SOLIDARIETA’

 

 

 

A CURA DI:

Lucrezia Alberga

Daniela Carella

Maria Elena Giacomino

Silvia Longo

Susanna Longo

Ivana Morelli

Claudia Puglisi

Maria Romito

Danilo Salatino

 

 

Indice:

 

PREFAZIONE                                                                                                   pag. 4

 

PARTE I : ASSOCIAZIONISMO DI BASE

 

 

-        Commercio equo e solidale                                                       pag. 7

1.   Cos’è

2.   Dove è nato

3.   Obiettivi

4.   Modo in cui opera

5.   Ctm alto mercato per il commercio equo e solidale

6.   ATOs (Alternative Trade Organizations)

Longo Susanna

-        Comboniani                                                                               pag. 14

1.   Comboni Daniele

2.   Missionari comboniani

3.   Pie madri della Nigrizia

4.   Laici missionari comboniani

5.   Missionarie Secolari comboniane

6.   Associazione laici comboniani

7.   Gemme-Giovani e missione

8.   I comboniani e le loro missioni

9.   Obiettivi prossimi

Giacomino Maria Elena - Longo Silvia

-        Emergency                                                                                  pag. 21

1.   Attività umaniterie di Emergency

2.   Energency in Iraq

3.   Emergency in Colombia

4.   Emergency in Afganistan

5.   Emergency in Sierra Leone

6.   Altri interventi umanitari

 Carella Daniela – Morelli Ivana

 

 

 

 

PARTE II : ASSOCIAZIONISMO LEGATO ALL’ ONU

 

-         FAO                                                                                              pag. 27

1.   Cos’è

2.   Cosa fa

Salatino Danilo

-        UNHCR                                                                                        pag. 30

1.   Di chi si occupa

2.   La storia

3.   Analisi difesa

4.   I precursori

5.   Lo statuto

6.   Denuncia della crisi in Colombia

7.   Crisi dell’Angola

8.   Rifugiati in Azerbaigian

9.   Appello dell’UNHCR per il ritorno dei Cingalesi

Alberga Lucrezia – Puglisi Claudia – Romito Maria

-        UNICEF                                                                                       pag. 42

1.   Cos'é

2.   Cosa fa

3.   Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia

4.   In Italia

5.   Medio Oriente - Appello

Carella Daniela – Morelli Ivana

 

BIBLIOGRAFIA                                                                                                 pag. 48

 

 

 

 

Prefazione

 

                                                              

 

“La pace vuole un linguaggio semplice, senza riguardi di persone, senza retorica,senza crociate”.

Don Primo Mazzolari

 

                                                                                                        

Per operarsi concretamente nel rispetto dell’ideale della solidarietà, bisogna sentire realmente viva nell’animo la propensione verso la pace.

In base a ciò, il candidato per il premio Nobel per la pace, Ernesto Oliviero, in un’assemblea d’istituto del Liceo Classico Statale “Socrate”, afferma che l’importante non è dire “No alla guerra”, quanto dire “Si alla pace”.

Se veramente si vuole che ciò accada, è necessario che ognuno viva in funzione dell’altro, dimenti­candosi di se stessi o dei propri fini meramente utilitaristici.

Quindi, questo nostro lavoro racchiude informazioni sulle maggiori organizzazioni umanitarie: il Commercio equo e solidale, varie missioni umanitarie di enti religiosi e laici, Emergency, la Fao, l’Unhcr e l’Unicef

 

§          Commercio equo e solidale: a riguardo sono riportate notizie della sua nascita, del modo in cui si può esercitare, dei principi base su cui si fonda ed alcune testimonianze di due associazioni: l’ATOs e la Ctm

 

§          Comboniani: partendo da una breve biografia del fondatore dell’ordine, viene trattato tutto l’operato dei missionari e delle associazioni laiche e religiose quali le Pie Madri della Nigrizia, le missiona­rie Secolari, gli stessi missionari comboniani e le Gemme-Giovani, specificandone gli obiettivi

 

§          Emergency: anche per questa associazione proponiamo alcune testimonianze delle sue attività in diversi paesi del mondo. Troviamo ad esempio descritti gli interventi umanitari effettuati in Iraq, in Colombia, in Afganistan ed in Sierra Leone.

 

§          Fao: riportiamo, a questo proposito, alcune informazioni sulla nascita di questa associazione e sul suo operato, fornendo anche testimonianze delle sue missioni.

 

§          Unhcr: partendo, anche in questo caso, dall’origine dell’associazione e proponendo lo statuto che la regolamenta, analizziamo il suo operato attraverso testimonianze raccolte in paesi come la Co­lombi, l’Angola e l’Azerbaigian.

 

§          Unicef: di questa associazione viene trattato, ad incominciare dalla sua nascita, tutto il suo operato in Italia ed all’estero, specificandone gli obiettivi.

 

Il nostro scopo è informare su quanto tantissime persone hanno fatto, fanno e potranno continuare a fare, solo se tante altre contribuiranno con il loro preziosissimo aiuto!

Perché, guerra non è solo quella in cui vengono utilizzate potenti armi di distruzione di massa, ma lo sono anche tutte le lotte che ogni giorno milioni e milioni di persone combattono contro fame, malat­tie, ingiustizie, soprusi e morte.

In conclusione, con questo elaborato iniziamo il nostro percorso verso la pace, perché questo non deve rimanere puramente un ideale utopistico, ma al contrario deve potersi concretamente materializ­zare in questo nostro mondo ormai profondamente lacerato delle sofferenze che gli uomini sono in grado di procurarsi.

 

 

PARTE

PRIMA

 

 

 

 

 

COMMERCIO EQUO

E SOLIDALE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A CURA DI

SUSANNA LONGO

 

Il commercio equo e solidale

 

“La condizione di povertà strutturale che colpisce gran parte della popolazioni del Sud del Mondo non dipende dal caso, ma da un sistema economico internazionale dominato esclusivamente da­gli interessi dei Paesi del Nord che sono in grado di controllare a proprio favore il commercio interna­zionale e trarne vantaggi a scapito dei Paesi produttori del Sud del Mondo”.

Contro questa ingiusta realtà si pone l’operato del commercio equo e solidale, nato negli anni ’60 in Olanda e progressivamente diffuso nel resto dei Paesi europei attraverso varie associazione.

Obiettivi del Commercio Equo e Solidale :

1.     Promuove migliori condizioni di vita nei Paesi economicamente meno sviluppati rimuovendo gli svantaggi sofferti dai produttori per facilitarne l'accesso al mercato.

2.     Tramite la vendita di prodotti, divulga informazioni sui meccanismi economici di sfruttamento, fa­vorendo e stimolando nei consumatori la crescita di un atteggiamento alternativo al modello econo­mico dominante e la ricerca di nuovi modelli di sviluppo.

3.     Organizza rapporti commerciali e di lavoro senza fini di lucro e nel rispetto e valorizzazione delle persone.

4.     Promuove i diritti umani, in particolare dei gruppi e delle categorie svantaggiate.

5.     Mira alla creazione di opportunità di lavoro a condizioni giuste tanto nei Paesi economicamente svantaggiati come in quelli economicamente sviluppati.

6.     Favorisce l'incontro fra consumatori critici e produttori dei Paesi economicamente meno svilup­pati.

7.     Sostiene l'autosviluppo economico e sociale.

8.     Stimola le istituzioni nazionali ed internazionali a compiere scelte economiche e commerciali a di­fesa dei piccoli produttori, della stabilità economica e della tutela ambientale.

9.     Promuove un uso equo e sostenibile delle risorse ambientali

 

ATOs (Alternative Trade Organizations)

Durante anni di attività sul campo, le associazioni ATOs hanno sperimentato e messo a punto una se­rie di strumenti operativi che permettono ai piccoli produttori di migliorare la loro esistenza attra­verso una propria attività produttiva. Non più quindi aiuti generici in danaro o viveri, non più aiuti per la co­struzione o la realizzazione di infrastrutture.

Rapporti commerciali diretti e continui

 E’ il primo punto che fa differire il commercio equo e solidale dal quello tradizionale e consiste nel rapporto diretto instaurato tra produttore e importatore. Questo punto costituisce un'assoluta novità nell'ambito delle relazioni economiche internazionali. Cosi un bene coloniale prodotto in un'economia povera giunge direttamente nelle economie ricche.

Mentre nel quotidiano i beni vengono continuamente venduti e rivenduti tra grossisti e distributori an­che attraverso le grandi borse merci, in cui avvengono cospicui scambi di quantitativi di beni in que­sto modo si instaurano rapporti diretti tra una centrale di importazione ed i gruppi di produttori, e vengono saltate le consuete fasi di intermediazione; inoltre i rapporti commerciali non sono spora­dici, ma continuativi e duraturi, per consentire la pianificazione e l'attuazione di programmi di auto-sviluppo decisi e gestiti dai produttori stessi.

Queste due caratteristiche (rapporti diretti e continui) sono di fondamentale importanza e si pongono in antitesi con l'ordinario procedere delle contrattazioni commerciali tradizionali.

Questo per dare ai produttori la garanzia di un introito sicuro per un periodo di tempo ben definito, e per permettere loro di impostare piani di produzione e di (eventuali) investimenti non condizionati dal­l'assillo quotidiano delle vendite.

Prezzo

In secondo luogo si pone il problema del prezzo. Gli operatori del commercio equo e solidale affer­mano di pagare un prezzo giusto ed equo ai produttori. Ma quando si può affermare che un prezzo è giu­sto? In base a quali criteri si può ritenere un prezzo equo?

In questo caso sono i produttori stessi a determinare il prezzo del prodotto, il quale deve tenere conto non solo dei costi reali di produzione, che tengono conto del materiale e del lavoro impiegati, ma deve anche garantire loro il raggiungimento e il mantenimento di un livello di vita dignitoso. Il prezzo talvolta include ulteriori margini (surplus) riconosciuti ai produttori per forme di assicurazione e per investi­menti in progetti sociali autogestiti dalle comunità locali.

In questo modo viene fornita la possibilità di passare, nel lungo periodo, da condizioni di mera so­pravvivenza a condizioni di autosussistenza.

