PENSIERI

II E                                                                                          Balice Alessandra

Benedetto Maria

Cascione Emanuela

Covelli Claudia

Kasongo Zaira

Lorusso Mariacarmen

Marino Francesca

 

 

Prefazione

 

Ogni giorno ci viene mostrata una realtà sempre più crudele: fatti, azioni inconcepibili in una società che si dichiara “civile”. Eppure l’uomo non dovrebbe aver appreso dal suo travagliato passato?

Un passato nemmeno troppo lontano: anche solo il ricordo degli agghiaccianti eventi del secolo appena trascorso avrebbero dovuto portare a ripudiare la violenza in ogni suo aspetto. E’ vero, la società si è evoluta, ma il progresso ha portato soltanto ad una maggiore efferatezza e gli uomini continuano ad obbedire ai loro più infimi istinti, per i quali sono pronti ad ogni barbarie. La violenza, l’odio ma anche la carestia, la fame e le ineguaglianze affollano il grande teatro del mondo dei nostri anni, sempre più a rischio, inquinato e depredato. Un teatro in cui la responsabilità delle democrazie nell’angolo ricco del mondo aumenta vertiginosamente fino a raggiungere soglie di insostenibilità. Che fare? L’unica risposta è la pace. Non una pace utopistica ma concreta, fatta di piccoli gesti, tante piccole gocce che possono costituire un oceano, col quale entrare in simbiosi.

Per questo abbiamo deciso anche noi di intraprendere questo cammino, pensando a tutte le persone che hanno impegnato la loro esistenza in un’incessante lotta per la giustizia, la pace, la cooperazione tra i popoli, l’uguaglianza, e che spesso hanno visto la loro speranza frustrata dalla loro protervia e dall’arroganza dei potenti. Quella  loro speranza non deve morire, il compito di tutti gli uomini è far sì che quei valori rimangano vivi. Abbiamo focalizzato la nostra attenzione sulle figure di Gandhi, Capitini, l’attuale Dalai Lama, Martin Luther King, Kant, Mandela, Fromm. Leggendo le opere di questi uomini fautori della pace,ci siamo resi conto che l’indifferenza e la passività sono il male peggiore, poiché fuggendo dagli impegni civili e sociali ci si allontana sempre di più da un orizzonte di pace.

 

 

 

 

Indice:

 

· Aldo Capitini:

 "Le tecniche della non-violenza"pag.6-9

 (Alessandra Favia)

 

 ·Dalai Lama:

  "Una rivoluzione per la pace" pag.11-13

   (Emanuela Cascione)

 

·Erich Fromm:

 "Avere o essere" pag.15-16

  (Alessandra Balice)

 

 ·M.K.Gandhi:

  "La mia vita per la libertà"

  (Francesca Marino), pag.18-19                   

 "La forza della non-violenza"

  (Maria Benedetto), pag.20-21

 

 Immanuel Kant:

"Per la pace perpetua"

 (Claudia Covelli), pag.24-27

 

 M.L.King:

"I have a dream"

 (Mariacarmen Lorusso), pag.29-33

 

 Nelson Mandela:

"Un lungo cammino verso la libertà"

 (Zaira Kasongo), pag.35-37 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PEACE-MIR-SALAAM-VREDE-SHALOM-LA PAIX- PAX-SITH-RUKUM-SHOLIM-LA PAZ-SANTIPAP-HAO BINH-NIMUHORE-SHI-TE-PYONG’HWA-TSUMUKIKATU-UKUTHULA-ASHTEE-DAMAI-ACHKUMA-ETSI’A’AN-OLAL-KEN-INNAIHTSI’YI-MALUHIA-K’E’-LA PAQUA-IAPE’-MINA-TAIKA-WO’OKEYEH-SHANTI-NABAD-DA

PACE

SIOCHAIN-DER-FRIENDEN-SOKSANG-MABUHAI-SOLH-AMANI-PINGAN-HASITI-BAKE-RERDAMAIAN-FRED-HEDD-KAPAYAPAAN-SULH-IRI’NI-FRIOUR-NA’-NNA-AYYA-‘KWAMSA-MIERS-WOLAKOTA-RAHU-RANGIMA’ARIE-NIRUDHO-WETASKIWIN-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Aldo Capitini”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Le tecniche della nonviolenza”

Aldo Capitini**

 

