DONNE MEDIATRICI DI CULTURA E DI PACE

 

a cura di Margherita Battisti

               Viviana Furio

                II F

 

 

 

 

 

             “HO CAPITO CHE NON BASTAVA DIRE “IO” CHE BISOGNAVA TROVARE CON PRECISIONE IL “TU” A CUI RIVOLGERSI, QUEL SECONDO PERSONAGGIO FEMMINILE CHE ENTRANDO IN RISONANZA  E  IN DIALOGO COL PRIMO PERMETTE A ENTRAMBI DI ESISTERE E DI LIBERARSI”

                                                                               

                                                                                                                                  Assia Djebar

 

 

La donna immigrata è una presenza divenuta per noi costante, anche se spesso è mal tollerata. Eppure interpreta ruoli vitali per la nostra società e per l’economia, svolge compiti che, per quanto prevalentemente subalterni, la rendono ormai indispensabile. Inoltre, al di là dei contributi da lei apportati sul piano della produzione, risulta fondamentale  il ruolo di mediazione culturale che svolge nel microcosmo al quale appartiene: un microcosmo fatto della storia, delle tradizioni, dei legami che sono stati lasciati e della nuova dimensione nella quale ella si trova a vivere, della lingua d’origine,  del suo nucleo familiare ricostituito nel paese di arrivo, della realtà di questo nuovo paese e della nuova lingua da apprendere.

Tradizione contro modernità, ripiegamento identitario contro integrazione: è questo il conflitto che in qualche modo spinge le donne immigrate a svolgere la loro funzione di mediazione. La mediazione ha un effetto fortemente positivo: essa contribuisce a stabilire (o a ristabilire) rapporti interpersonali equilibrati per una convivenza perlomeno possibile. Nella quotidianità, per la donna immigrata essere mediatrice significa, in qualche modo, trasmettere la propria cultura, costituita soprattutto dal proprio vissuto. In altri termini, ampliando il quadro ed estendendolo all’universo femminile nel suo insieme, si può dire che la donna è, sul piano sociale, mediatrice e, sul piano simbolico, “traduttrice” della propria realtà. In contesti travagliati quali le migrazioni o le immigrazioni, le donne esprimono la loro sapienza dei conflitti. Sapienza che non trova alcuna possibilità di manifestarsi, invece, nel caso della guerra, dove si concretizza la fine di ogni possibile mediazione,perché la guerra è nella logica dell’azzeramento dell’avversario  e, quindi, dell’esclusione del conflitto per annullamento.

Il ruolo della donna quale mediatrice di cultura è amplissimo e potrebbe essere interessante analizzarlo ed approfondirlo nelle diverse epoche storiche. A scopo esemplificativo, si può riandare con la memoria alle antiche culture e religioni dell’Africa e dell’America Latina.

 La donna africana tradizionale, prima dell’arrivo del colonialismo e del cristianesimo, aveva i suoi poteri ed era molto rispettata. Il concetto di genere era fortemente elasticizzato. La donna poteva compiere atti che oggi appartengono solo agli uomini come scegliere il marito, la moglie per il figlio o addirittura, in alcune tribù, la regina madre poteva decidere di avere più di un marito. I ruoli svolti dall’uomo e dalla donna erano sempre complementari. Ad esempio, nell’economia familiare primitiva la donna coltivava l’orto ed il marito produceva il grano. In seguito, il colonialismo introdusse l’economia di mercato che stravolse gli equilibri socio - economici, portando la rigida separazione sessuale del lavoro. L’uomo cominciò ad essere scelto per lavorare fuori casa, per andare a scuola, perchè libero dagli incarichi della casa, mentre la posizione della donna-moglie veniva sempre più svalutata. E’ stato,quindi, l’arrivo di altre culture ”più evolute” a creare la spaccatura rigida del concetto di genere in base al quale la donna diventa solamente “femmina”. Nei secoli successivi alla diffusione del cristianesimo, il ruolo istituzionale della sacerdotessa, che mediava tra l’uomo e dio, venne completamente negato e con esso le altre prerogative proprie delle donne, mentre, i privilegi ed i riconoscimenti, tradizionalmente attribuiti agli uomini all’interno delle tribù, vennero integrati nel nuovo assetto religioso portato dalla chiesa. Oggi la donna africana, oltre ad essere depositaria del ricordo degli antichi poteri che ha conservato per secoli, per quanto le è stato consentito dalla condizione di inferiorità culturale nella quale è stata relegata, resta la mediatrice tra le sue tradizioni e la modernità.