Riassumendo, il prezzo equo e solidale deve essere:

·        trasparente, perché tutte le voci che lo compongono sono note essendo pubblicate sulle riviste del commercio equo e sulle schede che accompagnano i prodotti con i relativi apporti monetari.

      Riportiamo, qui sotto, una tabella che prende in esami i prezzi trasparenti medi del caffè, dei pro­dotti artigianati e di quelli alimentari e ne riporta le voci che i produttori sono tenuti a riportare sui per far si che il prezzo della merce risulti trasparente.

% su 100 lire pagate

ALIM.

ARTIG.

CAFFE’

Prezzo pagato
al produttore - prezzo Fob

25,7

31

41,5

Costi accessori Assicurazioni, do­gana, trasporto, marchi garanzia pre­finanziamento

22.27

8

20,9

Margine Ctm
Copertura costi struttura

21.03

21

15,6

Margine medio distributori
Botteghe del Mondo

31

40

27

Prezzo finale Esclusa iva

100

100

100

·      concordato, perché sulla base delle indicazioni dei produttori, i rappresentanti delle organizza­zioni importatrici e quelle dei produttori stessi si incontrano per giungere a definire un corrispettivo che rimuneri le risorse impiegate (prima fra tutte il lavoro), e che riconosca inoltre alle comunità di produttori margini sufficienti per l'erogazione di servizi sociali a disposizione di tutti i membri; il prezzo fissato è verificato ed eventualmente modificato ogni anno. 

·     stabile, perché è costante nel tempo; per quanto riguarda in particolare i beni agricoli coloniali, il commercio equo e solidale annulla le fluttuazioni dei prezzi mondiali che si determinano nelle borse merci.

·    fisso, perché le botteghe e gli altri negozi che commercializzano prodotti equi hanno listini di ven­dita identici, al fine di evitare speculazioni ed essere coerenti con la politica della trasparenza.

Prefinanziamento

 

Nel commercio equo si parla di prefinanziamento al fine di prevenire l'indebitamento. Questo perché nella maggior parte dei casi, le comunità di produzione non dispongono di un capitale di partenza suf­ficiente per l'acquisto della materia prima necessaria alla produzione.Diviene quindi fondamentale for­nirli delle forme di finanziamento che consentano loro di non imbattersi dallo sfruttamento finan­ziario di intermediari e speculatori e permettano quindi una produzione regolare.

All’atto di consegne dell’ordine di acquisto inviato all’ATO, viene anticipata una parte del valore della fornitura per consentire ai produttori l’ acquisto delle materie prime da utilizzare. Successiva­mente, all’arrivo della merce, viene saldato l’importo di acquisto.

 

Informazione e trasparenza

Obbiettivo importante del commercio equo è far conoscere al consumatore finale le condizioni di vita e di lavoro dei piccoli produttori con cui entra in contatto. Questo viene realizzato attraverso la dif­fu­sione di materiale informativo sui prodotti, sui produttori, sui loro paesi, sulle tecniche di lavorazione e sull'organizzazione delle loro attività.

In quest'ambito si colloca anche l'attività di massima trasparenza nei confronti del consumatore, con la elencazione delle singole voci che compongono i prezzi d'acquisto, dei margini per i rivenditori e per la copertura dei costi della struttura della centrale di importazione.

Assistenza

Alcune ATOs europee hanno creato organizzazioni separate per fornire ai produttori un'assistenza completa per il loro sviluppo, per il miglioramento della produzione, l'innovazione, la qualità del prodotto e le capacità degli artigiani

Oltre a questo tipo di aiuto vengono anche organizzati corsi di formazione per rafforzare le capacità gestionali, la contabilità, l'amministrazione, il calcolo dei costi e il marketing che mirano anche a mi­gliorare le possibilità di accesso del produttore ai mercati nazionali e internazionali.

Oltre a questa tendenza verso forme di assistenza più complete le ATOs offrono sempre più spesso crediti ai produttori, anche perché molte banche nazionali rifiutano di aprire linee di credito ai produt­tori del commercio equo perché essi non possono fornire garanzie sufficienti. Il rimborso è spesso ef­fettuato sotto forma di prodotti ordinati dall'ATO cui l'organizzazione di assistenza è affiliata.

 

Ctm altomercato per il commercio equo e solidale

 

Il consorzio Ctm promuove e diffonde in Italia il commercio equo e solidale in collaborazione con ol­tre 100“botteghe del mondo” che, senza fini di lucro si occupano della vendita dei prodotti e della dif­fusione delle idee base di questo tipo di commercio.

 

Base – Bangladesh

 

Uno dei gruppi di produttori con cui il Ctm collabora è l’associazione Base che opera nella zona di Khulna in Bangladesh.

Esaa coinvolge più di 5000 persone, per la maggioranza donne, nella produzione artigianale di cesti in foglia di palma ed oggetti in juta.

Questo tipo di attività permette alle persone che la esercitano di esprimere le proprie abilità ed il pro­prio gusto, assicurando una continuità economica necessaria al conseguimento di una condizione di vita dignitosa ed allo stesso tempo fa loro ritrovare la coscienza e la dignità personale. Grazie a questo lavoro, inoltre, le donne di questo paese hanno acquistato una grande ed insperata autonomia, vin­cendo l’iniziale ostilità dei loro mariti ed ai capi dei villaggi in cui vivono dimostrando l’importanza del contributo della loro attività

 

Ciap e Minka – Perù

 

Minka è un’organizzazione di solidarietà con sede a Lima che sostiene oltre 50 gruppi di piccoli arti­gianati per costruire una vita più dignitosa.

 

Ciap è un’associazione fondata all’inizio del 1992 da 5 gruppi artigianali. Oggi in totale comprende oltre un migliaio di persone .

Il suo ruolo non è quello d’intermediario fra i produttori e coloro che in seguito venderanno i loro prodotti, ma è quello di un mezzo utilizzabile per conseguire una vendita equa.

 

I produttori locali di queste due organizzazioni sono dislocati in tutto il territorio peruviano centro-me­ridionale, dove il degrado è molto alto e solo un’esigua parte della popolazione è riuscita a mi­gliorare la propria situazione

La loro principale finalità è perciò quella di risolvere i problemi degli artigiani con cui hanno contatti migliorando l’accesso al mercato dei loro prodotti attraverso un piano di cooperazione di medio e lungo termine.

 

Ziwa Creations – Kenya

 

Ziwa Creations significa “creazioni dal lago” ed è un’organizzazione non profit di Kisumu, città sulle rive del Lago Vittoria

Venne fondata nel luglio del 1997 con lo scopo di fornire consulenze e servizi ai piccoli artigiani dell’area occidentale del Kenya.

Quest’associazione si propone inoltre di favorire la creazione di posti di lavoro dotando i produttori di capacità tecniche e produttive.

La gamma dei loro prodotti è sviluppata intorno al concetto di riciclo.

 

Iniziative locali

 

Lo scorso 29 novembre ha avuto luogo la “Giornata mondiale del non acquisto”, un’iniziativa pro­mossa dalle botteghe del mondo di tutta Italia per sensibilizzare la popolazione a porre un freno al consumismo che induce ad identificarsi con ciò che si compra ed è uno dei principali ostacoli al commercio equo e solidale.

Lo slogan dell’iniziativa è “Non compro perché esisto” e chiarisce l’intento commemorativo delle vit­time delle politiche orientata alla massimizzazione dei consumi.

 

 

MISSIONI UMANITARIE

 

 

 

 

 

 

A CURA DI

MARIA ELENA GIACOMINO

SILVIA LONGO

 

 

DANIELE COMBONI

 

 

Daniele Comboni nacque a Limone del Garda (Brescia) nel 1831.Avvertì la vocazione missionaria e l’interesse nei confronti dei problemi dell’Africa già da giovane, mentre studiava a Verona per diventare sacerdote. Il 31 dicembre 1854 divenne sacerdote. Compì il suo primo viaggio in Africa nel 1857.Venuto a contatto con la realtà africana,Comboni cominciò a interessarsi più ai pro­blemi socio-economici ed umani di quelle popolazioni che ai tentativi di evangelizzazione.

Nel 1864 pubblicò il “Piano per la rigenerazione dell’Africa”,in cui esponeva la sua convinzione di poter “salvare l’Africa con l’Africa”.Nel 1867 fondò a Verona l’Istituto delle Missioni Africane (che oggi rappresentano la congregazione religiosa dei Comboniani) e,nel 1867 quello delle Pie Madri della Nigrizia.Fu nominato vicario apostolico dell’Africa centrale nel 1877.

Morì di febbri a Khartoum (Sudan) nel 1881.

 

 

I MISSIONARI COMBONIANI

 

I membri appartenenti a questa congregazione hanno come fine quello di attuare la missione evangelizzatrice della Chiesa tra quei popoli o quei gruppi umani non ancora o non abbastanza evan­gelizzati.

Ne fanno parte i  sacerdoti che si dedicano all’evangelizzazione e i “fratelli” che si dedicano all’attività missionaria mettendo a disposizione degli altri la propria esperienza professionale.

Entrambi sacerdoti e fratelli condividono la condizione di vita dei più poveri e abbandonati del nostro tempo. L’annuncio missionario per i Comboniani si traduce in un modo particolare di vivere la mis­sione, secondo cioè una prassi i cui elementi fondamentali sono:

-“Salvare l’Africa con l’Africa”: Significa rispettare le culture e le religioni delle popolazioni presso le quali si è inviati manifestando grande fiducia nei loro confronti e valorizzando le risorse di cui essi sono in possesso;

-         Fare causa con la gente : Significa condividere lo stile di vita e la sorte degli ultimi che può por­tare,in conseguenze estreme,alla persecuzione e al martirio.

 

PIE MADRI DELLA NIGRIZIA

 

Il profilo della Missionaria per l’Africa , tracciato da Comboni stesso, esigeva che la Missio­naria fosse una “donna innamorata di Cristo” sempre impegnata nella missione universale.

Oggi, unite da questo ideale, le Pie Madri della Nigrizia formano un istituto esclusivamente missionario e operano in quattro contineneti e trentuno paesi.