In questo libro, pubblicato nel 1967, Aldo Capitini presenta la sua tesi di nonviolenza, esponendo varie tecniche per metterla in pratica e citando esempi di uomini che nel passato l’hanno posta come fondamento della loro vita.  La nonviolenza non è inerzia, inattività, lasciar fare ; anzi essa è attività, cerca di moltiplicare le iniziative e i rapporti con gli altri e sa bene che si può sempre fare qualcosa, se non altro trovare amici, dare la parola, l’affetto, l’esempio, il sacrificio. Fornisce un metodo per un azione continua di trasformazione sociale, che non distrugge gli avversari, ma si oppone con le armi della solidarietà, della propaganda, della noncollaborazione. Crea centri di fede e di lavoro, disposti a testimoniare, dare, tessere solidarietà, cooperazione, assistenza,  promuovere campagne nel mondo circostante, diffondere le tecniche e addestrarsi in esse e inoltre promuove la Internazionale della nonviolenza, per collegamenti e interventi più organici ove occorrano. La nonviolenza avvia azioni per la pace sia sotto forma di manifestazioni, sia come rifiuto di cooperare alla preparazione e all’esecuzione della guerra. Propugna il disarmo, la resistenza nonviolenta, la sostituzione di una tensione etico-sociale come equivalente della guerra. Preme sulle religioni perché la loro prospettiva di principi e orientamenti ponga al punto centrale l’apertura nonviolenta alla realtà di tutti. Il problema del potere oggi è molto discusso. Si riconosce l’enorme pericolo della concentrazione di tanto potere esecutivo in poche mani. Ecco perché per trasformare la società e realizzare il controllo di tutti bisogna che l’individuo non resti solo, ma cerchi instancabilmente gli altri e con gli altri crei modi di informazione, controllo, intervento. Ciò non può avvenire che con il metodo nonviolento. La rivoluzione nonviolenta non bagna le strade e le case di sangue, ma affratella moltitudini nelle campagne rinnovatrici della società. E come diceva M. Luther King : “Nell’esercito della nonviolenza c’è posto per tutti coloro che vogliono arruolarsi. Non ci sono distinzioni di colore, non ci sono esami da sostenere né garanzie da dare, senonchè, come un soldato degli eserciti della violenza deve controllare e tener pulito il suo fucile, così i soldati della nonviolenza sono tenuti ad esaminare e rendere belle le loro armi più grandi :il cuore, la coscienza, il coraggio e il senso della giustizia”. Una distinzione tra le tecniche individuali e tecniche collettive è utile, anche se una distinzione netta è impossibile, non solo perché ciò che fa un individuo può essere fatto da un altro individuo al suo fianco e da un altro e da molti altri, ma perché le tecniche collettive della nonviolenza a loro volta hanno bisogno di un impegno, di una consapevolezza individuale, quale che sia il mondo attorno. Dunque Capitini comincia col parlare dapprima delle tecniche di nonviolenza individuali. La prima è quella del Tu, del rivolgersi con l’animo e l’azione ad un singolo individuo, in modo da sentirlo come prossimo, come se stesso. L’orizzonte generale della nonviolenza si intravede quando il tu non resta singolare, ma si rivolge anche ad altri, a molti e possibilmente a tutti. E’ un tu non di scelta e di preferenza, ma un tu-tutti. L’atto di nonviolenza verso un individuo esprime la volontà di non considerarlo un mezzo. L’apertura al tu è un alto esercizio. Si dovrebbe rivolgere a tutti gli esseri umani, che in quanto viventi sono capaci di provare il dolore della violenza. L’orientamento generale dovrebbe essere di non recare dolore o distruzione alla vita. Buddha, ad esempio, nell’affermazione di un amore in tutte le direzioni e di compassione per ogni essere vivente, pone, come primo di cinque divieti : “Non uccidere alcun essere vivente”. Da ciò deriva anche la buona volontà di estendere il rapporto di simpatia con gli esseri subumani e di ridurne la strage, praticando dunque un’alimentazione vegetariana. Altra tecnica fondamentale di nonviolenza è il superamento della vendetta e del risentimento : atteggiamento proprio dell’uomo, che dà il bene anche se riceve il male. Anche attraverso le parole si possono attuare tecniche di nonviolenza, con la preghiera ad esempio o con il dialogo che presuppone la propria disposizione a lasciarsi convincere dall’interlocutore, se egli ci riesce. Altro strumento fondamentale è l’esempio, che però abbia un’efficacia persuasiva. Ma anche sacrifici come il digiuno. Ne sono una prova quelli di Danilo Dolci. Nei riguardi del digiuno Gandhi, che pur l’usò spesso, raccomandava cautela perché gli appariva un’arma pericolosa che poteva essere usata per costringere un avversario a capitolare contro la sua volontà e senza essere stato persuaso della superiorità morale della posizione dell’avversario digiunante. I digiuni di Gandhi non erano mai rivolti contro qualcuno. Ma ne riconosceva il valore come assunzione di penitenza o riconoscimento di aver errato come mezzo per giungere un’espressione più perfetta di sé ed ottenere la supremazia dello spirito sulla carne. A questo punto viene affrontato il tema della noncollaborazione. La noncollaborazione nonviolenta si realizza quando non esclude il mantenimento di un rapporto di affetto con la persona che realizza la cosa inaccettabile, ma esclude semplicemente di dare il proprio aiuto all’attuazione di una cosa che non si accetta. Così realizzata viene ad essere una specie di sollecitazione dell’altro, perché si accorga di ciò che sta facendo .Obiezione di coscienza significa la stessa cosa che noncollaborazione : la coscienza obietta, fa opposizione, disobbedisce alla legge che impone di portare le armi, di preparare e prepararsi alla guerra e di eseguirla nelle sue varie forme. L’obiezione di coscienza si basa su due tipi di ragioni : non riconoscere a nessuno e neppure allo Stato il diritto di costringere un uomo ad agire contro la propria coscienza e porre come superiore al potere dello Stato il rapporto amorevole con tutti gli esseri umani, nessuno escluso. L’obiezione di coscienza, bisogna chiarire, non è un rifiuto per ragioni personali. Gli obiettori non sono “individualisti” che vogliono sottrarsi a una durezza di vita e al pericolo. Tra i tanti equivalenti morali della guerra ne ricorderò solo alcuni : l’Esercito della Salvezza, fondato da Railton e Cadman nel 1865 in Inghilterra e il Servizio civile internazionale, fondato nel 1920 da Pierre Ceresole con lo scopo di “offrire ai governi dei Paesi che hanno la costrizione militare obbligatoria, un modello pratico, che funzioni, di servizio alternativo volontario per obbiettori di coscienza”. Ma va ricordata a tal proposito anche un’altra istituzione, in pieno sviluppo e forte di un’eccezionale capacità educativa, cioè quella dei Boy-scouts, fondata da Robert Boden-Powell. Tra le molteplici tecniche di nonviolenza compaiono anche quelle collettive, tra cui ad esempio quella delle comunità nonviolente.La comunità nonviolenta è quella nella quale gli appartenenti si impegnano a quelle regole di vita e a quell’addestramento spirituale e psicologico che li renda capaci non solo di essere autenticamente nonviolenti con i compagni, ma anche di esserlo il più possibile con gli altri, fuori della comunità. Un’altra tecnica collettiva molto diffusa è quella delle marce, che sono come ampie comunità momentanee e in movimento. La marcia è una manifestazione dal basso, che tende a comprendere tutti e che si oppone alle sfilate militari. L’efficacia di queste manifestazioni è stata sperimentata in Italia dal 1961.La prima fu da Perugia ad Assisi il 24 Settembre 1961, promossa dal Centro di Perugia per la nonviolenza, che pose come condizione non la propria ideologia, ma l’assenza di accenno violento per quelle ore. Fra le varie marce eseguite nel corso della storia è opportuno ricordare la marcia del sale di Gandhi. Continuando la rassegna di tecniche nonviolente collettive bisogna parlare di sciopero. Esso è una forma di noncollaborazione ed è un’autentica tecnica nonviolenta quando non è animata da odio verso coloro dai quali stacca la collaborazione. La forma più frequente è quella dei lavoratori che sospendono il lavoro per ragioni salariali, o per ottenere altro o per manifestazioni politiche. Ma vi sono anche altre forme di sciopero, come lo “sciopero della fame”. Una forma interessante di sciopero è lo “sciopero a rovescio”. Lo attuò Danilo Dolci il 2/02/1956 quando condusse un gruppo di disoccupati a lavorare in una vecchia strada abbandonata : un lavoro volontario, non pagato, come segno della volontà di lavorare e come richiamo all’applicazione dell’art. 4 della Costituzione sul diritto al lavoro riconosciuto a tutti i cittadini della Repubblica Italiana. Ma ve ne sono  altri infiniti tipi. Una forma di sciopero particolarmente usata da Gandhi è l’ “Hartal”, in cui non solo si abbandona il luogo di lavoro, ma si resta rinchiusi  nelle proprie case, dove avviene dunque la meditazione e la purificazione. Un’altra tecnica di noncollaborazione è il boicottaggio, che significa noncollaborare economicamente. Non legale ed estrema è la tecnica del sabotaggio, cioè l’assalto al funzionamento di un servizio, attuata solo quando il danno che viene apportato è superato dal danno che il funzionamento di quel servizio apporta. Oltre a queste tecniche, ve ne sono delle altre che furono messe in pratica dai neri degli Stati Uniti d’America, guidati da M. Luther King, fra le quali ricordiamo quella dell’affratellamento, cioè parlare con gli oppositori in modo amichevole per persuaderli della giustezza della propria causa. Questa tecnica si è rivelata talvolta sorprendentemente efficace, come testimoniano alcuni casi accaduti in Norvegia durante l’occupazione nazista. C’è da dire che là dove esiste un sistema di opposizione totalitaria, il metodo nonviolento attua tecniche elementari, perché si tratta di ottenere, appunto, il riconoscimento di diritti elementari. Ma là dove pare che siano riconosciuti, l’azione è più difficile e deve essere più creativa, per trovare il modo di indicare che il governo, pur democratico, può condurre alla guerra. Anche in questo momento storico varie circostanze ci stanno avviando verso una “guerra per la pace”. Credo che con questo libro, ma anche col suo esempio di vita, Aldo Capitini abbia voluto trasmettere agli altri il suo pensiero nonviolento, di “PACE per la PACE” .Dunque spero che entri nelle menti degli uomini che il fine della pace non si realizza attraverso la legge: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, ma al contrario “Durante la pace, prepara la pace !”.