Nella storia della colonizzazione del Messico da parte degli Spagnoli, è storicamente documentata l’esistenza di una donna azteca che, attraverso la letteratura dell’epoca, è diventata una figura significativa. Tale donna é soprannominata la “Malinche”, nelle fonti e nelle illustrazioni dell’epoca. La Malinche è considerata sia dagli indiani che dagli spagnoli, “una mediatrice”, più che una semplice interprete. La sua

lingua materna era il nahuatl, la lingua degli aztechi; ma essendo stata venduta come schiava ai maya, conosceva anche la loro lingua. Quando poi, nel corso della colonizzazione, scelse di abitare nel campo dei conquistatori spagnoli incominciò ad imparare la loro lingua. A quel punto non si limitò a diventare traduttrice da una lingua ad un’altra, ma cercò di collaborare per realizzare gli obiettivi ispanici, compiendo una sorta di conversione culturale che le consentiva anche di capire meglio la propria cultura e di non sottomettersi completamente ai dominatori.

 L’idea che la lingua dei colonizzatori/invasori possa trasformarsi da idioma dell’oppressore/altro in uno strumento di emancipazione dalla precedente condizione di sottomissione e possa  consentire l’accesso a  spazi vietati si ritrova spesso nelle cronache storiche e nella ricca letteratura femminile. Degno esempio di tale letteratura è la produzione di Assia Djebar (Cherchell, Algeria, 1936), scrittrice e regista formatasi in ambiente algerino e francese[1]. Dopo aver partecipato al movimento di liberazione dell’Algeria, ha insegnato in svariati paesi europei e si è imposta come narratrice di lingua francese, raccontando i temi propri del mondo islamico: scelta, questa, che le è costata un perenne rapporto di amore-conflitto col suo paese. Assia è capace di cogliere il dialogo interno ai gruppi femminili, di entrare nel gruppo di donne che si parlano tra loro. Ci ricorda una delle Donne di Algeri dipinte da Delacroix nei loro appartamenti (1834):  la scena non è osservata dall'occhio che guarda dall'esterno.

L’osservatore è una donna, é dentro il quadro, è una delle donne dipinte. È interna al parlare, ascolta le storie che si raccontano e si tramandano e si bisbigliano e dà a queste parole una forma, le scrive, le rende visibili, udibili lontano, fuori, non più consumate nel momento e rinchiuse dallo spazio femminile. Questa trasformazione delle parole solo dette si compie attraverso una specie di doppio salto mortale: dall'orale

allo scritto e dal dialetto arabo (o berbero) al francese. Grazie a questo travestimento linguistico, la voce può osare di aggirarsi allo scoperto. La lingua del colonizzatore si è così offerta come imprevisto tramite alla parola accumulatasi nell'ombra dei secoli; una parola ancora impossibilitata ad esprimersi pubblicamente, percepita come pelle e carne viva, ancora incapace di controllare le emozioni, i pensieri, le pulsioni che gradualmente emergono alla coscienza, prendono forma, si distaccano dal groviglio - insieme soffocante e protettivo - di quei mucchi di donne dentro la stanza. Come donna e femminista, Assia Djebar è mossa dal bisogno di scrivere la sua storia e la memoria delle sue antenate, dall'urgenza di portare alla luce la vita dentro le case, dietro le file di persiane chiuse che danno sulla strada, dentro ai reticoli dei cortili interni, nei bagni turchi, dietro il velo. Per trovare un senso alla sua sofferenza e lenire il dolore provocato dalla consapevolezza dell'esistenza di schiere di donne imprigionate, ha bisogno di portare alla superficie della parola scritta il non detto, le emozioni, la sofferenza, il rimosso della storia. Uno dei motivi ricorrenti in tutta la sua scrittura  si può condensare in un'immagine: Assia bambina condotta per mano dal padre al suo primo giorno di scuola francese. Assia continuerà in ogni occasione a dichiarare la sua gratitudine e il suo amore per il padre che le ha permesso, con quella decisione, di diventare quello che lei oggi è, di non restare imprigionata in un appartamento. Ed è lei, figlia amata dal padre, che rinarra la propria storia nella descrizione del rapporto tra Maometto e sua figlia Fatima, quale appare in uno dei racconti centrali di Lontano da Medina, racconto incentrato sul mancato riconoscimento della volontà dello stesso Maometto a proposito della poligamia e del diritto alla successione tra figlia e padre. Il nodo problematico della posizione di Assia Djebar all'interno della sua professione di fede islamica è l’angosciato lamento sull'impossibilità dell'amore tra padri e figlie, fra uomini e donne, perdurando le interpretazioni restrittive e patriarcali fatte in nome di Maometto. Fatima è vittima; nella sua collera, evoca leggi non scritte e le contrappone alla ragion di stato.Viene sacrificata, proprio perché è sola a dire di no alla “soluzione politica” del problema della successione a Maometto. Sembra di poter riconoscere in lei una vera Antigone[2] dell’Islam.

