età ed al periodo) elevato di personalità morale. Il Caetani (negli “ Annali dell’Islam” e negli “Studi di storia orientale”, del 1914), pur portato a dar a dar gran peso ai fattori economici e sociali, respinge con retto senso storico la tesi estrema del Grimme, considera l’ispirazione schiettamente religiosa al centro dell’opera di Maometto, e non dissimulando le manchevolezze dell’uomo conclude conb un giudizion positivo sulla sua onestà e disinteresse, sul suo desiderio di bene, sull’efficacia prodigiosa di quella vita. Il Buhl, che a questa vita  ha dedicato tutt’un’ampia biografia ( 1903), la maggiore del nostro secolo prima dell’opera di Montgomery Watt, ne sottolinea parimenti le umane debolezze e l’umana sincerità , ne misura la grandezza sulla solidità dell’opera, a noi per gran arte sfuggente, sul dominio spirituale che seppe esercitare sui suoi contemporanei. Un argomento, questo, che ritorna un po’ in tutti i biografi moderni occidentali di Maometto, dal Caetani all’Andrae, che vedono nella cerchia di uomini attorno a lui personalità forse moralmente a noi più congeniali( Abu Bakr, e Omar), che il Profeta seppe, e non certo con trucchi volgari, avvincere a sé per la vita e la morte, viva testimonianza di una superiorità altrimenti difficile a concepirsi. Questo graduale innalzarsi della valutazione del Profeta da parte della scienza occidentale è costantemente proseguito nei decenni a noi più vicini, con un ritmo che si potrà anche non del tutto approvare, ma che è indisconoscibile. Un vescovo luterano, l’Andrae, inauguratore nel secondo e terzo decennio di questo secolo di una più sottile ricerca storico-religiosa sui ness tra il verbo di Maometto e il cristianesimo siro-bizantino , autore di un classico studio sulla figura del profeta nella fede e nella dottrina della sua stessa comunità, conclude anch’egli la sua biografia del Profeta (1932) col riconoscimento delle sue qualità d’eccezione, pur avvertendo della impossibilità di paragoni “ con l’alta irraggiungibile figura che incontriamo nel Vangelo”. E uno studioso cattolico, M. Guidi, senza tentare quell’impossibile paragone, pur tende a riconscere al fondatore dell’Islam una funzione provvidenziale, quale “ unica via per condurre alla confessione della superiore divinità, e all’affermazione  di un sistema di giusta retribuzione e di dovuto omaggio al Dio unico dell’umanità, anime troppo lontane dalla verità nell’errore della più crassa idolatria”. Ma a questa apologetica conclusione, che rovescia la ostile prevenzione del Lammens ad maiorem gloriam del puro monoteismo (una posizione seguita anche da altri insigni spiriti religiosi del nostro tempo come L. Massignon), il Guidi giunge dopo un’appassionata analisi della opera di maometto, da lui definito “genio del compromesso” tra i valori della tradizione nazionale araba e il superiore concetto monoteistico venutogli per massima parte dal cristianesimo. I più recenti biografi di Maometto, liberi da prevenzioni confessionali ( e li dissociamo perciò da un altro contemporaneo biografo del Profeta, eruditissimo ma di stretta ortodossia islamica, M.Hamidullah), Sono il francese Gaudefroy-Demombynes (Mahomet, 1957) e lo scozzese Montgomery Watt, i cui volumi biografici (Muhammad at Mecca, Muhammad at Medina, Muhammad Prophet and Statesman), accompagnati da singoli studi di grande acume ( tutti usciti fra il ’50 e il ’60) rappresentano finora l’ultima parola della scienza occidentale sul Profeta dell’Islam. Il Watt ha avuto il merito di rivalutare metodicamente la tradizione islamica sulla vita di Maometto , riscattandola dalla scettica ipercritica di Lammens e Caetani; il ricostruire su questo materiale, pur sempre criticamente vagliato, alcune parti della biografia del Profeta che quella ipercritica lasciava in bianco; di utilizzare le ricerche comparative di Andrae, combinate con principi sociologici, per spiegare il successo del messaggio di Maometto. Nel giudizio sull’uomo, infine, sembra che il Watt sia andato oltre ogni suo predecessore d’Occidente, con una apologia su tutta la linea che potrebbe non essere condivisibile. Il metro etico con cui può essere giudicato il Profeta non è, d’accordo, quello del Vangelo, ma quello dell’Arabia del suo tempo; resta il fatto che anche nell’Arabia del suo tempo si conoscevano e pregiavano talune virtù, che nella sua battaglia Maometto propose a politiche e personali considerazioni. Il quadro che il Watt traccia di lui, con la minimizzazione o negazione delle alleged moral failures, sembra sboccare in una concezione troppo vicina alla ‘isma musulmana perché un cristiano di qualsiasi denominazione, o una qualsiasi coscienza morale moderna, possa accettarla. Valga comunque questo caso limite a mostrare quanto cammino ha fatto l’Occidente, dall’odio medievale, per un più giusto e simpatizzante apprezzamento del Profeta.

Quindi, benché apparsa, come è stato detto non del tutto esattamente, in piena luce di storia, la figura del Profeta arabo è difficile a valutarsi nella sua storica realtà non meno di quelle di altri grandi iniziatori come Buddha e Gesù. Come per essi, si frappone tra quella realtà e il nostro giudizio la deformazione della leggenda, che nel caso di Maometto è duplice, esaltatrice e denigratrice. In Oriente, in seno alla sua stessa comunità, il fondatore dell’Islam ha subito infatti una trasfigurazione idealizzatrice che nelle sue manifestazioni estreme ne ha del tutto alterato la figura storica; ma una opposta alterazione essa ha subito in un primo tempo anche in Occidente, apparendo agli occhi della apologetica e della polemica medievale cristiana con tratti non meno tendenziosi e fantastici, finché non è intervenuta la più obiettiva considerazione dell'età moderna. Eppure anche in questa nostra età, sotto l’affinata tecnica e l’asserita oggettività, continuano talora a farsi sentire gli antichi pregiudizi e passioni, magari combinati con nuove evoluzioni. L’umanità di Maometto quale egli stesso l’ammise, con la sua fisica e morale condizionatezza pur nell’altissima missione ricevuta, non può dirsi mai del tutto scomparsa nella immagine che l’Islam ortodosso si foggiò del suo fondatore. Ma, naturalmente, accanto a questa sostanziale ammissione, la venerazione per la figura del Profeta sviluppò al massimo ogni elemento, tratto qualche volta dal Corano stesso, assai più spesso dalla pia leggenda, che circondasse quella umana figura di fatti, qualità e capacità soprannaturali: infatti il concepimento, la nascita, l’infanzia del Profeta sono circonfusi dalla pietà musulmana di prodigi. Quest’aura di soprannaturale si attenua, ma non sparisce del tutto con l’inizio della sua carriera di ispirato e rivelatore, anche a prescindere dalle circostanze iniziali della rivelazione, ove l’aperto intento del soprannaturale risale indubbiamente a esperienze e ricordi di Maometto stesso. La credenza nel miracoloso viaggio notturno dalla Mecca a Gerusalemme e di qui in cielo, su cui doveva poi fondarsi tanta parte dell’escatologia musulmana, ha il suo fondamento in alcuni versetti coranici, che comportano in verità anche una interpretazione di sogno anziché di fisico trasferimento. Ma fuor d’ogni diretto appiglio al Libro sacro sono altri fatti prodigiosi di cui la tradizione ha abbellito la biografia del Profeta: sospiri d’alberi, voci umane di animali accanto a lui, apparizioni d’angeli, intuizioni miracolose, miracoli fisici da lui stesso operati, come lo spaccamento in due della luna. Veramente, proprio in fatto di miracoli, una più storica tradizione serba chiara memoria del diniego di Maometto a chi chiedeva tali atti soprannaturali, e del suo additare come unico autentico miracolo il Corano; ma la pietà popolare non esitò ugualmente nell’attribuirgli anche di quegli atti che infrangendo le leggi della natura (o, secondo la teologia musulmana, rompendone col permesso di Dio la consuetudine) lo ponevano al di sopra della comune umanità. Quanto al Corano medesimo, il suo carattere miracoloso è inimitabile è stato dedotto dai numerosi suoi passi in cui gli infedeli sono sfidati a produrre alcunché di simile, come cosa evidentemente impossibile: e questa credenza, assurta a vero e proprio dogma, nel i ‘giaz o inimitabilità del Libro sacro ha avuto vasta eco nel campo teologico come in quello letterario della civiltà dell’Islam. La critica tende a ricordarla solo come un elemento delle asserite prerogative soprannaturali di Maometto, pur osservando come la concezione islamica del Corano quale diretta parola di Dio riduce la parte personale del Profeta, nella produzione di questo miracoloso testo, a una semplice meccanica trasmissione. Ma l’idealizzazione della figura del Profeta non si esaurisce con la taumaturgia. A poco a poco la coscienza della sua umana fallibilità, da lui stesso ammessa persino nella rivelazione (v’è una sura ove Allah rimprovera Maometto per avere in malo modo respinto un povero cieco che gli chiedeva spiegazioni sulla fede, mentre egli cercava di conciliarsi il favore dei pezzi grossi meccani), si andò offuscando dinanzi al concetto della ‘isma profetica (immunità, per divina protezione, dall’errore e dalla colpa), privilegiò di tutti i Messaggeri di Dio , e in particolare del Sigillo dei Profeti, Maometto. Il suo carattere apparve alla tradizione e pietà seriori la somma di ogni morale virtù , dalla dolcezza e pazienza all’umiltà , dalla clemenza alla generosità, dal coraggio alla sollecitudine per gli umili, i piccoli, i sofferenti, sovrapponendo a testimonianze reali sulla personalità del Profeta sviluppi apologetici di fantasia. Questo modello di virtù, segnato dal crisma della dignità profetica, non poteva non possedere anche speciali prerogative nell’oltretomba, come la facoltà di intercessione presso Dio: donde la figura del Profeta intercessore per i suoi credenti, con relativa letteratura e liturgia. Da questa posizione privilegiata di uomo d’eccezione, che assegna a Maometto l’ortodossia, si passa al concetto sempre più accentuatamente sacrale dell’Islam sciita, fino ad una concezione del Profeta metafisica e mistica, come di un Ente primordiale, una sorta di eone o di Logo preesistente ab eterno nel consiglio divino: tale è la visione di mistici come Ibn ‘Arabi (certo non senza l’influenza di paralleli cristiani), che ipostatizzano una “realtà maomettica” (haqiqa muhammadiyya), intelligenza e forza rettrice del mondo come emanazione della suprema divinità. Così il ricordo della storica persona del mercante meccano e poi dell’abile e realistico capo di Stato a Medina, si perde da un lato nelle speculazioni di una mistica rimasta a lui totalmente estranea ed ignota, mentre d’altro lato si materializza nelle più ingenue credenze e pratiche della pietà popolare. Un estremo diaframma, che né la più sottile speculazione né la  superstizione arrivarono mai a varcare, risparmiò al Profeta del puro monoteismo l’assimilazione sacrilega a Dio stesso: ma, salvo quest’ultimo passo, l’idealizzazione dell’uomo in seno alla sua comunità arrivò agli estremi confini. Dopo un lungo travaglio critico, alcuni punti vengono considerati acquisiti: anzitutto la assoluta sincerità di Maometto nel sentirsi oggetto di uno speciale contatto col divino, e nel farsi trasmettitore di un messaggio , agli inizi almeno, infinitamente più in alto d’ogni sua personale ambizione e interesse; e poi la dipendenza di questo suo messaggio monoteistico dalle due grandi religioni del Vicino Oriente, storicamente precedenti e condizionanti quella del Profeta d’Arabia, ma che abbastanza presto egli considerò integrate, perfezionate e superate dalla sua propria fede. Questa si presentò da principio a lui come la rivelazione da Iddio destinata al popolo arabo, una edizione per così dire “nazionale araba” del principio monoteistico; qui pare nel giusto chi come il Guidi insistette su questo carattere profondamente radicato in Maometto, che sentì fortemente le tradizioni storiche e pseudostoriche della sua gente, e scavalcando il politeismo del suo tempo si foggiò una fantastica protostoria religiosa d’Arabia, collegata con la figura del patriarca Abramo, e restaurata e potenziata da lui, Maometto, ultimo di tutta una serie di profeti. Spazzando via senza compromessi il pantheon pagano, egli serbò sempre una filiale pietas per il patrio santuario del La Mecca, e pose questo al centro del nuovo credo e del (fino ad un certo punto) purificato rito. Per far trionfare questa concezione, che si andò del resto gradatamente elaborando in lui, egli impegnò tutte le sue energie, di anima religiosa, di conoscitore e cattivatore di uomini, di capo e maestro segnato da un privilegio divino. Quando la parola non bastò più, l’azione armata continuò e la sostenne con una naturalezza per lui assoluta: e qui l’opera del visionario Profeta meccano si continuò in quella del capo di Satato medinese senza che né lui né i contemporanei avvertissero quello iato che turba talvolta la nostra coscienza di occidentali. Per il periodo medinese, si è parlato di “razionalizzazione dell’ispirazione”, postulando un processo di cui è ben difficile che il suo protagonista stesso abbia avuto chiara coscienza. Possiamo ben ritenere che anche compiendo o tollerando gli atti della sua carriera politica e della sua vita privata che più ci imbarazzano o ripugnano, egli abbia sempre sinceramente creduto di obbedire a un ordine o permesso divino: ciò che equivale, per noi, alla constatazione che il suo concetto del divino, altissimo alle origini, si abbassò e si umanizzò notevolmente, a un livello per noi insoddisfacente ma che soddisfece lui e gli uomini intorno a lui, che lo considerarono sempre capo, guida e modello. Il fenomeno dell’Islam e del suo fondatore sono, almeno alle origini indissolubilmente legati, e se le sorti della religione fondata da Maometto trascesero enormemente quelle della sua avventura terrena, alle origini del gran corso dell’Islam sta sempre la complessa, difficile, a tratti misteriosa figura del suo iniziatore. Il mistero sembra per noi, talvolta, consistere appunto in questo: nella sproporzione tra le sue qualità indubbiamente notevoli ma tutt’altro che sovrumane, e la portata e la durata immensa dell’opera che fa capo a lui. E in taluni paradossi e contraddizioni del suo carattere che resistono a ogni razionale spiegazione: arabo nelle midolla, e rinnegatore a un tempo della fede della sua città e del suo popolo, per imporgliene e adattargliene un’altra, di chiara origine straniera; paziente, clemente, umano e capace insieme di atti crudelissimi e comportamenti sleali; pronto alla conciliazione e al compromesso, e incrollabilmente fermo nella intuizione centrale della sua vita, nell’incontaminato tawid, o proclamazione dell’unicità divina; consapevole dei pericoli e traviamenti morali cui conduce l’avidità dei beni terreni, e insieme moderatore di questa disposizione ascetica di principio in una temperata rivalutazione di quegli stessi beni terreni, di taluni dei quali (forse non per pura ragione politica) non esitò ad attribuirsi una fetta maggiore degli altri, come “prerogativa del Profeta”. La shahada, o formula di fede dell’Islam, articolata nei due principi “Non v’è altro dio che Allah e Muhammad è l’apostolo di Allah”, è il simbolo di questa unione inscindibile, per un musulmano, tra la fede in Dio e la persona e la dignità del suo Profeta. Con un giudizio assolutamente antistorico, ma che sgorga dalle intime fibre di una evoluzione religiosa e filosofica del tutto diversa, si può deplorare che, assurto di slancio o faticosamente sollevatosi alla visione dell’unico Iddio, Maometto non abbia sentito di sminuirla col creare alla sua propria persona un posto privilegiato, quasi un obbligato passaggio verso quel suo Iddio solitario. Ma il contatto con Lui, conforme a tutta una concezione semitica, araba e personalmente “maomettica”, non apparve possibile a quell’Iniziato se non attraverso la sua propria persona di messaggero, delegato, apostolo: rasùl Allah egli considerò se stesso senz’ombra di sacrilego infingimento, e tale lo han considerato da tredici secoli le generazioni che vissero e vivono per la sua fede. Nella storia universale egli grandeggia per l’opera da lui iniziata, e di cui siamo ben lungi dal vedere la fine: un’opera che, come primo suo effetto, riscattò gli Arabi da una grama e oscura vita di figli del deserto, e li gettò innanzi a conquistare un impero, e a mutare il volto del mondo. È impossibile considerare la figura storica di Maometto senza definire in qualche modo la terra e il popolo, la società e la tradizione patria in cui egli nacque, e che in parte rivoluzionò e profondamente innovò, in parte continuò e potenziò. La penisola araba preislamica, esclusa dal resto del mondo antico dalla fascia desertica che si incunea nell’arco del “crescente fertile”, fu per le grandi monarchie orientali, e poi per l’ellenismo e per Roma, un territorio poco accessibile, del quale non fu mai ambito uno stretto dominio diretto, ma del quale si mirò a tenere a bada, o al più ad utilizzare come ausiliari in guerra, la irrequieta popolazione. Gli Arabi del deserto furono perciò ora razziatori ai margini degli imperi d’Oriente, ora essi stessi mercenari dei re assiri e dei sovrani ellenistici, e come tali sporadicamente menzionati nelle iscrizioni e nei testi. D’altra parte, accanto a questo povero arabismo nomade, la tradizione biblica e classica conosce anche dei più evoluti e civili Stati arabi nel sud della penisola: è il regno della regina di “Saba”, visitatrice e amica di Salomone, è l’impero degli “Omeriti”, o re di Himyar nell’Arabia felix, detentori di favolose ricchezze (le beatae gazae et plenae Arabum domus di Orazio). Queste opposte raffigurazioni rispecchiano esattamente il duplice aspetto storico-geografico e sociale dell’Arabia antica, il nomadismo prevalente nel nord in ridimentali condizioni di vita, e i sedentari e progrediti stati agricoli del sud, che conferirono per un millennio e mezzo all’Arabia meridionale una fisionomia a sé, del tutto distinta da quella dell’Arabia deserta. Dalle regioni evolute dello Yemen, in epoca romana, provenivano tessuti pregiati, profumi, aromi ricercati quali l’incenso e anche il sale, esportati con ingente ricavo per i suddetti Stati, che così si espansero. Ci è giunta notizia di una spedizione, ad opera di alcune truppe romane inviate da Augusto, sotto il comando di Elio Gallo, le quali non riuscirono a conquistare l’impero dei Sabéi con capitale Maryab (odierna Marib) e l’impero dei Minei (Yemen settentrionale) in parte per l’ostacolo rappresentato dal deserto che si doveva percorrere per raggiungere la cosiddetta Arabia felix, culla di civiltà fiorite tra il IX e il X secolo a. C. Molti di essi non fecero più ritorno, ma l’impero degli Himyariti avviò la sua decadenza. Anche tramite il commercio nomade, si intrattennero già nell’antichità importanti contatti tra popoli “occidentali” e arabi. Queste vie di commercio furono adoperate come fondamentali per tutto il medioevo. Già cinque secoli prima di Cristo, nel Prometeo, Eschilo definisce gli arabi "tribù bellicose". Essendo dimostrato che in quei tempi i Greci non avevano alcuna relazione con loro, è evidente che l'aggettivo "bellicosi" è attribuito senza esperienze concrete. Nello stesso periodo, Erodoto descrive l'Arabia come una terra popolata da serpenti volanti e montoni con code così grandi da dover essere sorrette da carri. Immagini altrettanto fantasiose vengono usate, ad esempio, nelle pagine di Diodoro di Sicilia, Tibullo e Tacito. Comunque, è solo dopo l'avvento dell'Islam che gli arabi invadono veramente la storia del mondo facendo nascere una radicata mitologia che, ancora oggi, segna il rapporto tra Occidente e Oriente musulmano secondo la tesi dello storico Pirenne, molto discussa.
Possiamo riportare una citazione antica di Lucano, mentre altre, alquanto fantasiose e leggendarie (ovviamente, date le difficoltà riguardanti i viaggi in terre così remote), riportano informazioni sugli Arabi, già visti in maniera ambigua prima di essere davvero noti in Occidente:

 

Felici gli Arabi, i Medi e le terre d’Oriente che il destino ha mantenuto sotto una serie ininterrotta di tiranni .
Lucano, 60

Si può sostenere che la figura e l’opera di Maometto si inseriscono, benché in sorte di un piccolo centro cittadino, nella tradizione e nella storia di quell’Arabia deserta, primitiva e nomade, assai più che nella civiltà sudarabica, al tempo del Profeta, del resto, in piena decadenza, anzi in dissoluzione (e questo fu un motivo pregnante del successo della sua predicazione, motivo sociologico ed economico in parte consapevole ed in parte inconsapevole).

Da tempi remoti gli Arabi abitavano questa terra arida e immensa. Terra grande come un terzo dell'Europa, ma poco popolata e in parte desertica a causa della scarsità delle piogge. Gli Arabi impararono a cercare l'acqua in profondità scavando pozzi, ma quando questa talvolta sgorgava da una sorgente, allora appariva l'oasi, stupenda di verde. Componenti essenziali nella caratteristica del più autentico arabismo erano il deserto, il nomadismo e i vincoli tribali. Il nomadismo pastorale era il genere di vita che tali condizioni ambientali imponevano. Già da duemila anni prima di Cristo era stato addomesticato il cammello, la cui adattabilità al deserto è ben nota. Il latte di cammello e i datteri coltivati nelle oasi, dove vivevano pochi sedentari, costituivano il cibo dei Beduini. Alcune popolazioni semi-nomadi coltivavano cereali, legumi e frutta, ma solo se le condizioni climatiche lo permettevano. Queste popolazioni vivevano in stretto rapporto e avevano bisogno le une delle altre. Queste tribù dovettero fronteggiare il progressivo inaridimento di quelle terre e instaurare particolari vincoli sociali. Le relazioni tra di loro erano generalmente pacifiche e di natura economica. Il cammello, animale resistente e veloce poteva portare carichi pesanti. Le carovane raggiungevano le zone più fertili dell'Arabia del Sud, caricavano le merci prodotte localmente e quelle che provenivano dall'India, dall'Africa e dall'Estremo - Oriente per poi rivenderle nell' Arabia del Nord e nel Medio Oriente. I Beduini facevano pagare un dazio per il transito delle carovane sul territorio da loro controllato.

Su scala territoriale più ristretta tra nomadi e sedentari avvenivano parecchi scambi. Numerosi mercati e fiere costituivano occasione di incontro e talvolta presso un'oasi o un santuario assumevano un carattere permanente. Nascevano così città disseminate nel deserto oltre a quelle che sorgevano nelle oasi. Nelle città le strutture sociali erano simili a quelle dei nomadi. Le cellule di base erano le sotto-tribù o clan, piccoli gruppi umani il cui numero era stabilito dalla legge della necessità vitale. Più clan formavano una tribù. Queste relazioni erano perlopiù pacifiche, ma la miseria di cui spesso soffrivano questi gruppi arabi, rendevano abbastanza frequenti le razzie (ghazwa) per impossessarsi delle ricchezze, spesso relative, dei più fortunati. Le regole delle razzie erano codificate dall'uso: si cercava ad esempio di non uccidere mai, perché l'omicidio comportava gravi conseguenze. Non vi erano leggi scritte, poiché mancava uno Stato che le imponesse con la forza, ma ciascuno sapeva a quali conseguenze andava incontro in caso di omicidio. " Occhio per occhio, dente per dente ". La vendetta (ta-ar) era uno dei pilastri della società beduina e si basava sull'egualitarismo tribale: unica salda e riconosciuta struttura sociale per l’ambiente preislamico è il vincolo tribalizio che sanciva il principio dell’autorità e solidarietà tribale in gruppi genealogici variamente articolati che la posteriore antiquaria araba ci presenta in rigida e ingannevole schematizzazione. La tribù è la cellula autosufficiente della embrionale vita politica e sociale, l’unica struttura alla quale si piega per forza di cose, date le difficoltà del territorio, l’individualistica e tendenzialmente anarchica psiche del beduino: essa gli garantisce un naturale appoggio nel bellun omnium contra omnes che è la naturale legge del deserto, ne tutela la vita e gli averi con la solidarietà collettiva nelle liti per la roba e nelle cause di sangue ne soddisfa, con i suoi fasti genealogici e guerrieri, la vanità e il desiderio di gloria. Ogni gruppo sceglieva quindi al tempo un capo (sayyd, sheik) la cui autorità dipendeva esclusivamente dalle sue qualità personali e umane, e dal suo valore in guerra. Il disaccordo di un solo membro su una decisione importante poteva rimetterla in discussione. Il prestigio veniva anche attribuito dall’anzianità, molto rispettata come tradizionale sede della saggezza; tuttavia, come vedremo era fondamentale, in queste piccole comunità, l’arte della parola, la retorica: il capo doveva essere una personalità influente e sapersi destreggiare in discorsi persuasivi che inducessero nei singoli individui convinzione per le importanti e vitali decisioni del deserto. Per migliorare l’uso della parola si coltivò l’uso della poesia e delle formule persuasive religiose, tramandate per tradizione dagli avi con gli idola. Ciò causò l’evoluzione della lingua araba derivante dall’aramaico, ma soprattutto dal parlato e differente dalla lingua scritta degli Stati dello Yemen (di alfabeto e lingua differenti). Unanimemente riconosciuti erano la generosità ospitale, la protezione dei deboli, il coraggio nelle incessanti scaramucce e razzie, l’abilità nella gnome e nella rima. Fuori dalla tribù, alla quale appartiene o per diretto vincolo di sangue, o per affiliazione, o per alleanza (walà, tahaluf), non vi era vita possibile, se non nella precaria esistenza del disperato e del bandito, come è cantata dal poeta Shànfara. Altra alternativa al vincolo tribalizio, il “regno” (mulk), o la tirannia tribale (quella citata probabilmente da Lucano) o supertribale di uno solo, la coscienza collettiva dell’antica Arabia beduina ripugnava con tutte le forze, come appare dalla vita brevissima che ebbero i tentativi di egemonia personale.