 

 

BIOGRAFIA**

Nato a Perugia il 23 dicembre 1899. La cultura che permeava l’Italia di allora lo rese inconsapevolmente nazionalista ed interventista. La sua grande trasformazione ideologica avvenne fra il 1918 e il 1919 quando abbandonò le idee nazionaliste e considerò la guerra “in rapporto, meno con la nazione, e più con l’umanità sofferente” ; Partecipò poco agli avvenimenti politici, in quanto la sua fu una formazione principalmente interiore, ma il dramma che visse l’Italia in quegli anni rafforzò la sua totale avversione al fascismo. Grazie ad una borsa di studio si iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia all’università di Pisa, dove si legò d’amicizia con studenti e professori avversi al fascismo. Contemporaneamente ricercò la forza interiore negli spiriti religiosi puri, quali Cristo, Buddha, S.Francesco d’Assisi. Iniziò a lavorare alla Normale di Pisa e approfondì la conoscenza del metodo nonviolento di Gandhi, diventando per questo vegetariano. Nel 1933 rifiutò di prendere la tessera del Partito Fascista e venne così allontanato dalla Normale. Ritornò a Perugia dove visse poveramente impartendo lezioni private. Conobbe Croce, il quale lo aiutò a pubblicare i suoi libri. Così nel 1937 uscì il libro Elementi di un’esperienza religiosa. Quando l’antifascismo si trasformò in rivolta armata egli non vi partecipò e si dovette nascondere dai Tedeschi finchè Perugia non venne liberata. Aderì al Fronte Democratico Popolare, sperando che questo potesse accogliere la sua proposta di istituire il servizio civile e quella di un ministero della pace o almeno un Commissario per la Resistenza alla guerra. Si prodigò per seminare nell’Italia ormai libera le sue idee nonviolente organizzando comitati pacifisti. Assunse un impegno costante a sostegno degli obiettori. Organizzato da egli stesso si tenne a Perugia tra il 30 e il 31 gennaio 1952, in occasione del 4° anniversario dell’uccisione di Gandhi, un convegno internazionale per la nonviolenza. Al termine dei lavori si costituì un Centro di coordinamento internazionale per la nonviolenza. Sempre a Perugia promosse quello stesso anno un convegno di studio su La nonviolenza riguardo al mondo animale e vegetale. Nel 1955 venne pubblicato il suo libro Religione aperta, nel quale riunì tutti i temi della sua esperienza, ma fu condannato. Nello stesso anno pubblicò il libretto Rivoluzione Aperta, incentrato sulla nonviolenza e sull’esperienza di Danilo Dolci. Nel 1959 pubblicò l’“Obiezione di coscienza in Italia”. L’anno seguente conobbe don Milani attraverso il testo Esperienze pastorali. In un momento di grave tensione internazionale, il 24 settembre 1961, realizzò la marcia della pace fra Perugia ed Assisi. La manifestazione ebbe un grande successo e l’esperienza è narrata da Capitini nel libro “In cammino per la pace”.. Fu costituito il Movimento nonviolento per la pace e nello stesso anno a Roma un Comitato nazionale che aveva lo scopo di promuovere una campagna per ottenere il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza. Nel 1964 fondò la rivista Azione Nonviolenta. Nel 1967 pubblicò l’opera Le tecniche della nonviolenza. Il 28 luglio dell’anno seguente, su richiesta degli amici, scrisse Le ragioni della nonviolenza, suo testamento spirituale, visto che 2 mesi dopo, il 19 ottobre, morì .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalai Lama

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Una rivoluzione per la pace”

Dalai Lama**

 

 

Scrivendo il libro “Una rivoluzione per la pace”, l’intento del Dalai Lama non è stato quello di presentare una dottrina filosofica e religiosa da seguire ma, dimostrare che esistono alcuni principi etici universali che aiutano l’uomo nella sua vita a raggiungere la felicità. Indipendentemente dalla nostra religione, dal nostro tipo di cultura siamo tutti portati istintivamente a desiderare la felicità che può derivare solo da un mondo fatto di pace. E per il raggiungimento della pace il Dalai Lama propone una rivoluzione spirituale intesa in senso etico: alla base di questa rivoluzione vi sono l’amore, la compassione, la capacità d’empatia con i propri simili, la tolleranza, il perdono. Fondamentalmente dobbiamo mantenere una pace interiore: è quello che ha fatto e che continua a fare anche il Dalai Lama; quando il Tibet fu occupato egli perse la libertà, tuttavia ha continuato ad aiutare i suoi compagni e non solo. Proprio la mancanza di pace interiore ha portato l’uomo a compiere atti crudeli ed impensabili quali i genocidi che fanno pensare quanto siano indispensabili una legislazione e convenzioni internazionali al fine di costituire una salvaguardia contro il ripetersi di tragedie di questo tipo.