 

 

 

 

 

 

 

Gli studi sull’immigrazione femminile: le ragioni, i metodi e le ricerche

 

 

Solo da poco tempo sono state sviluppate teorie sociologiche delle migrazioni, ovvero teorie che considerano anche gli aspetti sociali e culturali di questi movimenti di popoli e non si occupano  di studiarli unicamente dal punto di vista della funzionalità o integrabilità delle persone rispetto alle società di destinazione o di partenza. Fino a poco tempo fa, infatti, ci si è concentrati sugli aspetti demografici ed  economici della migrazione con riferimento ad una singola società locale/nazionale, senza considerare che il fenomeno migratorio è in relazione con le trasformazioni economiche e sociali che investono le strutture familiari, i comportamenti demografici e la divisione del lavoro tra uomini e donne (nei paesi di emigrazione e nei paesi di immigrazione), con le leggi che governano la vita del paese di origine come del paese di arrivo e con le norme giuridiche che, in quest’ultimo, regolano i rapporti tra i cittadini  e gli immigrati.

Alcune inchieste ( per lo più regionali ) finalizzate a promuovere iniziative a favore degli immigrati/e  hanno fatto emergere alcuni dati interessanti sull’impatto dell’immigrazione in Italia. Esse hanno evidenziato un aspetto critico che sollecita ulteriori riflessioni sul fenomeno. Spesso i servizi offerti dalle istituzioni e dagli organismi privati del terzo settore vengono realizzati avendo come unico riferimento lo status di immigrato, senza tener conto della specificità dell’utente in relazione ai diversi percorsi migratori, alle nuove condizioni di vita, alla diversa intensità dei legami familiari etc. Invece, per decifrare il ruolo ed il tipo d’ inserimento delle donne migranti, è indispensabile tener conto delle trasformazioni economiche e sociali alle quali si accennava in precedenza. Gli squilibri economici che sono seguiti alla colonizzazione, l’instabilità politica e la modernizzazione hanno eroso i meccanismi di riproduzione della famiglia allargata, minato le basi economiche e culturali dei regimi patriarcali, modificato i comportamenti riproduttivi, mutato i rapporti economici e di potere tra donne ed uomini. Inoltre l’alfabetizzazione, il controllo delle nascite, l’assunzione di ruoli economici non sono andati di pari passo con una nuova divisione del lavoro tra  i sessi e tra le diverse caste e classi sociali. Anzi, nei paesi dove è in corso un processo di reislamizzazione, la crisi economica, unita al ritorno di una cultura ostile all’emancipazione femminile, ha ridotto, o addirittura azzerato, per le donne, le opportunità di studio e di lavoro. Il tema della salute e della cura del benessere e della malattia sono punti di osservazione privilegiati per indagare circa il ruolo e il tipo di inserimento delle donne migranti. Da alcune ricerche che hanno riguardato i servizi socio/ sanitari e da alcune interviste rivolte a testimoni diretti  è emerso che le donne immigrate, vivendo tra due culture, anche indipendentemente dalla loro disponibilità e dalla ricerca del cambiamento, sono costrette a fronteggiare situazioni nuove, a riflettere sulle restrizioni e sui vincoli ai quali sono sottoposte nel paese di origine, a sviluppare modalità di comportamento nuove. In particolare, il processo di cambiamento che caratterizza la donna immigrata non investe solo lei, ma tutto il gruppo ed il sistema di riferimento culturale ai quali appartiene. Naturalmente, questo processo presenta aspetti specifici in quanto la salvaguardia, al tempo stesso, della identità di donna e della identità nazionale possono non armonizzarsi con il desiderio di emancipazione e tale situazione di tensione può portare ad una disintegrazione sociale, generatrice di sensazioni di disagio d’insicurezza e di isolamento.