Naturalmente c'erano tribù più ricche e tribù più povere, ma generalmente questa situazione non era mai definitiva, bastava un periodo di siccità per ritornare brutalmente allo stato di miseria e di eguaglianza. Le arti non avevano grande spazio in questa società sempre in movimento ad eccezione dell'arte della parola. Gli Arabi ammiravano l'eloquenza, gli uomini che sapevano utilizzare la parola (per dare un consiglio, per mettere fine ad una situazione imbarazzante). Ancor più ammirata era la poesia. Sembra che tra gli appartenenti a queste tribù di pastori nomadi si andasse sviluppando un crescente senso di identità culturale, evidenziato dall’affermarsi di una lingua poetica comune a partire dai dialetti dell’arabo. Si trattava di una lingua formalizzata, con ricercatezze grammaticali e lessicali, che si sviluppò gradualmente, vuoi in seguito all’elaborazione di un solo dialetto particolare, vuoi per la fusione di diversi dialetti, e che veniva usata dai poeti provenienti da differenti gruppi tribali o oasi cittadine. Anche se non si può escludere che la loro poesia si sia sviluppata a partire dall’uso di una lingua ritmata, colta e in rima per incantesimi o formule magiche, quella che è giunta fino a noi è tutt’altro che primitiva. Essa è il prodotto della decantazione di una lunga tradizione, in cui una parte spettò non solo ai raggruppamenti di tribù e città mercantili, ma anche alle corti delle dinastie arabe ai margini dei grandi imperi, in particolare a quella di Hira sull’Eufrate, aperta com’era ad influssi cristiani e mazdaici. Otteniamo quindi un quadro assai complesso e confuso della situazione dei popoli preislamici arabici: i grandi e fiorenti imperi del sud, punto di riferimento per le piccole città dei capi tribù, sorte nei pressi di vaste oasi, e conseguentemente delle più povere ed in continua lotta tribù di Beduini nomadi, si trovano in crisi profonda, in una crisi legata indirettamente a quella mediterranea che vede crollare il millenario sistema politico-economico elleno-latino con importanti ripercussioni commerciali. Le tribù vengono sempre più a contatto con la periferia dell’impero sassanide e romano d’Oriente, maggiormente pieno di fervore culturale in seguito allo spostamento della capitale da Roma a Costantinopoli, alla divisione dello stesso impero in due regioni, una occidentale e una orientale. Le tribù instaurano una lotta anche culturale tra loro che trova un unico motivo d’unione per tradizione nel pantheon pagano de La Mecca. Il suddetto santuario era governato da una rigida e importante casta sacerdotale molto ricca dal punto di vista commerciale. Lo sviluppo di questa civiltà e la sua evoluzione graduale si concentrò appunto nella regione dello Higiàz, sede di alcuni stanziamenti stabili nei pressi di fertili oasi, le cui più grandi concentrazioni urbane erano La Mecca e Yathrib (poi Medina), vi erano poi altri piccoli villaggi. Era questa la fase della Giahiliyya, o epoca del paganesimo arabo, che precedette il “ri-beduinizzamento” della società araba con le crisi degli Stati a nord e a sud. La frammentazione successiva della società semi-nomade e gli influssi delle culture straniere provocarono una crisi nei consensi della giuntura religiosa del santuario meccano: ma come? Nelle regioni di confine, l’imperatore d’Oriente governava attraverso funzionari statali di lingua greca; le grandi città del Mediterraneo orientale, Antiochia in Siria e Alessandria in Egitto, erano centri di cultura ellenica e rifornivano l’amministrazione imperiale di funzionari provenienti dalle élite locali. Si era inoltre prodotto un altro cambiamento, di portata ancora più vasta: l’impero era diventato cristiano, non solo per decreto ufficiale dell’imperatore, ma per conversione a diversi livelli. La maggioranza della popolazione era cristiana, anche se i filosofi pagani continuarono ad insegnare nelle scuole di Atene fino al VI secolo, nelle città vivevano comunità di Ebrei, e le memorie delle divinità pagane continuavano ad ossessionare i templi trasformati in chiese. Il Cristianesimo diede una nuova dimensione alla lealtà che si provava nei confronti dell’imperatore, ed un nuovo quadro unitario per le culture locali dei suoi sudditi. Idee ed immagini cristiane  trovarono espressione nelle lingue letterarie delle varie regioni dell’impero oltre che nel greco delle grandi città: l’armeno nelle regioni orientali dell’Anatolia, il siriaco in Siria, il copto in Egitto. Tombe di santi ed altri luoghi di pellegrinaggio si prestarono a preservare, in forma cristiana, le credenze e le tradizioni di età immemorabile di ogni regione. Le istituzioni di autogoverno delle città greche erano scomparse parallelamente all’espansione della burocrazia imperiale, ma una dirigenza locale poteva essere assicurata dai Vescovi. Ma quando il Papa divenne, in Occidente, il capo della Chiesa e volle esercitare il potere del Primato di Pietro su tutte le autorità ecclesiastiche, tutto ciò entrò in immediato contrasto economico e politico con l’autorità dell’imperatore d’Oriente che controllava direttamente nel suo Stato le autorità religiose. Nacque così il secolare conflitto tra istituzioni politiche e religiose nella civiltà occidentale, il conflitto tra il Papato e l’impero. Si crearono così delle importanti divergenze dottrinali discusse in vari concili come quello di Calcedonia (451) che sanciva la duplice natura della Trinità. Il contrasto era dovuto anche alla lingua ufficiale della Chiesa che era il latino e non il greco adoperato dalla burocrazia e dalla Chiesa d’Oriente. Si diffusero così numerosi gruppi di eretici perseguitati da entrambe le autorità in un secondo tempo (alcune di esse citate da Dante nella stessa cantica dove è presente anche Maometto, eretico al pari degli altri). Tali eretici (Nestoriani, Monofisiti, ecc.) si raggrupparono soprattutto nelle regioni di confine degli imperi, diffondendo nelle comunità un’esortazione al rinnovamento della dottrina teologica. I Monofisiti si stanziarono in Anatolia, i Copti in Egitto (dall’antica denominazione della stessa regione), i Nestoriani fino all’Iraq, regione fiorente e sede di importanti confronti e rapporti economici e quindi culturali (la stessa origine della scrittura è dovuta da sempre alla necessita di registrare transazioni economiche e al bisogno di preservare leggi e tradizioni orali in materia di culto per una maggiore credibilità).  Inoltre con la crisi economica e le divisioni interne all’apparato burocratico troppo frammentato causarono il declino economico dell’impero romano d’Oriente e del potere dell’imperatore. La crisi divenne anche militare quando si infittì la frequenza di guerre con l’impero Sassanide, nel quale era radicato un altro credo religioso, in crisi anch’esso: lo zoroastrismo. Tutti questi influssi determinarono sconvolgimenti maggiori nella società dei beduini aperta alle peregrinazioni continue, influenzati nelle regioni di confine dalle religioni straniere e dai resti della cultura ellenistica ivi codificata in greco. Nel frattempo lo Stato sassanide era retto da una famiglia che lo governava attraverso una gerarchia di funzionari, ed essi cercarono di fornire una solida base di unità e lealismo facendo rivivere l’antica religione iranica, tradizionalmente associata al culto di Zoroastro, profeta del dio Ahura Mazda. Secondo questa religione l’universo era un campo di battaglia, al di sotto del Dio supremo, in cui si affrontavano spiriti buoni e spiriti malvagi; quelli buoni erano destinati alla vittoria, ma gli uomini e le donne di valore e ritualmente puri avrebbero affrettato la vittoria: evidenziamo una affinità con l’ideale individualistico della società araba antica basata sulla lotta ed anche l’animismo che essi credevano presente negli idoli del santuario, idoli buoni e cattivi esorcizzati. L’Iraq che, come detto ospitava Cristiani della chiesa nestoriana (i quali rivestivano peraltro cariche importanti nello Stato) era sotto l’impero sassanide ed anche confinante con i territori tribali arabi. Questa zona era anche il principale centro di dottrina religiosa ebraica, ed un rifugio per i filosofi pagani e gli scienziati di medicina provenienti dalle città elleniche del mondo mediterraneo. Vi erano lì diverse varietà di lingue diffuse, la varietà scritta più usata all’epoca era il pahlavi. Era diffuso anche l’aramaico, lingua semitica imparentata con l’ebraico e l’arabo,  e a quell’epoca molto usata in tutto il Medio Oriente; la sua varietà più recente è nota come siriaco. In tutto questo complesso panorama in rapida evoluzione la guerra tra Bizantini e Sassanidi diviene più fitta e logorante per contendersi la regione irachena ed iranica: tra il VI e il VII secolo d.C. molte cose cambiarono. Con qualche intervallo le guerre si protrassero tra il 540 e il 629: per un certo periodo gli eserciti sassanidi si spinsero fino al Mediterraneo, occupando le grandi città di Antiochia e di Alessandria, oltre alla città santa di Gerusalemme, ma negli anni successivi al 620 vennero respinti dall’imperatore d’Oriente Eraclio. Per un certo periodo il potere sassanide si spinse anche a sudovest dell’Arabia, dove il regno dello Yemen aveva perso gran parte della sua antica potenza in seguito ad invasioni dall’Etiopia e ad un declino dell’agricoltura. Le società sedentarie dei due imperi erano percorse da interrogativi circa il significato della vita ed il modo in cui essa andasse vissuta, interrogativi che trovavano espressione negli idiomi delle grandi religioni. Il potere e l’influenza degli imperi giungeva a toccare parti della penisola arabica e da molti secoli pastori nomadi arabi vagavano per le campagne di quell’area che oggi viene chiamata spesso fertile mezzaluna: la popolazione della Siria interna, del territorio ad ovest dell’Eufrate, nella parte inferiore dell’Iraq, e della regione tra  l’Eufrate e il Tigri in quella superiore (la jazira), era costituita in gran parte da Arabi. Costoro portavano con sé il carattere particolare e le loro forme di organizzazione della società. Alcuni dei loro capitribù esercitavano il comando da città poste nelle oasi e i governi imperiali se ne servivano per tenere alla larga gli altri nomadi e per riscuotere le imposte. In seguito essi furono in grado di creare entità politiche più stabili, come quella dei Lackmidi, che aveva la sua capitale a Hira, in una regione su cui i Sassanidi non esercitavano una diretta autorità, e quella dei Ghassanidi in una regione analoga dell’impero bizantino. La popolazione di questi Stati acquisì nozioni politiche e militari e si aprì a idee e credi provenienti dai territori degli imperi; Hira fu un centro cristiano. Da questi Stati, dallo Yemen, ed anche dal passaggio di mercanti lungo le vie carovaniere, riusciva ad arrivare nel cuore dell’Arabia qualche cognizione del mondo esterno e della sua cultura, insieme a qualche sedentario che da esso proveniva. Nelle oasi dello Hijaz, nell’Arabia occidentale, vi furono artigiani, commercianti e coltivatori ebrei, e in Arabia centrale vi furono monaci e conversi cristiani. Tutte queste influenze si opponevano al potere del grande santuario panarabo de La Mecca, lo haram denominato ka’ba, dalla roccia nera cubica che vi si venerava, tra gli altri idoli tribali, come sede di forze soprannaturali (probabilmente era un frammento antico di asteroide). La ka’ba, posta al di fuori dei conflitti territoriali era luogo di pellegrinaggi e sovvenzionato da tributi dei fedeli che arricchivano le potenti caste sacerdotali, facenti capo ad una sola famiglia. Proprio qui si evidenziano importanti testimonianze antiche di scrittura araba: erano alcune di quelle poesie redatte dagli studiosi, prettamente capitribù, effetti della cultura preislamica e appese (Mu’allaqat) sulle mura del santuario dopo l’instaurazione del nuovo regime religioso. Iol verso fu l’unità dase dell’unificazione culturale araba, esso, sede della perfezione dell’espressione simbolica e sonora, e il poema, risultato dell’unione di versi è definito come “una collana  si perle”. Riportiamo alcuni testi  tradotti in Inglese:

 

Peter Heath, Thirsty Sword; Sirat Antar And The Arabic Popular Epic, (University of Utah Press, 1996)

 


The Poem of Imru-Ul-Quais

Stop, oh my friends, let us pause to weep over the remembrance of my beloved.
Here was her abode on the edge of the sandy desert between Dakhool and Howmal.

The traces of her encampment are not wholly obliterated even now;
For when the Sonth wind blows the sand over them the North wind sweeps it away.

The courtyards and enclosures of the old home have become desolate;
The dung of the wild deer lies there thick as the seeds of pepper.

On the morning of our separation it was as if I stood in the gardens of our tribe,
Amid the acacia-shrubs where my eyes were blinded with tears by the smart
from the bursting pods of colocynth.

As I lament thus in the place made desolate, my friends stop their camels;
They cry to me "Do not die of grief; bear this sorrow patiently."

Nay, the cure of my sorrow must come from gushing tears.
Yet, is there any hope that this desolation can bring me solace ?

So, before ever I met Unaizah, did I mourn for two others;
My fate had been the same with Ummul-Huwairith and her
neighbor Ummul-Rahab in Masal.

Fair were they also, diffusing the odor of musk as they moved,
Like the soft zephyr bringing with it the scent of the clove.

Thus the tears flowed down on my breast, remembering days of love;
The tears wetted even my sword-belt, so tender was my love.

Behold how many pleasant days have I spent with fair women;
Especially do I remember the day at the pool of Darat-i-Julju1.

On that day I killed my riding camel for food for the maidens:
How merry was their dividing my camel's trappings to be carried on their camels.

It is a wonder, a riddle, that the camel being saddled was yet unsaddled!
A wonder also was the slaughterer, so heedless of self in his costly gift!

Then the maidens commenced throwing the camel's fesh into the kettle;
The fat was woven with the lean like loose fringes of white twisted silk.

On that day I entered the howdah, the camel's howdah of Unaizah!
And she protested, saying, "Woe to you, you will force me to travel on foot."

She repulsed me, while the howdah was swaying with us;
She said, "You are galling my camel, Oh Imru-ul-Quais, so dismount."

Then I said, "Drive him on! Let his reins go loose, while you turn to me.
Think not of the camel and our weight on him. Let us be happy.

"Many a beautiful woman like you, Oh Unaizah, have I visited at night;
I have won her thought to me, even from her children have I won her."

There was another day when I walked with her behind the sandhills,
But she put aside my entreaties and swore an oath of virginity.

Oh, Unaizah, gently, put aside some of this coquetry.
If you have, indeed, made up your mind to cut off friendship with me, then do it kindly or gently.

Has anything deceived you about me, that your love is killing, me,
And that verily as often as you order my heart, it will do what you order?

And if any one of my habits has caused you annoyance,
Then put away my heart from your heart, and it will be put away.

And your two eyes do not flow with tears, except to strike me with arrows in my broken heart.
Many a fair one, whose tent can not be sought by others, have I enjoyed playing with.

I passed by the sentries on watch near her, and a people desirous of killing me;
If they could conceal my murder, being unable to assail me openly.

I passed by these people at a time, when the Pleiades appeared in the heavens,
As the appearance of the gems in the spaces in the ornamented girdle, set with pearls and gems.

Then she said to me, "I swear by God, you have no excuse for your wild life;
I cannot expect that your erring habits will ever be removed from your nature."

I went out with her; she walking, and drawing behind us, over our footmarks,
The skirts of an embroidered woolen garment, to erase the footprints.

Then when we had crossed the enclosure of the tribe,
The middle of the open plain, with its sandy undulations and sandllills, we sought.

I drew the tow side-locks of her head toward me; and she leant toward me;
She was slender of waist, and full in the ankle.

Thin-waisted, white-skinned, slender of body,
Her breast shining polished like a mirror.

In complexion she is like the first egg of the ostrich---white, mixed with yellow.
Pure water, unsullied by the descent of many people in it, has nourished her.

She turns away, and shows her smooth cheek, forbidding with a glancing eye,
Like that of a wild animal, with young, in the desert of Wajrah.

And she shows a neck like the neck of a white deer;
It is neither disproportionate when she raises it, nor unornamented.

And a perfect head of hair which, when loosened, adorns her back,
Black, very dark-colored, thick like a date-cluster on a heavily laden date-tree.

Her curls creep upward to the top of her head;
And the plaits are lost in the twisted hair, and the hair falling loose.

And she meets me with a slender waist, thin as the twisted leathern nose-rein of a camel.
Her form is like the stem of a palm-tree bending over from the weight of its fruit.

In the morning, when she wakes, the particles of musk are lying over her bed.
She sleeps much in the morning; she does not need to gird her waist with a working dress.

She gives with thin fingers, not thick, as if they were the worms of the desert of Zabi,
In the evening she brightens the darkness, as if she were the light-tower of a monk.

Toward one like her, the wise man gazes incessantly, lovingly.
She is well proportioned in height between the wearer of a long dress and of a short frock.

The follies of men cease with youth, but my heart does not cease to love you.
Many bitter counselors have warned me of the disaster of your love, but I turned away from them.

Many a night has let down its curtains around me amid deep grief,
It has whelmed me as a wave of the sea to try me with sorrow.

Then I said to the night, as slowly his huge bulk passed over me,
As his breast, his loins, his buttocks weighed on me and then passed afar,

"Oh long night, dawn will come, but will be no brighter without my love.
You are a wonder, with stars held up as by ropes of hemp to a solid rock."

At other times, I have filled a leather water-bag of my people and entered the desert,
And trod its empty wastes while the wolf howled like a gambler whose family starves.

I said to the wolf, "You gather as little wealth, as little prosperity as I.
What either of us gains he gives away. So do we remain thin."

Early in the morning, while the birds were still nesting, I mounted my steed.
Well-bred was he, long-bodied, outstripping the wild beasts in speed,

Swift to attack, to flee, to turn, yet firm as a rock swept down by the torrent,
Bay-colored, and so smooth the saddle slips from him, as the rain from a smooth stone,

Thin but full of life, fire boils within him like the snorting of a boiling kettle;
He continues at full gallop when other horses are dragging their feet in the dust for weariness.

A boy would be blown from his back, and even the strong rider loses his garments.
Fast is my steed as a top when a child has spun it well.

He has the flanks of a buck, the legs of an ostrich, and the gallop of a wolf.
From behind, his thick tail hides the space between his thighs, and almost sweeps the ground.

When he stands before the house, his back looks like the huge grinding-stone there.
The blood of many leaders of herds is in him, thick as the juice of henna in combed white hair.

As I rode him we saw a flock of wild sheep, the ewes like maidens in long-trailing robes;
They turned for flight, but already he had passed the leaders before they could scatter.

He outran a bull and a cow and killed them both, and they were made ready for cooking;
Yet he did not even sweat so as to need washing.

We returned at evening, and the eye could scarcely realize his beauty
For, when gazing at one part, the eye was drawn away by the perfection of another part.

He stood all night with his saddle and bridle on him,
He stood all night while I gazed at him admiring, and did not rest in his stable.

But come, my friends, as we stand here mourning, do you see the lightning ?
See its glittering, like the flash of two moving hands, amid the thick gathering clouds.

Its glory shines like the lamps of a monk when he has dipped their wicks thick in oil.
I sat down with my companions and watched the lightning and the coming storm.

So wide-spread was the rain that its right end seemed over Quatan,
Yet we could see its left end pouring down on Satar, and beyond that over Yazbul.

So mighty was the storm that it hurled upon their faces the huge kanahbul trees,
The spray of it drove the wild goats down from the hills of Quanan.

In the gardens of Taimaa not a date-tree was left standing,
Nor a building, except those strengthened with heavy stones.

The mountain, at the first downpour of the rain, looked like a
giant of our people draped in a striped cloak.
The peak of Mujaimir in the flood and rush of debris looked
like a whirling spindle.

The clouds poured forth their gift on the desert of Ghabeet, >till it blossomed
As though a Yemani merchant were spreading out all the rich clothes from his trunks,

As though the little birds of the valley of Jiwaa awakened in the morning
And burst forth in song after a morning draught of old, pure, spiced wine.

As though all the wild beasts had been covered with sand and mud, like the onion's root-bulbs.
They were drowned and lost in the depths of the desert at evening.

The Poem of Antar

Have the poets left in the garment a place for a patch to be patched by me;
and did you know the abode of your beloved after reflection?

The vestige of the house, which did not speak, confounded thee,
until it spoke by means of signs, like one deaf and dumb.

Verily, I kept my she-camel there long grumbling,
with a yearning at the blackened stones,
keeping and standing firm in their own places.

It is the abode of a friend, languishing in her glance,
submissive in the embrace, pleasant of smile.

Oh house of 'Ablah situated at Jiwaa,
talk with me about those who resided in you.
Good morning to you, O house of 'Ablah,
and be safe from ruin.

I halted my she-camel in that place;
and it was as though she were a high palace;
in order that I might perform the wont of the lingerer.

And 'Ablah takes up her abode at Jiwaa;
while our people went to Eazan, then to Mutathallam.

She took up her abode in the land of my enemies;
so it became difficult for me to seek you, O daughter of Mahzam.

I was enamored of her unawares,
at a time when I was killing her people,
desiring her in marriage; but by your father's
life I swear, this was not the time for desiring.

And verily you have occupied in my heart the place of the honored loved one,
so do not think otherwise than this, that you are my beloved.

And how may be the visiting of her,
while her people have taken up their residence
in the spring at 'Unaizatain and our people at Ghailam?

I knew that you had intended departing,
for, verily, your camels were bridled on a dark night.

Nothing caused me fear of her departure,
except that the baggage camels of her people
were eating the seeds of the Khimkhim tree throughout the country.

Amongst them were two and forty milk-giving camels,
black as the wing-feathers of black crows.

When she captivates you with a mouth possessing sharp and white teeth,
sweet as to its place of kissing, delicious of taste.

As if she sees with the two eyes of a young, grown up gazelle from the deer.
It was as though the musk bag of a merchant in his case of perfumes
preceded her teeth toward you from her mouth.

Or as if it is an old wine-skin, from Azri'at, preserved long,
such as the kings of Rome preserve;

Or her mouth is as an ungrazed meadow,
whose herbage the rain has guaranteed,
in which there is but little dung;
and which is not marked with the feet of animals.

The first pure showers of every rain-cloud rained upon it,
and left every puddle in it bright and round like a dirham;

Sprinkling and pouring; so that the water flows upon it
every evening, and is not cut off from it.

The fly enjoyed yet alone, and so it did not cease humming,
as is the act of the singing drunkard;

Humming, while he rubs one foreleg against the other, as
the striking on the flint of one, bent on the flint,
and cut off as to his palm.

She passes her evenings and her mornings on the surface
of a well-stuffed couch, while I pass my nights on the back of
a bridled black horse.

And my couch is a saddle upon a horse big-boned in the leg,
big in his flanks, great of girth.

Would a Shadanian she-camel cause me to arrive at her
abode, who is cursed with an udder scanty of milk and cut off?

After traveling all night, she is lashing her sides with her tail, and is strutting proudly,
and she breaks up the mounds of earth she passes over with her foot with its sole, treading hard.

As if I in the evening am breaking the mounds of earth by means of an ostrich,
very small as to the distance between its two feet, and earless.

The young ostriches flock toward him, as the herds of Yemenian camels
flock to a barbarous, unintelligible speaker.

They follow the crest of his head,
as though it was a howdah on a large litter, tented for them.

He is small headed, who returns constantly to look after his
eggs at Zil-'Ushairah; he is like a slave, with a long fur cloak and without ears.

She drank of the water of Duhruzain and then turned away,
being disgusted, from the pools of stagnant water.

And she swerves away with her right side from the fear of
one, whistling in the evening, a big, ugly-headed one;

From the fear of a cat, led at her side, every time she
turned toward him in anger, he met her with both claws and mouth.

She knelt down at the edge of the pool of Rada', and groaned
as though she had knelt on a reed, broken, and emitting a cracking noise.

And the sweat on the back was as though it were oil or thick pitch,
with which fire is lighted round the sides of a retort.

Her places of flexure were wetted with it and she lavishly poured of it,
on a spreading forelock, short and well-bred.

The length of the journey left her a strong, well-built body, like a high palace,
built with cement, and rising high; and feet like the supports of a firmly pitched tent.

And surely I recollected you, even when the lances were drinking my blood,
and bright swords of Indian make were dripping with my blood.

I wished to kiss the swords, for verily they shone as bright
as the flash of the foretooth of your smiling mouth.

If you lower your veil over yourself in front of me, of what use will it be?
for, verily, I am expert in capturing the mailed horseman.

Praise me for the qualities which you know I possess, for,
verily, when I am not ill-treated, I am gentle to associate with.

And if I am ill-treated, then, verily, my tyranny is severe,
very bitter is the taste of it, as the taste of the colocynth.

And, verily, I have drunk wine after the midday heats have subsided,
buying it with the bright-stamped coin.

From a glass, yellow with the lines of the glass-cutter on it,
which was accompanied by a white-stoppered bottle on the lefthand side.

And when I have drunk, verily, I am the squanderer of my property,
and my honor is great, and is not sullied.

And when I have become sober, I do not diminish in my generosity,
and, as you know, so are my qualities and my liberality.

And many a husband of a beautiful woman, I have left prostrate on the ground,
with his shoulders hissing like the side of the mouth of one with a split lip.

My two hands preceeded him with a hasty blow, striking him before he could strike me;
and with the drops of blood from a penetrating stroke, red like the color of Brazil wood.

Why did you not ask the horsemen, O daughter Malik!
If you were ignorant, concerning what you did not know about my condition,

At a time when I never ceased to be in the saddle of a long striding,
wounded, sturdy horse, against whom the warriors came in succession.

At one time he is detached to charge the enemy with the lance,
and at another he joins the large host with their bows tightly strung.

He who was present in the battle will inform you that verily I rush into battle,
but I abstain at the time of taking the booty.

I see spoils, which, if I want I would win;
but my bashfulness and my magnanimity hold me back from them.

And many a fully-armed one, whom the warriors shunned fighting with,
neither a hastener in flight, nor a surrenderer;

My hands were generous to him by a quick point with a straightened spear strong in the joints;
Inflicting a wound wide of its two sides, the sound of the flow of blood from it leads
at night the prowling wolves, burning with hunger.

I rent his vesture with a rigid spear,
for the noble one is not forbidden to the spears.

Then I left him a prey for the wild beasts, who seize him,
and gnaw the beauty of his fingers and wrist.

And many a long, closely-woven coat of mail,
I have split open the links of it with a sword,
off one defending his rights,
and renowned for bravery.

Whose hands are ready, with gambling arrows when it is winter,
a tearer-down of the signs of the wine-sellers, and one reproached for his extravagance.

When he saw that I had descended from my horse, and was intending killing him,
he showed his teeth, but without smiling.

My meeting with him was when the day spread out,
and he was as if his fingers and his head were dyed with indigo.

I pierced him with my spear, and then I set upon him with my Indian sword
pure of steel, and keen.
A warrior, so stately in size as if his clothes were on a high tree:
soft leather shoes are worn by him and he is not twinned.

Oh, how wonderful is the beauty of the doe of the hunt,
to whom is she lawful? To me she is unlawful;
would to God that she was not unlawful.

So, I sent my female slave, and said to her,
"Go, find out news of her and inform me."

She said, "I saw carelessness on the part of the enemies,
and that the doe is possible to him who is shooting."

And it was as though she looked toward me with the neck of
a doe, a fawn of the gazelles, pure and with a white upper lip.

I am informed that 'Amru is unthankful for my kindness
while ingratitude is a cause of evil to the soul of the giver.

And, verily, I remember the advice of my uncle, in the battle,
when the two lips quiver from off the white teeth of the mouth,

In the thick of the battle, of which the warriors do not complain of the rigors,
except with an unintelligible noise.

When my people) defended themselves with me against the spears of the enemy,
I did not refrain from the spears through cowardice,
but the place of my advance had become too strait.

When I heard the cry of Murrah rise, and saw the two sons of Rabi'ah in the thick dust,
While the tribe of Muhallam were struggling under their banners,
and death was under the banners of the tribe of Mulhallam,

I made sure that at the time of their encounter there would be a blow,
which would make the heads fly from the bodies,
as the bird flies from off her young ones sitting close.

When I saw the people, while their mass advanced, excite one another to fight,
I turned against them without being reproached for any want of bravery.

They were calling 'Antarah, while the spears were as though
they were well-ropes in the breast of Adham.

They were calling 'Antarah, while the swords were as
though they were the flash of lightnings in a dark cloud.

They were calling 'Antarah, while the arrows were flying,
as though they were a flight of locusts, hovering above watering places.

They were calling "O 'Antarah," while the coats of mail shone with close rings,
shining as though they were the eyeballs of frogs floating in a wavy pond.

I did not cease charging the enemy, with the prominent part of his throat and breast,
until he became covered with a shirt of blood.

Then he turned on account of the falling of the spears on
his breast, and complained to me with tears and whinnyings.

If he had known what conversation was, he would have complained with words,
and verily he would have, had he known speech, talked with me.

And verily the speech of the horsemen,
"Woe to you, 'Antarah, advance, and attack the enemy,"
cured my soul and removed its sickness.

While the horses sternly frowning were charging over the soft soil,
being partly the long-bodied mares, and partly the long-bodied, well-bred horses.

My riding-camels are tractable, they go wherever I wish;
while my intellect is my helper, and I drive it forward with a firm order.

Verily, it lay beyond my power that I should visit you; so,
know what you have known, and some of what you have not known.

The lances of the tribe of Bagheez intercepted you and the perpetrators of the war
set aside those who did not perpetrate it.

And, verily, I turned the horse for the attack, while his neck
was bleeding, until the horses began to shun me.

And verily I feared that I should die, while there has not
yet been a turn for war against the two sons of Zamzam;

The two revilers of my honor, while I did not revile them,
and the threateners of my blood, when I did not see them.

There is no wonder should they do so, for I left their father
a prey for the wild beasts and every large old vulture.

The Poem of Zuhair

"Does the blackened ruin, situated in the stony ground
between Durraj and Mutathallam, which did not speak to me,
when addressed, belong to the abode of Ummi Awfa?

"And is it her dwelling at the two stony meadows, seeming
as though they were the renewed tattoo marks in the sinews
of the wrist?

"The wild cows and the white deer are wandering about
there, one herd behind the other, while their young are spring-
ing up from every lying-down place.

"I stood again near it, (the encampment of the tribe of
Awfa,) after an absence of twenty years, and with some efforts,
I know her abode again after thinking awhile.

"I recognized the three stones blackened by fire at the
place where the kettle used to be placed at night, and the
trench round the encampment, which had not burst, like the source of a pool.

"And when I recognized the encampment I said to its site,
'Now good morning, oh spot;
may you be safe from dangers.'

"Look, oh my friend! do you see any women traveling on
camels, going over the high ground above the stream of
Jurthum?

"They have covered their howdahs with coverlets of high
value, and with a thin screen, the fringes of which are red,
resembling blood.

"And they inclined toward the valley of Sooban, ascending
the center of it, and in their faces were the fascinating
looks of a soft-bodied person brought up in easy circumstances.

"They arose early in the morning and got up at dawn, and
they went straight to the valley of Rass as the hand goes
unswervingly to the mouth, when eating.

"And amongst them is a place of amusement for the farsighted one,
and a pleasant sight for the eye of the looker who
looks attentively.

"As if the pieces of dyed wool which they left in every
place in which they halted, were the seeds of night-shade
which have not been crushed.

"When they arrived at the water, the mass of which was
blue from intense purity, they laid down their walking sticks,
like the dweller who has pitched his tents.

"They kept the hill of Qanan and the rough ground about
it on their hand; while there are many, dwelling in Qanan,
the shedding of whose blood is lawful and unlawful.

"They came out from the valley of Sooban, then they
crossed it, riding in every Qainian howdah
new and widened.

"Then I swear by the temple, round which walk the men
who built it from the tribes
of Quraysh and Turhum.

"An oath, that you are verily two excellent chiefs, who
are found worthy of honor in every condition, between ease
and distress.

"The two endeavorers from the tribe of Ghaiz bin Murrah
strove in making peace after the connection between the
tribes had become broken, on account of the shedding of blood.

"You repaired with peace the condition of the tribes of
'Abs and Zubyan, after they had fought with one another, and
ground up the perfume of Manshim between them.

"And indeed you said, 'if we bring about peace perfectly by the spending
of money and the conferring of benefits, and by good words,
we shall be safe from the danger of the two tribes, destroying each other.'

"You occupied by reason of this the best of positions, and
became far from the reproach of being
undutiful and sinful.

"And you became great in the high nobility of Ma'add;
may you be guided in the right way; and he who spends his
treasure of glory will become great.

"The memory of the wounds is obliterated by the hundreds
of camels, and he, who commenced paying off the blood money
by instalments, was not guilty of it (i.e., of making war).

"One tribe pays it to another tribe as an indemnity, while
they who gave the indemnity did not shed blood sufficient for
the filling of a cupping glass.

"Then there was being driven to them from the property
you inherited, a booty of various sorts from young camels
with slit ears.

"Now, convey from me to the tribe of Zubyan and their
allies a message,--- 'verily you have sworn by every sort of
oath to keep the peace.'

"Do not conceal from God what is in your breast that it
may be hidden; whatever is concealed,
God knows all about it.

"Either it will be put off and placed recorded in a book,
and preserved there until the judgment day;
or the punishment be hastened and so he will take revenge.

"And war is not but what you have learnt it to be, and
what you have experienced, and what is said concerning it,
is not a story based on suppositions.

"When you stir it up, you will stir it up as an accursed
thing, and it will become greedy when you excite its greed
and it will rage fiercely.

"Then it will grind you as the grinding of the upper millstone
against the lower, and it will conceive immediately after
one birth and it will produce twins.

"By my life I swear, how good a tribe it is upon whom
Husain Bin Zamzam brought an injury by committing a
crime which did not please them.

"And he had concealed his hatred, and did not display it,
and did not proceed to carry out his intention until he got a
good opportunity.

"And he said, 'I will perform my object of avenging myself,
and I will guard myself from my enemy with a thousand
bridled horses behind me.'

"Then he attacked his victim from 'Abs, but did not cause
fear to the people of the many houses, near which death had
thrown down his baggage.

"They allowed their animals to graze until when the interval
between the hours of drinking was finished, they took them to the deep pool,
which is divided by weapons and by shedding of blood.

"They accomplished their object amongst themselves, then
they led the animals back to the pasture of unwholesome
indigestible grass.

"I have grown weary of the troubles of life; and he,
who lives eighty years will, may you have no father
if you doubt grow weary.

"And I know what has happened to-day and yesterday,
before it, but verily, of the knowledge of what will happen
tomorrow; I am ignorant.

"I see death is like the blundering of a blind camel;---him
whom he meets he kills, and he whom he misses lives and will
become old.

"And he who does not act with kindness in many affairs
will be torn by teeth
and trampled under foot.

"And he, who makes benevolent acts intervene before
honor, increases his honor;
and he, who does not avoid abuse, will be abused.

"He, who is possessed of plenty, and is miserly with his
great wealth toward his people, will be dispensed with,
and abused.

"He who keeps his word, will not be reviled;
and he whose heart is guided to self-satisfying benevolence
will not stammer.

"And he who dreads the causes of death, they will reach
him, even if he ascends the tracts of the heavens
with a ladder.

"And he, who shows kindness to one not deserving it, his
praise will be a reproach against him, and he will repent of
having shown kindness.

"And he who rebels against the butt ends of the spears,
then verily he will have to obey the spear points joined to
every long spear shaft.

"And he who does not repulse with his weapons from his
tank, will have it broken; and he who does not oppress the
people will be oppressed.

"And he who travels should consider his friend an enemy;
and he who does not respect himself
will not be respected.

"And he, who is always seeking to bear the burdens of
other people, and does not excuse himself from it,
will one day by reason of his abasement, repent.

"And whatever of character there is in a man, even though
he thinks it concealed from people,
it is known.

"He, who does not cease asking people to carry him, and
does not make himself independent of them even for one day
of the time, will be regarded with disgust.