In noi c’è quindi un desiderio di pace profondamente radicato, perché la parola stessa ci suggerisce la vita al contrario della violenza che fa pensare alla morte. Non dobbiamo pensare che la nostra mente sia ricca di sentimenti negativi perché sta a noi non crearli. Potremmo paragonare la natura della mente all’acqua di un lago. Se c’è una tempesta  l’acqua è offuscata dal fango del fondale ma, questa non è la sua vera natura. Terminata la tempesta ritorna come prima. Metaforicamente parlando il Dalai Lama ci sta dicendo di non infangare la nostra mente facendosi prendere da odio, orgoglio, avidità… al contrario far maturare nella nostra mente sentimenti positivi che pongono le basi per la pace.

Bisogna agire sempre in modo compassionevole e sviluppare la pazienza. E’ questa che ci permette di praticare la vera non-violenza. La paziente sopportazione ci consente di impedire che pensieri ed emozioni negative facciano presa su di noi. E se a volte siamo scoraggiati la pazienza ci aiuterà in ogni caso. Certo nessuno potrà mai raggiungere l’esemplare comportamento di Gandhi ma noi dobbiamo almeno impegnarci nel seguire il tanto quanto posso. Bisogna avere quella che il Dalai Lama chiama responsabilità universale. Ogni uomo quando non ha un comportamento altruistico immediatamente ignora che la sua azione potrebbe avere effetti negativi sugli altri: fondamentalmente siamo tutti fratelli e sorelle, tutti uguali. Avere una responsabilità universale significa che tutti noi abbiamo il dovere di prenderci cura di ogni membro della società. Ciò che per lo meno il Dalai Lama ritiene positivo è che oggi molte più persone rispetto agli anni passati sono più propense nell’ascoltare queste parole sulla pace e spesso a renderle concrete.

Essere responsabili significa ad esempio non sentirsi appagati nel momento in cui ci arricchiamo materialmente (spinti dal seme dell’avidità maturato sempre più in questa nostra società tecnologizzata) recando danno agli altri: se si è avvocati bisogna usare le proprie conoscenze per difendere la giustizia, se si è scienziati bisogna usare la ricerca solo a scopi benefici, se si è ricchi bisogna fare beneficenza. Seguendo queste strade anche le attività politiche beneficeranno del nostro impegno altruistico.Per esempio ormai ogni nazione dipende da un’altra soprattutto nel commercio e occorre che tra queste ci sia cooperazione. Esempi positivi sono l’Unione Europea, l’associazione degli Stati dell’Asia sud-orientale…. L’obiettivo del nuovo millennio deve essere quello di trovare una via di cooperazione internazionale in grado di rispettare le diversità e i diritti di tutti. E’ importante che anche i mass media siano guidati da un senso di responsabilità, perché essi esercitano una grande influenza sui giovani e almeno dovrebbero prestare attenzione quando vi è pericolo di un impatto negativo sul pubblico. Allo stesso modo è importante che i bambini siano educati in modo adeguato: l’ambiente è fondamentale per i bambini perché tendono ad imitare gli adulti o più specificamente i genitori. Bisogna educare i bambini a comprendere i diritti e i bisogni degli altri e mostrargli che le azioni di ognuno hanno una dimensione universale. Allo stesso modo gli insegnanti o un qualsiasi educatore religioso o laico devono insegnare l’importanza del dialogo.

Più concretamente per parlare di pace dobbiamo cancellare il termine guerra. Non si può ottenere la pace con campagne militari. Per quanto l’intento possa essere quello di combattere una qualsiasi forma di ingiustizia o violenza, la guerra non è il giusto mezzo. La pace non si ottiene con le armi, alla violenza non si risponde con la violenza e per questo occorre un disarmo totale. Può sembrare un desiderio utopistico ma con l’impegno di ognuno di noi un risultato concreto è più vicino di quanto si possa pensare. Se tutti fossimo spinti dalla coscienza le guerre e le armi non esisterebbero più. Chi le produce, chi le utilizza non si rende conto che sta commettendo uno dei crimini più tragici e orrendi del mondo?

Il disarmo può esserci anche se lentamente. Abbiamo l’esempio del Costarica, che già nel 1949 scelse il disarmo. Proprio secondo quest’esempio il Dalai Lama ha avanzato una proposta: creare una polizia internazionale in grado di garantire la giustizia, la sicurezza, la protezione contro di coloro che volessero impadronirsi del potere con metodi violenti e il rispetto dei diritti umani; creare alcune zone di pace com’è già successo nell’Antartide(le nazioni confinanti ricaverebbero un beneficio enorme). Ancora si potrebbero rafforzare le varie organizzazioni internazionali, se rafforzassimo l’ONU la pace sarebbe più vicina. Una debolezza dell’ONU è, infatti, quella di non ascoltare la voce dei cittadini. Non esiste ancora un meccanismo che consenta che vengano ascoltati tutti coloro che vogliano esprimere il loro parere contro i propri governi e a questo proposito si potrebbe creare un nuovo organismo con un nome ipotetico di Concilio Mondiale Delle Genti.

Questo in sintesi è il messaggio del Dalai Lama un messaggio che spazia dall’ambito spirituale ad uno più concreto. Se mettiamo insieme gli elementi che ci fanno vivere eticamente e le azioni concrete possiamo crear le condizioni per una durevole pace mondiale ed è questo l’obiettivo che tutti dobbiamo imporci.

 

 

BIOGRAFIA**

Tenzin Ghiatzo nacque il 6 luglio del 1935 in un piccolo villaggio del nord-est del Tibet, dove, dopo essere stato riconosciuto a 3 anni come la reincarnazione del Buddha della Compassione, divenne il 14° Dalai Lama. Il suo riconoscimento appare, a noi occidentali, magico per una serie di eventi che si verificarono intorno al piccolo Tenzin. All’età di 4 anni fu posto sul trono di Lhasa, capitale del Tibet, con lo scopo di assumere, all’età consentita, la direzione del suo popolo. Ricevette un’educazione eccellente e, a 6 anni, divenne monaco. Nel 1949 la Cina invase il Tibet e Tenzin Ghiatzo fu costretto ad assumere il pieno potere temporale rifiutando ogni lotta armata e facendosi portavoce di un’assoluta non-violenza. Dal 1959, però, fu costretto ad andare in esilio in India dove fu accolto calorosamente insieme a migliaia di tibetani, fuggiti dalle persecuzioni cinesi. La pratica della non-violenza lo ha portato ad essere insignito del Premio Nobel per la pace, nel dicembre del 1989.