 

 

MISSIONARIE SECOLARI COMBONIANE

 

Sono missionarie consacrate a vita per la cooperazione missionaria nell’animazione della Chiesa locale e nel servizio della missione.Esse sono inserite nelle diverse realtà umane secondo lo stile proprio dei laici.

Sono impegnate in attività di animazione missionaria come:incontri, convivenze, edizione e diffusione di stampa missionaria e audiovisivi, gestione a Bogotà (Colombia) del “Centro di Comunicazione senza Frontiere”.Cooperano in progetti di sviluppo  e promozione umana e cristiana anche con orga­nismi di volontariato intrenazionale.

 

 

LAICI MISSIONARI COMBONIANI

 

I laici comboniani sono laici celibi o sposati che partecipano all’attività missionaria della Chiesa.

Rappresentano quindi in prospettiva un vero e proprio movimento,formato da cristiani di tutte le età e condizioni sociali.

Coloro che sono già impegnati in un servizio missionario nel mondo sono circa cinquanta ed operano in diversi paesi tra cui Brasile, Centrafrica, Guatemala, Ecuador, Ghana,  Kenja , Messico, Perù, Tchad, Sud Africa e Uganda. Questi missionari provengono e sono sostenuti da varie province com­boniane europee ed americane.

In numero maggiore sono invece i laici impegnati in animazione missionaria sul territorio che promuo­vono iniziative culturali e informative e diffondono con tutti i mezzi gli ideali missionari.

 

MISSIONARIE SECOLARI COMBONIANE

 

Sono missionarie consacrate a vita per la cooperazione missionaria nell’animazione della Chiesa locale e nel servizio della missione. Esse sono inserite nelle diverse realtà umane secondo lo stile proprio dei laici.

Sono impegnate in attività di animazione missionaria come: incontri, convivenze, edizione e diffusione di stampa missionaria e audiovisivi, gestione a Bogotà (Colombia) del “Centro di Comunicazione senza Frontiere”. Cooperano in progetti di sviluppo  e promozione umana e cristiana anche con orga­nismi di volontariato internazionale.

 

GIEMME-GIOVANI E MISSIONE

 

Il Giemme è il cammino che i Comboniani offrono ai giovani sensibili alle problematiche missiona­rie.

Si propone di aiutare i giovani sopra i diciassette anni a :

-Farsi missionari “ad gentes” come scelta di vita;

-Attivarsi come volontari internazionali e laici missionari;

-Contribuire all’animazione missionaria della Chiesa locale

-Collaborare alle iniziative missionarie locali.

 

 

Una pace desolata – I diritti umani negati sui Monti del Sudan

 

 

Fonti :

Questo ricco dossier è riportato sul sito internet dell’associazione di volontariato senza fini di lucro “peacelink”, che si batte per la pace, la non violenza, il rispetto dei diritti umani, la liberazione dei po­poli oppressi, il rispetto per l’ambiente e la libertà di espressione.

Una delle numerose iniziative portata avanti da questa associazione è una missione ecumenica del mis­sionario comboniano Don Renato Kizito Sesana, a strettissimo contatto con la durissima realtà della povertà nel Sudan.

 

Cosa è accaduto :

I Nuba sono un popolo nero, non-arabo, che occupa un territorio di confine del Sudan del Nord. I governi sudanesi hanno cercato di arabizzare i Nuba, soprattutto da quando è andato al potere il FIN (Fonte Islamico Nazionale), che ha adottato politiche che mirano a portare l’arabizzazione a livelli estremi.

Il governo ha lanciato varie offensive militari nei confronti dei Nuba e delle forze della SPLA, che dal 1985 sono isolate nelle zone più impervie dei territori nord di confine, la più feroce delle quali nel 1992 dopo la dichiarazione di una jihad (guerra santa); da allora il governo compie i più atroci crimini nei confronti di questa minoranza.

Infatti i Nuba sono costretti a vedere i loro villaggi bruciare ed essere saccheggiati, le loro donne vio­lentate e i loro bambini rapiti.

Il governo ha creato dei campi di pace con cui spera di togliere all’SPLA l’approvazione da parte della popolazione civile e di creare “una nuova identità Nuba in sintonia con i precetti del FIN e della chiamata collettiva”.

Le reazioni dell’SPLA sono durissime, ma tuttavia inferiori per la scarse risorse ai bombardamenti aerei attuati dal governo.

 

 

Le ragioni nascoste:

Le terre occupate dai Nuba fanno parte dei territori più fertili di tutto il Sudan e l’SPLA controllava i territori in cui sono ubicati i più redditizi giacimenti petroliferi dell’Alto Nilo al confine con l’Etiopia.

Il timore del governo era che il conflitto coinvolgesse anche questi territori, così esso portò avanti l’offensiva in modo che essa non si spostasse dai territori ad est, chiamati Nilo Blu.

 

 

Conseguenze :

Il governo sudanese ha commesso eccidi di massa e ha costretto la popolazione a spostamenti forzati nei campi di pace. Tutto ciò ha provocato lo spopolamento e la desolazione di quella che era l’area più ricca di tutta la nazione e ora invece è diventata praticamente incoltivabile.

La popolazione vive una situazione di miseria, è affamata ed ormai è costretta ad indebitarsi per com­prare quel poco, ma carissimo cibo, che la loro terra è ancora in grado di produrre.

La gente vive alla giornata: “mangi ciò che hai oggi e domani vivi pensando a Dio”.

“A dispetto delle accuse e delle pressioni internazionali, il governo del Suda tenta di mantenere uno stretto embargo sull’area non controllata dei Monti Nuba.”

 

Conclusioni :

Nel Sudan la situazione non cambia, nonostante l’annuncio della firma del trattato di pace fatto dal presidente Omer al Bashir: “negli ultimi sette anni la nostra lunga marcia per la pace è stata ricca e attava. La nostra lotta per la pace, nel passato e nel futuro, non è più una lotta di fronte alla guerra, ma piuttosto la reale attuazione dei valori di giustizia ed equità fra i cittadini e le regioni di questo pa­ese.”

Questa situazione, però non è stata sufficientemente presa in esame dalle Nazioni  Unite, in quanto, essendo i Monti Nuba lontani dai confini di altri paesi, non ci sono profughi.

Africanrights ha un programma di monitoraggio dei diritti umani sui monti Nuba. Undici volontari svolgono un’intensa attività in questo senso, raccogliendo, verificando e trasmettendo tutto il mate­riale ed i documenti reperiti. Queste informazioni vengono poi inviate alla sede supervisore a Londra.

 

“Al furto, alla strage e alla violenza sessuale essi danno il nome di governo, creano una desola­zione e poi la chiamano pace”                          -Tacito, Agricola-

 

I Comboniani e le loro missioni

 

 

Padre Firmo Bernasconi opera in una missione comboniana nella Repubblica democratica del Congo, un paese grande otto volte l’Italia, con cinquanta milioni di abitanti. Questo paese ha alle spalle molti anni crisi politica e guerra civile, ancora in atto.

Allo stato attuale il risultato è un paese in via di spartizione, sicuramente in ginocchio, di fatto non go­vernato e forse ingovernabile, dove la corruzione e la mancanza di legalità hanno invaso ogni set­tore della vita.
In una situazione in cui la gente deve badare a sopravvivere e non vede nessuna prospettiva, si apre la strada a qualunque tipo di comportamento… Noi lavoriamo sulle relazioni, su un progetto comunitario, ciò che facciamo non è semplicemente fare qualcosa di utile, è aiutare le persone a ritrovarsi, a ritrovare dignità.”
I missionari e la chiesa locale si sono trovati a fare i conti con una classe politica e amministrativa il cui più grande interesse è il procurarsi il cibo. Il Congo rischia che prevalga la politica delle grandi e delle piccole convenienze. A tutto ciò questa missione risponde con i valori del Vangelo, che, se­condo i missionari, si devono “tradurre in esperienza concreta di responsabilità, di coesione, di fra­tellanza.”

Una mentalità comune anche in questo paese, è quella di adeguarsi al peggio “invece i valori cristiani in­segnano  all’uomo a prendere in mano la propria vita. La chiesa ha un grande ruolo da gio­care, ma anche un grande limite che dobbiamo riconoscere. Abbiamo formato catechisti e anima­tori della liturgia in abbondanza, ma quante persone abbiamo. preparato ad agire in quell’ambito che definiamo giustizia e pace?
Forse siamo di fronte a tanti battezzati, ma a pochi cristiani.”

I Comboniani  sono convinti che il loro ruolo non sia solo quello di evangelizzare il Congo, ma non devono separare la fede dalle vicende politico-sociali.
Ci sono movimenti ecclesiali che passano intere nottate a pregare e spesso instaurano anche rela­zioni fraterne tra di loro: è una cosa positiva che aiuta a stringere i denti e ad andare avanti in una situazione difficile. Però, perché a questi gruppi mai viene in mente di individuare le cause della difficoltà e cercare di modificarle? Perché limitarsi a sopravvivere?
 In ogni caso c’è una certa coscienza civile. “Ci sono gruppi che all’interno delle parrocchie s’impegnano nelle commissioni giustizia e pace o nell’ambito dell’impegno per i diritti umani: sono ben organizzati, hanno buoni leader, fanno documenti, si muovono.

Un ruolo fondamentale è quello delle donne, “la spina dorsale della famiglia e della parrocchia”.

Obiettivi prossimi:

- Animare un progetto pastorale della chiesa locale. Che significa meno protagonismi missionari indi­viduali e più coinvolgimento nelle priorità e nei bisogni della comunità cristiana.

-         E’ necessario continuare nella formazione/informazione, anche attraverso interessanti iniziative come alcuna già promosse dagli stessi missionari, quali la produzione di riviste e programmi radio­fo­nici in quanto la radio è ancora lo strumento di comunicazione più disponibile in questo paese.

-         Focalizzare l’attenzione sul problema della sanità, sulla prevenzione dell’AIDS e della malnutri­zione.

-         Continuare nell’opera sensibilizzazione al problema dell’analfabetismo e quindi prodigarsi per l’educazione scolastica di base.

-         Condividere la vita dei più poveri e abbandonati.