"Many silent ones you see, pleasing to you,
but their excess in wisdom or deficiency
will appear at the time of talking.

"The tongue of a man is one half, and the other half is his
mind, and here is nothing besides these two, except the shape
of the blood and the flesh.

"And verily, as to the folly of an old man
there is no wisdom after it,
but the young man after his folly may become wise.

"We asked of you, and you gave, and we returned to the
asking and you returned to the giving, and he who increases
the asking, will one day be disappointed."

 


Source.

From: Charles F. Horne, ed., The Sacred Books and Early Literature of the East, (New York: Parke, Austin, & Lipscomb, 1917), Vol. V: Ancient Arabia, pp. 19-40.

Scanned by Jerome S. Arkenberg, Cal. State Fullerton. The text has been modernized by Prof. Arkenberg.

 


 

 

Le convenzioni poetiche che emersero da questa tradizione erano alquanto elaborate. La forma poetica più considerata era l’ode, o qasida, poesia che poteva avere fino a 100 versi, composta in uno dei numerosi versi canonici e percorsa in tutta la sua lunghezza da un’unica rima. Ogni verso era formato da due emistichi: la rima si trovava alla fine di ambedue nel primo verso, solo nel secondo in tutti gli altri. Erano in origine rari veri e propri enjambements ed il verso era così un nucleo sintattico di senso compiuto. La poesia in origine era orale e recitata in pubblico da un rawi, o recitatore. Queste poesie divennero modello per i secoli successivi e i poeti come Labid, Zuhayr, Imru’l-Qays, e una dozzina di altri vennero considerati i sommi maestri d’arte. La poesia di quell’epoca soleva essere chiamata diwan degli Arabi, cioè registro di ciò che essi avevano fatto, o l'’spressione della loro memoria collettiva, ma in essa era forte anche l’impronta della personalità dei singoli poeti. La poesia cantava i temi universali dell'amore, della gioia, del dolore, ma ancor di più veniva usata per esaltare qualcuno o come satira, per colpire il nemico, per renderlo ridicolo e naturalmente riceveva sempre una replica. La poesia tendeva ad iniziare con la rievocazione di un luogo ove il poeta era stato un tempo, il che poteva anche costruire la rievocazione di un amore perduto; l’atmosfera non era tanto erotica, quanto piuttosto tesa a ricordare la transitorietà della vita umana. Dopodichè poteva esserci un viaggio a dorso di cammello, in cui il poeta parlava del cammello, della campagna e della caccia, ed anche implicitamente, del recupero della sua forza e fiducia in se stesso dopo avere superato delle prove contro le forze della natura. La poesia poteva culminare in un elogio della tribù del poeta. Al di là dell’elogio e del vanto, tuttavia, si fa ancora una volta sentire un’altra nota, quella dei limiti delle umane forze al cospetto della natura onnipotente:

 

“Sono affaticato dai fardelli della vita; non commettere errori, chiunque viva fino ad ottant’anni giunge stanco a quell’età. So ciò che accade oggi e ciò che è accaduto ieri, ma non so quello che recherà il domani. Ho visto i passi pesanti dei Fati come quelli di una cammella cieca; che ne è colpito viene ucciso, e chi è mancato sopravvive per diventare vecchio.”

 

(Amr ibn Bahr al Jahiz)

 

Ecco che si inserisce nella storia di questi popoli la figura del Profeta che, utente o meno di manifestazioni ed azioni soprannaturali, fu un prodotto di questa società in evoluzione e ne indusse una repentina svolta facendo presa sulla crisi delle religioni tradizionali e sulla necessità di un’unificazione della Nazione araba, che, come quella italiana del XII secolo esisteva sul piano culturale, ma non su quello politico. Gli effetti furono molteplici e furono internazionali, unificarono gli interessi di molte popolazioni straniere che si convertirono alle nuova religione e si giunse al contrasto politico, economico, culturale e quindi religioso con la rinascente Europa feudale e poi rinascimentale.

 

Muhammad nacque alla Mecca nel 570 d. C. (data presunta). La città della Mecca, da tempi remoti, era diventata un importante centro commerciale grazie al fatto che si trovava alla confluenza di una strada che andava da nord a sud, dalla Palestina allo Yemen, e di strade che raggiungevano l'Ovest e l'Est, la costa del Mar Rosso, da dove si potevano raggiungere l'Etiopia e il Golfo Persico. Sull'infanzia di Muhammad non abbiamo notizie sicure e molte sono le leggende che si sono formate successivamente. Tuttavia, su alcuni fatti, le fonti più diverse coincidono. Il padre Abd Allah, che apparteneva alla tribù dei Quraysh mori prima della sua nascita. Il piccolo Muhammad venne dapprima affidato ad una nutrice che apparteneva ad un clan di nomadi perché si rinvigorisse a contatto con l'aria pura del diserto, come era costume a quell'epoca. La madre Amina morì sulla strada di ritorno da un viaggio a Medina quando il Profeta aveva appena sei anni. Il bambino fu accolto prima dal nonno paterno e poi dallo zio Abd al-Muttalib, commerciante agiato, padre del futuro e illustre califfo Alì. Malgrado l'amore dei suoi parenti si racconta che il futuro Profeta fosse un ragazzo triste e serio. Muhammad a otto anni divenne pastore, ma più tardi, quasi adolescente, chiese allo zio, il permesso di abbandonare questa noiosa occupazione e di seguirlo nei suoi viaggi in Iraq e in Siria.

Divenne un giovane mercante dall'onesta scrupolosa che disdegnava le ricchezze materiali ed era sempre cordiale con tutti tanto da meritare all'unanimità il soprannome di " Al Amin " (colui che è fidato). I suoi meriti furono particolarmente apprezzati dalla ricca vedova Khadija che praticava il commercio carovaniere in Siria, dove acquistava merce bizantina da rivendere alla Mecca. Muhammad entrò al suo servizio e si incaricò degli acquisti e successivamente accettò di sposarla . Il matrimonio con Khadija liberò il futuro Profeta da ogni preoccupazione materiale. Khadija aveva 15 anni più di lui, ma il profeta le rimase fedele e riconoscente fino alla morte che avvenne nel 619 d.C. Khadija, chiamata anche " la prima credente dell'Islam", ebbe un ruolo importante nell'evoluzione del pensiero e della maturità del suo sposo. Diede a Muhammad dei figli, ma sopravvissero solo quattro femmine: Zaynab, Ruqayya, Fâtima e Umm Kulthum, i maschi morirono tutti in tenera età. Muhammad adottò il giovane cugino Alì, perché il padre si trovava in difficoltà economiche e uno schiavo Zayd, regalatogli da Khadija, venne affrancato e adottato come figlio. Verso i 35 anni Mohammad, inquieto e insoddisfatto della vita quotidiana, abbandonò definitivamente ogni attività commerciale per dedicarsi esclusivamente alla meditazione, rifugiandosi spesso nella grotta del monte Hira vicino alla Mecca. La solitudine in cui viveva era pressoché assoluta. I problemi che si poneva quest'uomo dalla personalità eccezionale erano soprattutto di natura religiosa.

I Cristiani e gli Ebrei erano numerosi in Arabia e la loro propaganda molto attiva. Muhammad venne successivamente accusato, come ci rivela in modo indiscutibile il Corano (Sura XVI, An-Nahl: Le Api, versetto 103) di ascoltare uomini che parlavano una "lingua straniera" e che raccontavano le leggende degli antichi. Giudei e Cristiani, gli parlavano dello stesso Dio, Allah, il Creatore di tutto ciò che ci circonda. Questa visione del mondo era superiore a quella del paganesimo arabo popolato da decine di piccoli dei spesso in lotta tra di loro. Inoltre Dio aveva voluto far conoscere agli uomini la sua volontà e più volte aveva inviato dei profeti per diffondere la sua Rivelazione. Già Adamo aveva ricevuto il messaggio e poi i patriarchi enumerati dagli Ebrei che non erano tutti giudei: Noè era l'antenato di tutti gli uomini esistenti, Abramo, secondo la storia di Ismaele e di Agar era l'antenato non soltanto degli Ebrei, ma anche dei Saraceni.

Nessun testo ci dice che cosa facesse e cercasse esattamente Muhammad nella grotta del monte Hira. Certamente cercava la verità sulle cose divine, turbato da tutto ciò che si diceva su Allah e le Sue rivelazioni.

Dalle montagne Muhammad sentiva delle voci e le sue notti erano abitate da visioni poi ritornava a casa dove trovava la moglie che raccoglieva con affetto le sue confidenze. Questa fase movimentata della sua vita durò cinque anni fino al giorno in cui, meditando nella grotta Hira senti all'improvviso una voce che gli parlava. Non sappiamo esattamente l'ordine cronologico delle rivelazioni, conosciamo l'angoscia di Muhammad quando le manifestazioni dell'aldilà cessavano per qualche tempo, il suo terrore di essersi sbagliato, il timore di essere abbandonato dal Dio. Infine una notte, secondo il racconto del Profeta l'Essere Potente gli disse: " Leggi", passato lo stupore per ben due volte Muhammad rispose all'Arcangelo Gabriele di essere analfabeta. Allora questi recitò e fece recitare al nuovo Profeta quanto segue: "1 Leggi! In nome del tuo Signore che ha creato, 2 ha creato l'uomo da un'aderenza. 3 Leggi, ché il tuo Signore è il Generosissimo, 4 Colui che ha insegnato mediante il càlamo, 5 che ha insegnato all'uomo quello che non sapeva. " (Sura numero 96, Al-'Alaq, L'Aderenza). Questa Sura è la prima frase rivelata del Corano. Era la notte del 27 del mese di Ramadan, notte che sarà chiamata la notte del destino. Questa notte ne vale più di mille dirà un passaggio posteriore del Corano. Tutti gli anni i musulmani aspettano questa notte. Si era verso il 610 dell'era cristiana.

Muhammad divenne il Profeta glorioso, incaricato da Dio di trasmettere il messaggio liberatorio a tutti gli uomini. I cui contenuti non piacquero però ai suoi concittadini e Muhammad rischiò persino di essere ucciso. La cosmologia dell'Islam non solo condannava i costumi corrotti dei ricchi mercanti arabi, ma insegnava che vi era un solo Dio. La nuova religione minacciava alla base la società profondamente ingiusta del tempo. I primi seguaci del Profeta furono, oltre a Khadija, il cugino Alì e l'inseparabile amico Abou Baker che più tardi succederà a Muhammad alla guida della Comunità dei Credenti. Poco a poco le adesioni al piccolo gruppo dei Musulmani aumentarono. L'Islam fu considerato, a ragione, dalla plutocrazia meccana un potente invito alle rivendicazioni e alla protesta contro l'ordine stabilito. La nuova religione predicata da Muhammad aveva in sè un contenuto rivoluzionario più che riformatore e sconvolse profondamente sia le strutture socio - economiche che la mentalità dei poveri come dei ricchi. La rivelazione seguente non lasciò certamente indifferenti i patrizi Coreisciti: "1 Guai ad ogni diffamatore maldicente, 2 che accumula ricchezze e le conta ; 3 pensa che la sua ricchezza lo renderà immortale? 4 No, sarà certamente gettato nella Voragine . 5 E chi mai ti farà comprendere cos'è la Voragine ? 6 [E'] il Fuoco attizzato di Allah,7 che consuma i cuori 8 Invero [si chiuderà] su di loro , 9 in estese colonne. " (Sura 104, Al-Humaza, Il Diffamatore). Le persecuzioni contro il gruppo dei Credenti in generale e contro il Profeta in particolare, diventavano sempre più intollerabili. Questi, vedendosi abbandonato dal suo stesso clan hascimita, nel 622 decise di fuggire a Yatrib (futura Medina) con 80 discepoli. Prima di questa data per ben due volte Muhammad si era incontrato segretamente con alcuni cittadini di Yatrib che si convertirono all'Islam e gli giurarono fedeltà. A seguito di questi incontri, la Comunità musulmana usciva dall'isolamento. L'Islam in quanto dogma, legge e civiltà era nato. L'anno 622 diventa l'anno uno dell'era musulmana chiamato Hejira che significa letteralmente "espatrio". La Città di Yatrib fu chiamata Madinet Annabi "Città del Profeta". La prima preoccupazione di Muhammad fu quella di fondere in una sola Comunità gli emigrati della Mecca e gli alleati di Medina. Cercò anche senza successo di integrare gli Ebrei che erano abbastanza numerosi e organizzati. Fu formulato un testo scritto, conosciuto sotto il nome di Costituzione di Medina. Questa costituzione fu la prima del genere al mondo e comprende una cinquantina di articoli che riguardano l'amministrazione, la giustizia, la difesa ecc. . . E necessario precisare che questo testo non fu imposto dal Profeta, ma fu concepito collettivamente sotto la sua presidenza, in presenza persino dei rappresentanti degli Arabi ancora pagani.

L'Islam contrariamente al paganesimo si rivolge a tutte le collettività della terra attraverso un'unità spirituale. Dopo la celebre battaglia di Badr, ci fu quella di Ohod in cui il Profeta fu ferito, ma i meccani indeboliti e sconcertati, avevano accettato il fatto compiuto. Nel 628 firmarono con i Musulmani un armistizio che permise al Profeta di ritornare nella sua città natale. Molte tribù fino allora relativamente neutrali abbracciarono la nuova religione. Nel 630 Muhammed entrò trionfalmente alla Mecca alla testa dei suoi seguaci. Rivolgendosi alla folla Muhammad dichiarò: " La sola aristocrazia sarà ormai quella della pietà ". Allora Maometto cercò di conciliare gli interessi della tradizionele classe sacerdotale pagana rendendo il santuario della ka’ba come centro della religione musulmano presso il quale, almeno una volta nella vita, ogni fedele si deve recare. Inoltre il nuovo sistema religioso, non solo contribuì a creare un nuovo e regolamentato regime sociale, ma anche economico con il pagamento delle decime, culturale con la codificazione scritta della lingua araba universale. I conflitti interni che, il Profeta prima, e i suoi successori poi, dovettero affrontare resero jnecessaria la creazione di un esercito dapprima irregolare e poi regolamentato, che, calmate le rivolte si rivolse alla conquista dei deboli imperi limitrofi, nei quali la resistenza incontrata fu pressocchè nulla. Le esigenze dottrinali alle quali il Profeta venne incontro trovarono un fertile campo nella popolazione che si presentava desiderosa diun’inquadratura sociale e di consolazione morale. Del Corano è improbabile un’invenzione di sana pianta, e neppure delle biografie, anche se non corrispondono, queste ultime ad una verità storica: tutto questo è dovuto al fatto che si rese necessario far combaciare la nobile stirpe del Profeta, secondo la tradizione araba, con la figura del divino santo delle seligioni del Vicino Oriente. Comunque simbolicamente importante risultò la cacciata, da parte del Profeta di tutti gli Ebrei di Medina, dopo che il loro sostegno non fu più necessario: egli volle creare una nuova identità per il suo popolo, del tutto indipendente dalle altre religioni, dalle quali, però aveva trratto evidentissimo spunto, tanto che egli rimproverò uno dei fedeli per aver letto la storia di Abramo dalla Bibbia invece che dal Corano. Se un’immagine di Maometto venne poi gradualmente elaborata e trasmessa di generazione in generazione, altrettanto avvenne per la comunità che egli aveva fondato. Secondo il quadro che ne è stato tratteggiato in epoche successive, essa era una comunità che venerava il Profeta e ne serbava devotamente la memoria, cercando di conseguirne il cammino e si sforzava sulla via dell’Islam al servizio di Dio. Lo tenevano insieme i riti devozionali fondamentali, che avevano tutti un aspetto comunitario: i Musulmani effettuavano il pellegrinaggio nello stesso periodo, digiunavano durante lo stesso mese, e si univano nelle preghiere regolari, l’attività che li distingueva nel modo più evidente rispetto al resto del mondo. Sopra ogni cosa emergeva il retaggio del Corano,un libro che tratteggia, in una lingua di singolare forza e bellezza, tratta dai versi poetici tradizionali, l’irrompere di un Dio trascendente, fonte di ogni potenza e di ogni bene, nel mondo umano da Lui stesso creato; la rivelazione del Suo Volere attraverso una sequela di profeti inviati a mettere in guardia gli uomini ed a ricondurli alla propria autentica essenza di creature grate ed obbedienti; il giudizio agli uomini da parte di Dio alla fine dei tempi, e le ricompense e le punizioni che ne seguiranno. La lingua araba, in origina solo orale, è scritta tuttora con l’accentazione e le vocali solo nei versetti del Corano per permetterne una corretta lettura a tutti: questo è indicativo del valore unificatore e culturale della predicazione del Profeta nel mondo arabo che creò così una realtà sociale del tutto nuova. Ancora oggi, sui giornali, ad esempio, gli Arabi non scrivono le vocali (ce ne sono solo tre: a, i, u, registrate da un unico segno, ma con accento ad altezze diverse) perché le ricostruiscono per abitudine al discorso tramite la sequenza delle consonanti. La lingua araba si è tramandata pressocchè invariata dai tempi della trascrizione del Corano ed è una delle lingue più antiche adoperate da una porolazione. E la lingua è il documento storico di un popolo. Alla morte di Maometto, uno dei capi, Abu Bakr arringò la comunità: “Uomini, se venerate Maometto, Maometto è morto; se venerate Dio, Dio è vivo.” Al di sotto di Dio vi era ancora un ruolo da riempire, quello di arbitro delle contese e responsabile delle decisioni all’interno delle comunità: il successore del Profeta, quell’autorità che oggi manca nel mondo musulmano esercitato solo in parte dai capi spirituali ulema o dagli ayatollah. Khalifa, donde califfo, vuol dire “successore”: il califfo non era un Profeta e non poteva attribuirsi visioni, rivelazioni, anche se tuttavia nella storia tale figura si impose come guida religiosa del mondo musulmano prendendo decisioni fondamentali in materia teologica e provocando scismi, come quello tra sciiti e sunniti e dando origine a varie forme di integralismo facenti capo a quelli che non riconoscono l’operato e la discendenza di alcuni califfi. Da questo momento in poi, gli Arabi musulmani si spinsero alla conquista degli imperi orientali e del nord africa non incontrando opposizione da parte di eserciti stranieri per le contemporanee e già citate crisi religiose, economiche, politiche e culturali di vario genere. Solo ora l’Occidente conobbe, o meglio si fece dei pregiudizi su un popolo rivale che sembrava comparso dal nulla ed era del tutto sconosciuto e lo fu per molti secoli in un’Europa feudale dove ogni via commerciale e informativa era in crisi con l’avvento dei regni romano barbarici e la transizione da un sistema ad un altro. Come motivo della spinta invasdionista fu adottata la conversione degli infedeli, ma dietro il nuovo e vigoroso spirito religioso si nascondeva il desiderio di un popolo nomade vessato da secoli da difficoltà climatiche e sociali di prendere il posto stabile dei territori più ricchi circostanti l’Arabia. Conseguentemente la reazione politica dell’Europa inizialmente stordita fu di tipo anch’esso religioso in difesa della prorpia cultura e nacquero, anzi si aggravarono pregiudizi ed ignoranze reciproche con l’unico scopo, spesso di difendere i rispettivi interessi economici come quando, durante le crociate, il Papa Innocenzo III permise a Venezia, unica tra gli stati europei di commerciare con i musulmani e proibì agli altri di farlo per non favorire il rifornimento degli infedeli. I contrasti oggi sono rimasti dal punto di vista economico (i Paesi arabi sono i maggiori produttori mondiali di petrolio, il “carburante” del sistema industriale) poiché i Paesi arabi sono tenuti sotto il rigido controllo degli Stati maggiormente industrializzati, tuttavia non è possibile giustificare atti terroristici attuando una interpretazione letterale del Corano che rappresenta da questo punto di vista la soluzione di una crisi sociale oggi in quel senso inattuale, giacchè i popoli arabi oggi non sono più nomadi e beduini (per la maggior parte), ma inseriti in un sistema capitalistico. Può invece essere attendibile la tesi della scrittrice tunisina Fatema Mernissi che sostiene che l’attuale crisi del mondo arabo sia dovuta al fatto che le sue basi sono culturalmente inadatte ad un regime culturale visto con timore dal popolo al pari delle sfrenate innovazioni tecnologiche che sembrano voler distruggere gli equilibri del mondo del Libro. Una matrice totalitarista può essere riscontrabile come in tutte le interpretazioni medievali che si davano alla religione, o quanto meno monarchiche per potere divino (teoria dantesca dei due soli). Ma veniamo alla definizione delle più importanti battaglie tra Musulmani e Cristiani.

Le pieghe "oggettive" della storia ci informano di compromessi di ordine politico ed economico che attraversarono i due campi: la religione passava nettamente in secondo piano rispetto a interessi di potere e di denaro. Ma, a partire soprattutto dall’epoca ottomana, il pericolo principale per Europa cristiana è stato individuato nei Turchi musulmani. Non è facile sciogliere l’intrico inestricabile tra religione, affari e politica. Ma l’immaginario tende a demonizzare l’avversario e a santificare la difesa. Così è facile passare alla benedizione delle armi, che in realtà difendono soprattutto la cultura o l’egemonia politica, giustificandola in funzione della difesa della religione "vera" contro le contaminazioni e l’invasione da parte di una religione "falsa" e bugiarda.

Un esempio molto chiaro di questo atteggiamento ambiguo lungo la storia è vicino a noi. Basti pensare alla potenza della Repubblica marinara di Venezia, costituitasi di fatto su continui traffici ora in sintonia con i sultani del dâr al-islâm ora in lotta contro di essi. Venezia (ma Genova non era di meno) trafficò sempre con tutti, a prescindere da questioni religiose, mettendo in primo piano sempre e comunque il proprio interesse commerciale. Che cosa c’era, in realtà, dietro i suoi appelli al Papa o ai governi cristiani d’Europa per organizzare crociate contro il Turco? Veneziani e genovesi, in lotta tra loro per il possesso di concessioni e fòndachi in Costantinopoli, erano il nerbo principale delle truppe che dovevano difendere la capitale dell’impero bizantino nel 1453 dalle truppe di Maometto II; a loro volta ambedue erano fieramente odiati dai cristiani greci ortodossi di Costantinopoli, che preferivano la sottomissione al turbante che alla tiara pontificia del Papa di Roma (e questo la dice lunga sui rapporti tra i cristiani anche in funzione antiislamica. Notiamo che l’imperatore bizantino e un riottoso patriarca avevano appena firmato, con il cappio la collo della necessità assoluta di aiuto da parte dell’occidente, l’unione delle due confessioni cristiane a Firenze, sconfessati subito dopo dai loro sudditi).

Per non parlare delle innumerevoli alleanze tra principi e re cristiani con capi musulmani per dirimere questioni e dissidi tra potentati cristiani. Le medesime ambiguità ebbero naturalmente luogo anche nel campo avversario: principi musulmani stabilivano tranquillamente alleanze con i corrispondenti cristiani per questioni economiche o di potere. Ambedue le entità poi, lungo il corso dei secoli, si servirono ampiamente di organici militari o amministrativi o intellettuali del campo avverso. La storia della Spagna, con la sua splendida e tormentata presenza dell’Andalusia musulmana fino alla definitiva riconquista sotto i "re cattolici", è lì a testimoniare che la religione era spesso un palliativo, una foglia di fico per nascondere inconfessabili vergogne. La splendida e intricata storia di Federico II nell’Italia del sud, con la sua meravigliosa e illuminata corte di Palermo, è un altro esempio di collaborazione tra le tre religioni in vista di un progetto culturale e politico comune, che rimase però a livello di utopia per il prevalere di altri interessi. La storia è maestra, anche se inascoltata. Ed è piena di ambiguità e di ipocrisie, spesso farisaicamente velate dietro i paraventi della religione. Non mi sogno nemmeno di sminuire i problemi, anche religiosi, che si pongono davanti a noi. Invito solo a non essere troppo faciloni, precipitosi, massimalisti in un senso o nell’altro. Distinguere il grano dalla zizzania è difficile sempre e per tutti. E nel breve periodo non è mai appagante.

La storia comunque, imperterrita, si ripete, con poche varianti, fino ai giorni nostri a partire dalla tormentata propaggine europea dei Balcani per allargarsi a livello planetario: definizioni di stati e di regimi musulmani come "moderati", "progressisti" o "fondamentalisti" sono spesso funzionali non a una realtà religiosa ma a rapporti di altro tipo.

Se volessimo indicare delle date che segnano altrettante fasi simboliche dei rapporti tra Islam e Cristianesimo, dovremmo indicare degli eventi che sono stampati nella memoria collettiva dell’Europa:

732: la battaglia di Poitiers segnò la fine (simbolica) della conquista araba musulmana proveniente dalla Spagna.

1099: conquista di Gerusalemme da parte delle truppe crociate. 1187: battaglia di Hattin. Saladino sconfigge le truppe cristiane e termina praticamente il Regno latino di Gerusalemme. L’atto finale è rappresentato dalla caduta in mano musulmana della roccaforte di S. Giovanni d’Acri nel 1291.

1453: caduta di Costantinopoli e fine dell’impero romano d’oriente a opera dei Turchi.

1492: conquista di Granada, con espulsione dalla Spagna di musulmani ed ebrei.

1571, 7 ottobre: battaglia di Lepanto. Vittoria non sfruttata da parte cristiana ma altamente simbolica per l’unione della cristianità e per i riflessi psicologici e soprattutto commerciali che ebbe in tutta l’area del Mediterraneo orientale.

1683: battaglia di Vienna e sconfitta dei Turchi. Segna la fine della grande paura da parte dei governi cristiani europei, che vedevano minacciata l’Europa centrale.

Riportandoci indietro l’interpretazione dello storico Pirenne sull’origine di questi conflitti, molto discussa è ben visibile in un breve saggio che riportiamo di seguito.

 

“ ISLAM E OCCIDENTE CRISTIANO

[da Giardina - Sabbatucci - Vidotto, L’età medievale, Bari, Laterza, 1993]

H. Pirenne - Il Mediterraneo: da mare cristiano a mare islamico

La trasformazione del Mediterraneo da spazio di unificazione di realtà differenti - ma convergenti in un unico ambito di civiltà - a frontiera meridionale della Cristianità e, al centro di questo processo, "la rottura della tradizione antica": sono questi gli elementi di fondo della tesi che il belga Henri Pirenne (1862-1935} consegnò al volume Maometto e Carlomagno, pubblicato postumo nel 1937.

Il tema che Pirenne contribuì a definire rimane di enorme rilievo, ancora oggi al centro di discussioni vivaci (cfr. l’introduzione alla sezione antologica, p. 104}. Oggi, grazie anche ai risultati di mezzo secolo di ricerche, si danno risposte parzialmente diverse da quelle fornite dallo storico belga in tema di economia altomedievale, ma la rappresentazione della contrazione di un’intera società (l’Occidente "barbarico") tra VII e VIII secolo mantiene una efficacia di sintesi raramente raggiunta in seguito in altri interventi.

Leggiamo allora queste pagine sulla graduale rarefazione degli scambi via mare e sulla diminuita presenza di merci orientali in Occidente: vi osserviamo il tentativo di cogliere le premesse più profonde alla formazione dell’Europa rurale. Se pensiamo al profilo scientifico complessivo di Pirenne e alla sua curiosità principale per gli sviluppi urbani del Medioevo più maturo, possiamo renderci conto, invecchiato che possa essere l’argomentare sul Mediterraneo del VII secolo, di quanto ampio fosse il suo respiro interpretativo.

Finché il Mediterraneo rimase cristiano, il commercio dell’Occidente era mantenuto dalla navigazione orientale. La Siria e l’Egitto ne erano i due centri principali. Ma ora precisamente queste due ricche province caddero per prime sotto la dominazione dell’Islam. Sarebbe un errore evidente credere che questa dominazione abbia estinto l’attività economica. Se ci sono stati grandi torbidi, se si constata una considerevole emigrazione di Siri verso Occidente, non bisogna credere tuttavia che l’intera struttura economica sia andata in rovina. Damasco diventò la prima capitale del califfato; le spezie non cessarono di essere importate ne il papiro di essere fabbricato ne i porti di funzionare. Quando pagavano le imposte i cristiani non erano molestati. Il commercio dunque continuò, solo che cambiò direzione.

Va da sé che nel pieno della guerra il vincitore non permetteva ai suoi sudditi di trafficare col vinto, e quando la pace rinnovò l’attività commerciale nelle province conquistate, l’Islam la orientò verso le nuove mete aperte ad esso dalle sue immense conquiste.

Si aprivano nuove vie commerciali, che allacciavano il mar Caspio al Baltico per mezzo del Volga, e gli Scandinavi, i cui mercanti frequentavano le rive del Mar Nero, dovettero prendere rapidamente un’altra strada: basterebbero a provarlo le numerose monete orientali trovate a Gothland [nota 7].

È certo che per breve tempo la navigazione fu impedita dai turbamenti inseparabili dalla conquista della Siria (634-636), poi dell’Egitto (640-642). Le navi dovettero essere requisite per la flotta, che l’Islam organizzò rapidamente nel mar Egeo, e d’altra parte non si comprenderebbe come i mercanti potessero passare attraverso flotte ostili, a meno che, approfittando delle circostanze, non si dessero alla pirateria, cosa che in effetti fece un buon numero di loro.

Bisogna certamente ammettere che dalla metà del VII secolo la navigazione dai porti musulmani del mar Egeo verso quelli rimasti cristiani divenne impossibile: se ne è rimasta qualche traccia, è assolutamente irrilevante.

Partendo da Bisanzio e dalle coste vicine ben difese, la navigazione, protetta dalla flotta da guerra, potette continuare verso gli altri paesi dell’impero, in Grecia, lungo le coste dell’Adriatico, dell’Italia meridionale e della Sicilia; ma non è ammissibile che abbia potuto avventurarsi più in là, considerato che già nel 650 i Musulmani attaccarono la Sicilia. Quanto al movimento commerciale dell’Africa, le continue rovine di quel paese tra il 643 e il 708 vi misero incontestabilmente fine. I rari vestigi, che ancora erano sopravvissuti, disparvero dopo la presa di Cartagine e la fondazione di Tunisi nel 698.

La conquista della Spagna (711) e subito dopo la mancanza di sicurezza, in cui per conseguenza si trovarono le coste della Provenza, finirono di rendere del tutto impossibile la navigazione commerciale nel Mediterraneo occidentale; ne i porti cristiani avrebbero potuto mantenere un commercio marittimo tra di loro, poiché o non avevano flotta o era irrilevante. Sicché si può affermare che la navigazione con l’Oriente cessi intorno al 650 con i paesi posti ad est della Sicilia, e si spenga su tutte le coste dell’Occidente nella seconda metà del VII secolo.