Oggi il Dalai Lama risiede a Dharamsala, da dove dirige il governo in esilio e continua ad insegnare il buddismo e a vivere con la speranza che un giorno si possa raggiungere la pace.

 

Dalai Lama: ma che significa?

Il titolo di Dalai, che significa oceano ( di saggezza ), venne conferito dal principe mongolo Altan Khan al terzo successore di Lama Tzong Khopa e poi ereditato da tutti i successori. Ogni Dalai è ritenuto l’incarnazione del Buddha della Compassione con l’unico scopo di guidare alla felicità tutti gli uomini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Erich Fromm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“ Avere o Essere ? “

Erich Fromm **

 

Nel libro “ Avere o Essere? ” Erich Fromm, nello spirito dell’ Umanesimo, propone la proverbiale distinzione fondata sull’ Essere e sull’ Avere.

Il libro è suddiviso in diversi capitoli: nel primo si indicano brevemente le differenze tra i due termini, nel secondo vengono illustrati facendo riferimento ad esempi tratti dall’ esperienza quotidiana, nel terzo si affronta il tema dell’ Essere e dell’ Avere alla luce dell’ Antico e Nuovo Testamento e secondo il pensiero di Meister Eckhart: teologo ed esponente del misticismo tedesco, vissuto nel XIII secolo. Quindi si trattano le diverse modalità di esistenza ed infine l’ influenza che queste hanno sull’ uomo. Secondo Fromm, nella modalità dell’Avere l’ accento effettivo dell’ esperienza è posto sulle cose che si hanno, l’identità della persona tende a ritrovarsi in un deposito di cose, il passato diventa una serie di fatti, un inventario di eventi e possessi.

La modalità dell’ Essere invece non si presta a venir descritta a parole, sia perché le lingue storiche non le hanno destinato molte parole, sia perché non consta di solo intelletto e pensiero verbalizzabile, non ha pertanto una concettualizzazione logico-formale.

Tale modalità non è fuori del tempo ma non ne è governata, si pone soltanto nell’ “hic et nunc”. Il tempo cronologico appartiene all’ Avere, che vede il presente come un prolungamento del passato, sentito come un magazzino di ricordi. Si hanno ricordi come si hanno cose.

Nella nostra società, che si fonda sulla proprietà privata, sul profitto e sul potere, considerati i suoi pilastri, vige la concezione che “se uno non ha nulla, non è nulla”.

La modalità esistenziale del’avere è supposta come radicata nella natura umana, quindi praticamente immobile e porta a cupidigia, “ingordigia mentale” che non ha limite di sazietà e che necessariamente sfocia in antagonismo e scontro, non solo tra individui ma anche tra nazioni, che finchè sono formate da persone spinte da un tale spirito, non possono fare a meno di scendere in guerra per tentare di ottenere ciò che desiderano per mezzo della forza, di pressioni economiche e minacce.

Tutti gli Stati scendono in guerra, anche i più deboli, spinti dalla probabilità di vittoria e quindi di arricchimento.

Dall’ altra parte c’è la pace che può essere transitoria, ovvero intesa come tregua nella quale si raccolgono le forze, si costruisce l’ industria e l’ esercito, o viceversa può essere duratura, permanente, ottenibile solo a patto che la struttura dell’ Essere sostituisca quella dell’ Avere.

Oggi la guerra è diventata molto più pericolosa, ci sono nuove armi con maggiore distruttività e l’ alternativa non è più tra guerra e pace, ma tra pace e suicidio collettivo.

E’ tuttavia impossibile costruire la pace mentre  contemporaneamente si incoraggia l’aspirazione al possesso e al profitto .

Secondo la modalità dell’ Essere invece più persone possono partecipare al godimento dello stesso oggetto, in tal modo non solo si evitano gli scontri ,ma si forma una delle più inattese forme di felicità che unisce le persone: il godimento condiviso.

L’esperienza della compartecipazione tende a mantenere vivo il rapporto tra due individui e costituisce il fondamento di tutti i grandi movimenti religiosi, ma ciò vale solo quando l’ ammirazione è sincera.

Quando si ossificano i movimenti religiosi e politici e la burocrazia manipola i cittadini mediante suggestioni e minacce, la compartecipazione diviene “una delle cose anziché una delle esperienze” .

Infine per realizzare una società basata sull’Essere, tutti i suoi membri dovrebbero partecipare attivamente al suo funzionamento economico come liberi cittadini; quindi il nostro affrancamento dalla modalità esistenziale dell’ Avere è possibile a patto che si attui la piena partecipazione a livello politico ed economico.

 

BIOGRAFIA**

(Francoforte 1900 - Locarno 1980), psicoanalista statunitense di origine tedesca. Dopo gli studi universitari e la formazione presso l'Istituto psicoanalitico di Berlino, Fromm collaborò con l'Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, dove operarono anche Theodor Adorno e Max Horkheimer. Nel 1934, dopo l'avvento del nazismo, emigrò negli Stati Uniti.

Respingendo le teorie di derivazione biologica, Fromm sostenne che l'essere umano è profondamente influenzato dall'ambiente in cui vive, in quanto esiste una stretta correlazione tra personalità e cultura: scopo della psicoanalisi, quindi, è quello di favorire una comprensione critica dei valori della società in cui l'individuo è inserito. Con i suoi studi sull'aggressività e la distruttività umane, Fromm diede anche un notevole contributo all'analisi del comportamento di massa e delle origini del fascismo.
La società attuale, secondo Fromm, non facilita la realizzazione delle qualità umane autentiche. Oltre ai bisogni fisiologici, esistono cinque bisogni propriamente umani. Il bisogno di relazioni, il primo tra questi, esprime l'esigenza essenziale per l'uomo di rapportarsi agli altri. Il bisogno di trascendenza si riferisce alla tendenza umana ad andare oltre il limite, per realizzare un progetto creativo. Il bisogno di radicamento rappresenta il desiderio di far parte del mondo, da cui deriva il sentimento di fratellanza. Il bisogno di identità induce l'uomo a differenziarsi rispetto al gruppo. Esiste nell'uomo anche il bisogno di un sistema di orientamento, cioè di un quadro generale di riferimento in cui inserire la propria esperienza.
Fromm afferma che una società, com'è quella contemporanea, che non favorisce queste fondamentali aspirazioni dell'essere umano è una società malata. Nell'opera Avere o essere? (1976) mette in evidenza che l'uomo occidentale basa la propria identità sull'avere più che sull'essere, a causa dei falsi bisogni suscitati dal sistema economico. La psicoanalisi deve aiutare l'uomo a riconoscere i suoi bisogni autentici e a svilupparsi esprimendo la propria creatività. Tra le sue altre opere si ricordano: Fuga dalla libertà (1941), Dalla parte dell'uomo (1947), L'arte di amare (1956), Anatomia della distruttività umana (1973).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