 

 

 

 

EMERGENCY

 

 

 

 

 

 

A CURA DI

IVANA MORELLI

DANIELA CARELLA

 

 

EMERGENCY

 

 

 

- Attività umanitarie di EMERGENCY-

Fin dall’inizio, le attività umanitarie di EMERGENCY si sono concentrate sui casi di civili feriti di guerra, in particolare sul trattamento e sulla riabilitazione delle vittime di mine antiuomo.

Complessivamente, dall’inizio della attività, EMERGENCY ha assistito oltre 300.000 vittime di guerra.

 

-EMERGENCY in Iraq -

Nel marzo 1995, EMERGENCY ha dato inizio al suo intervento umanitario nel Nord Iraq, la regione abitata da curdi. Inizialmente, è stato ristrutturato e attivato un ospedale abbandonato a Choman, vil­laggio di un’area densamente minata prossima al confine tra Iraq e Iran. Oltre all’attività chirurgica, si sono svolti interventi di medicina di base, aprendo distretti sanitari nelle zone più isolate.

Nel luglio 1995 sono iniziati i lavori di costruzione del Centro Chirurgico di Sulaimaniya, in Nord Iraq, aperto nel febbraio 1996. E’ l’unico Centro chirurgico per vittime di guerra e delle mine an­tiuomo nell’area meridionale della regione. Il Centro comprende anche i reparti ustionati pediatrici e unità per lesioni spinali.

Nel febbraio 1998, EMERGENCY ha aperto il Centro di Riabilitazione e Reintegrazione Sociale a Sulaimaniya, che include una officina ortopedica per la produzione di protesi di arti inferiori e supe­riori e di altri strumenti ortopedici e ausili per i disabili.

Il Centro fornisce inoltre un addestramento finalizzato al reinserimento sociale e lavorativo dei pazienti handicappati. Il settanta per cento dello staff impiegato nel Centro è costituito da pazienti disabili, vit­time di guerra o di mine antiuomo.

Nell'agosto 2001 viene inaugurato il Centro di Riabilitazione e Reintegrazione sociale di Diana, gestito in cooperazione con il già esistente Centro di produzione protesi, in base ad un accordo con Unops che prevedeva di avviare le attività e seguirle per la durata di un anno. Il Centro comprende quattro la­boratori di formazione professionale (lavorazione legno, ferro, pelle e sartoria) e fornisce fisio­terapia non solo a vittime di guerra e delle mine antiuomo, ma anche ad altre patologie.

 Nel corso del 2001 sono stati aperti tre nuovi posti di pronto soccorso a Choman (febbraio), Sida­kan (maggio) e Khormal (novembre). I primi due fanno riferimento all’ospedale di Erbil e il terzo a quello di Sulaimaniya.

EMERGENCY gestisce in Nord Iraq 21 posti di pronto soccorso, 2 Centri Chirurgici e due Centri Riabilitazione e Reintegrazione sociale.

 

-EMERGENCY in Cambogia-

Nel marzo 1997, EMERGENCY ha avviato la costruzione di un Centro chirurgico per feriti di guerra a Battambang, in Cambogia, in una provincia particolarmente colpita dalla tragedia delle mine an­tiuomo. L’ospedale, intitolato a Ilaria Alpi, è operativo da luglio 1998.

Nel gennaio 1999, presso il Centro Chirurgico Ilaria Alpi di Battambang, l’attività chirurgica viene al­largata alla chirurgia ricostruttiva e ortopedica, per poter far fronte ai numerosissimi casi di polio­mie­lite (dovuti all’assenza di vaccinazioni durante la guerra) e di malformazioni congenite.

Nel corso del 1999, in Cambogia vengono aperti quattro posti di primo soccorso, per assistere i feriti meno gravi da curare in loco e intervenire tempestivamente sui casi urgenti, prima di trasferirli al Cen­tro chirurgico di Battambang.

 

-EMERGENCY in Afghanistan-

Nell’agosto 1999, EMERGENCY avvia la costruzione di un Centro chirurgico per vittime di guerra ad Anabah, nella Valle del Panshir, Afganistan settentrionale. Il Centro è operativo dal dicembre dello stesso anno.

Nel dicembre 1999 in Afganistan vengono aperti due Posti di primo soccorso vicino alla linea del fronte a nord della capitale Kabul.

Fra luglio e agosto del 2000 in Afganistan vengono avviati quattro Posti di primo soccorso in zone vi­cine al fronte e nelle aree maggiormente minate.

Nel luglio del 2000 è iniziata la costruzione di un secondo ospedale in Afganistan, a Kabul; i lavori sono terminati agli inizi di dicembre e il Centro è stato inaugurato il 25 aprile 2001. A seguito di un’irruzione della polizia religiosa talebana, EMERGENCY ha deciso di sospendere le attività il 17 maggio per riprenderle il 10 di novembre 2001.

A marzo 2001 è iniziato il “programma sociale” a favore delle vedove di guerra della Valle del Panshir, che prevede la fornitura a 400 famiglie, scelte tra le più bisognose, di alcuni capi di bestiame per l’allevamento e il mangime necessario per sei mesi. A fine luglio 2002 erano state sostenute circa 250 donne e le loro famiglie.

Nella primavera del 2001 EMERGENCY ha allestito un Centro Sanitario a Bagram in collegamento con il Posto di primo soccorso. Sul modello del Centro sanitario di Bagram e su richiesta delle varie comunità locali si sta potenziando la rete dei Posti di primo soccorso e Centri per la medicina di base in varie zone del paese, quelle più isolate e quelle completamente prive di assistenza sanitaria. A fine luglio erano aperti 11 Posti di primo soccorso e

Centri sanitari dotati di ambulanza 24 ore al giorno, 3 Posti di primo soccorso senza Centro sanitario e 2 Centri sanitari.

Nel 2001 viene inaugurata l’attività di EMERGENCY nelle carceri con l’apertura di una clinica nella prigione di Duab, nella valle del Panshir.

 

- EMERGENCY in Sierra Leone-

Il 1 novembre 2001 hanno inizio le attività cliniche, rivolte a tutte le emergenze chirurgiche, alla chirur­gia di guerra e a quella ortopedica e ricostruttiva.

Il programma in Sierra Leone prevede l’apertura di altri Centri per la medicina di base in diverse aree del paese per affrontare una mancanza grave di assistenza sanitaria qualificata e gratuita.

 

 

Altri interventi umanitari di EMERGENCY

 

 

Nel 1994, durante il conflitto in Ruanda, EMERGENCY ha ristrutturato e riattivato l’ospedale della capitale Kigali. In quattro mesi è stata fornita assistenza chirurgica a oltre 600 feriti causati dal con­flitto interno, così come a vittime di mine antiuomo. Inoltre, è stato attivato il reparto maternità nel quale è stata data assistenza medica e chirurgica ad oltre 2.500 pazienti.

Nel 1995, durante la guerra in Cecenia, EMERGENCY ha distribuito farmaci essenziali e materiale di pronto soccorso per aiutare la popolazione civile e i profughi interni in fuga dalla guerra civile.

Tra i nuovi interventi di EMERGENCY c’è l’allestimento e la conduzione - per un periodo limitato di tempo - di un Centro protesi per le vittime del terrorismo in Algeria, a Medea, un zona a 80 Km. dalla capitale, sede principale del movimento integralista. Qui esiste dal 2000 una struttura all’interno dell’ospedale pubblico, alla quale EMERGENCY fornirà macchinari e componenti per la produ­zione di protesi. L’intervento sarà completato dall’invio di un tecnico ortopedico e di un fisioterapista che avranno il compito di formare il personale locale fino a che, dopo i primi sei mesi, la struttura potrà essere gestita interamente dal sistema sanitario nazionale.

 

 

EMERGENCY HA CURATO DECINE DI MIGLIAIA DI PERSONE ANCHE GRA­ZIE ALLA CONSAPEVOLEZZA, L'ENTUSIASMO, LA FANTASIA E L'IMPEGNO DI TANTI.

COSA SI PUO’ FARE ?

EDUCAZIONE ALLA PACE

 

·        Seguire quello che accade ai propri simili; non essere estraneo a ciò che succede nel mondo.

·        Sensibilizzare e coinvolgere familiari, amici e conoscenti sui temi della pace e del­l'aiuto umanitario.

·        Promuovere momenti di informazione: incontri nelle scuole, conferenze, dibattiti, mo­stre.

·        Aderire agli appelli di Emergency .



SOSTEGNO FINANZIARIO

 

·        Diventare sostenitore di Emergency

·        Richiedere la tessera di adesione

·        Promuovere e seguire iniziative di raccolta fondi

·        Effettuare donazioni on-line.

 

 

PARTE

SECONDA

 

FAO

 

 

 

A CURA DI

DANILO SALATINO

 

 

F A O

 

La F.A.O. è un’organizzazione fondata in America nel 1945, inserita nel sistema delle NAZIONI UNITE. Fanno parte della FAO i 180 paesi membri e la COMUNITA’ EUROPEA.

La sigla FAO sta a significare organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura. Ogni due anni i rap­presentanti dei paesi si riuniscono in assemblea per esaminare il lavoro svolto ed approvare pro­grammi e bilanci per il biennio successivo. Diamo uno sguardo piu’approfondito ai compiti di quest’organizzazione...

Che cosa fa la FAO: la FAO innanzi tutto offre aiuti ai paesi in via di sviluppo con assistenza tecnica e progetti socio-economici, inoltre fornisce INFORMAZIONE, raccoglie dati su nutrizione, alimen­ta­zione, agricoltura e foreste, pesca e ambiente; si occupa anche di consulenza politica sulle pianifica­zioni agricole per incrementare nelle aree di sottosviluppo le risorse agricole e alimentari.

Infine la FAO rappresenta un foro neutrale in cui si possono tenere assemblee sui relativi problemi e sulle loro eventuali risoluzioni.