Al principio dell’VIII secolo essa sparisce completamente. Non esiste più un traffico mediterraneo altro che sulle coste bizantine, e come dice Ibn Khaldun (salvo la riserva da fare per Bisanzio), "i cristiani non possono più far galleggiare sull’acqua neanche una tavola". Il mare d’ora in poi appartiene ai pirati saraceni. Essi nel IX secolo si impadroniscono delle isole, distruggono i porti, fanno scorrerie dappertutto. Il grande porto di Marsiglia, che un tempo era stata la tappa principale dall’Occidente verso il Levante, si svuota; l’antica unità economica del Mediterraneo è infranta, e tale resterà fino all’epoca delle crociate. Essa aveva resistito alle invasioni germaniche ma cede davanti allo slancio irresistibile dell’Islam.

E come avrebbe potuto resistere l’Occidente? I Franchi non avevano flotta, e quella dei Visigoti era stata annientata, mentre il nemico era preparatissimo. Il porto di Tunisi e il suo arsenale erano imprendibili; su tutte le coste si elevavano i ribat, posti avanzati mezzo religiosi e mezzo militari che erano in contatto tra loro e mantenevano un perpetuo stato di guerra. Contro questa forza marittima i cristiani non potettero niente: il fatto che riuscirono a compiere solo una piccola spedizione contro la costa dell’Africa ne è una prova luminosa.

Bisogna insistere su questo punto, poiché eccellenti studiosi non ammettono che la conquista musulmana abbia potuto produrre un taglio così netto. Essi credono perfino che i mercanti siri abbiano continuato come per il passato a frequentare l’Italia e la Gallia nel corso del VII e dell’VIII secolo. È vero che Roma specialmente accolse gran quantità di Siri durante le prime decadi che seguirono la conquista del loro paese da parte degli Arabi; e bisogna che la loro influenza e il loro numero siano stati considerevoli, perché più d’uno tra loro, quali Sergio I (687-701) e Costantino I (708-715), furono elevati al papato. Da Roma un certo numero di questi rifugiati, la cui conoscenza della lingua greca assicurava prestigio, si sparsero subito verso il Nord, portando con sé manoscritti, avori, oreficerie, di cui si erano provvisti nel lasciare la loro patria. I sovrani carolingi non mancarono di impiegarli per l’opera di rinnovamento letterario e artistico che avevano intrapresa. [...]

Si deve ancora considerare come una prova della penetrazione siriaca in Occidente dopo il VII secolo l’azione che l’arte dell’Asia minore esercitò sullo sviluppo dell’arte ornamentale all’Epoca carolingia. Non è ignoto che parecchi ecclesiastici della Francia andavano in Oriente per venerare i santuari della Palestina, e che ne ritornavano provvisti non solo di reliquie, ma certamente anche di manoscritti e di ornamenti ecclesiastici. [...]

Ma tutti questi fatti, per quanto possano interessare la storia della civiltà, non interessano quella economica. L’immigrazione di eruditi e di artisti non implica affatto l’esistenza di relazioni commerciali tra i loro paesi d’origine e quelli ove essi vanno a cercare rifugio. Il secolo XV, che vide tanti eruditi bizantini fuggire in Italia davanti ai Turchi, non è precisamente l’epoca in cui Costantinopoli cessa di essere un gran porto? Non bisogna confondere il movimento di pellegrini, dotti ed artisti con quello delle mercanzie. Questo suppone una organizzazione di trasporti e scambi permanenti di importazione ed esportazione, quello si effettua casualmente. Per potere legittimamente affermare la persistenza della navigazione siriaca ed orientale nel mar Tirreno e nel golfo del Leone dopo il VII secolo bisognerebbe dimostrare che Marsiglia e i porti della Provenza dopo quella data siano rimasti in rapporti col Levante. Ora, il più recente testo che si può invocare in materia è il documento di Corbie (716) [nota 8].

Da questo testo si potrebbe desumere che il magazzino generale del fisco a Marsiglia od a Fos in quel tempo era ancora pieno di spezie e di olio, cioè di prodotti originari dell’Asia e dell’Africa. Io credo però che ci troviamo di fronte ad un arcaismo. Abbiamo da fare con un atto che conferma all’abbazia di Corbie antichi privilegi, ed è quindi verosimile che esso riproduca tali e quali i testi anteriori. Infatti è impossibile che in quel tempo si potesse importare ancora olio dall’Africa. Si potrebbe ammettere, è vero, che il cellarium fisci [nota 9] viveva sui suoi depositi; ma allora questo non è più un indice dell’esistenza di relazioni commerciali attive nel 716. In ogni caso è l’ultima e finale menzione che abbiamo di prodotti orientali messi in un magazzino di deposito nei porti di Provenza. Infatti quattro anni dopo i musulmani sbarcano su queste coste e saccheggiano il paese. Marsiglia è morta a quest’epoca. Invano, per provare la sua attività, si farà risaltare che era una tappa pei pellegrini che si recavano in Oriente. È vero che tali pellegrinaggi non potendo effettuarsi attraverso la valle del Danubio, occupata dagli Avari, poi dagli Ungheri, presuppongono traversate marittime; ma ogni volta che è possibile conoscere gli itinerari seguiti si nota che quei pii viaggiatori s’imbarcavano in porti dell’Italia bizantina. [...]

Non solamente non abbiamo più un solo testo sulla presenza di mercanti siri od orientali, ma constatiamo che a partire dall’VIII secolo tutti i prodotti che essi prima importavano non si trovano più in Gallia: contro questo fatto non si può replicare.

Tra le merci scomparse c’è anzitutto il papiro. Tutte le opere a noi note scritte in Occidente su papiro sono del VI o del VII secolo. Sino al 659-677 ci si serve esclusivamente di papiro per la cancelleria reale merovingia; poi appare la pergamena. Alcuni atti privati furono ancora scritti su quella materia, prelevata senza dubbio da antichi depositi, sino verso la fine dell’VIII secolo. Dopo non se ne trovano più.

Questo non può spiegarsi con la cessazione della fabbricazione del papiro, poiché essa continuò, come provano sino all’evidenza i begli atti su papiro del VII secolo nel museo arabo del Cairo. La scomparsa del papiro in Gallia non fu dovuta dunque che al rallentamento e infine alla cessazione del commercio. Al principio la pergamena pare che abbia avuto poca diffusione. Gregorio di Tours [nota 10], che la chiama membrana, ne fa parola una volta sola, e sembra dalle sue parole che sia stata fabbricata dai monaci per loro uso. Si sa quanto siano tenaci le usanze di cancelleria: se dunque alla fine del VII secolo gli uffici del re avevano cessato di servirsi del papiro, la ragione non poteva essere se non che riusciva molto difficile procurarsene.

L’uso del papiro si è conservato ancora qualche tempo in Italia. I papi se ne servirono per l’ultima volta nel 1057. Bisogna ammettere con il Bresslau che essi usavano vecchi fondi di deposito? Oppure veniva dalla Sicilia, dove gli Arabi ne introdussero la fabbricazione nel X secolo? La provenienza siciliana è tuttavia discussa; per parte mia penso che verosimilmente essi se lo procurassero attraverso il commercio coi porti bizantini: Napoli, Gaeta, Amalfi e Venezia.

Ma per la Gallia non se ne parla più.

Le spezie, come il papiro, scompaiono dai testi dopo il 716. Gli statuti di Adalardo di Corbie non menzionano più che il pulmentaria, cioè una specie di minestra di erbe. Le spezie devono essere scomparse nello stesso tempo che il papiro, poiché erano trasportate con le medesime navi. Scorriamo i capitolari [nota 11]. In fatto di spezie e di prodotti esotici non sono citate che le piante adatte ad essere coltivate nelle villae [nota 12], quali la robbia, il comino o le mandorle; ma il pepe, il garofano (cariofilo), il nardo (spico), la cannella, i datteri, i pistacchi non si ritrovano più neanche una volta. Le tractoriae carolingie fanno menzione, tra gli alimenti da servire ai funzionari in viaggio, del pane, della carne di maiale, di polli, delle uova, del sale, delle erbe, dei legumi, del pesce, del formaggio, ma non di spezie. [...]

I Capitula episcoporum dell’845-850 assegnano ai vescovi quando sono in viaggio 100 pani, carne di maiale, 50 sestieri di vino, 10 polli, 50 uova, 1 agnello, 1 porchetto, 6 moggia di avena per i cavalli, 3 carri di fieno, miele, olio, cera. Ma non si fa parola di condimenti.

Si vede dalle lettere di san Bonifacio [nota 13] quanto le spezie fossero divenute rare e care. Egli riceve o manda regali che consistono in piccole quantità di incenso. [...] Questi doni provano la rarità delle spezie a Nord delle Alpi, poiché costituiscono doni preziosi. Notate inoltre che vengono tutte dall’Italia. Il porto di Marsiglia non ne riceve più. Il cellarium fisci è vuoto oppure, ciò che è molto probabile, è stato incendiato dai Saraceni, e le spezie non sono più un articolo di commercio normale. Se ancora ne entra una piccola quantità, avviene per mezzo dei venditori ambulanti.

In tutta la letteratura del tempo, sebbene molto abbondante, non se ne parla affatto.

Si può affermare davanti a questo silenzio assoluto che le spezie sono scomparse tra la fine del VII secolo e il principio dell’VIII dall’alimentazione corrente. Non dovevano riapparirvi che dal XII secolo, al tempo della riapertura delle vie del mare.

Naturalmente succede lo stesso per il vino di Gaza che scompare anch’esso. L’olio non è più esportato dall’Africa. Quello di cui ci si serve ancora viene dalla Provenza. Ormai è la cera ad essere usata per la illuminazione delle chiese.

Similmente l’uso della seta sembra estraneo all’epoca. Io ne trovo una sola menzione nei capitolari. [...]

Bisogna concludere da tutto ciò con il constatare la cessazione dell’importazione orientale in seguito all’espansione islamica.

Un altro fatto del tutto sorprendente è da constatare: la rarefazione progressiva dell’oro. Lo si può rilevare dalla monetazione di oro merovingio dell’VIII secolo, i cui pezzi contengono una lega di argento sempre più notevole. Manifestamente l’oro ha cessato di venire dall’Oriente. Mentre continua a circolare in Italia, si rarefà in Gallia al punto che si rinunzia a servirsene come moneta. A partire da Pipino e da Carlomagno non si coniano più, eccetto rarissime eccezioni, che denari d’argento. L’oro riprenderà il suo posto nel sistema monetario solamente nella stessa epoca in cui le spezie riprenderanno il loro nell’alimentazione.

È qui un fatto essenziale e che vale più di tutti i testi. Bisogna bene ammettere che la circolazione dell’oro era una conseguenza del commercio, poiché là dove il commercio si è conservato, cioè nell’Italia meridionale, si è ugualmente conservato l’oro.

La scomparsa del commercio orientale e del traffico marittimo hanno avuto per conseguenza la scomparsa dei mercanti di professione nell’interno del paese. Non se ne parla quasi mai più nei testi; tutte le menzioni che si trovano possono essere interpretate come applicantisi a mercanti occasionali. Io non vedo più a quest’epoca un solo negociator del tipo merovingio, cioè che presta denaro a interesse, che si fa seppellire in un sarcofago, che dona beni ai poveri ed alle chiese. Niente ci mostra che vi siano ancora nelle città colonie di mercanti o una domus negotiantum. Come classe i mercanti sono certamente spariti. Il commercio non è scomparso, perché un’epoca senza nessuno scambio è impossibile immaginarla; ma ha preso un altro carattere. Come si vedrà in seguito, lo spirito dell’epoca gli è ostile, eccetto che nei paesi bizantini. Il ridursi del numero di persone che sappiano leggere e scrivere presso i laici rende d’altronde impossibile il mantenimento di una classe di gente che vive normalmente di compravendita. E la scomparsa del prestito ad interesse prova a sua volta il regresso economico prodotto dalla chiusura delle vie del mare.

Non si creda che i musulmani di Africa e di Spagna o anche di Siria avrebbero potuto sostituirsi agli antichi commercianti del Levante bizantino. Dapprima fra loro ed i cristiani c’è la guerra perpetua. Essi non pensano a trafficare, ma a saccheggiare. Tutti i testi non ne ricordano nemmeno uno stabilito in Gallia o in Italia. È un fatto accertato che i commercianti musulmani non si installano al di fuori dell’Islam. Se hanno fatto il commercio lo hanno fatto fra di loro. Non si trova un solo indizio, dopo la conquista, di un traffico tra l’Africa ed i cristiani, eccetto, come si è già detto, in ciò che concerne i cristiani dell’Italia meridionale. Ma niente di simile si constata per quelli della costa di Provenza.

In queste condizioni a sostenere il commercio non restano che gli Ebrei. Essi sono numerosi dappertutto; gli Arabi non li hanno cacciati né massacrati ed i cristiani non hanno cambiato atteggiamento riguardo a loro. Costituiscono dunque la sola classe la cui sussistenza sia dovuta al traffico. Ed inoltre, grazie ai contatti che continuano a man tenere tra loro, costituiscono l’unico legame economico che sussista tra l’Islam e il mondo cristiano o potremmo dire, tra Oriente ed Occidente.

Pirenne H., Maometto e Carlomagno, Laterza, Bari 1969, pp. 154-65

R.S. Lopez: Gli agenti delle relazioni tra Oriente ed Occidente nell’alto Medioevo

La prova migliore della fecondità del lavoro di Pirenne viene dalle critiche alle sue tesi e dalle revisioni cui sono state sottoposte. La riconsiderazione più meditata, e anche la più radicale, fu opera del grande storico italiano Roberto Sabatino Lopez (1910-1986) che già nel 1947 esponeva pubblicamente le ragioni del suo dissenso da Pirenne.

Lopez negava che fossero correttamente interpretati i fattori (sparizione della moneta aurea in Occidente, rarefazione di merci come il papiro, spezie e altri prodotti di lusso) annoverati in Maometto e Carlomagno, come indizi della crisi economica europea. La sua ricognizione, effettuata sulla base di fonti comunque assai esigue, consentiva di mettere in luce il perdurare degli scambi lungo le rotte mediterranee anche nel periodo cruciale dell’avvio dell’espansione araba e del suo primo consolidamento.

Con Lopez la prospettiva dell’invasione araba come soluzione di continuità non perde di efficacia, per sua stessa ammissione, sul piano della storia culturale e religiosa; ma sul piano della storia economica subisce un serio ridimensionamento.

La seconda fase del nostro schema cronologico, che si apre intorno al 750 con l’avvento degli Abbasidi e dei Carolingi e si chiude verso la fine del secolo nono, porta con se non soltanto un modesto aumento numerico delle testimonianze, ma anche le prime affermazioni di nuovi specialisti del commercio tra l’Islam e Occidente. Dei vecchi specialisti, soltanto gli ebrei mantengono e rafforzano le loro posizioni; ma i greci dell’Asia e della Grecia propria cominciano a eclissarsi di fronte agli italo-bizantini, i siriani di fronte agli iracheni e agli scandinavi. Questi cambiamenti mi sembrano collegati non con nuovi conflitti militari e religiosi, ma con un riassestamento politico ed economico dei tre stati principali (bizantino, arabo e franco), che riassumerei in due semplici proposizioni: il centro di gravità di ogni stato si spostò verso l’interno; il commercio internazionale si spostò verso la periferia.

Della prima proposizione, il Pirenne ha drammaticamente segnalato un solo aspetto: l’impero carolingio ha "voltato le spalle al Mediterraneo", impiantando la propria capitale a Aquisgrana anziché nei vecchi centri merovingi di Parigi e Soissons. Si potrebbe obiettare che anche Roma e Pavia furono capitali carolinge, e che i carolingi affermarono la loro presenza sul Mediterraneo lungo una facciata molto più ampia della Provenza merovingia: da Barcellona al Beneventano e all’Istria. Ma rimane innegabile che la base austrasiana e l’espansione in territorio sassone e slavo fecero gravitare l’impero carolingio verso il mare del Nord e il Baltico. A loro volta, gli orientalisti vedono nel trasferimento della capitale del califfato da Damasco a Baghdad un sintomo della nuova prevalenza dell’Iraq e delle province orientali, e della degradazione della Siria. Anche qui si potrebbe obiettare che il califfato non voltò veramente le spalle al Mediterraneo, al quale lo ancoravano l’Egitto e il Maghreb; ma la Spagna divenne indipendente, e a poco per volta altre province occidentali si resero autonome. Finalmente, l’impero bizantino perse la maggior parte delle sue province italiane e vide slavi e bulgari dilagare nella penisola balcanica. La capitale rimase a Costantinopoli, ma Costantinopoli non è che l’anticamera del Mediterraneo, e, al tempo stesso, è la porta dell’Asia e del Mar Nero.

Nel medesimo periodo, tra la metà dell’ottavo secolo e la fine del nono, i tre imperi (bizantino, arabo e franco) provvidero come potevano a rafforzare il loro sistema di controllo del commercio internazionale, nel duplice intento di aumentare il gettito delle dogane e di impedire il traffico di merci proibite. L’impero bizantino rimise in efficienza i posti di frontiera, che esistevano sin dai tempi di Diocleziano, ma che erano stati, in gran parte travolti dalle invasioni; e se ne servì per incanalare i mercanti stranieri verso un nuovo e più stringente punto di controllo: i fondaci-alloggi (mitata) di Costantinopoli. Qui, sotto la protezione ma anche la sorveglianza molesta dei funzionari imperiali, si andò concentrando una gran parte del commercio estero bizantino. A loro volta gli arabi stabilirono almeno su qualche tratto dei confini i loro posti di frontiera. Non consta che abbiano anche costituito qualche cosa di simile ai mitata bizantini nella loro capitale; ma chi voleva evitare, partendo da Baghdad, il doppio controllo dei posti di frontiera arabi e bizantini, poteva facilmente raggiungere l’Europa settentrionale e occidentale attraverso il Mar Nero o il Mar Caspio e i fiumi della Russia, fino a quel Mediterraneo del Nord che è il Baltico. E qui avrebbe incontrato le avanguardie mercantili dell’Europa carolingia, anch’esse sospinte verso i mari settentrionali dal desiderio di evitare i posti di frontiera dell’impero bizantino, e probabilmente anche quelli dell’impero carolingio. Infatti l’impero carolingio aveva ereditato dal regno longobardo un troncone di posti di frontiera, e l’aveva prolungato su tutto il confine terrestre orientale, dall’Adriatico al Baltico.

Se il Mediterraneo avesse veramente perduto ogni importanza come arteria commerciale (come suppongono i pessimisti più neri), i mitata di Costantinopoli e la lunga linea dal Mar Nero al Baltico sarebbero bastati agli scambi internazionali. Ma il Mediterraneo non era defunto: era pur sempre la via più corta, e la meno rigidamente controllata. Vi erano infatti, a metà strada tra Oriente e Occidente, e ai punti d’incontro dei tre imperi, i porti italo-bizantini che si erano sottratti alla dipendenza diretta da Costantinopoli. Tra la metà dell’ottavo secolo e la fine del nono essi cominciarono a funzionare come una zona franca, utile ai tre imperi (o almeno ai loro cittadini), per coprire quegli scambi tra nazioni belligeranti che conviene tollerare piuttosto che sopprimere; qualche cosa come Hong-Kong o la Finlandia o la Iugoslavia in tempi più recenti. Insieme con gli scandinavi e con gli ebrei, gli italobizantini fornirono al commercio quegli intermediari neutrali che le nuove restrizioni avevano reso necessari.

Mi rendo ben conto che le grandi linee che abbiamo tracciate sono in parte ipotetiche, in parte troppo semplici per rappresentare la realtà senza dubbio complessa che i documenti illuminano malamente. Ma nell’insieme, i pochi fatti conosciuti trovano in queste linee la sola spiegazione plausibile. La degradazione politica della Siria [nota 14] e la sua lontananza tanto dalla Russia quanto dai porti italo-bizantini ci aiutano a comprendere perché di siriani in Occidente non si senta più parlare. Il successo crescente dei mitata spiega perché i mercanti greci, pur partecipando al modesto rifiorimento dell’economia bizantina, rinuncino a poco per volta a cercare affari nei porti lontani e si abituino ad aspettare i clienti nell’ambiente più comodo e protetto dei fondaci-alloggi di Costantinopoli. Dopo la metà dell’ottavo secolo si incontrano ancora lungo le coste italiane, ma sempre più raramente; un privilegio reale del 921, probabilmente ripetizione meccanica di un diploma [nota 15] più antico, li menzionerà ancora come possibili avventori in Provenza; poi, di mercanti greci in Occidente non si sente più parlare.

Gli ebrei, per contro, sono in piena ascesa. Lo svantaggio iniziale di non essere trattati come cittadini di pieno diritto in alcuno dei tre stati che innalzano barriere contro la circolazione degli stranieri si converte in atout, nelle mani di mercanti che hanno pratica della scrittura in un’età di analfabetismo e mantengono legami con comunità lontane in un’età di isolamento. Chi badasse all’importanza relativa piuttosto che al volume assoluto, potrebbe forse dire che il nono secolo fu l’apogeo del commercio internazionale ebraico. Senza dubbio, nel decimo secolo i mercanti ebrei cresceranno in numero e in ricchezza [...]. I sovrani ricorrono a loro per missioni diplomatiche e per forniture; l’arcivescovo di Lione declama invano contro la loro invadenza; i capitolari imperiali li nominano con l’espressione caratteristica "gli ebrei e gli altri mercanti" - quasi a dire, osserva il Pirenne, che mercante e ebreo sono praticamente sinonimi. E il Pirenne non ha notato che poco più tardi, la medesima espressione apparisce in un testo giuridico bizantino, il Libro del Prefetto. Dal canto suo, verso la metà del nono secolo, il primo testo arabo che getta luce sul commercio internazionale del califfato - il Libro delle Vie e dei Regni di Ibn Khurradadhbah, descrive a lungo i tre itinerari degli ebrei "Rhadaniti", mercanti poliglotti che fanno la spola tra l’estremo Occidente e la Cina. Testo troppo famoso, e forse, e da usarsi con cautela; Ibn Khurradadhbah non è bene informato sui paesi lontani, e i misteriosi "Rhadaniti" non possono essere stati che una minoranza dei mercanti ebrei. Ma nell’estrema povertà delle fonti arabe, non conviene far gli schizzinosi.

Se gli ebrei sono coperti dalla neutralità degli apolidi, gli italo-bizantini puntano sulla cittadinanza o quasi-cittadinanza in più di uno stato alla volta: soluzione anche migliore, perché li esenta da tutte le restrizioni in tutti i paesi. Forse, il gioco era stato tentato su una scala locale fin dal 715 o 716, quando Comacchio (teoricamente bizantina) si era accordata con alcune città longobarde della regione padana per far passare a tariffa ridotta sale delle lagune, olio del retroterra bizantino o africano, e pepe dei lontani tropici. (Chi penserebbe, oggi, che al tempo di re Liutprando occorressero acrobazie diplomatiche per condire un’insalata?) Tra la metà dell’ottavo secolo e quella del nono, il gioco si precisa e si diffonde in combinazioni triangolari, tra franchi, bizantini, e arabi. Simultaneamente, Venezia e Napoli si emancipano, sotto duchi che si fanno anche chiamare ipati [nota 16], e forse non sdegnerebbero di passare per emiri. Altre città seguono come possono il loro esempio, in un gioco di altalena nel quale l’ubicazione geografica tende a dettare le preferenze politiche. Venezia, più vicina a Bisanzio, tratta coi re e gli imperatori in Italia e commercia con l’Egitto e la Siria, ma nei frangenti più gravi combatte a fianco dei greci. Napoli, che come abbiamo veduto commerciava con l’Egitto già nel 722, cerca di tenersi buoni i franchi e i greci, ma quando è necessario scegliere si allea più spesso con gli arabi; e Amalfi non le sta addietro.

Nel giudicare l’importanza relativa delle diverse città negli scambi tra Islam e Europa cattolica, conviene tener conto del fatto che le fonti veneziane, per quanto scarse, sono molto più copiose delle fonti campane. Per esempio, al tempo di Leone V l’Armeno (813-820) apprendiamo che Venezia ha dovuto rassegnarsi a proibire temporaneamente il commercio con l’Egitto e la Siria, per non incorrere nell’ira dell’imperatore bizantino; poco più tardi, i mercanti veneziani involano ad Alessandria le reliquie di san Marco; nell’853, il vescovo Orso Partecipazio dispone nel suo testamento di un sacco di pepe, senza dubbio proveniente da mercati arabi; nell’862, i veneziani si impegnano a pagare al monastero di Bobbio un canone annuo di pepe e di cannella... Ciò nonostante, io credo che dall’ottavo al decimo secolo Napoli, Amalfi e Gaeta abbiano tenuto il primo posto tra i mercanti cattolici nell’Africa e forse anche in Siria [...]. Invano papa Giovanni VIII tenterà di guadagnarli alla causa cristiana col sistema del bastone e della carota, minacciandoli del blocco commerciale e, al tempo stesso, offrendo loro una buona manciata di quei mancusi che pare ormai si possano considerare monete arabe. [...]

D’altronde, quello stesso Ibn Khurradadhbah che menziona i principali articoli importati dall’Europa cattolica e sottolinea le attività degli ebrei "Rhadaniti", non dice una parola delle città italiane. Al-Jahiz, un altro scrittore arabo del nono secolo, in una lista di mercanzie che l’Iraq importa da tutte le parti del mondo non cita neppure una mercanzia proveniente dall’Italia.

L’apparire degli italo-bizantini tra gli intermediari commerciali del periodo tra la metà dell’ottavo secolo e la fine del nono è dunque una promessa, ma non ancora una realizzazione. Perché le loro imprese si allarghino, occorre che la loro forza armata si imponga sul Mediterraneo e lo purghi dai pirati; e nel nono secolo c’è ancora molta strada da fare. Mi viene in mente un libretto bizantino del tempo, la Vita di San Gregorio Decapolita, che ci descrive in una narrazione serrata il porto di Efeso imbottigliato da pirati musulmani, un fiume della Tracia infestato da pirati slavi, la rotta da Corinto a Roma minacciata da pirati siciliani... Eppure i pirati non avrebbero potuto moltiplicarsi senza navi mercantili da depredare. Vi furono sempre intervalli pacifici, itinerari meno esposti, navi più rapide degli inseguitori, convogli più forti degli aggressori. Naturalmente il rischio fece salire il costo dei trasporti, ma il costo non è l’elemento decisivo quando si tratta di oggetti di lusso o di materiali strategici indispensabili. [...]

Sembra comunque evidente, da quanto si è detto finora, che il volume e forse anche la varietà degli oggetti di scambio si siano considerevolmente accresciuti durante la seconda fase; ma chi volesse precisare, quantitativamente e qualitativamente, troverebbe le fonti quasi altrettanto ermetiche quanto quelle della prima fase. E poiché ci siamo proposti di osservare rigorosamente la cronologia, ci limiteremo a notare che le fonti occidentali continuano a segnalare come articoli di importazione l’avorio, i tessuti di lusso, il pepe e altre spezie. Dal canto suo Ibn Khurradadhbah cita gli schiavi, il corallo e le pellicce come le principali esportazioni dei paesi cattolici. Gli schiavi, nel secolo nono, sono di gran lunga al primo posto, quanto alla frequenza dei riferimenti nelle fonti, tanto orientali quanto occidentali. V ero è che molti riferimenti sono deprecazioni e divieti: a differenza dalle pellicce e dal corallo, dal pepe e dall’avorio, che non sollevano obiezioni, gli schiavi sono merce doppiamente proibita, come "materiale strategico" e come anime da non abbandonare a infedeli. Gli imperatori carolingi, più intenti dei loro predecessori a legiferare, e più impegnati in problemi etici e religiosi, si danno da fare per combattere quelle che sembrano loro le maggiori piaghe dell’economia: la tratta degli schiavi e il prestito a usura. Ma i loro fulmini sono spuntati; tutti sanno che gli ebrei, anime dannate in ogni caso, potrebbero difficilmente essere distolti da queste due pratiche illegittime ma indispensabili nella società del tempo; gli italo-bizantini appartengono a un mondo dove ne l’interesse ne la schiavitù sono formalmente proibiti (perché Bisanzio ammette l’uno e l’altra); gli scandinavi non accettano legge da nessuno, nemmeno dai loro dei. E se a noi, moderni, il prestito a interesse pare un sintomo di vitalità commerciale (almeno quando viene accordato a mercanti), il fiorire della tratta degli schiavi getta una trista luce sul cosiddetto "rinascimento carolingio".

Lopez R.S., L’importanza del mondo islamico nella vita economica europea, in L’occidente e l’Islam nell’alto medioevo, XII Settimana di studio del Centro Italiano di studi sull’Alto Medioevo (aprile 1964), Spoleto 1965, I, pp. 444-55

NOTE AL TESTO

Nota 7: Grande isola del Baltico a 80 km circa dalla Svezia meridionale. [torna al testo]

Nota 8: L’abbazia benedettina di Corbie, non lontano da Amiens, nella Francia del Nord, venne fondata alla metà del VII secolo. [torna al testo]

Nota 9: Magazzino del fisco. [torna al testo]

Nota 10: Cfr. Gregorio di Tours,. Historia Francorum (a cura di M. Oldoni), Milano 1981. [torna al testo]

Nota 11: Le emanazioni normative dei re franchi. [torna al testo]

Nota 12: Il possedimento fondiario tipico del periodo carolingio. [torna al testo]

Nota 13: Monaco anglosassone impegnato, nella prima metà dell’VIII secolo, nell’evangelizzazione delle regioni tedesche ad est del Reno. [torna al testo]

Nota 14: Sappiamo che con l’avvento degli Abbasidi la regione siriana perdette peso politico e la capitale del califfato venne trasferita nella nuova città, Baghdad. [torna al testo]

Nota 15: Atto di una cancelleria reale o imperiale. [torna al testo]

Nota 16: In greco significa "altissimo, supremo", ed era l’appellativo con cui venivano designati nell’Italia bizantina i dignitari imperiali a Venezia e a Gaeta. [torna al testo]

 

Da Yarmuk a Poitiers

Il Mediterraneo era chiamato dai Romani "Mare nostrum". Un Impero multietnico e multireligioso trovava la propria unità nella cultura romana del diritto e della legge, nel rispetto delle tradizioni di ogni popolo, nell'ideale di virtù civile e politica del cittadino. Tutti gli abitanti dell'Impero erano infatti cittadini romani con uguali diritti e doveri fin dai tempi dell'Imperatore Caracalla (editto del 212 d.C.). Furono imperatori romani uomini di nobili o di oscure origini provenienti da ogni paese: Siria, Spagna, Illiria, Tracia, Italia, ecc.

A partire dal V secolo le ondate immigratorie dei popoli germanici si trasformarono in invasioni. L'Impero Romano d'Occidente venne frammentato in una serie di stati romano-barbarici.

A partire dal VI secolo gli slavi immigrarono nella penisola balcanica e si trasformarono anch'essi in invasori, arrivando a minacciare la stessa Grecia. L'Impero Romano d'Oriente dovette impegnarsi in una difficile opera di difesa.

Con l'avvento della dinastia sassanide l'Impero Persiano aveva ripreso la politica di ostilità verso l'Impero Romano. Alla fine del VI secolo ebbe inizio una lunga guerra. Fino al 630 i due imperi continuarono a combattersi aspramente.