Le donne immmigrate possono rientrare in varie tipologie. Possono appartenere al ceto medio, provenire da zone urbane, essere emancipate dai rapporti familiari  patriarcali, che non riescono a soddisfare i loro bisogni di reddito e di affermazione professionale nei paesi in cui le opportunità di lavoro qualificato sono, come sopra ricordato, scarse e decrescenti. Accanto a loro si incontrano donne che non si sono mai poste il problema di sottrarsi all’autorità del padre o del marito, che si riconoscono pienamente nelle tradizioni della comunità originaria, ma che si sono trovate, loro malgrado, a dover provvedere alle necessità economiche della propria famiglia e sono dovute partire. Alcune di queste, insieme alla forzata indipendenza economica, acquistano così potere all’interno del nucleo familiare. Altre si limitano a spedire a casa gran parte del denaro che guadagnano nella speranza di ritornare a riprendere il posto di sempre.

 

 

In questo quadro complesso, le associazioni delle immigrate offrono un importante osservatorio e un punto di riferimento per l’incontro e la conoscenza di queste donne, del loro bagaglio di storia e di problemi legati all’inserimento nella società ricevente. Infatti queste associazioni sono diventate i soggetti intermediari tra le istituzioni pubbliche (o private) e le immigrate, riuscendo a restituire a queste ultime, almeno in parte, la visibilità precedentemente negata e contribuendo a ridurre le distanze culturali, a stemperare le probabili conflittualità. 

 

 

 

 

 

 

L’ associazionismo delle donne immigrate

 

 

 

Al loro arrivo in Europa, le donne immigrate portano un bagaglio proprio costituito non solo dal contesto geopolitico, dalla lingua e dalla cultura di origine, ma anche da uno status di debolezza socio-economico. In questa situazione, la loro unica legittimazione ad essere inserite nel nuovo contesto è collegata all’avere un lavoro. Spesso si verifica un forte analfabetismo democratico della terra di accoglienza in termini di appartenenza e di cittadinanza. Talvolta si crea immediatamente un conflitto tra chi è già tutelato e chi è bisognoso di questa tutela. L’immigrata ha di fronte un gruppo organizzato che tende ad omologare “l’altro”, accettandolo soltanto apparentemente e schiacciandone l’individualità, spesso senza rendersene conto. La strategia di mediazione socioculturale tradizionale adotta una politica di contenimento realizzando una forma di “pluralismo residuale”. Il contesto, infatti, rimane rigido e si tende a rinchiudere le persone immigrate nell’ambito dei limiti culturali che le caratterizzano; ad esempio, se pensiamo ai lavori “adatti” agli immigrati, subito ci vengono in mente i cuochi di ristoranti etnici, gli operatori turistici, gli insegnanti di ballo e così via. I codici di comunicazione vengono tradotti, le informazioni filtrate, si cerca una normalizzazione che è un’ assimilazione. La strategia innovativa, ancora teorizzata e poco applicata, quella che non vuole assimilare ma creare l’appartenenza, dovrebbe essere costruita sul riconoscimento dell’altro, sulla vera condivisione delle regole, sulla comunicazione interattiva, sull’interscambio di modelli e sull’adattamento reciproco.

In tale quadro una realtà che è andata a concretizzarsi in modo sempre più evidente è l’associazionismo femminile, che nasce proprio dall’ esigenza delle donne immigrate di incontrarsi, di stare insieme con le altre per condividere le difficoltà (solitudine, malattie ginecologiche, ansia) ed imparare dalle esperienze comuni.