Vertice mondiale sull’alimentazione: nel 1996 si è tenuto a Roma il primo vertice mondiale sull’alimentazione che trattava di problemi relativi alla fame nel mondo, con l’intento di portare aiuto ai paesi sottosviluppati e di diminuire l’incidenza di questo problema. I punti cardine di questa dichiara­zione sono stati:

-lo sradicamento della povertà al fine di assicurare approvvigionamenti stabili di cibo

-il mantenimento della pace

-prendere misure per arginare le migrazioni

-prevenire e tamponare le catastrofi naturali a danno dell’agricoltura

Fanno parte della FAO alcune organizzazioni non governative (ONG) che hanno dei compiti relativi a quelli della FAO ma di minore entità quali:

-la globalizzazione dell’economia

- l’agricoltura industrializzata

-sostenere le capacita’ dei piccoli produttori

-misure di prevenzione e rafforzamento dell’agricoltura

-diritto all’alimentazione

 

 

LA FAO INSIEME CON LE MISSIONI UMANITARIE ...

 

 

E’ stata indetta una missione umanitaria in KOSOVO e AFGHANISTAN affinché questi due paesi colpiti in precedenza delle guerre possano poter ritrovare la forza di proseguire nonostante le ferite causate dalla guerra. Sono stati inviati fondi monetari e derrate alimentari raccolti in precedenza grazie a tantissimi volontari facenti parte dell’ONU e delle associazioni che operano con la FAO stessa.

Maratona del millennio per i bambini del mondo

Si è svolta nel settembre 2002 una maratona particolare...senza sportivi che hanno dovuto correre ma persone generose, professionisti, artisti, calciatori che hanno messo all’asta oggetti personali il cui ri­cavato è stato dato in beneficenza.

In questi anni grazie agli aiuti delle nazioni europee, in Italia stanno per essere edificate delle casa di accoglienza per i bambini che necessitano di cure adeguate.

 

 

 

UNHCR

 

 

 

 

 

A CURA DI

LUCREZIA ALBERGA

CLAUDIA PUGLISI

MARIA ROMITO

 

 

 

UNHCR

 

L’Unhcr in breve

E’ stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1951, per aiutare i circa due milioni di rifugiati rimasti in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Da allora in poi, il problema dei rifugiati si è trasformato in un’emergenza globale. L’organizzazione ha già aiutato decine di milioni di rifugiati, vincendo due Premi Nobel per la Pace, per la sua attività, ma oggi il problema è più grave che mai.

 

Il mandato principale dell’Unhcr è di:

-         Offrire protezione legale ai rifugiati e cercare delle soluzioni durature ai loro problemi, aiutandoli a tornare volontariamente alle loro abitazioni, sostenendoli in altre nazioni, aiutandoli a uscire dalle condizioni di esuli.

-         Assistere altri gruppi di persone, quali quelle che sono sfollate all’interno delle proprie nazioni, e offrire servizi specializzati quali gli aiuti alimentari di emergenza, l’assistenza medica, i servizi di comunità e le strutture educative.

-         Combattere contro la progressiva burocratizzazione degli interventi.

Per l’efficace adempimento del proprio mandato di protezione, l’Unhcr deve raggiungere liberamente e senza intralci tutti i rifugiati ovunque si trovino e, in particolare, anche gli apolidi e gli sfollati, sono denominati competenza dell’Unhcr.

 

 

Chi è il rifugiato

E’ chiunque si trovi fuori del proprio paese e non voglia far ritorno, né avvalersi della protezione di tale paese, a causa di:

-         un fondato timore di persecuzione per motivi di razza, di religione, di politica, di appartenenza a un particolare gruppo sociale;

-         un pericolo per la propria vita o incolumità, a seguito di un conflitto o altre forme di violenza genera­lizzata, che turbano gravemente l’ordine sociale.

Rimpatriati

I rimpatriati sono rifugiati che tornano volontariamente nel paese d’origine o cessano di essere rifugiati nel momento in cui attraversano la frontiera della stato incaricato dall’assemblea generale dell’Onu di proteggere i rimpatriati, sia durante il viaggio di ritorno che dopo il rientro in paese come pure di faci­litare la ricerca di soluzioni durevoli ai loro problemi.

Apolidi

L’apolide è un individuo che nessun paese considera proprio cittadino, nonostante la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo stabilisca che tutti hanno nazionalità e che nessuno dovrebbe es­serne arbitrariamente privato. L’Unhcr è stato designato per assistere fornendo loro consulenza e ogni ge­nere di bisogno.

Sfollati

Gli sfollati possono essere definiti, in generale, come persone costrette ad abbandonare in massa le loro case, improvvisamente o inaspettatamente a seguito di conflitti armati, lotte interne, catastrofi natu­rali o provocate dell’uomo, ma rimaste sul territorio d’origine.

Quando si può parlare di emergenza rifugiati

In qualunque situazione in cui la vita o il benessere dei rifugiati possano essere messe in pericolo. I seguenti indicatori segnalano una chiara situazione d’emergenza:

Tasso di mortalità: più di due parsone al giorno su 10mila

Disponibilità di viveri: meno di 2100 calorie per persona al giorno

Disponibilità d’acqua: meno di 10 litri a persona al giorno

Qualità dell’acqua: più del 25% degli individui affetti da diarrea

Superficie dell’insediamento: meno di 30 metri quadrati a persona

Rimpatrio volontario

La maggior parte delle massicce emergenze di rifugiati si risolvono con il rimpatrio volontario, una volta che il pericolo al quale avevano voluto sfuggire si è risolto o notevolmente ridotto.

Per “integrazione in loco”, s’intende l’assimilazione nel paese d’asilo.

Reinsediamento in un paese terzo

L’integrazione in un paese terzo va preso in considerazione quando gli sfollati non possono né rim­patriare né sistemarsi nel paese di primo asilo.

Si decide il reinsediamento quando non c’è altro modo di garantire la sicurezza fisica o legale degli interessati.

Reinsediamento d’emergenza

Viene deciso quando il rischio per l’incolumità e/o la salute del rifugiato è talmente immediato da ri­chiedere il suo allontanamento, di pochi giorni, se non di poche ore, dalla situazione di pericolo.

 

 

La storia dell’assistenza dell’Unhcr

L’Unhcr – la principale organizzazione mondiale per i rifugiati – esamina le maggiori crisi dei rifugiati degli ultimi 50 anni e l’evoluzione della risposta internazionale al fenomeno dell’esodo forzato.

Con oltre un milione di persone costrette, nel solo 1999, ad abbandonare le loro case nel Kosovo, a Timor Est e in Cecenia, è chiaro che il problema dell’esodo forzato continuerà nel 21° secolo a costi­tuire una delle principali preoccupazioni della comunità.

L’Unhcr, nei 50 anni della sua esistenza, è stato coinvolto nelle principali crisi mondiali: dai massicci movimenti di popolazione avvenuti in Europa alla fine della seconda guerra mondiale, alla fuga dei ri­fugiati dall’Ungheria nel 1956, e poi le crisi legate al processo di decolonizzazione in Africa, quella dei rifugiati del Bangladesh nel 1971, il lungo esodo dall’Indocina, iniziato negli anni ’70, come pure gli esodi di massa causati dalle interminabili guerre degli anni ’80 in Afghanistan, nel Corno d’Africa e in Centroamerica.

Passando poi alle sfide degli anni ’90, ci sono gli spostamenti di popolazione nell’ex regione sovie­tica, l’esodo curdo dall’Iraq settentrionale dopo la guerra del Golfo, le politiche d’asilo sempre più restrittive attuate in Europa e in Nordamerica, nonché le recenti crisi dei Balcani, dei Grandi Laghi, di Timor est e del Caucaso.

L’Unhcr ribadisce la necessità di trovare soluzioni durevoli al fenomeno dell’esodo forzato. Senza la sicurezza dei singoli individui, infatti, non possono esserci nel mondo né pace né stabilità.

 

Analisi difesa

Tanto il budget quanto l’organico di una delle più importanti agenzie delle Nazioni Unite, l’Alto Commissariato per i Rifugiati, subiranno il prossimo anno considerevoli tagli. L’Unhcr dipende, quasi esclusivamente, dai finanziamenti dei paesi donatori molti dei quali, negli ultimi anni, hanno considere­volmente diminuito il proprio contributo. L’Unione Europea, che fino al 1995 aveva concorso in mi­sura pari al 21% del budget annuo, pur lamentando il crescente numero delle richieste di asilo, ha ri­dotto progressivamente la propria quota fino all’attuale 5%. Gli USA, al contrario hanno accresciuto il loro contributo attualmente pari a 1/3 del bilancio. Un considerevole incremento è stato inoltre offerto dai paesi scandinavi e dal Giappone.

Nonostante le restrizioni economiche, il progetto dell’Alto Commissario Ruud Lubbers è ambizioso: trasformare l’Unhcr in una vera istruzione multilaterale attivamente sostenuta e co-gestita da gran parte della comunità internazionale.

Attualmente, circa 25 milioni di persone rimaste all’interno del proprio paese in condizioni di vita mi­nimali a causa di un complesso non possono avere aiuto da parte dell’Unhcr senza una richiesta del governo al potere.

E come se non bastasse, la riduzione del budget potrebbe ostacolare l’attività dell’Unhcr che nel cin­quantesimo della convenzione di Ginevra cerca di ricordare che cinquanta milioni di reietti non rap­presentano solamente un sintomo dei mali della nostra epoca, ma anche la sua vergogna.

 

L'UNHCR: LA NASCITA


L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (in inglese, Office of the United Nations High Commissioner for Refugees - UNHCR) è un organo sussidiario delle Nazioni Unite, posto sotto l'au­torità dell’Assemblea Generale, creato nel 1950 per fornire protezione internazionale, e cercare solu­zioni permanenti al problema dei rifugiati.
L’Alto Commissario è eletto dall’Assemblea Generale su proposta del Segretario Generale delle Na­zioni Unite. Il mandato dell’organizzazione, che viene attualmente rinnovato ogni cinque anni, do­vrebbe teoricamente coincidere con quello affidato all’Alto Commissario. In pratica però può verifi­carsi una sfasatura allorché l’Alto Commissario eletto non desideri un mandato tanto lungo o si ritiri prima del tempo. Dal 1° gennaio 2001 è stata sostituita dal nuovo eletto, l’olandese Ruud Lubbers.