Nel 632 il popolo arabo, riunito da Maometto in una organizzazione statale e religiosa molto coesa, era pronto ad uscire dalla penisola arabica per assalire i resti dei due Imperi.

Gli arabi saranno fermati a Costantinopoli, nel 678 e nel 717, e a Poitiers, nel 732.

Dopo un secolo di guerra il Mediterraneo non sarà più un punto di incontro di popoli, ma un confine tra due culture in lotta: la cultura dell'Occidente, prevalente in Europa, e la cultura dell'Islam, prevalente nel Medio Oriente e nell'Africa del nord.

Località: Mediterraneo

Epoca: dal 632 al 732 d.C.

La situazione politica nel VII secolo

A seguito della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, a partire dal V secolo si erano formati alcuni stati definiti romano-barbarici, primo nucleo dei futuri stati-nazione europei.

In Gallia e nell'Europa Centrale i Franchi, in Spagna i Visigoti, in Italia i Longobardi, in Britannia gli Angli e i Sassoni procedevano nel processo di fusione con le popolazioni locali romane o romanizzate. Ma soprattutto progrediva il processo di acculturazione che avrebbe portato al riconoscimento di una nuova identità comune: l'Occidente.

Analogo processo iniziava presso gli slavi del sud che si stabilivano nella Illiria e nel resto della penisola balcanica; e presso gli slavi del nord che occupavano l'attuale Polonia, Slovacchia e repubblica Ceca.

L'Impero Romano, chiamato anche bizantino dall'antico nome della capitale Bisanzio (dal IV secolo Costantinopoli, e dal XV secolo Istanbul), manteneva il controllo su zone costiere dell'Italia (compresa la Sicilia e le altre isole), su tutta la fascia costiera dell'Africa del nord (attuali Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto), sulla cosiddetta Mezzaluna Fertile (attuali Israele, Palestina, Giordania, Libano, Siria e parte dell'Iraq), sull'Asia Minore e zone limitrofe (attuali Turchia e Armenia), sulla Grecia e su parte della penisola balcanica.

L'altra grande potenza del tempo era l'Impero Persiano, eterno rivale dell'Impero Romano. I due Imperi si scontravano da secoli nell'area della Siria e dell'Iraq con alterne vicende. Nel 630 l'Imperatore Eraclio sconfiggeva il persiano Cosroe II.

La penisola arabica non era tradizionalmente coinvolta nelle vicende politiche internazionali. Un tentativo di conquista dell'attuale Yemen, al tempo dell'Imperatore Augusto, si era risolto con il ritiro, per le avverse condizioni meteorologiche, del pur vittorioso esercito romano, guidato dal prefetto dell'Egitto Elio Gallo. Da allora nessun romano aveva più attaccato la penisola arabica. Molti arabi erano stati inclusi nell'impero come cittadini e come alleati. Nel III secolo Filippo l'Arabo, appartenente a nobile famiglia della Traconitide, divenne Imperatore romano.

L'unità araba

Maometto aveva unificato militarmente e religiosamente tutta la penisola arabica. Alla sua morte, l'8 giugno 632, diverse tribù tentarono di staccarsi dall'unione riprendendo la propria indipendenza. Il califfo Abu Bakr riuscì a ricomporre l'unità, in pochi mesi, affidando il comando dell'esercito ad un valente generale: Halid ibn al-Walid, che era stato il vincitore dei musulmani nella seconda battaglia tra Mecca e Medina. Il califfo Omar, successore di Abu Bakr, provvide ad una accurata pulizia etnico-religiosa eliminando dall'Arabia cristiani ed ebrei.

Gli arabi conquistano la Siria e la Palestina (633-640)

Nell'autunno del 633 tre armate attaccarono la Siria e la Palestina.

Il 4 febbraio 634 il generale Sergio veniva sconfitto a Gaza. Successivamente il generale Teodoro, fratello dell'Imperatore Eraclio, veniva sconfitto a Rabbath Moab.

Il 30 luglio 634 le forze locali dell'Impero Bizantino venivano sconfitte nella battaglia di Agnadain dal generale Halid ibn al-Walid.

Bosra, capitale dei Ghassanidi, veniva conquistata dagli arabi. Il 23 gennaio 635 era la volta di Pella (Fihl) presso il Giordano. Damasco resistette sei mesi. Poi Homs, Hamath e altre città si arresero.

L'imperatore Eraclio inviò rinforzi. Gli arabi si ritirarono, abbandonando Damasco. Ma il 30 agosto 636 il generale Teodoro, attaccato durante una tempesta di sabbia, veniva sconfitto presso il fiume Yarmuk, affluente del Giordano. Teodoro morì in battaglia.

A dicembre del 636 gli arabi rientravano in Damasco. La Siria era persa.

Resistettero ancora a lungo Aelia Capitolina (Gerusalemme), che cadde nel 638, e Cesarea, capitale della Palestina, che si arrese nel 640. La Palestina era persa.

Gli arabi conquistano l'Egitto e la Libia (639-652)

Nel 639 il generale Amr ibn al-As, dalla sua base di Palestina, attaccò l'Egitto. Pelusio si arrese dopo un mese di assedio. Amr arrivò senza ostacoli fino ad Eliopoli.

Nel giugno 640 assediò la fortezza di Babylon. Da Alessandria partirono i rinforzi che però vennero sconfitti. Babylon cadde il 6 aprile 641.

Amr pose l'assedio ad Alessandria, difesa dalla flotta e da una forte guarnigione. Putroppo Eraclio era morto e il nuovo Imperatore Costante II aveva appena dodici anni. Il Patriarca Ciro, inviato dal giovane imperatore a governare l'Egitto, anzichè difendere la terra dei Faraoni, si arrese l'8 novembre 641. Nel 642 le truppe arabe entrarono in Alessandria. L'Egitto era perso.

L'avanzata continuò verso Tripoli che cadde il 18 novembre 643. La Libia era persa.

Nel 645 Costante II inviò una flotta, comandata dall'ammiraglio Manuele, che riuscì a liberare Alessandria. Il generale Amr intervenne, sconfisse i bizantini a Nikiu e nel 646 riprese Alessandria.

Nel 652 i bizantini tentarono nuovamente di liberare l'Egitto, ma furono respinti.

Sempre nel 652 gli arabi arrivarono in Nubia. In seguito saranno i regni cristiani di Dongola e Axum a fermare l'avanzata araba verso sud.

Gli arabi conquistano la Mesopotamia bizantina e l'Armenia (639-640)

Nel 639-640 gli arabi occuparono la Mesopotamia bizantina e nell'ottobre 640 presero la più importante fortezza armena: Dvin.

Gli arabi in Asia Minore (647)

Nel 647 Mu'awiya irruppe in Cappadocia, occupò Cesarea ed arrivo in Frigia. Poi si ritirò con un ricco bottino.

Gli arabi attaccano Cartagine (647)

Nel 647 gli arabi assalirono l'esarcato di Cartagine, presero un grande bottino e ritornarono in Egitto.

Gli arabi a Cipro, Creta, Rodi, Cos e in Sicilia (649-655)

Nel 649 gli arabi assalirono e conquistarono Cipro.

Nel 652 vennero saccheggiate le coste della Sicilia e nel 654 quelle di Rodi. Seguì la conquista di Cos e il saccheggio di Creta.

Nel 655 gli arabi sconfissero la flotta bizantina, comandata dall'imperatore Costante II, a Fenike di Licia.

Gli arabi conquistano l'Impero Persiano (634-651)

La Persia venne attaccata nel 634. Nel 637 la Mesopotamia cadde e gli arabi arrivarono a Ctesifonte. Nel 641 gli arabi vinsero una battaglia a Nehawend nella Media. Poi avanzarono nell'Elam e nel 644 attaccarono il Fars. Nel 650, dopo una accanita resistenza, i persiani cedettero e gli arabi arrivarono fino all'Afganistan e al Pakistan. L'ultimo scià di Persia, Yezdegherd III venne assassinato a Merv nel 651. L'Impero Persiano cessava di esistere.

Primo trattato di pace (659)

Nel 659 gli arabi, impegnati in una guerra civile per la vicenda del quarto califfo Alì ibn Abi Talib, cugino e genero di Maometto per averne sposata la figlia Fatima, conclusero un trattato di pace con l'Imperatore Costante II.

Gli arabi assediano Costantinopoli, ma vengono sconfitti da Costantino IV (678)

Nel 663 gli arabi ripresero gli attacchi contro Bisanzio. Furono fatte scorrerie in Asia Minore. Nel 670 gli arabi presero la penisola di Cizico, nelle immediate vicinanze di Costantinopoli. Nel 672 cadde Smirne e vennero perse le zone costiere della Cilicia.

Nel 674 iniziò l'attacco a Costantinopoli. Ma i bizantini riuscirono a respingere l'assalto e nel 678 Costantino IV sconfisse gli arabi. Questa vittoria deve considerarsi simile a quella di Leone II l'Isaurico nel 717 e a quella che Carlo Martello otterrà a Poitiers nel 732. Furono queste tre vittorie che salvarono l'Europa e la sua cultura.

Secondo trattato di pace (685)

Nel 685 venne concluso un trattato di pace tra l'Imperatore Giustiniano II e il califfo 'Abd al-Malik ibn Marwan.

Nel 691 la guerra riprese. I bizantini furono sconfitti a Sebastopoli (odierna Sulu-saray) in Armenia.

Gli arabi conquistano l'Africa fino a Ceuta (697-711)

Nel 697 gli arabi irruppero nell'Africa latina. Occuparono Cartagine (698). L'Imperatore Leonzio inviò una flotta. Ma venne sconfitta. Gli arabi arrivarono fino all'Oceano Atlantico travolgendo le resistenze dei berberi. I bizantini tentarono di difendere Septem Fratres (odierna Ceuta) che cadde nel 711. L'Africa (Tunisia, Algeria, Marocco) era persa.

Gli arabi attaccano l'Asia Minore (709-711)

Nel 709 gli arabi assediarono Tiana, una fortezza in Cappadocia. I bizantini furono sconfitti e Tiana cadde in mano araba.

Nel 710 e 711 gli arabi fecero delle incursioni in Cilicia e una divisione araba arrivò fino a Crisopoli, di fronte a Costantinopoli.

I berberi conquistano la Spagna (709-712)

Nel 709 Musa ibn Nuayr inviò nella penisola iberica, allora dominata dai Visigoti, 500 berberi al comando di Tarif. Tarif sbarcò presso la futura Tarifa ed arrivò fino ad Algesiras.

Verificata la scarsa capacità di resistenza dei Visigoti, Musa organizzò un esercito con 7.000 berberi e lo pose agli ordini di Tariq ibn Ziyad. Tariq sbarcò presso la futura Gibilterra ossia "Monte di Tariq".

Alcuni sostengono che la flotta fosse fornita dal conte Olian, desideroso di vendetta nei confronti di re Roderico che gli aveva sedotto la figlia.

Nel luglio 711 Roderico venne sconfitto alla foce del fiume Salado, presso Cadice, anche per il tradimento di alcuni suoi avversari, guidati dal vescovo Oppas, fratello del defunto re Witiza. Infatti nel 709 Roderico aveva spodestato il legittimo erede Achila.

Tariq conquistò Malaga e Cordova. Poi prese Toledo, la capitale visigota.

Gli arabi conquistano la Spagna (712-713)

Nel giugno del 712 Musa arrivò in Spagna con un esercito costituito da 10.000 arabi. Conquistò Medina Sidonia, Carmona, Merida e Siviglia. Infine arrivò a Toledo.

L'emirato di Andalusia (711-756)

Gli eserciti riuniti di Musa e Tariq conquistarono Augusta Cesarea (Saragozza) e quasi tutto il resto della penisola iberica. La Spagna era persa.

Venne costituito l'emirato di Andalusia con capitale Cordoba. Il primo emiro fu 'Abd al-Aziz, figlio di Musa. Commise l'errore di sposare Egilona, la vedova di Roderico, e venne condannato a morte nel 716, essendo sospettato di essere diventato cristiano.

La rivolta dei berberi (740-742)

Nel 740 i berberi si ribellarono e sconfissero le truppe arabe nella piana di Tangeri.

Presso il fiume Masfa, nel 742, i berberi ebbero ancora la meglio su un secondo esercito inviato dagli arabi.

Allora insorsero anche i berberi che avevano conquistato l'Andalusia.

Gli arabi furono costretti ad inviare un terzo esercito che sconfisse i berberi e riuscì a riprendere il controllo dell'Africa e dell'Andalusia.

Gli arabi assediano Costantinopoli (716-717), ma vengono sconfitti da Leone II

Il califfo Sulayman affidò al fratello Maslama il compito di conquistare Costantinopoli. L'assedio durò dall'agosto 716 al settembre 717. L'Imperatore Leone II l'Isaurico resistette. Gli arabi dovettero ritirarsi. Questa vittoria si dimostrò decisiva nel bloccare l'avanzata degli arabi verso l'Europa da est.

Gli arabi vengono sconfitti a Poitiers da Carlo Martello (732)

Nel 718 gli arabi occuparono la Settimania, parte meridionale della Gallia, e nel 720 conquistarono Narbona. Autun venne saccheggiata nel 725. Tentarono poi di arrivare a Tolosa, ma vennero fermati dal duca Eude sulla Garonna. Si diressero allora verso Burdigala (Bordeaux) e posero l'assedio a Tours.

Intervenne Carlo Martello che, insieme al duca Eude, attaccò gli arabi a Cenon nei pressi di Poitiers. Il 17 ottobre 732 la fanteria franca e la cavalleria aquitana sconfissero gli arabi, che dovettero ritirarsi. Questa vittoria si dimostrò decisiva nel bloccare l'avanzata degli arabi verso l'Europa da ovest.

Un secolo di guerre (632-732)

Le vittorie di Costantinopoli (717) e di Poitiers (732) consentirono all'Europa di sopravvivere, anche se tristi eventi attendevano ancora molte zone del sud europeo (conquista araba della Sicilia, assalti alle coste della Provenza, della Liguria, della Sardegna, della Corsica, ecc.).

Dopo un secolo di guerra, praticamente ininterrotta, l'Occidente era riuscito a non farsi travolgere dalle armate arabe. La cultura europea era salva. Ma il suo baricentro si spostava più a nord.

Purtroppo l'unità del Mediterraneo era frantumata. Ormai parte della fascia costiera europea, tutta quella africana e gran parte di quella asiatica era in mano agli arabi.

Di tutti i territori persi (odierni Spagna, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Palestina, Libano, Giordania, Siria, Iraq, Turchia) solo la Spagna sarebbe stata liberata dopo una lunga e dura lotta. Bisognerà infatti attendere il 2 gennaio 1492 per vedere la definitiva sconfitta del regno arabo di Granada.

Nel XIV secolo saranno i turchi a riprendere l'assalto contro l'Europa invadendo la penisola balcanica. Costantinopoli cadrà nel 1452 e avrà il nuovo nome di Istanbul.

Nel 1683 austriaci e polacchi salveranno l'Europa sconfiggendo i turchi che avevano posto l'assedio a Vienna. A partire dalla fine del 1600 gli europei inizieranno la liberazione dei Balcani.

 

Le Crociate.

Una definizione. Per crociata si intende qualsiasi intervento militare volto a sconfiggere i musulmani. La prima delle crociate non fu quella in Oriente del 1096; ce ne furono due anteriori che ne posero le basi: quella delle repubbliche marinare di Genova e Pisa che sottrassero ai musulmani Baleari, Corsica e Sardegna e successivamente, nell' XI secolo, la riconquista di parte della penisola Iberica e la formazione di una nuova regione:la Castiglia. Questa vittoria fu dovuta alla disorganizzazione e al frazionamento all’interno del mondo islamico. Le vittorie permisero al papa Urbano II, nel 1095 a Clermont, di pronunciarsi in un pubblico discorso sulla necessità di un intervento armato in Terra Santa, attribuendo ai musulmani alcuni maltrattamenti che venivano compiuti contro i cristiani in Terra Santa. Con la promessa della remissione dei peccati il popolino fu attratto dall’impresa, anche perché, in quel tempo, gravando sulla popolazione attese millenaristiche legate alla fine del tempo, tutti pensavano di purificarsi in ogni modo dei propri peccati. Anche i cavalieri parteciparono in massa all'azione militare ( guerra santa ) non solo per ragioni confessionali ma anche per una necessità economico-sociale. Alla base della loro economia era infatti il feudo, con la sua rendita fondiaria, che tuttavia andava riducendosi o addirittura scomparendo a causa dei nuovi rapporti instauratisi nelle campagne e dei commerici sempre più dinamici e redditizi, che scavalcavano stili di vita ormai parassitari. I cavalieri ( esponenti della piccola e media nobiltà feudale europea ) pensarono così di poter ricostruire alcune forme di economia feudale, propria dei Carolingi, in Terra Santa. I cavalieri infine avevano un ultimo motivo per combattere accanitamente contro i musulmani: la loro violenza, il desiderio di fama e bottino era continuamente frenato dalla Chiesa e solo in Terra Santa, avrebbe potuto trovare una valvola di sfogo.

La prima crociata e la conquista di Gerusalemme

Il discorso di Urbano II nel 1096 fornì le premesse per la prima crociata. Coi bizantini fu stipulato un patto nel quale i crociati si impegnavano a restituire i territori appartenuti all’impero che sarebbero stati liberati e l’imperatore di Bisanzio avrebbe consentito il loro passaggio nei territori dell' impero.La crociata popolare si risolse in un fallimento: il desiderio di combattere per conquistare la remissione dei peccati venne sfogato contro gli ebrei. I cavalieri furono l’unica arma efficiente della crociata. All’inizio fu dura per i crociati portare avanti l’impresa, ma nel 1098, finalmente,riuscirono a prendere Antiochia, la capitale dei Turchi. La perdita di questa città fu per i Turchi un duro colpo, ma ciò non bastò, perché nel 1099 i crociati posero l’assedio a Gerusalemme e dopo un mese di attacchi la città fu conquistata.La vittoria, considerata quasi impossibile, galvanizzò la chiesa e tutta la cristianità. Tuttavia il successo era stato dovuto alla disorganizzazione dei musulmani, che poi, nella terza crociata, avrebbero attuato una contro-offensiva vittoriosa contro i cavalieri cristiani. Intanto,le conquiste dei crociati vennero organizzate in quattro stati latini, nei quali i cavalieri poterono ricostituire la loro economia feudale e mantenere una forza tale da resistere a eventuali attacchi. I rifornimenti erano garantiti soprattutto dalle repubbliche marinare italiane, che nelle città marittime in Terra Santa ottennero quartieri interi.

Gli esiti delle Crociate

Ben nove saranno le Crociate e sanciranno la sconfitta delle truppe cristiane. Nel 1289 c'è ancora un ultimo proclama, ma senza seguito. Le ultime resistenze cristiane in Terrasanta sono definitivamente sconfitte dai musulmani nel 1291 con la caduta di San Giovanni d’Acri. Una grande città abitata da crociati, ma divisa in quartieri, in perenni liti e dove ognuno pensava a difendere il proprio "orticello" più dagli "amici" cristiani che non dai nemici turchi. Gli ultimi avamposti cristiani andarono così incontro al disastro.

Il risultato di maggior rilievo delle Crociate fu la conquista delle vie commerciali mediterranee, che prima erano controllate da Bisanzio e dai paesi arabi, i quali entrarono subito dopo in una profonda decadenza economica. Le città dell’Italia settentrionale ( Venezia, Genova e Pisa ) assunsero un ruolo dominante nel commercio con l’Oriente. Si introdussero in Europa occidentale nuove industrie e manifatture (seta, vetri, specchi, carta...) e nuove colture agricole (riso, limoni, canna da zucchero...). Comparvero i mulini a vento, sul tipo di quelli siriani. La classe dei feudatari vide aggravarsi la propria crisi, sia perché aveva impiegato molte risorse in queste imprese, ottenendo scarsi vantaggi, sia perché si era rafforzata una nuova classe, la borghesia, ad essa ostile. Le classi popolari, sacrificatesi senza ottenere alcuna contropartita, si orienterono verso forme di protesta socio-religiosa ( le eresie ), ispirate all’uguaglianza evangelica.

I crociati distrussero le ultime tracce di fratellanza tra cattolici e ortodossi e, saccheggiando Costantinopoli nel 1204, aprirono le porte agli invasori Turchi. La mobilitazione ideologica nella guerra santa segnò il trionfo dello spirito d’intolleranza e di fanatismo. La Chiesa infatti, accentuerà sempre d'ora in poi più i fattori autoritari e dogmatici, legati al suo ruolo di guida suprema della cristianità. L'avventura delle crociate iniziata per imporre una civiltà - che l'Occidente credeva altissima - si concluse dunque con una sconfitta non solo militare.

< Gli ordini cavallereschi: i Templari

Ordine cavalleresco, anche se non lo si può definire semplicisticamente tale, perché gli adepti erano anche monaci: monaci guerrieri. Il loro ordine fu fondato nel 1118 secondo la leggenda, ma il riconoscimento ufficiale vi fu nel 1128: al concilio di Troyes. La leggenda narra che due cavalieri siano arrivati da Baldovino, a Gerusalemme, quando fu presa durante la I crociata, su uno stesso cavallo e che Baldovino li ospitò nel tempio di Salomone (da cui il nome). E infatti il loro simbolo fu sempre un’icona che raffigura due cavalieri su un destriero. L’ordine si stabilì a Gerusalemme e fu inizialmente il più agguerrito nella lotta contro i musulmani. Filippo il Bello, re cattolico di Francia, sciolse tuttavia l'ordine ai primi del Trecento, temendo che il loro potere potesse costituire un' ostacolo alla stabilità del regno. Ne ordinò lo sterminio per impadronirsi dell’immenso tesoro, che i Templari avevano accumulato al ritorno dalle crociate. I Templari erano divenuti così ricchi perché tutti i capitali europei che si trovavano in Terra Santa, dopo la sconfitta dei Crociati, dovettero essere riportati in Europa. Gli incaricati per questo compito furono i Templari, l’armata più temibile di quei tempi e quindi la più sicura e adatta a questo compito. I loro servigi avevano però un prezzo ed essi riuscirono a fondare una catena di banche e ad accumulare ingenti somme..Nel 1307 quando Filippo fece arrestare tutti i cavalieri e nel 1314 quando li condusse al rogo non pensò di certo che la loro opera sarebbe rimasta impressa nella storia e che su di loro si sarebbe creata una leggenda, vera o meno che sia. I Templari erano sottoposti a rigide regole,dovevano essere pronti alla guerra come gli altri ordini e si riconoscevano totalmente nella volontà di Dio, del quale il Papa era il rappresentante in Terra. Inoltre non dovevano avere beni propri e dovevano rimanere sempre in Terra Santa, anche fra una guerra e l’altra. Quando i crociati furono definitivamente sconfitti essi dimenticarono queste regole. La loro leggenda si fonda sul fatto che nel 1314, anno del rogo dei Templari, alcuni di essi riuscirono a salvarsi. Chi andò in Inghilterra, chi nelle parti più remote della Germania, chi in Italia, ma poi sembra che ritornassero tutti in Francia. Qui rifondarono segretamente l’ordine dei Templari, al quale si pensa che sarebbero appartenuti anche personaggi importanti della storia francese

 

 

Gerusalemme 1099,
il sacco e l'eccidio

L’armata degli avventurieri crociati da l’assalto alle mura di al-Qùds, la città Santa, meta del miracoloso viaggio notturno del Profeta Muhàmmad, che Allàh lo benedica e lo abbia in gloria, e punto di partenza della sua assunzione alla Presenza divina, nella notte di al-isrà< wa l-mì’ràg), terza delle Città care ad Allàh, sia gloria a Lui l’Altissimo, e quindi "santa" per i Musulmani, prima delle due direzioni del rito dell’adorazione.

Nell’anno 638 miladico la città era stata liberata dal dominio bizantino, sotto il Califfato di Omar 1° il Grande (’ùmar bin al-Khattàb) dall’armata islamica dei combattenti per la liberazione dell’uomo dal dominio dell’uomo, che aveva inchiodato e distrutto sulle sue basi di partenza nella battaglia al fiume Yarmùk (anno 636 m.) l’armata imperiale bizantina, allestita in Siria dall’imperatore Eraclio e pronta all’invasione dell’Arabia. Í

Gli abitanti della Città, i cristiani e la minuscola comunità giudaica, furono trattati con grande benignità dal Califfo, che venne dalla Medina di persona, perché solo a lui, il governatore della Città si sarebbe arreso, aprendo le porte.

Questa benignità, la quale non è altro che l’espressione concreta del profondo sentimento dell’Islàm di Omar, che Allàh si compiaccia di lui, è storicamente documentata dal testo dell’Editto, che stabilisce i diritti e doveri dell’Islàm e dei Maqdisiani (gli abitanti di Bàyt al-Màqdis, (altro nome di Gerusalemme).

Recita l’Editto di Omar, che Allàh si compiaccia di lui:

Nel nome di Allàh, il sommamente Misericordioso, il Clementissimo

Ecco le garanzie che il servo di Allàh, ’ùmar ibn al Khattàb, amìru l-mu<>minìn (Principe dei credenti), accorda agli abitanti di al-Qùds:

A tutti - nessuno escluso e senza distinzioni - tanto a chi è ben disposto quanto a chi è mal disposto - egli garantisce:

1) la sicurezza delle loro persone - 2) la sicurezza del godimento del diritto di proprietà dei loro possidenti - 3) l’inviolabilità dei loro luoghi di culto - 4) l’inviolabilità delle loro croci e di tutto ciò che attiene alle loro pratiche religiose - 5) che le chiese non saranno trasformate in abitazioni, né verranno demolite - 6) che nulla sarà asportato dalle chiese e dalle loro pertinenze, dalle croci e dalle abitazioni private - 7) che non vi saranno né costrizioni nella religione, né prepotenze di alcun genere 8) non vi saranno da pagare imposte fino al primo raccolto - 9) Per motivi di pubblica sicurezza, Cristiani e Giudei vivranno in quartieri separati. Per garantire quanto è affermato in questo editto, Omar chiama a Testimone Allàh, sia gloria a Lui l’Altissimo, e promette la Protezione dell’Apostolo di Allàh, che Allàh lo benedica e l’abbia in gloria, quella dei suoi Successori e quella di tutti i Musulmani, a fronte della quale i protetti si impegnano a pagare l’imposta coranica per i non musulmani, che vivono nello stato islamocratico (al-gìzyah). E, certamente, nel far redigere questo Editto, Omar, che Allàh si compiaccia di lui, aveva in mente il detto del Profeta (*): Chi fa torto a un giudeo o a un Cristiano non si troverà dalla mia parte nel giorno del giudizio!

Liberata dal dominio bizantino, grazie alla protezione accordata dall’Islàm alla Gente del Libro, le chiese non vennero rase al suolo, né trasformate in granai o scuderie e, nonostante il fatto che, secondo la Testimonianza di Allàh, sia gloria a Lui l’Altissimo, Gesù il Cristo (cioè il Messia) figlio di Maria

(al-Masìh Isaa bnu Màryam) non sia mai stato crocifisso, quindi non sia mai morto e non sia mai stato sepolto, furono rispettati i luoghi "santi" dei cristiani (la via crucis, la chiesa del santo sepolcro…) e non ne fu impedito l’accesso ai pellegrini, provenienti dall’Europa. Sopra la Roccia - che ad immondezzaio era stata adibita dai Cristiani per disprezzo ed odio ai Giudei, i quali credevano che su di essa avesse avuto luogo il sacrificio di Abramo - il Califfo - dopo averla purificata, aveva fatto costruire una Moschea di legno, la Moschea di Omar. La Moschea di Omar venne poi demolita, esattamente 50 anni dopo, dal Califfo Omàyyade Abdu l-Màlik bin Moawiyah, il quale fece sistemare il "hàram Sharìf (la spianata della Moschea al-àqsaa, di Cui Allàh parla nel Sublime Corano come màsra n-nabìyyi = punto d’arrivo del viaggio notturno terreno del Profeta)", costruendo sulla "Roccia" quel gioiello dell’architettura islamica, che é la Cupola della Roccia (Qùbbatu s-sakhrà<) e che, impropriamente, viene, ancor oggi, chiamata "Moschea di Omar" (ultima svista in tal senso quella del giornalista Gad Lerner su La Repubblica del 13 luglio 99). Della Cupola della Roccia, che è stata dichiarata monumento appartenente al patrimonio della civiltà umana, è stata progettata la demolizione, da parte di un gruppo di "Ebrei ultra ortodossi" per lasciare spazio alla ricostruzione del Tempio di Salomone. Si commemora, in questo luglio 1999, un evento che, come tanti altri - prodotti dal fanatismo religioso contro l’Islàm e contro i Musulmani in ogni parte del mondo - è una pagina nera esecranda nella storia dell’umanità. Nel luglio di 900 anni or sono una marea umana assatanata dal fanatismo religioso ed assetata di sangue e di rapina, dopo aver seminato ovunque morte e distruzione, mettendo a ferro e fuoco i territori, lungo il percorso della sua marcia verso la Terra Santa, schianta la strenua resistenza dell’esigua guarnigione musulmana, irrompe nella città santa, menando orrenda strage degli abitanti Musulmani e Giudei, essendo stati quelli Cristiani fatti uscire dalla città, all’inizio dell’assedio. Forsennato fu il massacro di donne vecchi e bambini, in numero di circa diecimila, che avevano cercato rifugio nel Hàram Sharìf, attorno alla Cupola della roccia e nella moschea al-Aqsaa, sperando che i crociati avrebbero rispettato il diritto di asilo, riconosciuto a tutti i luoghi di culto. Lo storiografo delle crociate Guglielmo di Tiro (vescovo) narra: " Entrati che furono nella Città (15 luglio 1099), i nostri inseguirono e massacrarono i Saraceni (i Musulmani) fino al Tempio di Salomone (la Moschea al-àqsaa) mettendo a ferro e fuoco la città intera, portando via l’oro, l’argento, i cavalli e i muli e saccheggiando le case, che rigurgitavano di ricchezze. Il mattino del giorno seguente, data la scalata alla spianata del Tempio, i Crociati attaccarono i Saraceni, uomini e donne, decapitandoli."

Racconta lo storico-testimone Raimondo d’Agile nella sua "Storia dei Franchi, che presero Gerusalemme": "Si vedevano nelle strade e nelle piazze mucchi di teste, di mani e di piedi. Fanti e cavalieri si aprivano la strada attraverso montagne di cadaveri. Ma tutto ciò è ancor poco! Nella Cupola della roccia e nel Portico di Salomone (la moschea al-Aqsaa) si cavalcava nel sangue fino alle ginocchia del cavaliere ed alle briglie della cavalcatura".