M.K. Gandhi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La mia vita per la libertà”

M.K.Gandhi**

 

 

Mohandas Karamchand Gandhi,meglio noto come Mahatma, che significa Grande Anima, nasce a Porbandar, in India, nel 1869.Appartiene ad una antica casta di mercanti, dediti al culto fedele dell’induismo.Dopo essersi sposato all’età di tredici anni secondo la tradizione, Gandhi parte per l’Inghilterra, la grande Madre, dove si laurea in legge e diventa avvocato.Comincia ora a delinearsi quella che sarà poi la sua filosofia di vita,  uno dei concetti più belli e affascinanti della sua battaglia non-violenta sta proprio in un termine da lui stesso coniato:”Satyagraha”, tradotto letteralmente come resistenza passiva, ma che ha in realtà un significato ben più profondo come principio di verità per combattere la violenza.

La scelta del vegetarianismo è un aspetto fondamentale nella liberazione delle passioni dei sensi, concetto già presente e rispettato nella religione indù, che impone una dieta molto rigorosa, ma d’altra parte il digiuno e la penitenza fanno ormai parte della vita del Maestro, come propria scelta spirituale.Gandhi ha basato tutto il suo agire pratico su dettagliate analisi di tipo psicologico, tutto un lavoro di introspezione e di autocritica per il raggiungimento di quello che egli definisce “auto-controllo”.Nel 1906 decide formalmente di prendere il voto al “Brahmacharya”, massima espressione di auto-controllo, che corrisponde al voto di castità, una proibizione  prettamente psicologica e autoimposta, solo in tal modo infatti essa  è veramente salutare come salvaguardia del proprio corpo.Ciò che egli ha voluto realizzare nella sua vita con i suoi esempi di non-violenza è la completa fraternità non soltanto con gli esseri che definiamo umani,ma con tutta la vita,diventare con essa un’unica entità,anche con le creature che reputiamo repellenti,in quanto discendiamo tutti da uno stesso Dio.Bisogna avere, quindi rispetto per ogni forma di vita, in qualunque forma essa appaia.Per questo non vi sono limiti a ciò che possiamo fare per il prossimo,chiunque egli sia e di qualunque colore sia la sua pelle,non vi sono frontiere fra i popoli,è stato l’uomo difatti a creare i confini di uno stato,non Dio.

Fra il 1893 e il 1914 è in Sud Africa dove intraprende la lotta per l’uguaglianza e la difesa dei diritti degli indiani,la cui situazione è assai compromessa dai primi pregiudizi razziali che si instaurano nella società europea.Qui fonda una rivista:”Indian Opinion”che diventa un vero e proprio movimento di disobbedienza civile non-violenta.

Nel 1914 allo scoppio della prima guerra mondiale, Gandhi si sente in dovere di accorrere in aiuto della madrepatria e di partecipare alla guerra.Si arruola come volontario nell’esercito inglese per il pronto soccorso dei feriti, sebbene vi fossero molte obiezioni da parte dei suoi compagni e seguaci che erano contrari.La partecipazione alla guerra può sembrare contraddittoria rispetto al principio di non violenza, ma Gandhi ci insegna che quella della non-violenza è un teoria molto complessa, tutti noi siamo esseri mortali indifesi, coinvolti nell’aggressività, in quanto l’uomo non può vivere neanche un momento della sua vita a livello conscio o inconscio senza commettere violenza, anche nelle nostre azioni abituali c’è una minima distruzione di vita.Certo può nascere una controversia ma egli sente l’azione dell’aver preso parte alla guerra come un atto per farla cessare, non importa chi degli stati nemici avesse di fatto la ragione, ciò che conta è partecipare in aiuto di chi ne ha bisogno.Eppure Gandhi è convinto che il bene risiede nei cuori di chi lo mostra al di fuori,in quanto l’esterno è il riflesso dell’interno.Se si è buoni,l’intero mondo sarà buono per noi,ma se consideriamo cattivi chi ci circonda è probabile che il male sia dentro di noi.

Dopo la guerra ritorna in India dove lotta contro la suddivisione in caste della società indiana, infatti tutte le sue comunità sparse per l’India sono frequentate anche dai cosiddetti “intoccabili”, che occupano l’ultimo gradino sociale, ma anche per la proclamazione dell’indipendenza dell’India che di fatto avviene il 15 agosto 1947.La sua viva attività di politico in nome della giustizia gli vale l’appellativo di Mahatma, e ormai i concetti fondamentali del suo pensiero sono la libertà totale per il suo paese, libertà da ottenere attraverso un grande impegno continuo e senza compromessi ma sempre con un principio inviolabile: la lotta non-violenta e la disobbedienza civile.L’uso della violenza è di certo un metodo più persuasivo e più facile per imporre le proprie idee agli altri, ma Gandhi ha conseguito i suoi scopi sempre tramite un dialogo pacifico.La violenza è cedere alla debolezza umana, e non può arrecare alcun bene ma solo danno infinito.

La sua guida è stata l’assidua ricerca dell’auto-percezione, il trovarsi faccia a faccia con Dio, e non  importa di quale Dio si tratti,se esso sia cantato nel Corano o nella Bibbia,Gandhi non ha mai anteposto la propria religione alle altre,ma ha saputo cogliere da ognuna saggi principi su cui fondare il proprio agire.Difatti egli crede che nell’Aldilà non vi siano né induisti,né cristiani,né musulmani,ma ognuno viene giudicato secondo le proprie azioni e non secondo l’etichetta.

Mentre cerca tenacemente di riappacificare India e Pakistan separate da rivalità religiose, il 30 gennaio 1948 viene assassinato da un fanatico indù, e come in tutte le cose soltanto allora il popolo si rende davvero conto di ciò che ha perduto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 "La forza della non violenza".

M.K.Gandhi**

 

Mohandas Karamchand Gandhi è stato senza dubbio, uno dei pochi uomini della storia che ha lottato per la pace nel mondo.