 Ogni anno, l’Alto Commissario presenta il rapporto delle attività dell’organizzazione al Comitato Esecutivo (ExCom), che è composto di 54 stati nominati dal Comitato Economico e Sociale delle Na­zioni Unite (Ecosoc) sulla base del loro interesse e coinvolgimento nel problema dei rifugiati.
 La sessione annuale dell’ExCom, che di solito ha luogo la prima settimana d’ottobre, oltre ad appro­vare i programmi per l’esercizio seguente e fissare gli obiettivi finanziari per la loro esecuzione, di­scute problematiche correnti relative al mandato di protezione internazionale dell’UNHCR.

 L’Alto Commissario presenta il suo rapporto anche all’Ecosoc stesso, che lo trasmette all’Assemblea Generale, organo sotto la cui autorità opera l’Alto Commissario. L’Ecosoc e l’Assemblea Gene­rale, possono emanare direttive ed istruzioni che l’Alto Commissario è tenuto a se­guire.

 

I precursori dell’UNHCR

Con il primo dopoguerra, quando si affermarono nuove entità statali, il problema dei rifugiati emerse notevolmente e si cercarono delle prime soluzioni.

La Società delle Nazioni (madre delle Nazioni Unite) affidò al norvegese Nansen il compito di risol­vere questa questione. Egli identificò alcuni gruppi nazionali che non avevano la protezione dei loro governi per gli sconvolgimenti geopolitici e negoziò, con notevole difficoltà di un’altra guerra.

Nel 1933 era creato l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Rifugiati p, per garantire a queste persone assistenza umanitaria, documenti d'identità validi per viaggiare, ed eventualmente la possibilità di stabi­lirsi in maniera permanente in un nuovo paese.
La situazione non si era ancora risolta quando già si parlava provenienti dalla Germania - il cui man­dato venne in seguito esteso ai rifugiati provenienti dall’Austria dopo l’annessione del 1938.
Nel 1947, l’Organizzazione Internazionale per i Rifugiati (IRO) fu incaricata di occuparsi di quanti si trovassero all’estero a causa della guerra recentemente conclusasi. Di fatto, la maggior parte di co­loro che desideravano rimpatriare, lo avevano già fatto spontaneamente o sotto gli auspici dell’UNRRA (United Nations Relief &Rehabilitation Administration). Quindi l’IRO si occupò di coloro che non desideravano tornare a casa, riconoscendo valide motivazioni, come persecuzioni razziali e riguardanti la religione, tali da giustificare il rifiuto al rimpatrio, e il proseguimento della protezione e as­sistenza da parte della comunità internazionale.
L’Organizzazione Internazionale per i Rifugiati ebbe vita intensa ma breve e travagliata: cessò di fun­zionare dopo appena quattro anni.

 

Quando nacque?

Nel 1949 l’Assemblea delle Nazioni Unite decise di creare una nuova organizzazione per i rifugiati ed entrò in funzione dal 1950.

Lo statuto

Lo statuto dell’UNHCR definisce la competenza dell’Alto Commissario in termini universali. Lo sta­tuto dell’UNHCR, a differenza delle organizzazioni passate non intendeva i rifugiati come apolidi ma, conteneva una definizione di generale ma, individuale applicazione.
Il fulcro della definizione universale è il fondato timore di persecuzione a causa di razza, religione, na­zionalità, od opinione politica, associato all’impossibilità o al rifiuto di avvalersi della protezione di­plomatica del proprio paese.

Inoltre, l’Alto Commissario deve agire al di là degli interessi politici di parte, ed ha la responsabilità di assicurare protezione internazionale e di cercare soluzioni permanenti per le persone di sua com­pe­tenza.
Altro punto importante è l’espressione “protezione internazionale”che è intesa in riferimento alla man­canza di protezione diplomatica di cui soffrono i rifugiati i quali, trovandosi all’estero senza le ga­ran­zie normalmente legate alla presenza di uno stato competente a difenderne gli interessi, possono tro­varsi soggetti ad abusi da parte dello stato straniero in cui si trovano. Quindi, l’Alto Commissario deve essere considerato "l’ambasciatore" dei rifugiati. La ricerca di soluzioni permanenti deve com­pletare il tutto perché lo status di rifugiato dovrebbe essere soltanto una parentesi nella vita di una per­sona.
Lo statuto riporta una serie di attività e misure di cui l’Alto Commissario può servirsi per adempiere ai suoi doveri. Queste consistono essenzialmente nella:

-         Promozione della ratifica e supervisione dell’applicazione di convenzioni internazionali e altre mi­sure per la protezione dei rifugiati.

-          Promozione dell’ammissione dei rifugiati nel territorio di paesi d’asilo - inclusi quelli non firmatari della Convenzione di Ginevra, che nell’art.35 impone l’obbligo agli stati di collaborare con l’Alto Commissario. Il monitoraggio e l'intervento avvengono secondo le norme ritenute più opportune in difesa dei diritti fondamentali dei rifugiati. 

-         In alcuni paesi l’UNHCR svolge una funzione quasi-consolare a favore dei rifugiati. In Italia, per esempio, l’UNHCR rilascia il nulla osta ai rifugiati che intendono sposarsi.

-          Il processo di determinazione dello status di rifugiato è essenziale perché il pieno godimento dei diritti loro assegnati dipende dal riconoscimento formale della loro condizione.

-         Assistenza a governi e organizzazioni per favorire il rimpatrio volontario o l’assimilazione all’interno di nuove comunità nazionali. Il rimpatrio volontario è normalmente considerato la solu­zione mi­gliore, quando possibile. Quando questo non appaia invece fattibile in un ragionevole pe­riodo, o in certe condizioni, l’UNHCR cerca di negoziare la possibilità dell’integrazione locale nel paese d’asilo. Il reinsediamento in un paese terzo può essere molto utile per favorire il ricongiun­gimento familiare o nel caso in cui il paese d’asilo non offra sufficienti garanzie di sicurezza. È però una pos­sibilità molto costosa.

-         Raccolta d’informazioni rispetto al numero, alle condizioni dei rifugiati, e alla legislazione che li con­cerne nei vari paesi d’asilo. L’UNHCR ha anche una funzione di raccordo e di stimolo per la ri­cerca e lo studio dei problemi che riguardano i rifugiati, che utilizza nella sua funzione consultiva presso i governi e le organizzazioni interessate.

-          Facilitazione del coordinamento degli sforzi delle organizzazioni private che si occupano del benes­sere dei rifugiati. Il ruolo di coordinamento è divenuto uno dei capisaldi dell’operato UNHCR.

-         L’Alto Commissario aveva la facoltà di amministrare fondi pubblici e privati per l’assistenza ai rifu­giati. Di fatto, però, l’Alto Commissario era vincolato ad ottenere il permesso dell’Assemblea Gene­rale prima di poter lanciare appelli per i fondi.

Lo Statuto non è mai stato modificato o ampliato, perché i vari problemi di cui, con il passare del tempo, l’UNHCR si è occupato sono tutti in relazione con i rifugiati.

 

 

UNHCR denuncia la crisi umanitaria in Colombia, lancia la campagna aiuti

 

 Il giorno 13 novembre del 2002 l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Ruud Lubbers, giunto a Milano, ha affermato la situazione grave degli sfollati e dei rifugiati colombiani, indi­cando il rapimento del vescovo cattolico Jorge Enrique Jimenez, attribuito ai guerriglieri del Farc, come sin­tomo della crisi umanitaria nel Paese.

Ludders, che sarà in visita in Colombia alla fine del mese, si è fermato da noi in Italia per inaugurare, alla presenza del sottosegretario agli Esteri Mario Baccini, una raccolta di fondi in favore dei rifugiati colombiani. Il commissario ha anche espresso preoccupazione per la crisi irachena, dicendosi però fiducioso che la risoluzione Onu che obbliga il presidente Saddam Hussein al disarmo riesca a risol­vere la questione senza ricorrere a un attacco militare. Al termine della conferenza stampa all’Armani teatro ha detto ai giornalisti che non va in Colombia per politica, ma per affermare le vere priorità: "[La priorità] non può essere quella di combattere per il controllo del territorio fra fazioni opposte, bensì mettere al centro del futuro di questo Paese il suo popolo, e in primo luogo i bambini ... Questo mes­saggio è ancora più urgente dopo il rapimento del vescovo cattolico: un segnale che questo è un Paese malato e che sta precipitando sempre più un basso ".

Nel solo 2002, ha ricordato Lubbers, la crisi in Colombia ha costretto 200mila persone a fuggire dalle proprie case. Attualmente, secondo le stime dell'UNHCR, circa due milioni di persone sono sfollate come risultato di decenni di conflitto civile che oppone gruppi armati, guerriglieri, paramilitari e forze militari.

Altre decine di migliaia hanno cercato rifugio nei paesi vicini, oltre che in Nord America e in Europa.

 Inoltre, ogni giorno si registrano in varie zone della Colombia tra i 50 e i 70 omicidi. Se nel 2000 la guerra civile aveva travolto 416 delle 1.100 province del Paese, ora sono ben 816.

Necessari 10 milioni di dollari

“Quello che viene fatto per la Colombia - ha detto il sottosegretario Baccini - rientra in quelle azioni concrete, diverse dalla semplice carità, che possono aiutare uno Stato a superare i momenti di crisi. Ci tengo a sostenere queste azioni perché uno dei concetti fondamentali della politica estera italiana è quello della diplomazia preventiva, che deve servire a sostenere le popolazioni in crisi perché non di­ventino manovalanza per la criminalità internazionale e per il terrorismo".Il governo italiano si è impe­gnato per questa campagna dell’UNHCR in Colombia ed ha recentemente stanziato un milione di euro. Ma, Lubbers ha annunciato che per queste operazioni nella regione, da svolgersi nel 2003, l'UNHCR avrà bisogno di oltre 10 milioni di dollari, dei quali 5,6 solo in Colombia e il resto in Ecua­dor, Venezuela e Panama. Infatti è solo uno dei purtroppo tanti paesi che ha bisogno di aiuto imme­diato. L’Alto Commissariato si è espresso anche sulla crisi irachena: "Sono molto preoccupato per l'Iraq e molto contento che ci sia ora una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu che impone a Saddam Hussein il disarmo", ha detto ai giornalisti. "Ci potrebbe essere una grave crisi umanitaria nel Paese, e ovviamente l'UNHCR è preparato al peggio, ma quello che è importante ora è che ci sia un'assunzione di responsabilità anche da parte dei Paesi arabi nello sforzo di disarmare l'Iraq non con un attacco militare, ma con le ispezioni Onu sugli armamenti". Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha approvato una risoluzione che intima all'Iraq di abbandonare ogni eventuale programma per la costru­zione di armi di distruzione di massa, affidando la verifica a una missione di ispettori dell'Onu che ha 50 giorni per riferire poi al Palazzo di vetro. In caso di violazioni, il regime di Baghdad affronterebbe "gravi conseguenze”.