Leggiamo, insieme,un piccolo brano del Rapporto di servizio, inviato dal sanguinario esecutore in capo, Goffredo di Buglione, al committente della crociata, l’allora papa Urbano IIº, che mai lo lesse perché morì prima:

"Se desiderate sapere ciò che è stato fatto ai nemici trovati a Gerusalemme, sappiate che nel portico di Salomone e nel Tempio i nostri cavalcavano nel sangue dei Saraceni, che giungeva alle ginocchia delle loro cavalcature…"

Da una testimonianza musulmana: "Nel Hàram Sharìf e nel Màsjid al-Aqsaa i Crociati ammazzarono più di settantamila persone, tra i quali un grande numero di imàm e di uomini spirituali i quali avevano lasciato i loro paesi per venire a vivere in pio ritiro in quel luogo santo. Dalla Moschea della roccia i Crociati predarono più di quaranta candelabri d’argento, ognuno del peso di 3.600 dramme, un grande lampadario d’argento dal peso di 40 libbre siriane, 150 piccoli lampadari d’argento e 20 d’oro, con altro ingente bottino."

 

 

1187: Gli Occidentali espulsi da Gerusalemme

Nel 1099 i Crociati avevano liberato i Luoghi Santi della vita e della morte di Cristo.

Nel 1187 un generale siriano, di origine curda, dominatore di Siria e di Egitto, attaccò con un imponente esercito il Regno di Gerusalemme.

Tra la fine di giugno e l'inizio di luglio si compì ad Hattin la disfatta dell'esercito cristiano.

Tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre la città di Gerusalemme venne riconquistata dai musulmani.

Tutti gli Occidentali furono espulsi.

Mentre la colonna di italiani, francesi, tedeschi, inglesi usciva dalla Porta di Giaffa, un'altra colonna si apprestava ad entrare: quella degli ebrei invitati dai musulmani a rientrare in al-Quds. Saladino venne acclamato dal popolo di Israele come il nuovo Ciro.

Località: Palestina - Regno di Gerusalemme

Epoca: Luglio - Ottobre 1187 d.C.

 


La battaglia di Hattin

Sabato 4 luglio 1187 ad Hattin, nei pressi del lago di Tiberiade, Saladino sultano di Egitto e di Siria, sconfisse Guido di Lusignano, re di Gerusalemme.

Non si trattò di una semplice sconfitta, ma della disfatta completa dell'esercito cristiano. Re Guido aveva impiegato nella battaglia tutte le risorse militari a sua disposizione. Chi non venne ucciso nella battaglia venne fatto prigioniero. Pochissimi furono coloro che riuscirono a portarsi in salvo.

Questo il ricordo della battaglia di Imad ad-Din (1125-1201), segretario di Saladino.

"Io passai accanto a loro, e trovai le membra dei caduti gettate ignude sul campo di battaglia, disperse in pezzi sul luogo dello scontro, dilacerate e disarticolate, coi capi spaccati, i colli troncati, i lombi spezzati, le cervici triturate, i piedi in pezzi, i nasi mutilati, le estremità strappate, le membra smembrate, le parti tagliuzzate, gli occhi cavati, i ventri sventrati, le chiome tinte di sangue, i precordi tagliati, le dita affettate, i toraci spaccati, le costole schiacciate, le articolazioni dislocate, i petti frantumati, le gole spezzate, i corpi tagliati a metà, le braccia maciullate, le labbra contratte, le fronti sfondate, i ciuffi invermigliati, i pettorali insanguinati, le costole trapassate, i cubiti slogati, le ossa rotte, i veli strappati, i volti spenti, i danni patenti, le epidermidi scorticate, i pezzetti decimati, i capelli sciolti, i dorsi sbucciati, il corpo disfatto, i denti spezzati, il sangue sparso, l'ultimo fiato di vita sopraffatto, le cervici cadenti, le giunture mollate, le pupille liquefatte, i colli pendenti, i fegati sbriciolati, le cosce recise, le teste fracassate, i petti scorticati, gli spiriti involati, i fantasimi frantumati: come pietre fra pietre, esempio per chi sa vedere".

Imad ad-Din, citato in Storici arabi delle crociate (a cura di F. Gabrieli), p. 134

A difendere le città, le piazzeforti e i porti della Terrasanta, da Tiro a Gaza, da Gerusalemme ad Aqaba, rimasero alcune decine di cavalieri e i circa 3000 fanti dell'avanguardia di Raimondo di Tripoli. Si concentrarono a Tiro dove, oltre al conte, arrivarono anche Baliano di Ibelin e Rinaldo di Sidone.

Saladino decise la sorte dei cristiani catturati:

- la schiavitù per i fanti; verranno venduti al miglior offerente sul mercato di Damasco; il prezzo degli schiavi crollò; si poteva comprare una persona per tre dinari ed una intera famiglia (padre, madre, tre figli e due figlie) per diciotto dinari; il dinaro, dal latino denarius, era una moneta d'oro da 4,25 gr., il peso del solido bizantino; il dirham, dal greco dracma, era una moneta d'argento da 2,92 gr.

- la prigionia per il re, i dignitari ed i cavalieri laici; potranno essere riscattati dietro il pagamento di un compenso adeguato all'importanza del prigioniero;

- la morte per Reginaldo di Châtillon, reo di aver osato avventurarsi nel Mar Rosso e di essere arrivato sulle coste della penisola arabica fino a circa 100 chilometri da Medina, città sacra per gli islamici; Reginaldo verrà colpito personalmente da Saladino e finito da una delle guardie;

- la morte per i cavalieri-monaci dell'Ordine del Tempio e dell'Ordine degli Ospitalieri; i più fanatici nella fede islamica si contenderanno la soddisfazione di poter uccidere di propria mano un cavaliere-monaco.

"Al mattino del lunedì diciassette rabì secondo, due giorni dopo la vittoria, il sultano fece cercare dei prigionieri Templari e Ospitalieri, e disse: 'Purificherò la terra di queste due razze impure' ... Egli ordinò fossero decapitati, preferendo ucciderli al farli schiavi ... Quante infermità curò col rendere infermo un Templare ... quante miscredenze uccise per dar vita all'Islam, e politeismi distrusse per edificare il monoteismo".

Imad ad-Din, citato in Storici arabi delle crociate (a cura di F. Gabrieli) p. 137

La strategia di Saladino

Dopo la vittoria di Hattin Saladino aveva due possibilità:

- dirigersi verso la costa per impedire l'arrivo di rinforzi ai cristiani; questa opzione sarebbe stata la più adeguata sul piano militare;

- dirigersi verso Gerusalemme per soddisfare le esigenze religiose islamiche; questa opzione era sicuramente attraente sul piano personale.

Saladino scelse una via di mezzo e i cristiani rimasero in Terrasanta per altri cento anni, anche se confinati nella zona costiera.

Resa di Tiberiade

Domenica 5 luglio Saladino si diresse verso Tiberiade. Eschiva, la moglie di Raimondo, conte di Tripoli, che fino ad allora aveva resistito nella cittadella, si arrese a condizione di aver salva la vita e di poter raggiungere il marito. Saladino, che aveva fretta di raggiungere la costa, accettò.

Resa di Acri

Martedì 7 luglio Saladino marciò su Acri. L'8 luglio il cittadino Pierre Brice offrì la resa a condizione che venissero garantiti la vita e i beni degli abitanti. Il 10 luglio Saladino entrò in Acri.

I mercanti cristiani fuggirono dalla città. I musulmani si impadronirono di tutti i magazzini pieni di ricche mercanzie. Della spartizione del bottino si occupò al-Afdal, il figlio di Saladino. La grande fabbrica di zucchero fu saccheggiata da Taki ed-Din.

Gli emiri conquistano le città

Saladino inviò i suoi emiri a conquistare le diverse città del Regno di Gerusalemme. Muzaffer al-Din Keukburi prese Nazareth, Saffuriya, La Fève, Daburya, Tabor e Zar'in. Husam al-Din Muhammad prese Sebastiya e Nablus. Badr al-din Dildirim prese Haifa, Arsuf e Cesarea.

Conquista di Giaffa

Un esercito egiziano, alla cui guida era al-Adil, fratello di Saladino, venne inviato a risalire la costa da sud. Venne posto l'assedio a Giaffa, che cadde dopo una eroica difesa. Tutti gli abitanti, uomini, donne e bambini, furono ridotti in schiavitù e venduti sul mercato di Aleppo.

Tiro resiste

Il 14 luglio a Tiro era arrivato dall'Europa il marchese Corrado di Monferrato con alcuni rinforzi. Corrado era fratello di Guglielmo dalla "lunga spada", primo marito di Sibilla, sorella del defunto re Baldovino IV.

Corrado, non sapendo nulla di Hattin, aveva tentato di sbarcare ad Acri, già in mano ai musulmani. Era riuscito a riprendere il mare con le sue navi e si era diretto verso il porto di Tiro. L'arrivo dei crociati diede nuovo impulso alla difesa della città.

Il 17 luglio Saladino salpò da Acri diretto a Tibnin, assediata dal nipote Taqi al-Din. Saladino conquistò la città e poi si diresse verso Tiro, difesa da Rinaldo di Sidone e da Corrado.

Saladino portò davanti alle mura di Tiro Guglielmo di Monferrato, padre di Corrado, e minacciò di farne uno scudo umano se la città non si fosse arresa.

Corrado rispose che il padre aveva già vissuto abbastanza e che sicuramente non avrebbe approvato la resa. Poi scese dalle mura. Il colloquio con Saladino era terminato.

Resa di Sidone e Beirut

Dopo questi eventi Saladino rinunciò all'assedio di Tiro e si diresse su Sidone che il 29 luglio si arrese senza tentare alcuna resistenza. Beirut si arrese, dopo breve resistenza, il 6 agosto.

Conquista di Ascalona

Il 23 agosto Saladino si presentò davanti ad Ascalona, accompagnato da due illustri prigionieri: il re Guido di Lusignano e Gerardo di Ridefort, Gran Maestro dei Templari. I due invitarono la città alla resa, in cambio della loro libertà. I cittadini risposero con bordate di insulti.

Il 4 settembre la disperata difesa cessò. Ai cittadini venne concessa salva la vita. Il 5 settembre furono deportati ad Alessandria in attesa del loro rimpatrio in territorio cristiano.

Resa di Gaza

Davanti a Gaza si ripeté la triste scena della richiesta di Gerardo di Ridefort di consegnare la città senza combattere. La guarnigione era costituita da cavalieri Templari che non potevano che obbedire al loro Gran Maestro. Un emiro di Saladino entrò in città.

Baliano d'Ibelin

Dopo aver conquistato in due mesi quasi tutta la costa, con la notevole eccezione di Tiro, Saladino decise di rivolgersi verso Gerusalemme.

In città era arrivato, da Tiro, Baliano di Ibelin, che aveva avuto il comando della retroguardia ad Hattin. Baliano aveva avuto da Saladino il permesso di portare via da Gerusalemme la propria moglie Maria Comnena, della famiglia imperiale bizantina dei Comneni, vedova del re Amalrico.

I cittadini lo pregarono di organizzare la difesa di Gerusalemme. Saladino consentì alla richiesta di Baliano di rimanere e fornì un salvacondotto per Maria Comnena e per i suoi figli.

I giovani cavalieri

A Gerusalemme non erano rimasti che due cavalieri sfuggiti alla strage di Hattin. Baliano concesse il titolo a tutti i ragazzi nobili al di sopra di 15 anni e promosse anche 40 borghesi al rango di cavaliere. Ovviamente avere il titolo non equivaleva ad avere anni di addestramento ed esperienza. Con questi soldati non si poteva difendere la città.

I nemici interni

Baliano, non solo non aveva truppe adeguate alla difesa, ma aveva anche nemici interni. Infatti i cristiani ortodossi di origine greca, chiamati Melchiti, non tolleravano la loro dipendenza dalla chiesa di Roma e avrebbero visto con soddisfazione l'arrivo di Saladino, che avrebbe consentito loro di tornare a dipendere da Costantinopoli. Nello stesso stato d'animo erano i cristiani armeni e siriani. Baliano non poteva aspettarsi nessun aiuto da parte di questi gruppi di cristiani ostili a Roma e all'Occidente.

I difensori

All'epoca Gerusalemme aveva circa 60.000 abitanti compresi donne e bambini. Forse 20.000 avrebbero potuto combattere, ma solo 6.000 potevano essere considerati combattenti effettivi.

Baliano si ritrovò con pochi cavalieri inesperti e con qualche migliaio di soldati.

In vista dell'assedio vennero accumulati viveri dalla regione circostante.

L'oro e l'argento delle volte delle chiese di Gerusalemme venne fuso per battere moneta da destinare alle truppe, che erano prevalentemente indigene.

L'assedio di Gerusalemme

A metà settembre arrivarono le avanguardie dei musulmani. Il 20 arrivò Saladino e si accampò tra la Torre di Tancredi e la Torre di David.

L'assalto venne portato contro le mura occidentali. Per cinque giorni gli islamici non riuscirono a far valere il loro numero preponderante. I difensori avevano anche effettuato una vittoriosa sortita contro una colonna musulmana sulla strada tra Ramla e Gerusalemme.

I cristiani non latini

Saladino fece pervenire proposte ai cristiani ortodossi, siriani e giacobiti. Dichiarò apertamente che la sua guerra santa era rivolta solo contro i latini. Perchè loro dovevano continuare a combattere per la chiesa latina?

Saladino cambia tattica

Dopo una settimana di inutili assalti Saladino cambiò tattica. Spostò l'esercito di fronte alle mura settentrionali, dalla posterla di San Lazzaro, adiacente al lebbrosario, alla porta di Santo Stefano e alla posterla di Santa Maria Maddalena, fino alla porta di Giosafat.

Saladino aveva capito che doveva attaccare esattamente dove erano passati i Crociati nel 1099, ossia tra la posterla di Santa Maddalena e il barbacane. Il posto era segnalato da una imponente croce a ricordo dell'avvenimento.

Il bombardamento

Il 26 settembre i musulmani occuparono il Monte degli Olivi. Quaranta mangani cominciarono a rovesciare pietre e fuoco greco sulla città.

La breccia

Genieri e sterratori di Aleppo e Khorasan si misero all'opera per scavare cunicoli sotto le mura portanti. Per impedire una sortita cristiana che bloccasse il lavoro dei genieri Saladino aveva schierato 10.000 cavalieri di fronte alla porta di Santo Stefano.

Venne scavata una galleria di una trentina di metri sotto il barbacane. La galleria era sostenuta da pali. Quando venne dato fuoco ai pali l'angolo nord-orientale delle mura crollò insieme con la grande croce commemorativa.

La trattativa

La breccia era difficilmente difendibile. Se i musulmani fossero entrati combattendo in città ci sarebbe stato un massacro. Baliano decise di trattare la resa. Si recò da Saladino accampato nella valle del torrente Cedron.

Saladino rifiutò per due volte di riceverlo. La terza volta comunicò che avrebbe preso la città con la forza e avrebbe fatto un massacro.

Mentre procedeva la discussione, sulle mura nord-orientali comparve la bandiera musulmana. Saladino disse sprezzante "Perché mi offri una città che è già nelle mie mani?". Ma in quel momento i cristiani contrattaccarono e lo stendardo di Saladino venne precipitato dalle mura. Le trattative vennero interrotte e rinviate al giorno seguente.

Nel campo di Saladino

La posizione di Saladino era rigida. Aveva giurato di mettere a ferro e fuoco la città.

Ma i suoi emiri non la pensavano allo stesso modo. L'esercito di Saladino aveva costi elevatissimi. Ad Acri Saladino aveva distribuito le ricchezze della città ad amici e sostenitori. Gli emiri non avevano potuto beneficiare del bottino. La cosa non doveva ripetersi.

Se Gerusalemme fosse stata conquistata con la forza, si sarebbe combattuto nelle strade e nelle case, distruggendo beni di grande valore. Il saccheggio dei soldati avrebbe comportato gravi perdite economiche.

Nella città cristiana

A Gerusalemme, nella notte, si moltiplicarono le scene di devozione religiosa. Vennero fatte processioni lungo le mura portando le sacre reliquie. Si vedevano a poca distanza gli innumerevoli fuochi dei bivacchi dei musulmani.

Ripresa della trattativa

Al mattino Saladino accolse immediatamente Baliano. Il difensore di Gerusalemme disse che se non si fosse giunti ad una resa onorevole avrebbe ordinato di combattere fino alla morte e di distruggere la città prima che i musulmani potessero entrarvi.

Lo storico arabo Ibn al-Athir (1160-1233), testimone oculare delle imprese di Saladino, riporta il discorso di Baliano:

"Sappi, o Sultano, che noi siamo in questa città in gran numero, che Dio solo conosce: tutti sono ora tiepidi a combattere per la speranza di aver salva la vita, credendo di ottenerla da te così come ad altri l'hai concessa: e ciò per ripugnanza alla morte e amore della vita. Ma se vedremo inevitabile la morte, in nome di Dio, noi uccideremo i nostri figli e le nostre donne, e bruceremo le nostre ricchezze, di cui non vi lasceremo far bottino d'un solo dinaro né d'una dracma, né catturare e far schiavo un uomo né una donna sola. Poi ridurremo in rovina il Santuario della Roccia e la Moschea al-Aqsa e gli altri luoghi sacri, ammazzeremo i prigionieri musulmani che abbiamo, e sono cinquemila, non lasceremo una cavalcatura e un animale presso di noi senza ucciderlo, e poi usciremo tutti contro di voi a combattervi, come chi si batte per la vita, quando l'uomo prima di cadere ucciso uccide i suoi simili; e morremo con onore, o nobilmente vinceremo!".

Ibn al-Athir, Kamil at-tawarikh, vol I, p. 700 e ss.

Saladino comprese e iniziò a trattare con Baliano.

L'accordo

Dopo lunghe trattative, venne raggiunto il seguente accordo:

- i cristiani non sarebbero stati ammazzati;

- la città doveva essere abbandonata dai cristiani;

- i cristiani sarebbero stati dichiarati schiavi, ma avrebbero potuto riscattarsi al prezzo di dieci dinari per gli uomini, cinque per le donne e due per i bambini; da notare che una ventina di dinari a famiglia era il reddito di uno o due anni;

- per 7.000 nullatenenti venne fatto uno sconto e il prezzo venne fissato a 30.000 dinari;

- i termini di pagamento vennero fissati a quaranta giorni;

- chi pagava poteva uscire dalla città e ottenava un salvacondotto;

- chi si fosse trovato in città oltre i 40 giorni stabiliti sarebbe stato ridotto in stato di schiavitù;

- i cristiani potevano portare via i beni mobili, anche se venivano incoraggiati a venderli ai musulmani (a quale prezzo si può immaginare) per ottenere i soldi per il riscatto.

Ovviamente i cristiani greco-ortodossi e i siriani giacobiti potevano rimanere e acquistare i beni dei latini. A loro verrà imposta la tassa che i musulmani imponevano di pagare ai non-musulmani.

In seguito Saladino avrebbe fatto venire a Gerusalemme anche gli ebrei, che avrebbero finito per acquistare gli ultimi beni dei latini e le loro imprese commerciali.

Esazione del riscatto

Molti furono gli interessi privati a danno dello stato musulmano. Scrive Ibn al-Athir:

"Saladino stabilì ad ogni porta della città un emiro fiduciario per riscuotere dalla popolazione la somma di riscatto loro fissata; ma costoro fraudolentemente adempirono all'incarico di fiducia loro affidato e si divisero tra loro il denaro che andò disperso, mentre se fosse stato fedelmente rimesso avrebbe riempito le casse dello stato e ne avrebbero tutti beneficiato.

... Un certo numero di emiri sostenne che alcuni sudditi dei loro feudi risiedevano in Gerusalemme, e loro li mettevano in libertà riscuotendone essi la tassa. Altri emiri vestivano i Franchi in abito di soldati musulmani, li facevano uscire dalla città, e ne riscuotevano loro una tassa da essi stabilita. Altri chiesero in dono a Saladino un certo numero di Franchi, ed egli li donò loro, ed essi ne riscossero la tassa. Insomma alle casse del sultano non pervenne che una piccola somma".

Ibn al-Athir, XI, 361-366, citato in Storici arabi delle Crociate (a cura di F. Gabrieli), p. 141

Il fatto è confermato da Imad ad-Din:

"A ogni porta fu deputato un emiro e un gran capo che doveva fare la conta degli uscenti e degli entranti. Chi di loro pagò uscì e chi non soddisfece il suo debito se ne stette senza scampo in prigione. E se quel denaro fosse stato serbato come si doveva, il pubblico tesoro ne avrebbe avuta amplissima parte. Senonché vi fu piena negligenza e generale imbroglio. E chiunque rifilò una mancia filò via, e i fiduciari deflessero dalla retta via grazie alle mance. Ci fu chi fu calato dalle mura con le corde, e chi fu portato via nascosto tra i bagagli, chi fu travestito e uscì in abito di soldato, e chi fruì di una autorevole intercessione a cui non si può dire di no.

... Il sultano aveva organizzato un certo numero di uffici, ognuno con un certo numero di luogotenenti egiziani e siriani. Chi prendeva una ricevuta del compiuto pagamento da uno di questi uffici se ne andava libero con i rilasciati, esibendo la sua ricevuta ai fiduciari e addetti che erano alle porte. E persona delle cui asserzioni non dubito mi disse di essersi trovata in uno di questi uffici e d'avervi osservato come andavano le cose. Spesso scrivevano una ricevuta a gente il cui denaro era andato in tasca loro, restando oscuro quel loro imbroglio.

... Con tutto ciò il Tesoro incassò quasi centomila dinari".

Imad ad-Din, citato in Storici arabi delle crociate (a cura di F. Gabrieli), p. 157

La partenza

Baliano pagò i 30.000 dinari per 7.000 poveri con i soldi che Enrico II d'Inghilterra aveva affidato all'Ordine degli Ospitalieri e all'Ordine dei Templari.

Rimasero 15.000 poveri, uomini donne e bambini, non in grado di pagare.

Il patriarca Eraclio pagò per il clero cristiano, organizzò un convoglio con tutto l'oro e l'argento delle chiese e uscì dalla città dimenticandosi degli infelici che sarebbero stati condannati alla schiavitù.

La partenza avvenne con tre colonne: una guidata dai Templari, una guidata dagli Ospitalieri ed una da Baliano.

Contingenti di musulmani scortarono le tre colonne per impedire gli attacchi dei beduini.

Una volta che i cristiani erano stati spogliati dei loro beni e non essendo possibile in base all'accordo con Baliano ridurli in schiavitù, i poveretti erano divenuti, per i musulmani, solo scomodi prigionieri di cui occorreva disfarsi velocemente obbligando altri cristiani ad accettarli nelle loro città o riuscendo a farli imbarcare su delle navi cristiane dirette in Occidente.

In viaggio

Coloro che si diressero a nord non ebbero particolare fortuna. Tiro accettò solo coloro che erano in grado di combattere. Un cavaliere rinnegato, Raimondo di Niphim, attaccò i disgraziati e li depredò delle poche cose che erano loro rimaste. Solo chi riuscì a raggiungere Antiochia poté trovare buona accoglienza.

Coloro che si diressero a sud poterono essere trasportati in Europa da navi italiane. Tuttavia i capitani furono costretti dalle autorità egiziane ad accettare i passeggeri senza alcun compenso.

La celebrazione della vittoria

Saladino entrò in Gerusalemme venerdì 2 ottobre, corrispondente al 27 ragiab dell'Anno dell'Egira. Era la festa del viaggio notturno di Maometto a Gerusalemme.

Saladino sfruttò al massimo la conquista di Gerusalemme. Il suo segretario Imad ad-Din scrisse 70 lettere a tutti i sovrani musulmani per comunicare la riconquista della città.

Il 9 ottobre venne tenuta una solenne celebrazione.

Le congratulazioni dei bizantini

L'imperatore bizantino Isacco II Angelo mandò le suo congratulazioni a Saladino per aver liberato Gerusalemme dai latini. Nel 1190 Isacco cercherà inutilmente di fermare l'esercito di Federico Barbarossa che andava alla terza crociata.

La reazione del califfo di Baghdad

Invece di avere elogi per la sua impresa Saladino ricevette una missiva particolarmente dura dal califfo abbaside di Baghdad.

Saladino venne accusato di:

- aver usurpato il titolo di al-Nasir, di cui solo il califfo poteva fregiarsi;

- avere incoraggiato le tribù turcomanne e curde dell'Iraq a mettere in discussione la loro fedeltà al califfo.

Il califfo concludeva:

"Per quanto riguarda le tue manifestazioni di giubilo per la conquista di Gerusalemme non è stata forse opera delle truppe del califfo che agivano sotto le sue bandiere?".

 

Hattin: I Musulmani alla conquista del Regno di Gerusalemme

Nel 1099 i Crociati avevano liberato i Luoghi Santi della vita e della morte di Cristo.

Nel 1187 un generale siriano, di origine curda, dominatore di Siria e di Egitto, attaccò con un imponente esercito il Regno di Gerusalemme.

Tra la fine di giugno e l'inizio di luglio si compì la disfatta dell'esercito cristiano.

Il Regno di Gerusalemme cessò di esistere.

I valorosi monaci cavalieri dell'Ordine dei Templari e dell'Ordine degli Ospitalieri furono massacrati da fanatici musulmani di fronte a Saladino che sorrideva compiaciuto mentre le teste cadevano.

Località: Palestina - Regno di Gerusalemme

Epoca: Luglio 1187 d.C.

 


QUADRO DI RIFERIMENTO

Nel IV secolo a.C Alessandro Magno liberò dal dominio persiano Egitto, Siria e Palestina. Vennero costituiti i regni ellenistici e la cultura e la lingua greca si diffusero nell'area.

Quando i regni ellenistici confluirono nell'Impero Romano il livello culturale ebbe uno sviluppo ancora maggiore. Alessandria e Antiochia rivaleggiarono con Roma ed Atene. Grandi filosofi videro la luce nell'area: Ammonio Sacca in Alessandria d'Egitto, Plotino a Licopoli in Egitto, Porfirio a Tiro in Fenicia, Giamblico a Calcide in Celesiria (odierno Libano).

Nel VII secolo d.C. gli Arabi uscirono dalle loro terre desertiche armati della loro nuova fede. L'Impero Bizantino, che proprio in quel tempo aveva respinto ancora una volta i Persiani, cedette. Il millennio greco-romano ebbe termine. I nuovi invasori distrussero lingua, cultura ed etnie diverse dalla loro. Solo scarse minoranze, trattate come sudditi inferiori, sopravvissero.

Nell'XI secolo d.C. l'Occidente si riprese da un lungo periodo di depressione economica, politica e militare. Un grande movimento religioso e militare si indirizzò verso la Palestina, non per una semplice conquista terrena, ma per un fine dichiaratamente mistico. In Palestina Cristo era vissuto e morto. Al grido di "Deus vult" dapprima folle disarmate e poi eserciti di volontari si diressero verso la Terrasanta. Gerusalemme venne liberata dai musulmani che da cinque secoli la dominavano. Il Regno di Gerusalemme sorse a difesa dei Luoghi Santi.

Purtroppo l'esercito crociato, dopo la liberazione, ripartì. Pochi cavalieri rimasero in Terrasanta. Vennero costituiti due Ordini religiosi cavallerreschi: l'Ordine del Tempio e l'Ordine degli Ospitalieri. Entrambi si assunsero l'onere e l'onore di difendere i territori liberati non per guadagno terreno, ma per dovere religioso.

Invece i cavalieri laici spesso giungevano in Terrasanta per fare fortuna. I cadetti delle grandi famiglie di tutta Europa mandavano i loro figli a conquistare una contea, una città, un titolo che in patria non avrebbero avuto.

Alla fine del XII secolo il Regno di Gerusalemme era conteso tra i baroni locali, discendenti dei crociati, e i nuovi arrivati che cercavano di farsi strada. Guido di Lusignano, un ambizioso cadetto del Poitou, coraggioso ed abile a corte ma poco capace sul campo, riuscì a impadronirsi del trono a spese di Raimondo conte di Tripoli.

Il Regno di Gerusalemme era circondato dai musulmani e doveva la sua sopravvivenza a due fattori: le lotte interne dei musulmani e l'accorto utilizzo dei pochi mezzi di difesa a disposizione.

L'Egitto era retto da un califfo sciita. La Siria dipendeva dal califfo sunnita di Bagdhad.

Quando i siriani invasero l'Egitto e abolirono il califfato sciita, l'unità politica e religiosa venne ristabilita. Un solo valido generale si ritrovò a governare Siria ed Egitto: Saladino.

Il Regno di Gerusalemme, non disponendo di uomini a sufficienza, aveva provveduto a costruire castelli possenti in cui la popolazione poteva trovare rifugio in caso di attacco e da cui i cavalieri potessero lanciare le loro controffensive. In certi periodi non più di 350 cavalieri riuscirono a tener testa agli eserciti di Egitto e Siria. Ovviamente non si potevano affrontare battaglie campali, in cui il numero avrebbe facilmente avuto il sopravvento. Gli esperti generali discendenti dei primi crociati lo sapevano.

 


I PERSONAGGI

Guido di Lusignano, Re di Gerusalemme

Guido di Lusignano, membro cadetto di una illustre casata del Poitou, giunse in Palestina su invito del fratello maggiore Amalrico di Lusignano. Amalrico aveva la carica di conestabile, aveva sposato la figlia di Baldovino di Ramla ed era l'amante di Agnese di Courtenay, madre di Sibilla, la sorella di Baldovino IV, re di Gerusalemme.

Amalrico convinse Sibilla, che nel 1177 era rimasta vedova di Guglielmo "dalla lunga spada", a sposare Guido.

Nel 1183 Guido venne nominato reggente da Baldovino IV, ma ben presto Baldovino si accorse della incapacità del cognato e gli tolse la carica.

Nel 1186, alla morte di Baldovino, Sibilla, con l'appoggio di Eraclio, patriarca di Gerusalemme dal 1180, di Gerardo di Ridfort, Gran Maestro dell'ordine dei Templari, e di Reginaldo di Châtillon fece un colpo di stato e, contro il parere dei baroni e contro la volontà del defunto re, impose Guido come re di Gerusalemme.

Reginaldo di Châtillon

Reginaldo di Châtillon era il più giovane dei figli di Goffredo, conte di Gien, signore di Châtillon-sur-Loing. Arrivò in Terrasanta al seguito di Luigi VII nella crociata del 1147. Nel 1153 sposò Costanza, figlia di Boemondo II, principe di Antiochia.

Nel 1160 venne catturato da Majd al-Din, governatore di Aleppo. Rimase prigioniero per 15 anni. Nel 1175 fu rilasciato dal visir Gusmushtekin, nemico di Saladino.

Dopo la liberazione Reginaldo sposò Stephanie de Milly, vedova di Miles de Plancy ed erede della Cisgiordania. Stephanie attribuiva la morte di Miles al conte Raimondo di Tripoli.

Reginaldo entrò in possesso di due fortezze chiave: Kerak e Montreal (as-Shaubak), entrambe difese dai Templari. Dai due castelli era possibile controllare il traffico carovaniero tra Siria ed Egitto, i due territori governati da Saladino.