Solidamente ancorato alla cultura Induista, pur non disdegnando gli apporti di altre grandi religioni (come il Cristianesimo e l'Islamismo), e al pensiero filosofico Indiano e Occidentale (L. Tolstoj, H. Thoreau), Gandhi formulò la dottrina della non-violenza, ispiratagli dall'influsso di Tolstoj (suo maestro ispiratore). Cominciò a sperimentare il suo metodo della forza della verità o non-violenza in Sud Africa e condusse molte campagne in favore degli Indiani residenti in quel continente. Tornato dall'Africa iniziò la sua azione in India,si battè per l'unità del paese ed auspicò la pacifica convivenza tra Indù e Musulmani, voleva appunto porre fine allo spargimento di sangue tra i due popoli, essa fu una lotta densa di avvenimenti ma fu sempre una lotta condotta con molto coraggio e amore tanto che Gandhi fu chiamato dal suo popolo "Mahatma" (grande anima).

Gandhi va oltre "l'Aishma" (non-violenza) termine antichissimo della cultura Induista, e conia un nuovo vocabolo "Satyagraha" e con esso una nuova dottrina che riassume la sua filosofia di azione politica non-violenta.

La strada del "Satyagraha" tracciata da Gandhi è molto impegnativa, come si evince chiaramente dalle pagine di uno dei suoi scritti "La forza della non- violenza", egli sostiene che tutte le religioni sono come i rami di un grande albero Indiano il banyan che affonda le radici nella non-violenza, e il "Satyagraha" è una ricerca della verità che conduce a Dio, un Dio interiore che è presente in noi stessi. Coloro che intendono seguirne l'insegnamento devono addestrarsi a una rigorosa autodisciplina del corpo e della mente, a questo proposito Gandhi fa un elenco dei titoli che sono essenziali per un "Satyagrahi" in India:

1 Deve nutrire una fede viva in Dio, che è la sua unica Rocca

2 La verità e la non-violenza sono il suo credo, egli deve confidare nella innata    bontà della natura umana che egli susciterà con la verità e l'amore della sua    sofferenza

3 Deve condurre un'esistenza semplice ed essere pronto a rinunciare alla vita e a    ciò che gli appartiene

4 Deve abitualmente indossare il khadi ed essere dedito alla filatura (L'arte della    filatura, tra le più antiche del mondo, richiede calma e pazienza. Gandhi, in un              paese dove si contano milioni di arcolai, l'ha presa a simbolo del "Satyagraha",       poichè fondata su una pazienza senza limiti)

5 Non deve bere alcolici, in modo da essere pienamente cosciente delle proprie   azioni

6 Deve essere disposto ad accettare ogni disciplina alla quale può essere soggetto

7 Deve rispettare le norme che regolano la vita di prigione a meno che non   offendano il rispetto di sè stesso.

Essenzialmente ciò che Gandhi si attende dai suoi seguaci è che siano coraggiosi ma non combattendo con la spada ma morendo senza paura nel cuore e senza desiderare il male del nemico, solo chi è martire nel vero senso della parola è veramente coraggioso, difatti vera arma del "Satyagrahi" è la forza dello spirito che si oppone alla forza fisica poichè "nessun tiranno può avere alcun potere sull'anima, che può rimanere libera e non soggetta a conquiste anche quando il corpo è in catene". La forza dello spirito è una forza che opera lenta e silenziosa, che non ammette nessuna forma di violenza sia essa in pensiero, parole, opere, è un'opera atta a recuperare chi fa del male e riportarlo al bene non a distruggerlo. Per ben comprendere il pensiero di Gandhi, che pone a ogni azione umana il limite invalicabile della non-violenza, è necessario precisare però che tale precetto non si ferma a una posizione negativa (non essere causa di male agli altri) ma possiede in sé la carica positiva della benevolenza o beneficenza universale e diventa "l'amore puro" comandato dai sacri testi dell'Induismo, dai Vangeli e dal Corano. La non-violenza è quindi un imperativo religioso prima che un principio dell'azione politico-sociale e, posta a fondamento della dottrina di Gandhi, costituisce il vero segno di distinzione di quanti assieme a lui credono nel "Satyagraha". Emerge dunque che "Satyagraha" non coincide con resistenza passiva ma resistenza civile ad esempio nel campo politico l'opporsi a leggi ingiuste senza poi sottrarsi alla pena per aver infranto appunto una legge dello Stato. E' in sostanza la prova evidente di come l'uomo possa e debba lottare facendo ricorso alle inesauribili energie del suo spirito.

Nel contempo Gandhi precisa ulteriormente la sua dottrina morale: l'esercizio della non-violenza deve accompagnarsi all'intrepidezza, che libera da ogni timore mondano; la dottrina del "Satyagraha" esige una vita semplice e modesta, umiltà del cuore e purezza assoluta dei costumi, disprezzo delle ricchezze e accettazione volontaria della povertà in nome della serenità della coscienza.

Senza dubbio quindi la più preziosa eredità che Gandhi ci ha lasciato e di cui dobbiamo fare tesoro è la forza della non-violenza. E' questa l'arte e la scienza che dobbiamo apprendere e coltivare come risoluzione e trasformazione non-violenta dei conflitti, infatti la vera innovazione del pensiero di Gandhi è il non uccidere i violenti ma uccidere la violenza una volta e per sempre.

"Le generazioni future faticheranno probabilmente a credere che un uomo simile si sia mai realmente aggirato in carne ed ossa su questa terra" (A. Einstein)

 

 

 

BIOGRAFIA**

Mohandas Karamkand Gandhi nacque il 2 ottobre 1869 a Porbandar, India, da genitori appartenenti alla casta dei mercanti. Atredici anni sposò una ragazza della sua età da cui ebbe quattro figli. Laureatosi in giurisprudenza in Inghilterra, nel 1891 fece ritorno in patria. Recatosi in Sudafrica per ragioni di lavoro, si rese conto dell’oppressione in cui si trovavano i suoi compatrioti e decise di rimanervi per rivendicare i loro diritti. Si distinse nella guerra del Boeri, a fianco degli Inglesi. Nel 1915 ritornò in India continuando la lotta per l’indipendenza del suo paese. L’ottenne nel 1947, ma la divisione del territorio nei due stati dell’India e del Pakistan e soprattutto la lotta tra indù e musulmani gli causarono amarezza e dolore. Riprese la sua campagna con un ultimo digiuno il 13 gennaio 1948 a 78 anni. Diaciasette anni più tardi un indù lo uccise.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immanuel Kant

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Per la pace perpetua”

Immanuel Kant**

 

 

 