L’associazionismo interculturale diventa una strategia politica. Per le donne immigrate questo significa, partendo dal comune denominatore di genere, mettere insieme le diversità che le caratterizzano, per affrontare collettivamente le difficoltà connesse alla realizzazione dei progetti individuali, familiari e di gruppo. Dall’incontro con associazioni di immigrate e da quanto emerge dagli atti dei seminari e dei convegni, organizzati per dare alle donne visibilità e per consentire loro di incontrarsi e di confrontarsi, vengono in chiaro i disagi, le paure, le aspettative dell’immigrazione al femminile.  Diversamente da quanto ci si aspetterebbe, le donne immigrate raramente vogliono parlare del loro passato e condividerlo. Da una parte perché, spesso, è un passato di debolezza; dall’altro perchè il loro problema principale è far fronte all’oggi, ai problemi di coppia, ai figli, ad eventuali trasformazioni del tipo di lavoro. Questi ultimi problemi riguardano tutte le donne, però per le straniere il rischio di non poterli affrontare e di non poter opporre resistenza a soprusi è molto più alto, con il conseguente rischio di isolarsi e restare nell’ombra e nell’illegalità.

La ricerca sull’associazionismo delle donne immigrate a livello europeo è abbastanza avanzata. All’interno del Consiglio d’Europa è stato istituito il Comitato Direttivo per l’Uguaglianza tra gli uomini e le donne (Cdeg) che studia la situazione delle donne immigrate e dedica  un’attività specifica alle donne immigrate vittime della tratta e della prostituzione forzata.

L’associazionismo degli immigrati può essere considerato una modalità di organizzazione sociale utile e produttiva, non solo per gli stranieri ma anche per le società di accoglienza. Questa utilità trova espressione concreta nelle principali funzioni svolte dall’associazionismo in alcuni ambiti fondamentali: l’ambito intimo e psicologico dell’identità, l’ambito esterno e sociale della tutela.

 

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

AA.VV. Atti del seminario “Le donne e i diritti di famiglia in Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto”, organizzato dall’Ass. Trame di terra, Imola, novembre 2000-gennaio 2001.

 

AA.VV. Immigrazione. Dossier statistico 2000, Roma, ed. Caritas, 2000

 

N. al Sa’dawi, Firdaus. Storia di una donna egiziana, Firenze, Giunti, 1986.

 

A.Djebar, Donne di Algeri nei loro appartamenti, Firenze, Giunti, 1988

 

B. Emecheta, Cittadina di seconda classe, Firenze, Giunti, 1987

 

G.Favaro, Le donne migranti tra continuità e mutamento, in AA.VV. Lontano da dove, Milano, Angeli,1990

 

M. Fiorucci, La mediazione culturale strategie per l’incontro, Roma, Armando, 2000

 

C. Frondizi, Nuovi diritti di cittadinanza, immigrati, Roma, Ediesse,2000

 

M.Tognetti Bordogna, Le donne migranti: doppia invisibilità e problemi sanitari, Politica ed Economia, ottobre 1990

 

M. Tognetti Bordogna, Le donne straniere di fronte ai servizi alla persona: l’uso e la conoscenza del consultorio familiare, in Atti del Convegno Nazionale sui consultori (Rimini, 21-27 maggio) Roma, Ediz. C.C.Internazionale.

 

 

 

 

 



[1] Di Assia Djebar sono famosi molti lavori; fra i tanti si ricordino L’amore, la guerra ; Bianco d’Algeria; Donne d’Algeri nei loro appartamenti; Lontano da Medina: figlie d’Ismaele; Nel cuore della notte algerina.

[2] Antigone, figlia del mitico Edipo e  di Giocasta, dopo aver consolato e sorretto il padre cieco, si pose contro il tiranno Creonte che aveva proibito  di dar sepoltura a suo fratello Polinice, quale nemico dei Tebani. Per tale sua opposizione, Antigone  fu murata viva in una grotta, divenendo simbolo della difesa dei principi umani contro ogni logica di Stato.