Reginaldo, nel 1182-83 riconquistò Elin (attuale Eilath), che era stata occupata da Saladino nel 1171, ed effettuò delle spedizioni militari nel Mar Rosso arrivando a circa 100 chilometri da Medina.

Nel 1187, durante un periodo di tregua con i musulmani, Reginaldo si impadronì di una carovana di Saladino. Questo evento fu il casus belli che consentì al sultano di rompere la tregua stipulata nel 1186 con Guido di Lusignano.

Raimondo, conte di Tripoli

Raimondo, nato nel 1140, divenne conte di Tripoli nel 1152, a 12 anni, quando il padre venne ucciso dalla setta musulmana degli Assassini.

Fu catturato dai musulmani nel 1164 e rilasciato nel 1173. Il suo riscatto venne in parte pagato dai cavalieri Gerosolimitani.

Appena liberato si sposò con Eschiva di Bures, vedova di Walter di Tiberiade. In tal modo venne a controllare sia Tripoli che la Galilea.

Dal 1174 al 1176 fu reggente di Baldovino IV, che era minorenne.

Dal 1183 fu reggente del minorenne Baldovino V.

Nel 1186, alla morte prematura di Baldovino V, fu in concorrenza con Guido di Lusignano per il trono.

Nel 1187 si riappacificò con il nuovo re.

Eraclio, patriarca di Gerusalemme

Eraclio era nato in Alvernia. Intorno al 1128 giunse in Terrasanta. Nel 1175 divenne arcivescovo di Cesarea. Nel 1180, con l'appoggio di Agnese di Courtenay, divenne patriarca di Gerusalemme.

Gerardo di Ridfort, Gran Maestro dell'Ordine dei Templari

Gerardo di Ridfort, originario delle Fiandre, era giunto in Terrasanta durante la seconda crociata. Nel 1173 fu al servizio di Raimondo, conte di Tripoli, che gli aveva promessa sposa Cecilia, una ricca erediteria. Quando Raimondo cedette Cecilia a un ricco mercante pisano, Plevano, in cambio di 10.000 bisanti d'oro, Gerardo si infuriò, divenne acerrimo nemico del conte di Tripoli e si schierò al fianco di Agnese di Courtenay, madre di Sibilla e di Baldovino IV. Poi Gerardo entrò nell'Ordine dei Templari e nel 1185 divenne Gran Maestro dell'Ordine.

Saladino (in arabo Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub, detto anche al-Malik an-Nasir Salah ad-Din Yusuf I)

Saladino, di origine curda, era nato intorno al 1138 a Baalbek in Siria, città di cui il padre, Ayyub, era comandante militare. A otto anni seguì il padre a Damasco, alla corte di Nur ad-Din.

Tra il 1164 e il 1168 accompagnò lo zio, Shirkuh, un alto ufficiale di Nur ad-Din, nelle campagne contro i Fatimidi dell'Egitto. Shirkuh divenne visir del califfo dell'Egitto, al-Adid, pur mantenendo il ruolo di comandante dell'esercito siriano di occupazione. Alla morte di Shirkuh, avvenuta nel 1169, Saladino ne ereditò la carica.

Nel 1171 il califfo morì e Saladino si proclamò sultano dell'Egitto, dando inizio alla dinastia degli Ayyubidi.

Il 15 maggio 1174 Nur ad-Din morì. Nell'ottobre del 1174 Saladino iniziò l'invasione della Siria. Nel 1183 Aleppo e nel 1185 Mosul si arrendevano definitivamente a Saladino, che finalmente poteva volgersi contro i cristiani.

La Terrasanta era circondata da un unico stato musulmano sotto il controllo di Saladino.

Nel 1187 Saladino, partendo dalla Siria, iniziò l'invasione del regno di Gerusalemme.

 


LA BATTAGLIA

L'armata musulmana

Il 13 marzo 1187 Saladino lasciò Damasco e si accampò a Ra's al-Ma', centro di raccolta del suo esercito. Le truppe arrivarono da tutti i suoi territori. Erano presenti arabi, curdi, turchi, siriani, turcomanni, beduini, egiziani, ecc.

In totale Saladino riuscì a mettere insieme 14.000 cavalieri ben addestrati e un grande numero di ausiliari.

Giunsero anche molti gruppi irregolari di volontari musulmani desiderosi di annientare i cristiani.

Saladino riunì il suo esercito nel giugno del 1187 a Tal 'Ashtrab. Si stima che il suo esercito fosse composto da almeno 30.000 soldati. Le stime più alte arrivano a 60.000.

L'armata cristiana

L'esercito cristiano si riunì a Sephorie (Saffuriya). Il luogo era molto ben protetto ed era stato già utilizzato in passato per fronteggiare gli attacchi provenienti dalla Siria.

Dalla contea di Jaffa e Ascalona arrivarono 100 cavalieri di cui 25 da Jaffa, 25 da Ascalona, 40 da Ramla e Mirabel, 10 da Ibelin.

Dal principato di Galilea, retto da Raimondo di Tripoli, arrivarono 100 cavalieri, di cui 60 dai territori ad oriente del Giordano e 40 da quelli ad occidente.

Rinaldo di Sidone inviò 100 cavalieri. La baronia includeva anche Beaufort, Cesarea e Baisan.

Rinaldo di Châtillon, signore di Kerak, inviò 60 cavalieri, di cui 40 dalla Cisgiordania e 20 da Hebron.

Il siniscalco Joscelyn di Courteney 24 cavalieri.

Il vescovo di Lidda 10 cavalieri.

L'arcivescovo di Nazareth 6 cavalieri.

Gerusalemme inviò 41 cavalieri, Nablus 85, Acri 80 e Tiro 28.

A queste cifre si devono sommare i contributi dell'Ordine dei Templari e dell'Ordine dei Gerosolimitani.

In totale si radunarono circa 1.200 cavalieri armati all'europea. A questi si affiancarono circa 4.000 turcopoli, montati su ponies allevati dalle tribù turcomanne e privi di armatura pesante. I turcopoli erano normalmente adibiti a funzioni di supporto della cavalleria degli ordini militari.

A protezione dei cavalieri vennero assunti dei balestrieri, che furono pagati con il denaro inviato da Enrico II, re d'Inghilterra, in espiazione dell'assassinio di Tommaso Becket. Anche altre truppe mercenarie furono assoldate con i denari di re Enrico.

Da Tiro, Sidone, Acri e Beirut arrivarono i marinai italiani.

Pellegrini, provenienti da tutta l'Europa, sebbene privi di armi, vollero unirsi all'armata di re Guido.

In totale l'esercito cristiano ammontava a circa 15.000-18.000 uomini.

L'assedio di Tiberiade

Il 26 giugno l'esercito musulmano si mise in marcia verso Khisfin nelle colline del Golan. Il giorno seguente venne superato il Giordano.

Saladino stabilì il suo campo base a Cafarsset (Kafr Sabt), a metà strada tra Saffuriya e Tiberiade.

Il 2 luglio Saladino iniziò l'assedio di Tiberiade, la sede del Principato di Galilea. Tiberiade (in arabo Tabariya), il cui nome ricorda l'imperatore Tiberio, venne fondata intorno al 20 d.C. da Erode Antipa. Nell'XI secolo era entrata a far parte del Regno di Gerusalemme come capitale del Principato di Galilea.

A difendere Tiberiade era rimasta Eschiva di Bures, la moglie di Raimondo, conte di Tripoli.

Intorno a Tiberiade si schierarono le truppe scelte della guardia, "le ardenti fiaccole dell'Islam", uomini animati da un odio fanatico per i cristiani.

Il resto dell'esercito sotto il comando di Taqi al-Din, nipote di Saladino, e di Keukburi, rimase al campo base.

Consiglio di guerra

La sera del 2 luglio Guido di Lusignano radunò il consiglio di guerra a Saffuriya. Prevalse l'opinione di Raimondo, conte di Tripoli: non si doveva abbandonare la posizione sicura di Saffuriya per andare in soccorso di Tiberiade mettendo a repentaglio l'intero esercito. L'attacco a Tiberiade era un trucco di Saladino per far uscire in campo aperto l'armata cristiana.

Ma nella notte il Gran Maestro dei Templari, Gerardo di Ridefort, fece cambiare idea a Guido di Lusignano.

In marcia verso Tiberiade

Il giorno 3 luglio l'esercito cristiano si mise in marcia. All'avanguardia era Raimondo, in quanto il diritto feudale prevedeva che il feudatario attaccato avesse l'onore di essere in testa all'esercito. Al centro era Guido di Lusignano con i vescovi di Lidda e Acri che portavano la santa reliquia della Croce, ripresa dall'imperatore Eraclio ai Persiani dopo la battaglia di Ninive nel 627. Baliano di Ibelin guidava la retroguardia con i Templari e gli Ospitalieri.

Guido, per evitare di scontrarsi immediatamente con Saladino che controllava la strada più corta per Tiberiade, scelse di seguire la strada che da Saffuriya andava fino al villaggio di Mash-had e poi incrociava la strada principale che da Acri portava a Tiberiade. Si prevedeva di percorrere il tragitto nell'arco di una giornata. Pertanto non si provvide a portare carri cisterna per l'acqua.

Alla notizia che l'armata cristiana si era messa in movimento Saladino lasciò un piccolo contingente a Tiberiade, ritornò al campo base e inviò delle truppe di cavalleria per disturbare la marcia dei cristiani. Obiettivo principale era l'uccisione dei cavalli. La cavalleria musulmana lanciava le frecce e si ritirava senza accettare lo scontro.

Alle dieci del mattino i cristiani, dopo 5-6 ore di marcia, raggiunsero Monte Turan, dove, non lontano dalla strada, si trovava una ricca sorgente d'acqua. Re Guido rifiutò di fermarsi.

In marcia verso Hattin

A mezzogiorno l'esercito aveva percorso 18 chilometri. L'acqua era finita. La zona era desertica. La calura estiva tormentava i fanti, racchiusi nei giubbotti di protezione contro le frecce, e arroventava le corazze dei cavalieri. Tutti erano stanchi per le molte ore di cammino in un territorio impervio.

Saladino attaccò la retroguardia che, per difendersi, si dovette fermare. Il grosso dell'esercito musulmano era attestato nelle vicinanze, a Kafr Sabt.

Il conte Raimondo, che ben sapeva il disastro a cui si sarebbe andati incontro in una battaglia in quelle condizioni, fece compiere all'esercito una deviazione verso nord per raggiungere le sorgenti di Kafr Hattin, a circa 3-4 ore di marcia, dove avrebbero potuto pernottare, riposarsi e giungere preparati allo scontro il giorno seguente.

Saladino comprese la manovra di Raimondo. Ordinò a Taqi al-Din e a Keukburi di schierarsi tra Hattin e l'esercito cristiano.

Il conte di Tripoli era pronto ad attaccare l'ala destra musulmana, guidata da Taqi al-Din, per aprirsi la strada verso Hattin, quando giunse l'ordine di re Guido di fermarsi perché la retroguardia non era in grado di avanzare. I Templari e gli Ospitalieri, che erano alla retroguardia, non erano riusciti a contrattaccare efficacemente ed avevano bisogno di tempo per riorganizzarsi.

Guido di Lusignano diede ordine di stabilire il campo dove si trovavano. Raimondo si recò dal re per protestare ed esclamò: "Ahimé! Ahimé! Mio Dio, la guerra è finita. Siamo consegnati alla morte e lo stato è perduto".

La notte di Hattin

L'esercito cristiano si apprestò a passare la notte senza acqua.

Saladino ordinò ai suoi di gettare ostentatamente l'acqua nella sabbia.

Per tutta la notte grida, canti e tamburi impedirono ai cristiani di riposare.

Saladino intanto completava lo spostamento delle sue truppe. 400 casse di frecce furono distribuite tra i diversi reparti dell'esercito. 70 dromedari carichi di frecce furono predisposti in punti strategici.

La battaglia di Hattin

Il 4 luglio, all'alba, l'esercito cristiano si rimise in marcia. Saladino aspettò che il sole e la sete facessero la loro opera sui soldati di re Guido.

Scrisse Abu Shama:

"Sirio gettava i suoi raggi su quegli uomini vestiti di ferro e la rabbia non abbandonava i loro cuori. Il cielo ardente accresceva la loro furia; i cavalieri caricavano, ad ondate successive nel tremolio dei miraggi, fra i tormenti della sete, in quel vento infuocato e con l'angoscia nel cuore. Quei cani gemevano sotto i colpi, con la lingua penzoloni dall'arsura. Speravano di raggiungere l'acqua, ma avevano di fronte le fiamme dell'inferno e furono sopraffatti dall'intollerabile calura".

Abu Shama, Kitab al-Raudatain, vol. 4, p. 266

Saladino attaccò la retroguardia. Templari e Ospitalieri contrattaccarono più volte. Intanto Raimondo continuava ad avanzare verso le gole di Hattin.

Improvvisamente il morale della fanteria crollò, venne scompaginato l'ordine di battaglia e i soldati si dispersero sulla collina. Re Guido piantò la sua tenda rossa come punto di riferimento. I cavalieri accorsero prontamente, ma pochi fanti tornarono indietro.

Allora i musulmani diedero fuoco alle sterpaglie. Il vento portò il fumo verso l'esercito cristiano già tormentato dalla sete. Non fu più possibile vedere il nemico. Le frecce colpivano ovunque.

Raimondo ordinò la carica ai suoi cavalieri. Taqi al-Din, che ben conosceva il valore e la forza dei crociati, dubitando di poter resistere, aprì le fila e lasciò passare i soldati di Raimondo, poi richiuse i varchi. Raimondo si trovò isolato fuori del campo di battaglia. Non gli rimase che allontanarsi con i superstiti.

La Santa Croce

Intorno alla reliquia della Santa Croce la battaglia si fece più aspra. Il vescovo di Acri rimase ucciso. La reliquia passò al vescovo di Lidda.

A questo punto Taqi al-Din ordinò di sospendere l'attacco con le frecce e di passare alle spade e alle lance.

I cavalieri musulmani si slanciarono contro i pochi sopravvissuti che resistevano intorno al vescovo di Lidda. Taqi al-Din si impadronì personalmente della reliquia della Santa Croce.

La tenda rossa

Saladino intanto fissava la tenda rossa di Guido di Lusignano. Il figlio diciassettenne di Saladino, al-Malik al-Afdal, ci ha lasciato il racconto di quegli ultimi istanti di tensione.

"Quando il re dei Franchi si ridusse sul colle, con quella schiera fecero una carica tremenda sui musulmani che avevano di fronte, ributtandoli addosso a mio padre. Io lo vidi costernato e stravolto, afferrandosi alla barba, avanzare gridando 'Via la menzogna del demonio!', e i musulmani tornare al contrattacco ricacciando i Franchi sul colle. Al vedere indietreggiare i Franchi, e i musulmani incalzarli, io gridai dalla gioia: 'Li abbiamo vinti!'; ma quelli tornarono con una seconda carica pari alla prima, che ricacciò ancora i nostri fino a mio padre. Egli ripeté il suo atto di prima, e i musulmani, contrattaccatili, li riaddossarono alla collina. Tornai ancora a gridare 'Li abbiamo vinti!', ma mio padre si volse a me e disse:'Taci non li avremo vinti finché non cadrà quella tenda!', e mentre egli così parlava la tenda cadde, e il sultano smontò da cavallo e si prosternò in ringraziamento a Dio, piangendo di gioia".

Gabrieli, Storici arabi delle crociate, Einaudi, p. 118

Dopo la battaglia

Centinaia di cavalieri e migliaia di fanti furono catturati. Il mercato degli schiavi ebbe un crollo. Si scambiava un uomo per un paio di sandali.

I personaggi più illustri vennero trattati bene da Saladino che intendeva ottenere dei pesanti riscatti.

Guido di Lusignano per la sua libertà dovette garantire la consegna di Ascalona (odierna Ashqelon). Tuttavia la città non si arrese. Quando Guido ordinò la resa venne insultato dai difensori. L'assedio durò dal 23 agosto al 5 settembre. Saladino onorò coloro che avevano combattuto valorosamente e concesse loro di rimpatriare in Europa.

Il Gran Maestro dei Templari, Gerardo di Ridefort, che aveva malconsigliato il re, ebbe la libertà in cambio della consegna di Gaza (in arabo Ghazzah, in ebraico Azza). I Templari obbedirono al loro Gran Maestro.

Reginaldo di Châtillon venne invece ucciso personalmente da Saladino, che poi intinse le mani nel suo sangue.

Raimondo di Tripoli morì pochi mesi dopo per il grande dolore sofferto a causa della sconfitta di Hattin.

Baliano di Ibelin, che era sfuggito alla cattura in battaglia, organizzò la difesa di Gerusalemme e ne trattò la resa con Saladino.

Minore fortuna ebbero i cavalieri degli Ordini religiosi. Saladino li condannò a morte e per l'esecuzione li consegnò a quei gruppi di fanatici irregolari che accompagnavano il suo esercito. La strage dei cavalieri avvenne al cospetto di Saladino, che sorrideva davanti al massacro.

Lo storico arabo Imad ad-Din, che era presente all'episodio racconta:

"Saladino promise cinquanta denari a chiunque portasse un templare o un ospitaliero prigioniero. Subito i soldati ne portarono centinaia, ed egli li fece decapitare perché preferì ucciderli piuttosto che ridurli in schiavitù. Era circondato da un gruppo di dottori della legge e di mistici, e da un certo numero di persone consacrate alla castità e all'ascetismo. Ognuno di essi chiese il favore di uccidere un prigioniero, sguainò la spada e scoprì l'avambraccio. Il sultano stava seduto con la faccia sorridente, mentre quelle dei miscredenti erano accigliate. Le truppe erano schierate, con gli emiri su due file. Fra i religiosi, alcuni diedero un taglio netto ed ebbero ringraziamenti; la spada di altri esitò e rimbalzò: furono scusati; altri ancora furono derisi e sostituiti. Io ero presente e osservavo il sultano che sorrideva al massacro, scorsi in lui l'uomo di parola e d'azione. Quante promesse non adempì! Quante lodi non si meritò! Quante ricompense durature a motivo del sangue da lui versato! ...".

Saladino disse:

"Intendo purificare la terra da questi due ordini mostruosi, dediti a pratiche insensate, i quali non rinunzieranno mai all'ostilità, non hanno alcun valore come schiavi e rappresentano quanto di peggio vi sia nella razza degli infedeli".

Il franco Ernoul, La battaglia di Hattin 1187

Questo l'epitaffio per i coraggiosi monaci cavalieri che non chiedevano mai quanti fossero i nemici, ma dove fossero.

 

 

 

 

 

 

Siracusa conquistata dai musulmani nordafricani

Siracusa venne fondata nel 734 a.C. da Archia di Corinto. Divenne una delle più importanti città greche della Sicilia.

Nel 480 a.C. i Siracusani vinsero i Cartaginesi, che provenivano dall'odierna Tunisia e che avevano posto la propria base a Palermo, antica città fenicia. Vincendo la battaglia di Imera, Siracusa impedì ai semiti di invadere tutta la Sicilia.

La lotta contro i Cartaginesi continuò con Dionigi il Vecchio (405-367), che riuscì a confinarli nella parte occidentale dell'isola.

Durante la prima guerra punica (264-241 a.C.) Siracusa, retta da Gerone, fu una fedele alleata di Roma.

Durante la seconda guerra punica (218-201 a.C.), Geronimo, tiranno di Siracusa, tradì e concluse, improvvidamente, un'alleanza con i Cartaginesi, i nemici di sempre. Roma intervenne, conquistò la città nel 212 e ne fece la capitale della provincia romana di Sicilia.

Siracusa mantenne il titolo di capitale della Sicilia sotto l'Impero Romano e quello Bizantino. Nel 663 divenne residenza imperiale di Costante II Eraclio.

Gli Arabi, di stirpe semita affine a quella dei Cartaginesi, dopo aver conquistato il Nordafrica e la Spagna decisero di puntare sulla Sicilia. Nel IX secolo in Ifriqiyah (odierna Tunisia e Algeria orientale) prese il potere la dinastia aglabida. L'emiro Ziyadat Allah I (817-838) iniziò la conquista della Sicilia.

L'Impero Bizantino, di cui la Sicilia era parte, non seppe difendere adeguatamente il proprio territorio. Nell'831 cadde Palermo e nell'878 cadde Siracusa. L'antica città greca venne distrutta e i suoi abitanti uccisi o ridotti in schiavitù.

Il generale bizantino Maniace libererà temporaneamente Siracusa (1038-1040).

Solo i Normanni nel 1085 riporteranno la Sicilia nell'alveo del mondo occidentale. Ma Siracusa non sarà più in grado di riprendere il suo ruolo di capitale. Troppe le rovine e le sofferenze inferte dal giogo musulmano.

"Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati". (Corano, Sura IX, 29)

" Quando incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente. In seguito liberateli graziosamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine". (Corano, Sura XLVII, 4)

"Non considerare morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece e ben provvisti dal loro Signore". (Corano, Sura III, 169)

Località: Sicilia

Epoca: dall'827 al 878 d.C.

I musulmani alla conquista della Sicilia (827)

Il 17 giugno 827 il generale Asad ibn al-Furat con un esercito di 10.000 soldati e 7.000 cavalieri sbarcò a Mazara del Vallo. I musulmani avevano dato inizio alla guerra santa contro la Sicilia cristiana.

Iniziarono i saccheggi, le rapine, gli incendi, le distruzioni delle messi, il taglio degli alberi, l'abbattimento delle case. I musulmani uccidevano tutti coloro che facevano resistenza. Gli altri erano ridotti in schiavitù.

Nessuno poteva più vivere al sicuro. Ogni giorno la verde bandiera dell'Islam poteva apparire improvvisamente all'orizzonte come segno di morte e rovina.

Palermo, la nuova capitale musulmana (831)

Nell'830 sbarcò un nuovo esercito di 30.00 uomini. Alla guida era il berbero Asvag, soprannominato Fargalùs.

Nel Nordafrica si era sparsa la voce che la Sicilia, una terra ricca di uomini e di beni, non era adeguatamente difesa. Inoltre si trattava di una terra abitata da infedeli. Era la grande occasione per fare rapidamente fortuna. I musulmani abbandonarono le loro terre desertiche e si precipitarono sulla fertile isola.

Venne posto l'assedio a Palermo. Dopo circa un anno, l'11 settembre 831, la città venne conquistata. Secondo lo storico arabo al-Atir rimanevano in vita solo 3.000 cittadini, 60.000 erano stati uccisi nei combattimenti o erano morti per stenti.

Alcuni monaci, tra cui San Filarete, fuggirono cercando di raggiungere la Calabria. Furono intercettati dai musulmani che li posero davanti all'alternativa: diventare musulmani o morire. Tutti preferirono la morte.

Palermo, ripopolata dagli immigrati nordafricani, divenne la capitale musulmana della Sicilia.

Nell'841 la metà occidentale della Sicilia, al di là del fiume Salso, era in mano agli invasori. Palermo era diventata il porto di smistamento dei cristiani ridotti in schiavitù e destinati ai mercati nordafricani ed orientali: gli uomini sarebbero stati utilizzati per il lavoro e le donne ed i ragazzi per il piacere.

Messina conquistata dai napoletani (843)

Nell'843 l'emiro al-Fadl concluse una alleanza con i napoletani, nonostante la decisa condanna del pontefice romano. L'emiro decise di aggredire la città di Messina e chiamò in suo aiuto l'alleato cristiano. I due eserciti collaborarono nell'assedio di Messina che cadde in mano ai musulmani dopo alcuni mesi di assedio.

Cefalù si arrende (858)

Quando Abu Ibrahim Ahmad (856-863) divenne emiro di Kairouan l'attacco alla Sicilia riprese con più forza. Nell'858 al-Abbas, figlio di al-Fadl, prese Cefalù senza combattere, perché raggiunse un accordo con gli abitanti che accettarono di vivere sotto la dominazione musulmana.

Enna tradita (859)

Il 24 gennaio 859 al-Abbas conquistò Enna dopo un lungo assedio. Riuscì a entrare in città solo per il tradimento di un prigioniero che, per aver salva la vita, rivelò l'esistenza di un passaggio segreto. Secondo i cronisti arabi tutti i soldati cristiani vennero massacrati e la chiesa principale di Enna venne immediatamente trasformata in moschea. al-Abbas vi si recò il primo venerdì dopo la conquista per ringraziare Allah della vittoria, mentre la città risuonava delle urla e dei pianti delle vedove e degli orfani.

Verso Siracusa (877)

Nell'estate dell'877 l'emiro Giafar ibn Muhammad iniziò l'avanzata verso Siracusa. Passò da Caltavuturo, Nicosia, Randazzo. Raggiunse la costa ionica. Incendiò i campi intorno a Taormina. Saccheggiò le campagne intorno a Catania. Poi si presentò davanti a Siracusa.

La città fortificata era situata sull'isola di Ortigia. I sobborghi vennero abbandonati e tutta la popolazione si raccolse tra le mura.

La città era governata da un patrizio greco ed era difesa da soldati provenienti da diverse parti dell'Impero Bizantino (Grecia, Asia Minore, Libano, ecc.), oltre che da milizie siciliane.

L'assedio

Giafar pose il campo nei sobborghi e stabilì il suo comando nella chiesa metropolita.

Iniziò l'assedio.

I mangani martellavano con i loro colpi le mura e le torri della città. Protetti dalle testuggini i soldati musulmani tentavano di scalzare le mura alla base. Gli arieti battevano incessantemente.

Passarono molti mesi. In città i viveri vennero a mancare, le epidemie mietevano molte vittime, ma la popolazione resisteva. Ognuno sapeva bene cosa l'avrebbe aspettato in caso di vittoria dei musulmani.

I siracusani mangiavano le erbe che trovavano sulle mura, le pelli degli animali morti, le ossa spolpate, rosicchiavano il cuoio, divoravano persino i cadaveri dei caduti in battaglia, il cibo più a buon mercato. Le malattie si moltiplicavano velocemente.

I mangani presero a martellare le torri con un tiro diritto. Venne aperta una breccia in una torre, ma i siracusani respinsero l'attacco e riuscirono a costruire una palizzata.

I mangani continuarono a colpire. Altre torri vennero danneggiate, ma i soldati cristiani riuscirono a respingere gli attacchi.

La conquista

Durante l'inverno Giafar lasciò il suo esercito e ritornò a Palermo, dove fu vittima di una imboscata ordita da alcuni congiurati. Il comando passò ad Abu Isa, figlio di Muhammad ibn Qurub, figlio di Ibrahim l'Abissino.

Alla fine di aprile le ostilità ripreso con violenza. La torre che dominava il Porto Grande venne colpita. Franò in parte. L'assalto dei musulmani venne respinto. I siracusani ripararano la breccia, ma ormai tutti sapevano che si era alla fine. Nella città erano rimasti 20.000 abitanti, affamati, malati, feriti.

La resistenza sulla breccia continuò ancora per 20 giorni.

Il 21 maggio 878 iniziò con un tiro violentissimo dei mangani contro i resti della torre, che finì di crollare del tutto. I musulmani entrarono in città dal varco che si era aperto. Raggiunta la chiesa del Salvatore, travolsero i pochi difensori, aprirono le porte e uccisero donne, vecchi, bambini, infermi, monache, preti, tutti coloro che avevano sperato di trovare un rifugio nel luogo santo.

Poi i nordafricani dilagarono in tutta la città. Il massacro non ebbe limiti.

Il comandante della città con settanta nobili si chiuse in una torre per una estrema resistenza.

I musulmani entrarono nella cattedrale, dove si era rifugiato il vescovo Sofronio con altri tre preti. Vollero sapere dove era nascosto il tesoro della cattedrale. Soddisfatti del bottino non uccisero il prelato.

Per tutto il giorno e tutta la notte i siracusani furono in balia dei soldati nordafricani.

Il giorno dopo si arresero anche i settanta nobili.

La carneficina

Tutti gli uomini catturati vivi furono raccolti in una piazza. Cominciò l'esecuzione di tutti coloro che avevano combattuto.

Per primo venne ucciso il comandante, che meravigliò i nordafricani per l'aria forte e serena con cuì affrontò la morte. Poi fu la volta dei settanta nobili, che mostrarono uguale dignità. Infine furono massacrati tutti gli altri che vennero abbandonati alla ferocia della soldataglia.

Alla fine venne dato fuoco ai cadaveri.

Secondo gli storici arabi le vittime del massacro furono 4.000.

Il bottino

Case e chiese furono depredate di ogni bene che avesse qualche valore. Il bottino fu enorme. Si calcola che ammontò a un milione di bizantini d'oro.

Gli schiavi

Uomini e donne furono ridotti in schiavitù e venduti a Palermo, nel Nordafrica e nel Medio Oriente.

La distruzione di Siracusa

Le mura di Siracusa vennero abbattute. Stessa sorte toccò a fortificazioni, chiese, edifici pubblici e privati.

Alla fine di luglio venne dato fuoco a quanto rimaneva della città. Rimasero solo rovine fumanti.

 

LEPANTO:
La Lega Santa contro i Turchi

I Turchi avevano vinto:

- nel 1389 nel Kossovo contro i serbi;

- nel 1396 a Nicopoli contro i crociati guidati dal re d'Ungheria;

- nel 1414 a Negroponte contro i veneziani;

- nel 1417 a Valona;

- nel 1418 a Girocastro;

- nel 1430 a Salonicco contro i veneziani;

- nel 1453 a Costantinopoli mettendo fine all'Impero Bizantino;

- nel 1462 a Lesbo contro i genovesi;

- nel 1463 contro i greci dell'Impero di Trebisonda;

- nel 1463 contro i bosniaci a Jace;

- nel 1480 a Otranto contro gli italiani;

- nel 1521 a Belgrado contro gli ungheresi;

- nel 1522 a Rodi contro i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme;

- nel 1527 a Mohacs contro gli ungheresi;

- nel 1571 a Cipro contro i veneziani.

Nel 1529 avevano assediato gli austriaci a Vienna.

Nella seconda metà del secolo XVI i Turchi dominavano la Grecia, l'Albania, la Serbia, la Bosnia, l'Ungheria, la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia.

La vittoria della Lega Santa a Lepanto fu un evento d'importanza simile alla battaglia di Poitiers. Nel 732 vennero fermati gli Arabi, nel 1571 vennero fermati i Turchi.

Ancora una volta la spada dell'Islam era stata spezzata dall'Occidente.

Località: Lepanto (Grecia)

Epoca degli avvenimenti: 1571 d.C.

 


La Lega Santa

Il 20 maggio 1571 venne firmata la Lega Santa contro i Turchi. Vi aderirono il regno di Spagna, la repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le repubbliche di Genova e di Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il granduca di Toscana.

Le spese erano divise in sei parti: tre erano a carico della Spagna, due di Venezia e una del papa.

La Lega era stata fermamente voluta da Pio V, Michele Ghislieri, nato ad Alessandria nel 1504, povero pastore di pecore, frate domenicano, inquisitore. Divenuto papa nel 1566 riformò rigorosamente la Curia e la città di Roma. Combatté l'eresia protestante in tutta Europa.