Desplazados

Visto la gravità della situazione;l’Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati ha deciso di produrre un film che raccontasse il dramma colombiano e che sensibilizzasse l’opinione pubblica.

Questo mediometraggio, intitolato “Desplazados” (sfollati), dura 20 minuti ed è stato realizzato da Leonardo Boscardi e Raimondo Mantacheti.

Il mondo della moda italiana e Hollywood hanno già risposto, mobilitando due testimoni d'eccezione come Giorgio Armani e Angelina Jolie, star di “Tomb Raider” e protagonista di questo film.

E’ la storia del viaggio di Angelina Jolie in Colombia, dove si trova a vivere a stretto contatto con uomini, donne e bambini che in pochissimo tempo hanno perso tutto e passando in miseria.

La «missione» dell'attrice, che nel film si vede visibilmente toccata dalle storie che i rifugiati raccon­tano, e la raccolta fondi che il filmato intende avviare (numero verde per donazioni 800.298.000), vo­gliono ricordare all'opinione pubblica che esiste un conflitto dimenticato.

 Anche Giorgio Armani, proprio il giorno in cui ha incontrato Lubbers quando c’è stata anche la pre­sentazione del film, a Milano, ha annunciato il suo impegno per i popoli sconvolti dai con­flitti:venderà i loro prodotti, partendo dai tappeti afgani, per passare all'artigianato di altri Paesi in condizioni eco­nomiche disperate. «Ho pensato di dare loro la possibilità di lavorare per me, ma senza sfruttarli - ha precisato -. La strada migliore sarebbe quella di metterli in condizioni di fare ciò che sanno già fare e poi vendere i loro prodotti.

Ad esempio in Afghanistan, dove si creano bellissimi tappeti, potrei inviare dei telai e poi vendere le loro creazioni. È molto delicato e difficile fare del bene per personaggi come me - ha aggiunto lo stili­sta -. C'è sempre qualcuno che potrebbe pensare che lo faccio per pubblicità. Invece credo che tutti dovremmo impegnarci di più in aiuto di situazioni come quelle in Colombia, anche se sto scoprendo che è più facile fare una collezione che sensibilizzare la gente».

L'Italia, che aiuta da qualche tempo la Colombia, quest'anno ha già devoluto circa un milione di euro al Paese sudamericano.

 

 

Angola: evoluzione della crisi

 

In Angola tutto è nato in seguito all’indipendenza, proclamata nel 1975, dal Portogallo (potenza colo­niale) che scatenò un primo conflitto ad opera dei rivoluzionari dell’UNITA (Unione per l’Indipendenza Totale dell’Angola) e solo nel 1991 fu ristabilita una momentanea pace.

Nel settembre del 1992 ci furono le elezioni che videro prevalere il MPLA (Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola), ciò portò ad un nuovo scontro che ebbe, teoricamente, fine nel 1994 con gli accordi di pace di Lusaka. Ma, nel giugno del 1998 le tensioni politiche aumentarono nuovamente e iniziò una nuova fase del conflitto.

Negli ultimi tre anni la situazione si è aggravata: il numero di sfollati e rifugiati aumentava vertiginosa­mente e il territorio era cosparso da mine che rendevano ancora più difficile il lavoro delle agenzie umanitarie (UNHCR compreso).

Tra il 1999 e il 2000le forze governative riescono a riprendere il controllo pel paese e ad assicurare una minima sicurezza per le agenzie umanitarie.

Nel 2001 non si registrano progressi, anzi il numero degli sfollati continua ad aumentare; non si riesce a riportare la pace.

Solo nel 2002 con la morte del capo dell’UNITA si ha una svolta nel conflitto: il governo angolano, le Nazioni Unite e la comunità internazionale hanno esortato a porre fine al conflitto, attuando gli accordi di pace di Lusaka. Quindi si procedette alla firma del cessate il fuoco tra le forze armate governative e i ribelli.

 

La situazione umanitaria

Dopo 27 anni di conflitto, è chiaro che il popolo angolano è molto provato ma, la situazione è molto drammatica. Gli sfollati al momento sono 4,5 su 12 milioni d’abitanti; poi, c’è l’AIDS che diffonde ed incombe sui bambini insieme alla malnutrizione, ridotta esistenza dell’istruzione primaria ecc… per questo l’UNICEF ha dichiarato l’Angola “il peggior paese al mondo dove essere bambino”.

 

Sfollati: come l’UNHCR gli aiuta

 

Le operazioni umanitarie sono state rese difficili dalla guerra a “singhiozzo”; ma, tra il 1995 e il 1998 vi sono stati più di 100 progetti a rapido impatto che hanno permesso la costruzione di edi­fici sanitari, scuole e strade.

Attualmente, ci sono solo due centri UNHCR in Angola e le attività sono limitate dalla mancanza di si­curezza e finanziamenti.

I settori su cui si lavora di più riguardano: l’istruzione, il sistema igienico-sanitario, la fornitura d’acqua. Inoltre, l’Alto Commissariato si sta dedicando alle donne ed ai bambini, in quanto sono i sog­getti più vulnerabili: sono in atto progetti per il recupero psico-sociale.

In ogni modo tutto ciò ora come ora non basta perché ci sono ancora tanti sfollati che vivono in con­dizioni di sovraffollamento, con quantità insufficiente d’acqua, cibo e assistenza medica.

 

Zambia

 

Vi starete ora chiedendo cosa lo Zambia abbia a che fare con l’Angola in questo discorso… ebbene questa nazione oggi ospita quasi 290mila, di cui 235mila provenienti dall’Angola e nonostante le dif­ficoltà economiche e le possibili ulteriori affluenze di popolazioni, il Governo dello Zambia si dimostra favorevole nei confronti dei rifugiati.

Nei campi dello Zambia dove si concentrano gli angolani l’UNHCR sta fornendo oltre all’assistenza medica, anche i beni di prima necessità- come gli alloggi, il vestiario, il kit per cucinare, ecc…-, e ser­vizi base.Vengono anche promossi progetti per l’autosufficienza agricola.

 

Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati

(UNCHR)

 

 

L'UNHCR (l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ha contribuito a promuovere pro­grammi di aiuto e assistenza agli sfollati e ai rifugiati dell'Azerbaigian. Alcuni sono riusciti ad inte­grarsi nella società azera, altri purtroppo, con la speranza di poter tornare nel loro paese, hanno accettato abitazioni disagevoli soprattutto dal punto di vista igenico-sanitario.

L'UNHCR collabora anche con organismi bilaterali, organizzazioni non governative (ONG),con la Banca Mondiale e con l'Eni per fornire aiuto all'autorità azera al fine di migliorare le condizioni di vita dei rifugiati e degli sfollati dell'Azerbaigian.

Inoltre è stato anche predisposto dall'UNHCR e dai suoi soci un progetto della durata di 18 mesi che promuove l'insediamento stabile di circa 400 famiglie, le quali vengono aiutate ad avere un reddito at­traverso attività imprenditoriali nei settori dell'agricoltura, nell’addestramento professionale e la ge­stione d’imprese, che vengono incentivate con la concessione di micro-crediti e la promozione di programmi di risparmio gestiti dalla stessa comunità; si è cercato di creare servizi per lo sviluppo della comunità attraverso attrezzature e risorse per la gestione dei centri di ricreazione e assistenza ai bam­bini i cui genitori sono impegnati nel lavoro;si è cercati inoltre di costruire abitazioni dotate di ac­qua,luce e servizi igienici, scuole e ambulatori e di assicurare un miglior accesso ai servizi sanitari di base con la collaborazione di gruppi e comitati che si occupano della gestione;e si è infine cercato di contribuire a gestire le risorse idriche attraverso il recupero di pozzi per soddisfare le richieste della comunità.

Le attività previste da questo progetto sono stare realizzate ed oggi infatti le famiglie dei distretti di Agjabedi, Barda, Beylagan, Ganja e Khanlar, hanno case confortevoli,scuole che garantiscono un'i­struzione,un'assistenza sanitaria,un lavoro che permette loro un’autosufficienza e acqua pota­bile.Queste famiglia grazie all'aiuto dell'UNHCR vivono ora in condizioni di vita migliori.

 

Appello dell’UNHCR per il ritorno dei Cingalesi

 

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati,che per più di 15 anni ha operato nello Sri Lanka, ha lanciato un appello per sostenere, con 10 milioni di dollari, il rientro a casa dei Cingalesi, scappati dalla guerra civile, durata 20 anni e conclusasi lo scorso febbraio con il cessate il fuoco.

L’appello dell’UNHCR finanzierà beni di prima necessità per 60 mila famiglie e fornirà protezione e assistenza a 800 mila sfollati interni. L’Alto Commissario Ruud Lubbers ha detto, infatti: “ i Cinga­lesi hanno optato per la pace e la stabilità. I nostri programmi andranno a consolidare quanto tenuto al ta­volo negoziale assistendo le persone a ricostruire le proprie comunità e la loro stessa vita. La co­mu­nità internazionale deve farsi carico dei bisogni di migliaia di Cingalesi che si stanno dirigendo a casa e di molti altri che seguiranno”.

In seguito all’accordo di cessate il fuoco 180mila Cingalesi sono tornati nelle loro abitazioni e altri mille rifugiati hanno spontaneamente fatto ritorno dall’India. Circa 64 mila rifugiati Cingalesi si tro­vano attualmente a Nadu, una provincia dell’India meridionale.

 

UNICEF

 

 

A CURA DI

DANIELA CARELLA

IVANA MORELLI

 

 

UNICEF

 

-Cos’è-

L’UNICEF, Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, è un’Agenzia delle Nazioni Unite fondata nel 1946 per aiutare i bambini vittime della Seconda Guerra Mondiale. Nel periodo tra il 1946 e il 1953 fu presente in vari paesi europei, e anche in Italia, con moltissimi interventi a difesa dei bambini, indiriz­zati alla distribuzione di abiti, derrate alimentari e medicine, e alla costruzione di ospedali e isti­tuti scolastici. Con la graduale ripresa dell’economia dei paesi europei, le attività del Fondo vennero ri­volte ai bambini dei paesi in via di sviluppo in Africa, Asia e America Latina, fino a che nel 1953, a seguito dei risultati ottenuti, le Nazioni Unite decisero di prorogare indefinitamente il mandato dell’UNICEF.

Nel 1965 l’UNICEF riceve il Premio Nobel per la Pace. Nel 1989 viene approvata la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, nella quale si stabilisce che l’UNICEF sia parte in causa per garantire il ri­spetto dei diritti dei bambini di tutto il mondo.

Territorialmente l’UNICEF è presente con il proprio personale in 161 paesi.

 

-Cosa fa-

Oggi il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia opera nel mondo con programmi di sviluppo a lungo termine nel settore sanitario, dei servizi, delle forniture d’acqua, dell’istruzione e dell’assistenza alle madri, oltre che con programmi d’emergenza, per difendere i bambini dalle conseguenze delle guerre e di altre calamità.

Cibo, acqua potabile, vaccini e medicine: portare gli aiuti necessari ai bambini, ovunque ce ne sia bi­sogno, è il lavoro dell’UNICEF. Gli aiuti vengono fatti arrivare dal grande centro di magazzinaggio e imballaggio UNICEF situato a Copenaghen (UNIPAC), per accelerare i soccorsi in caso d’emergenza.

In tutti i paesi in cui lavora, l’UNICEF impiega soprattutto personale locale per garantire un più facile ed efficace rapporto con la popolazione, con le singole famiglie e comunità.

Invece di costruire ospedali, dighe, grandi impianti, l’UNICEF fa un lavoro meno visibile, ma più du­raturo: prepara gli insegnanti e i tecnici locali, forma infermieri e medici, affinché possano operare nei villaggi, utilizza tecnologie semplici, che non richiedono necessariamente la presenza di tecnici stra­nieri. In altre parole, l’UNICEF cerca di aiutare i paesi più poveri a difendere da soli la vita dei loro bambini.

Per salvare i bambini e farli vivere meglio non servono sempre soluzioni costosissime. Spesso basta garantire acqua potabile, vaccinazioni, pochi e semplici farmaci di base, gli strumenti per lavorare e la scuola elementare per tutti.

L’UNICEF è finanziato soltanto con contributi volontari di governi e privati.

 

 

Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia

 

La Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, il più importante tra gli strumenti per la tutela dei diritti dei bambini, è stata approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 no­vembre del 1989 a New York. Essa ha rappresentato un quadro di riferimento organico all’interno del quale collocare tutti gli sforzi compiuti in cinquant’anni a difesa dei diritti dei bambini. Nel corso degli anni ad un’impostazione incentrata sui bisogni essenziali dei bambini si è unita la convinzione che essi ab­biano dei diritti, esattamente come gli adulti, diritti civili e politici, sociali, culturali ed economici.

Fra gli effetti più evidenti della nuova pluralità d’impostazioni culturali e giuridiche c’è senza dubbio il forte accento sui diritti materiali dei bambini e sulla necessità di interventi di cooperazione in­ternazio­nale a sostegno delle politiche per l’infanzia nei paesi più poveri.

Le Nazioni Unite, nel 1989, approvando questa vera e propria “legge” internazionale a difesa dei bam­bini, hanno affidato all’UNICEF il compito di garantirne e promuoverne l’effettiva applicazione ne­gli Stati che l’ hanno ratificata, con un mandato esplicito contenuto nell’art.45.

Per passare dalle parole ai fatti, dalle promesse dei governi che firmavano la Convenzione alle azioni concrete a difesa dell’infanzia, serviva l’esperienza decennale dell’UNICEF, che oggi, accanto ai di­ritti “materiali” dei bambini ha un impegno sempre più vasto: quello di difendere ovunque e in tutte le situazioni i bambini, di lottare per il loro diritto di vivere, di aiutare le famiglie, le comunità locali, i go­verni a rispettare i diritti dell’infanzia. Per adempiere a questo nuovo ruolo l’UNICEF stesso è giunto ad una svolta. Nel suo cinquantesimo anno di vita ha affermato, all’interno della sua “Dichia­razione di Missione”, il ruolo guida della Convenzione.

Gli sforzi che negli ultimi vent’anni l’UNICEF ha compiuto a beneficio dell’infanzia hanno lo scopo di ridurre gli aspetti più drammatici della povertà per la maggior parte dei bambini del mondo. Que­sti obiettivi e questi accordi devono ora essere perseguiti nel contesto della Convenzione.

Suscitare una mobilitazione sociale sul tema dei diritti rappresenta per l’UNICEF un nuovo impegno che si è assunto in tutti i paesi del mondo. Ma è un percorso che richiede la partecipazione attiva dell’opinione pubblica mondiale, mobilitando le famiglie, le forze sociali, i governi e la comunità inter­nazionale perché si attuino i provvedimenti necessari al rispetto dei diritti di tutti i bambini.

 

 

 

 

 

        

 

 

L'UNICEF in Italia

 

 

I Comitati Nazionali rappresentano delle "ambasciate" dell'UNICEF nei paesi dona­tori, ed operano sulla base di specifici accordi internazionali fra l'UNICEF Interna­zionale e i singoli Stati. I 37 Comitati Nazionali per l'UNI­CEF presenti nei paesi indu­strializzati svolgono molti compiti di vitale importanza per l'organizzazione. Essi contribuiscono al bilancio dell'UNICEF attuando campagne nazionali e ini­ziative lo­cali di raccolta fondi, pro­muovono programmi di educazione allo sviluppo e alla in­tercultura­lità indirizzati ai giovani del proprio paese, diffondono informazione e do­cumentazione sulle attività di cooperazione allo sviluppo realizzate dall'UNICEF nel mondo.
Il Comitato Italiano per l'UNICEF è operativo dal 1974, ed è una delle organizzazioni non governative più conso­lidate, riconosciute ed importanti del nostro paese. Si av­vale di una rete di 104 Comitati provinciali e regionali, composti da volontari che operano con impegno e dedizione sull'intero territo­rio nazionale.

Il Comitato Italiano per l'UNICEF è un’Organizzazione non governativa (ONG) e un’Organizzazione non lucra­tiva di utilità sociale (Onlus).

 

Le attività dell'UNICEF in Italia

 

L'azione di sensibilizzazione presso le istituzioni, l'opinione pubblica e la società ci­vile in generale è uno dei compiti più importanti che i Comitati Nazionali svolgono nei rispettivi paesi affinché l'UNI­CEF possa operare con efficacia in favore dell'in­fanzia nel mondo. L'impegno di advocacy (termine inglese che concentra i concetti di patrocinio e di promozione della conoscenza di una causa di ele­vato valore sociale) accompagna e rafforza lo sforzo dei Comitati Nazionali per favorire l'afflusso di ri­sorse finanziarie verso i programmi e i progetti dell'UNICEF. Il Comitato Italiano conduce un'azione di advocacy per l'infanzia a più livelli e in di­versi settori della so­cietà. Tutte le attività dell'UNICEF, dalle iniziative culturali nelle università agli eventi sportivi di solidarietà, hanno il co­mune obiettivo di:
· richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica e del Governo sui bisogni dell'infanzia e delle donne di tutto il mondo e sugli interventi che possono essere svolti tramite l'UNICEF e le istituzioni delle Na­zioni Unite nazio­nali ed internazionali;
· mobilitare l'interesse del pubblico e suscitare la partecipazione allo sforzo per risol­vere i problemi della prote­zione dell'infanzia e della preparazione al percorso della vita;
· sollecitare offerte, donazioni e lasciti per conto del Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia.

 

L’UNICEF opera in 25 paesi colpiti dalla guerra per creare e potenziare un ambiente in cui i bambini siano protetti, cercando di rimettere in funzione le scuole, ricongiun­gendo i bambini alle loro fami­glie, operando nelle cliniche e negli ospedali, assi­stendo i bambini vittime di traumi, promovendo campa­gne contro il reclutamento dei bambini soldato e per la loro smobilitazione: infatti, ancora oggi, i bam­bini sol­dato nel mondo sono più di 300.000.

Per milioni di bambini l’aiuto dell’UNICEF è di importanza vitale: vaccinazioni, cure mediche, istru­zione, nutrizione, protezione dallo sfruttamento e dalla guerra possono rappresentare la vita e il fu­turo di un bambino. Per realizzare tutto questo l’UNICEF ha a disposizione esclusivamente fondi di natura volontaria
Ognuno se vuole può contribuire a questa azione: facendo una donazione on-line, op­pure adottando un progetto o acquistando i prodotti dell’UNICEF.

Bisogna ricordare che qualsiasi tipo di donazione, indipendentemente dalla sua quantità è fondamentale per salvare delle vite umane e dunque è importante che ognuno debba poter contribuire ad una simile iniziativa.


Bibliografia

 

·        http://www.sgrtv.it/link/ultimonumero/speciale/emer…/unhcr.ht

·        http://www.regione.emilia-romagna.it/web

·        http://www.analisidifesa.it/numero16/crimguerra-unhcr.htm

·        http://62.110.190.138/web/donazioni/unhcr_default_001.asp

·        http://www.cees.it

·        http://www.unicef.it

·        http://www.emergency.it

·        http://www.eni.it/italiano/panorama/comunita/iniziative_soc_rifugiati.html

·        http://www.peacelink.it/africa/document/nubdass.html

·        http://www.agricoltura.org/fao/materiali/coselafao2002.htm

·        http://www.nigrizia.it/cat.asp?ad=22&issc=1

supplemento alla rivista “commercio equo e solidale”