La flotta cristiana

Il comando militare della flotta venne affidato a Giovanni d'Austria, figlio naturale di Carlo V e fratellastro del re di Spagna Filippo II.

Suoi luogotenenti furono:

- Marcantonio Colonna, comandante della flotta pontificia.

- Sebastiano Venier, comandante della flotta veneziana.

I preparativi si protrassero a lungo e la flotta si poté riunire a Messina solo il 24 agosto.

La flotta era costituita da:

- 104 galee sottili sotto il comando della Repubblica di Venezia; 54 erano con equipaggi provenienti da Venezia, 30 da Creta, 7 dalle Isole Ionie, 8 dalla Dalmazia, 5 da città di terraferma.

- 6 galeazze sotto il comando della Repubblica di Venezia. Le galeazze erano munite di 40 o più cannoni, in grado di sparare palle da 13 chilogrammi in coperta e da 23 chilogrammi da sottocoperta. Si trattava di vere e proprie fortezze galleggianti.

- 36 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Napoli e Sicilia.

- 22 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Genova; si trattava di navi prese a nolo dal finanziere Gian Andrea Doria.

- 12 galee mandate da Cosimo I dei Medici, armate ed equipaggiate dai Cavalieri dell'ordine pisano di Santo Stefano

- 12 galee dello Stato Pontificio, concesse dai veneziani ed armate ed equipaggiate a spese del papa.

- 3 galee dei Cavalieri di Malta.

In totale 195 tra galee e galeazze.

Gli equipaggi erano scarsi e costituiti essenzialmente da cristiani volontari e forzati. La penuria costrinse a mettere solo 3 uomini per remo.

La truppa era costituita da:

- 20.000 soldati a spese della Spagna;

- 5.000 militari al soldo di Venezia;

- 2.000 soldati pagati dallo Stato Pontificio;

- 3.000 volontari provenienti da tutta la Cristianità.

Complessivamente circa 30.000 uomini.

Sulle galee e sulle galeazze vennero imbarcati 1815 cannoni.

Le galee veneziane erano in buono stato, ma con pochi soldati. Don Giovanni d'Austria vi fece imbarcare 4.000 soldati italiani e spagnoli.

La flotta cristiana salpò il 16 settembre dirigendosi verso Corfù. Le navi esploratrici confermarono che la flotta turca era nei pressi del golfo di Lepanto.

La flotta turca minaccia l'Italia

I Turchi fin da febbraio avevano allestito una flotta di 250 galee e 100 navi da rifornimento e supporto.

I costruttori delle galee erano abili carpentieri rinnegati, che il Sultano ricompensava molto bene. Molti dei capitani delle navi erano anch'essi greci o veneziani rinnegati. Gli equipaggi non avevano grande esperienza. I rematori erano cristiani catturati e ridotti in schiavitù.

Il comandante della flotta era Mehemet Alì Pascià.

Parte della flotta andò a sostenere l'assedio di Famagosta a Cipro.

Un'altra parte della flotta si diresse verso Creta. 3.000 contadini cretesi furono uccisi. Ma l'ammiraglio veneziano Marcantonio Querini riuscì a respingere l'attacco e i Turchi si dovettero allontanare.

Veleggiarono verso Zante (odierna Zakynthos) e Cefalonia (odierna Kefallenia), dove catturarono 7.000 cristiani e li misero a remare sulle loro galee.

Poi le galee turche si diressero verso l'Adriatico.

I Turchi si impadronirono di Durazzo (odierna Durres), Valona (odierna Vlore), Dulcigno (odierna Ulcinj), Antivari (odierna Bar), Lesina (odierna isola di Hvar), attaccarono Curzola (odierna isola di Korcula).

Intanto le 80 galee del corsaro Uluj Alì attaccarono Zara e altre città della Dalmazia. Uluj Alì, chiamato anche Occhiali, era un pescatore calabrese rinnegato, divenuto dey di Algeri.

Kara Hodja, un altro corsaro devastò il golfo di Venezia. Il rombo del cannone si udiva da piazza S. Marco.

Anche Corfù, ad eccezione del castello, venne conquistata dai musulmani.

A giugno il sultano Selim II, detto "L'ubriacone", ordinò che la flotta si fermasse a Lepanto (odierna Naupaktos; bizantina Epachthos) in una piccola baia tra il golfo di Corinto e quello di Patrasso. Arrivarono i rinforzi da Negroponte (odierna isola Eubea): 2.000 spahis e 10.000 giannizzeri.

La flotta divenne una minaccia permanente. Da Lepanto la flotta turca avrebbe potuto attaccare la costa italiana in qualsiasi momento.

Prima della battaglia

Il 5 ottobre la flotta cristiana si fermò nel porto di Viscando, non lontano dal luogo della battaglia di Azio. C'era nebbia e un forte vento. Le galee non potevano prendere il mare.

Un brigantino portò la notizia della caduta di Famagosta (in turco Famagusta; in greco Ammocosthos) e dell'orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezza.

Il 1° agosto i veneziani si erano arresi con l'assicurazione di poter lasciare l'isola di Cipro. Mustafà Lala Pascià, il comandante turco che aveva perso più di 52.000 uomini nell'assedio, non mantenne la parola. I soldati veneziani furono imprigionati e incatenati ai banchi delle galee turche.

Venerdì 17 agosto Bragadin venne scorticato vivo di fronte ad una folla di musulmani esultanti. La pelle di Bragadin venne riempita di paglia. Il manichino fu innalzato sulla galea di Mustafà Lala Pascià insieme alle teste di Alvise Martinengo e Gianantonio Querini. I macrabri trofei furono poi inviati a Costantinopoli, esposti nelle strade della capitale ottomana ed infine portati nella prigione degli schiavi.

Il comportamento dei musulmani accrebbe la voglia di combattere dei cristiani.

I soldati della Lega Santa sapevano che la battaglia era decisiva per la Cristianità. In caso di sconfitta le coste di Italia e Spagna sarebbero rimaste esposte agli attacchi dei musulmani. L'Islam era pronto a colpire il cuore dell'Occidente. Roma era in pericolo.

Lo schieramento della flotta cristiana

Domenica 7 ottobre Giovanni d'Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata. Non più di 150 metri separavano le galee.

Venne costituita una formazione a croce.

Al centro si pose Giovanni d'Austria con 64 galee. La sua nave ammiraglia era la Real. A fianco si pose l'ammiraglia del comandante veneziano Sebastiano Venier, una cui nipote era stata ridotta in schiavitù nell'harem di Costantinopoli. Sull'ammiraglia pontificia era Marcantonio Colonna. Sull'ammiraglia di Savoia il conte Provana di Leynì. Sull'ammiraglia di Genova Ettore Spinola. Due galeazze furono poste davanti al centro della flotta.

L'ala sinistra venne affidata principalmente ai veneziani sotto il comando di Agostino Barbarigo. Al lato più estremo, più esposto ai tentativi di aggiramento, si pose Marcantonio Querini. Davanti alle galee veneziane furono inviate due galeazze al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, parenti del senatore scorticato vivo.

All'ala destra si schierarono galee e combattenti di diverse nazionalità, sotto il comando del genovese Gian Andrea Doria. Erano presenti anche molti volontari tra cui l'italiano Alessandro Farnese, il francese Crillon, l'inglese Sir Thomas Stukeley, l'esiliato Giacomo IV, duca di Naxos. Due galeazze veneziane furono poste davanti al settore sinistro.

La retroguardia venne posta sotto il comando di Santa Cruz con tre galee dei Cavalieri di Malta.

Lo schieramento dei Turchi

I Turchi si disposero a mezzaluna.

Vennero schierate 274 navi da guerra, di cui 215 galee.

I musulmani avevano 750 cannoni.

Il centro turco, al comando diretto di Mehmet Alì Pascià, era costituito da 96 galee. Di fronte ai veneziani era Muhammad Saulak, detto anche Maometto Scirocco, governatore dell'Egitto, con 56 galee.

Uluj Alì, il rinnegato Occhiali, con 63 galee e galeotte, era di fronte a Gian Andrea Doria, che a Tripoli era dovuto fuggire di fronte al corsaro.

Una forte riserva, comandata da Amurat Dragut, era dietro la linea delle galee turche.

Mehmet Alì Pascià era a bordo della Sultana, su cui sventolava il vessillo verde su cui era stato scritto 28.900 volte a caratteri d'oro il nome di Allah.

La battaglia

La flotta cristiana bloccò l'ingresso del golfo di Lepanto. I musulmani, obbedendo all'ordine impartito dal sultano Selim II, accettarono la battaglia.

Con un rumore assordante iniziarono l'avvicinamento suonando timpani, tamburi, flauti. Il vento era a loro favore.

La flotta cristiana era nel più assoluto silenzio.

Quando le flotte giunsero a tiro di cannone i cristiani ammainarono tutte le loro bandiere e Giovanni innalzò lo stendardo con l'immagine del Redentore crocifisso. Una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevettero l'assoluzione secondo l'indulgenza concessa da Pio V per la crociata.

Il vento improvvisamente cambiò direzione. Le vele dei Turchi si afflosciarono e quelle dei cristiani si gonfiarono.

Giovanni d'Austria puntò diritto contro la Sultana. Il reggimento di Sardegna diede l'arrembaggio alla nave turca che divenne il campo di battaglia. I musulmani a poppa e i cristiani a prua. Al terzo assalto i sardi arrivarono a poppa. Giovanni venne ferito ad una gamba. Mehmet Alì Pascià venne ucciso da un colpo di archibugio.La Sultana si arrese. Alle due del pomeriggio Giovanni poté riprendere il controllo della flotta.

Muhammad Saulak era riuscito ad aggirare il fianco sinistro. Agostino Barbarigo fu attaccato da otto galee turche contemporaneamente. Barbarigo, ferito ad un occhio da una freccia, dovette cedere il comando a Federico Nani. Sei galee veneziane furono affondate. Muhammad Saulak stava per prevalere. Ma improvvisamente i rematori cristiani si sollevarono dai banchi di schiavitù e con le catene si gettarono sulle scimitarre dei loro aguzzini. I veneziani ripresero il sopravvento. Muhammad Saulak venne ucciso.

All'ala destra Uluj Alì e Gian Andrea Doria manovravano per trovarsi in posizione di vantaggio. Alessandro Farnese con i suoi 200 uomini conquistò una galea turca. Diego di Urbino, comandante della Marquesa, ordinò a Miguel Cervantes di aggirare una galea con una scialuppa. Cervantes fu ferito due volte, al petto e alla mano.

Sia il Doria che Uluj Alì, prima della battaglia, avevano tentato di dissuadere i loro comandanti dal dare battaglia. Nessuno dei due voleva mettere a rischio le proprie navi. Uluj Alì manovrò per aggirare l'ala destra dello schieramento. Doria spostò le sue galee verso destra per fermare i Turchi, lasciando aperto un varco tra il centro e l'ala destra. Giovanni ordinò al Doria di ricompattare lo schieramento, ma Uluj Alì fu veloce a infilarsi nel varco improvvisamente apertosi con le sue galee corsare.

Uluj Alì, con il vento in poppa, aggredì da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell'Ordine. La Capitana venne circondata da sette galee. Uluj Alì catturò il vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero Giustiniani, che era stato ferito sette volte, e prese a rimorchio la Capitana.

L'ammiraglio Santa Cruz intervenne con la retroguardia. Il capitano Ojeda, al comando della galea Guzmana, raggiunse la Capitana, l'abbordò e la riconquistò. Uluj Alì fu costretto ad abbandonare la preda. Con una quindicina di galee e di galeotte fuggì, si nascose nelle isole dei dintorni, si impadronì di una lenta galea veneziana, la Bua, e si diresse verso Costantinopoli.

Alle 4 del pomeriggio i Turchi erano stati completamente sconfitti. I pochi superstiti si ritirarono verso l'interno del golfo.

Le perdite dei Turchi

80 galee turche furono affondate. 117 furono catturate. 27 galeotte furono affondate e 13 catturate.

I Turchi persero 30.000 uomini tra morti e feriti. Altri 8.000 furono fatti prigionieri.

Vennero liberati 15.000 cristiani che erano stati ridotti in schiavitù e incatenati ai banchi delle galee.

Le perdite della Lega Santa

I cristiani persero 15 galee, ebbero 7.650 morti e 7.780 feriti.

S. Maria delle Vittorie sull'Islam

Pio V stabilì che il 7 ottobre fosse un giorno festivo consacrato a S. Maria delle Vittorie sull'Islam.

Gregorio XIII trasferì la festa alla prima domenica del mese di ottobre con il nome di Madonna del Rosario.

Pio V venne proclamato santo da Clemente XI il 22 maggio del 1712.

 

Dopo questo resoconto di battaglie ci si deve chiedere se in passato i rapporti tra Musulmani e Cristiani siano sempre stati di pura e semplice ostilità bellica o se vi sia stato uno scambio culturale al di là dello scambio religioso e letterario già evidenziato. Ebbene fondamentale, paradossalmente, per la costituzione della filosofia occidentale medievale e per l’approfondimento scientifico di importanti argomenti di fisica e medicina è stata la scienza araba che ha svolto molteplici ruoli in merito. Se non fosse esistita la cultura araba, l’umanità avrebbe ritardato enormemente i tempi della rivoluzione scientifica galileiana. Il ruolo degli studiosi musulmani arabi, a partire dall’VIII secolo fu soprattutto quello di codificare, archiviare e preservare il sapere scientifico dei trattati ellenistici redatti in greco, lingua di un impero romano d’Oriente ormai in decadenza. Centri fondamentali di studio filologico della lingua greca furono il califfato di Cordoba in Spagna e quello di Baghdad. Un’attenta analisi del processo di trascrizione e traduzione delle opere di fisica di Aristotele fu attuato da Averroè e vi attinsero direttamente studiosi cristiani che si recarono a Cordoba per attingere alle fornitissime biblioteche arabe. Esempio di questi studiosi fu Gerberto di Aurillac, poi Papa Silvestro II che si rifornì di trattati arabi in traduzione latina sulla navigazione e da questi apprese l’uso dell’astrolabio e dell’abaco. In seguito alla divisione tra impero d’Oriente e impero d’Occidente, la Chiesa Romana, avendo imposto l’uso ufficiale del latino, aveva precluso a molti lo studio del greco e proibito molti trattati ellenistici ritenuti come pagani. In tal modo, a seguito delle difficoltà di collegamento fra città, della rarefazione dell’uso della moneta, dell’abbattimento di importanti strutture sociali romane, il mondo occidentale, dopo le invasioni barbariche versava in una crisi assai grave sotto molti punti di vista. Da ultimo, come sempre in caso di instabilità politica e militare, si sospese lo studio e il progresso scientifico e si perse molto del sapere scientifico dell’epoca redatto in greco e studiato in Oriente. Nei fiorenti emirati arabi si coltivò, invece lo studio della medicina tramite i trattati di Ippocrate e Galeno, approfonditi poi dal medico musulmano Avicenna e della fisica, della matematica euclidea, dell’astronomia. Fu praticata anche l’alchimia e si giunse, come riportato nel libro “La scienza nel medioevo” ad anticipare alcune innovazioni apportate alla fisica con la definizione delmoto gravitazionale da Galilei, a partire dallo studio delle tesi di Aristotele che gli Europei recuperarono dai Musulmani a partire dal X secolo. Fondamentale fu l’apprendimento e la diffusione del sistema di cifre in base dieci comprendente il concetto astratto dello zero, ripreso dagli Arabi dalla scienza indiana del Brhamaghupta: esso fu rivoluzionario perché né Greci, né Latini erano giunti ad un tale progresso algebrico. Così , per merito della scienza araba, a partire dal basso medioevo si ripresero studi in chiave di progresso in Europa, dopo il completo o quasi completo riapprendimento della scienza ellenistica, peraltro censurata dall’inquisizione per timore di nuove eresie. Nonostante per i primi secoli del medioevo si fosse registrato un regresso pesante nella scienza europea, che aveva fatto calare di molto i livelli di comprensione dei classici, il continuo confronto, anche indiretto con i Musulmani, permise un cambio di direzione e tramite lo studio cosmologico di Aristotele e dei suoi critici arabi, furono sviluppate le tesi di Copernico, ulteriore sviluppo di alcune constatazioni argute dello studioso del XIV secolo Burindano che studiò la caduta dal moto violento di Aristotele e il moto dei corpi celesti. Lo studioso Avempace, le cui tesi furono trascritte da Averroè, operò una critica alla relazione fra la densità degli elementi e il loro moto naturale della terra, ripreso poi e modificato dallo stesso Burindano.  Avicenna teorizzò l’esistenza del mail, che, anche se inteso come processo più ontologicoche fisico, spiegava, in contrapposizione alle tesi aristoteliche la proporzionalità del moto in relazione al peso del punto materiale, la possibilità del moto di un corpo nel vuoto e la tesi di un universo eterno. Lo stesso Cristoforo Colombo tenne presente, nel compiere il suo viaggio verso quelle che poi non furono le Indie, il calcolo della circonferenza della terra operato dall’Arabo Alfraganus e descritto da d’Ailly, che dava UN RISULTATO NETTAMENTE INFERIORE, A CAUSA DELL’ERRATA MISURAZIONE DEL GRADO MERIDIANICO, e permetteva l’ipotesi di un viaggio che altrimenti sarebbe sembrato impossibile. Altri grandi viaggi, in parallelo a quelli di Marco Polo furono compiuti inoltre, con apporto in Europa di nuova conoscenza cartografica dal Musulmano Ibn Battuta, tuttavia maggiormente critico nei confronti degli stranieri ritenuti barbari e nostalgico dell’autore de “Il Milione”.

Ibn Rushd (Averroè) figura rappresentativa della civiltà araba.

 


Ibn Rushd (Abû al-Walîd Muhammad ibn Ahmad ibn Muhammad ibn Ahmad ibn Ahmad inb Rushd) nacque nel 1126 a Cordova e morì a Marrakech il 10 dicembre 1198.

Nel XII secolo l'Andalusia faceva parte dell'impero degli Almohadi, impero che si estendeva a tutta l'Africa del Nord e durante il quale l'Occidente arabo conobbe gloria e ricchezza. Ibn Rushd era astronomo, medico, giurista e filosofo. Figlio di giuristi, appartenente quindi ad una classe sociale elevata, vissuto nella stabilità dell'impero almohade ebbe modo di costruirsi una cultura vastissima. Durante un viaggio a Marrakech notò una stella che non si poteva vedere sotto i cieli spagnoli: Canepe. L'osservazione di questo fenomeno gli permise di intuire la rotondità della Terra. ùDopo il soggiorno a Marrakech scrisse un libro intitolato " Kûlliyat ". Il maestro di Ibn Rushd era Ibn Zuhr grande medico che teneva corsi non solo in Andalusia, ma anche a Salerno e a Montpellier, scuole di medicina fondate ambedue dagli arabi.

Sempre nell'ambito della medicina Ibn Rushd scrive anche dei commenti ai " Canoni " di Ibn Sînâ conosciuto in Occidente col nome di Avicenna e su Galeno, ma divenne senza dubbio famoso grazie all'opera " Kûlliyat " che fu stampata a Venezia nel 1490 prima di essere divulgata in molti paesi europei.

Durante un altro viaggio a Marrakech, Ibn Rushd conobbe Ibn Tufail, medico del Califfo Yûssûf ibn Ya'qûb e questi lo incaricò di tradurre e commentare le opere di Aristotele in quanto lui era troppo vecchio per tale mansione e le traduzioni fino allora esistenti erano troppo oscure. Ibn Rushd accettò e s'impegnò in un lavoro che durò più di 15 anni, ma l'opera del grande filosofo greco fu quasi interamente tradotta. Alla morte del Califfo, Ibn Rushd mantenne un posto di primissimo piano come medico di corte e confidente del successore di quest'ultimo Ya'qûb detto al-Mansûr " Il Vittorioso " per la strepitosa vittoria di Alarcos del 1195 contro Alfonso VIII di Castiglia e i principi cristiani di Spagna sempre più minacciosi. Poi improvvisamente caddè in disgrazia, il sovrano lo esiliò e i discepoli lo rinnegano. I sovrani Almohadi cercavano sempre la compagnia dei " falâsifa " ( i filosofi ), li stimavano e non avevano mai manifestato ostilità fanatiche nei loro confronti. Se Ibn Rushd cadde ingiustamente in disgrazia, fu probabilmente a causa di circostanze forzate. Le sue dottrine filosofiche dovevano indisporre non poco i teologi limitati e i giuristi pedanti incapaci di interpretazione personale dei testi, ma questi esercitavano un grande ascendente sulle masse popolari e sull'esercito. Furono quindi ragioni di stato che obbligarono al-Mansûr ad allontanare Ibn Rushd anche perché la minima debolezza del sovrano sarebbe stata immediatamente sfruttata dai principi cristiani di Castiglia e León. Ritornata la calma al-Mansûr riabilitò Ibn Rushd che ritorno a Marrakech dove mori il 10 dicembre all'età di 72 anni. Le spoglie furono trasferite nella sua città natale Cordova.

Ibn Rushd non si occupò solo di medicina o dei commenti all'opera di Aristotele scrisse anche molti libri di filosofia. In particolare ricordiamo un trattato sulla non contraddizione tra filosofia e religione che lo pone al vertice della riflessione filosofica del suo tempo e non solo. Ibn Rushd sosteneva che i testi sacri sono legittimamente interpretati in modo diverso dal filosofo dal teologo o dal profano. La " verità " può quindi essere interpretata in modo diverso secondo la formazione intellettuale dell'individuo. Questo approccio critico poteva suscitare le reazioni di molti, era in un certo senso " rivoluzionario " e lo sarebbe ancora oggi. Se i Musulmani che vennero dopo di lui non approfittarono dei suoi insegnamenti e ebbero verso le sue opere un approccio superficiale ( molte erano diffuse in latino ed ebraico), non fu così per i Cristiani e gli Ebrei dai quali fu considerato una personalità ineguagliabile.

Le sue dottrine verranno insegnate in Europa fino al XVIII secolo, in particolare il trattato del De anima nella traduzione in latino di Micael Scott del 1230 e ciò nonostante le condanne dell'Inquisizione e del Concilio di Trento che consideravano eretiche e blasfeme le teorie di Averroè, anche se l'averroismo professato in Europa è solo un pallido riflesso della sua cosmologia. Molti filosofi e teologi europei devono molto a Ibn Rushd, tra questi citiamo i più conosciuti: San Tomaso d'Aquino, Bacone, Spinoza, Leibnitz.

 

 

 

 

 

Insomma, non sono esistiti solo episodi raccapriccianti come il Martirio degli ottocento martiri cristiani ad Otranto ad opera dei Saraceni, o lo sterminio e la cacciata dei moriscos arabi, avvenuta sempre nel XVI secolo, ad opera dei cristiani spagnoli. I passi più importanti nella storia i fedeli delle due religioni le hanno fatti insieme ed in pace nel più completo rispetto reciproco. Eventuali conflitti religiosi sono sempre stati fomentati per motivi economici, perché, al giorno d’oggi, nessun testo antico può essere interpretato davvero con una attenta ragione morale in chiave fanatica. Per questo vanno cancellati tutti i pregiudizi. Così continuavano i vari studiosi Occidentali:

 

I Turchi musulmani non hanno né la parola di Dio, né predicatori per annunciarla; sono dei maiali grossolani e immondi che non sanno perché vivono né in cosa credono; se avessero tuttavia predicatori della Parola divina, quei maiali, forse almeno qualcuno di loro, si trasformerebbe in uomo .
Martin Lutero, 1530

Lo stato dell’impero è sconosciuto anche ai ministri; le più semplici nozioni di storia e di geografia gli sono del tutto estranee, e l’ignoranza e la barbarie regnano ovunque. Non troverete sulle navi turche una sola carta nautica di cui un’abile pilota oserebbe fidarsi. Questo paese è in qualche modo la patria delle tenebre e delle barbarie; e il Sultano, affogato anch’egli nell’ignoranza, trascina sul trono, fra schiere di donne e di eunuchi, il suo vestito sardanapalesco .
Wilhelm Leibniz, 1676

Ah!
Ah! il signore è Persiano? Che cosa straordinaria! Come si può essere Persiani? .
Charles de Montesquieu, 1721

Mi fa male che i Musulmani ci trattino come cani. Ma hanno ragione, perché i teologi di tutte le sette non hanno fatto che abbaiare .
Voltaire, 1756

Il Corano è stato il solo libro della nazione araba per molti secoli. Sono stati bruciati gli altri, o perché erano superflui, se c’era quel che si trovava nel Corano, o perché erano perniciosi, se contenevano qualcosa che non c’è. E’ stato dopo questo ragionamento che per sei mesi i bagni di Alessandria sono stati scaldati con le opere dei tempi antichi .
Denis Diderot, 1759

L’arabo è il nobile degli Orientali, anche se il suo gusto, di frequente, degenera in stravaganza. E’ ospitale, magnanimo e sincero; ma i suoi racconti, le sue storie e, in generale, i suoi sentimenti sono sempre intrisi di meraviglioso. La sua immaginazione fervida gli fa vedere le cose deformate .
Immanuel Kant, 1766

I Maomettani forse credono, come è stato sottolineato da alcuni viaggiatori, che gli angeli abitano nelle loro barbe. E’ certo che quando qualcuno, dopo essersi lasciatoo crescere la barba, se la taglia, può essere severamente punito. Credo che a Bassora, secondo la legge, vengano comminati non meno di 300 colpi di bastone, se il danaro non placa la giustizia .
Carsten Niebhur, 1773

Solo Maometto ha compreso le donne, ammassandole come animali .
Alfred de Vigny, 1823

Al fine di consentire agli Arabi di percorrere gaiamente le grandi distanze, Allah, per il benessere comune di tutti, gli ha concesso quattro grazie. Il turbante, che copre meglio una testa delle corone imperiali; una tenda mobile, dimora che si porta ovunque; una spada, difesa più sicura delle rocche scoscese e delle alte muraglie; infine una canzonetta che piace e che porta vantaggi, perché le ragazze l’ascoltano con orecchi curiosi .
Wolfgang Goethe, 1835

L’astrazione dominava i Maomettani; il loro scopo era di far prevalere il culto astratto, e vi hanno teso con il più grande entusiasmo. Questo entusiasmo era fanatismo, cioè entusiasmo per un’astrazione, per un’idea astratta, che ha un’attitudine negativa rispetto all’esistente .
Friedrich Hegel, 1837

Ti dirò che sono arrivato al punto di considerare come divina solo la dottrina che resiste all’esame della ragione. Chi ci dà il diritto di credere ciecamente alla Bibbia? Solo l’autorità di quelli che hanno creduto prima di noi. Arriverò perfino a dire che il Corano è un’opera molto più organica della Bibbia, perché esige che si creda a tutto quel che dice, da cima a fondo .
Friedrich Engels, 1839

Molti uomini hanno le quattro donne permesse. Ne risulta naturalmente che molti uomini non hanno donne. Anche il vizio contro natura è frequente .
Alexis de Tocqueville, 1841

L’Arabo innamorato possiede l’oggetto del suo amore e l’uccide .
Alexandre Dumas, 1846

Questa nazione bastarda non ha mai smesso, dall’antichità più lontana, di avere rapporti con le potenti società che la circondavano. Simile a un corpo per metà immerso nell’acqua e per metà esposto al sole, conteneva in sé tutto, una cultura avanzata e la barbarie .
Joseph Arthur Gobineau, 1855

Morendo, Cristo lascia Quattro chiodi, Maometto sette spade .
Victor Hugo, 1857

Mandiamo contro i Musulmani soldati e cannoni. E’ di un Voltaire che avrebbe bisogno .
Gustave Flaubert, 1860

I crociati combatterono più tardi qualcosa davanti alla quale avrebbero fatto meglio a prosternarsi nella polvere -una civiltà in confronto alla quale anche la nostra del XIX secolo sembrerebbe povera e ritardata. Senza dubbio, sognavano il bottino: L’Oriente era ricco!…Guardiamo le cose come sono! Le crociate? Una pirateria di grande portata, e nulla di più! .
Friedrich Nietzsche, 1888

Ho spesso pensato che un europeo abile, che parlasse l’arabo e raccontasse una storiella in base alla quale la sua discendenza si collega in un modo nell’altro a un ramo della famiglia del Profeta, e che predicasse una dottrina d’eguaglianza e fratellanza, così suscettibile di essere ben compresa e accettata dagli Arabi, potrebbe, con otto o diecimila uomini, conquistare l’Oriente musulmano e ritrovarsi a capo di un movimento paragonabile a quello dell’islamismo .
Ernest Renan, 1890

Signore, gridò, e tutti gli sciacalli ulularono in lontananza; si sarebbe potuto credere a una qualche melodia; signore, bisogna che tu metta fine alla disputa che divide il mondo. Erano tuoi i tratti di colui che l’avrebbe fatto, secondo la descrizione dei nostri anziani. Bisogna che gli Arabi ci lascino in pace; vogliamo un’aria respirabile; un orizzonte che sia ripulito da loro; non vogliamo più sentire i gemiti dei vitelli sgozzati in Arabia; che tutti gli animali possano morire in pace! .
Franz Kafka, 1912

Questi usurai sono dei veri Arabi .
Paul Claudel, 1918

Gli Arabi rispettano l’abilità, che hanno in grado invidiabile, più della forza. Ma più di tutto rispettano la franchezza, che non ha peli sulla lingua. E’ praticamente la sola arma che Dio gli ha dato .
Lawrence d’Arabia, 1926

Il cattivo pittore cerca l’archetipo, dipinge l’Arabo, il bambino, la donna; il buon pittore sa che né l’Arabo, né il proletario esistono nella realtà, né sulla tela .
Jean-Paul Sartre, 1948

Perchè l’arte musulmana sprofonda completamente dal momento stesso in cui smette di essere al suo apogeo? Passa di colpo dai palazzi al bazar. Non è una conseguenza del ripudio delle immagini? L’artista, privato di ogni contatto con la realtà, perpetua una convenzione tanto esangue che non può essere rinvigorita né fecondata. O è sostenuta dall’oro o crolla .
Claude Lèvi-Strauss, 1955

 Alessandro Cafaro

Davide Perna

IIIE
Principali fonti:

 

“Maometto e le grandi conquiste arabe” Francesco Gabrieli

 

“Storia dei popoli arabi” Albert Hourani

 

“La scienza nel medioevo” Andrew Grant

 

“Islam e democrazia” Fatema Mernissi

 

“Europa e Islam, storia di un malinteso” Franco Cardini

 

“Essere Musulmano” El Hassan bin Talal e Alain Elkann

 

“Il Corano” Bur Classici

 

“La storia dei Templari” Malcolm Barber

 

“Maometto e Carlomagno” Henri Pirenne

 

“Inferno” Dante Alighieri Zanichelli

 

Medieval Source Book Online

 

“Storia del fondamentalismo” Carrè

 

“Da zero a infinito” John Barrow

 

“Federico II” Abulafia

 

Siti internet, conoscenze personali.