Immanuel Kant ha dedicato molta attenzione al problema della pace nel suo trattato “Per la pace perpetua”: in questo testo, scritto nel 1795, il grande filosofo tedesco indica le condizioni per eliminare la guerra come sistema di relazione tra gli stati. La guerra è infatti vista da Kant come barbarie, rozzezza, “degradazione brutale dell’umanità”, “eterna nemica del progresso”: essa è solo il triste rimedio per affermare con la violenza il proprio diritto. E’ perciò compito dell’uomo, un compito affidato direttamente dalla ragione, uscire da questo stato selvaggio per instaurare la pace perpetua: infatti “la ragione, dall’alto del suo trono di suprema potenza morale, condanna in modo assoluto la guerra come procedimento giuridico, mentre eleva a dovere immediato lo stato di pace”. Per Kant non deve esserci nessuna guerra: per questo, dunque, non si tratta di pace come soluzione provvisoria di un conflitto, ma di pace perpetua, dove l’aggettivo “perpetua” è un pleonasmo necessario per esprimere l’importanza del progetto filosofico di Kant.

L’opera è organizzata in articoli preliminari, articoli definitivi ed articoli segreti. Negli articoli preliminari, Kant affronta problemi di ordine tecnico per lo stabilimento di una pace durevole: per prima cosa “un trattato di pace non può valere come tale se viene fatto con la segreta riserva di materia per una futura guerra”. In tal caso, infatti, si tratterebbe soltanto di una tregua, e non di pace. “Nessuno Stato indipendente può venir acquisito da un altro Stato tramite eredità, scambio, vendita o dono”, poiché uno Stato non è una proprietà, un avere, ma una società di uomini sulla quale nessun altro al di fuori dello Stato stesso ha da comandare e disporre. “Gli eserciti permanenti devono, con il tempo, scomparire del tutto”, non solo perché costituiscono una minaccia costante di guerra per gli altri Stati, diventando causa di competizioni e conflitti, ma anche perché portano ad un uso degli uomini come semplici strumenti per uccidere, un uso che sicuramente “non si accorda con il diritto dell’umanità nella nostra propria persona”. Bisogna inoltre evitare di contrarre debiti pubblici troppo alti, non perché questi diano adito a sospetti, ma perché “un sistema di debiti crescenti all’infinito come macchina in mano alle potenze per agire l’una contro l’altra rappresenta un pericoloso tesoro per condurre una guerra. Questa facilità a fare una guerra, insieme all’inclinazione in tal senso che hanno i potenti, che sembra innata alla natura umana, costituisce dunque un grande ostacolo alla pace perpetua”. “Nessuno stato può intromettersi con la violenza nella costituzione e nel governo di un altro stato”, poiché questa intromissione di potenze esterne sarebbe un’offesa dei diritti di un popolo che lotta per combattere i germi della discordia e del conflitto interni. Infine, nessuno Stato in guerra con un altro si può permettere ostilità tali da rendere necessariamente impossibile la reciproca fiducia in una pace futura: per Kant è dunque un imperativo evitare di utilizzare stratagemmi disonorevoli che possano far venire meno il rispetto tra Stati, presupposto fondamentale per ottenere la pace.

Dopo aver affrontato tali questioni, Kant stabilisce nei tre articoli definitivi le condizioni fondamentali perché il pianeta non divenga semplicemente il “grande cimitero del genere umano” e per ottenere lo stato di pace, il quale deve essere istituito, poiché non è uno stato naturale:

·        “in ogni Stato la costituzione civile deve essere repubblicana”. La repubblica è infatti la miglior forma di governo poiché si basa sui principi della libertà, della uguaglianza e della dipendenza di tutti da un’unica legislazione comune. Essa    porta gli uomini a riconoscersi come “cittadini della cosmopoli”, del mondo, poiché li rende partecipi di qualsiasi decisione, e aberra forme di dispotismo e di sopraffazione. Per questo la costituzione repubblicana ha la prospettiva della pace perpetua: infatti “se per decidere se debba o no esserci la guerra viene richiesto il consenso dei cittadini, allora la cosa più naturale è che, dovendo decidere di subire loro stessi tutte le calamità della guerra, rifletteranno molto prima di iniziare un gioco così brutto”. Al contrario, invece, in una costituzione non repubblicana sarà il sovrano a prendere le decisioni: sarà pertanto più alto il rischio di entrare in guerra, poiché essa non danneggerà minimamente il mondo privilegiato in cui vive.

·        “il diritto internazionale deve fondarsi su un federalismo di liberi Stati”. Quella che Kant chiama federazione di pace (foedus pacificum), può infatti garantire il diritto di ogni Stato, ma allo stesso tempo limitarne l’autonomia, un’autonomia che potrebbe rivelarsi dannosa: pertanto gli Stati devono sottomettersi a pubbliche leggi costrittive, “formando uno Stato dei popoli che dovrà sempre crescere, per arrivare a comprendere finalmente tutti i popoli della Terra”. Soltanto così si potrà uscire dalla condizione della mancanza di legge, “che non contiene altro che la guerra”, e allontanare del tutto la violenza, a meno che non si ritenga giusto che gli uomini si distruggano a vicenda, trovando così la pace “in quella vasta tomba che ricoprirà tutti gli orrori della guerra insieme a chi li ha compiuti”. Questa federazione  si differenzia dal  trattato di pace (pactum pacis) per il fatto che questo cerca di porre fine semplicemente ad una guerra, quella invece a tutte le guerre per sempre.

·        “il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni dell’ospitalità universale”, dove per ospitalità Kant intende il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come un nemico a causa del suo arrivo nella terra di un altro. Si tratta dunque di un diritto di visita, che spetta a tutti gli uomini in virtù del diritto della proprietà comune della superficie terrestre. Esiste tuttavia un limite a tale diritto: esso infatti non può estendersi oltre le condizioni di universale ospitalità. Ciò vuol dire che colui che è ospite di uno Stato straniero non può approfittare di questa posizione per disgregare lo Stato o minacciarne l’esistenza: basti pensare, suggerisce Kant, alla condotta inospitale degli Stati colonizzatori nei secoli di scoperte geografiche, i quali non tennero assolutamente conto degli abitanti delle nuove terre, tanto che l’ingiustizia di cui essi diedero prova “è tale da rimanerne inorriditi”. Il filosofo tedesco specifica inoltre che l’idea di un diritto cosmopolitico, che regoli i rapporti tra uno Stato e i cittadini di altri Stati, non è un tipo di “rappresentazione esaltata del diritto”, ma un necessario coronamento del codice non scritto verso la pace perpetua, soprattutto perché “la violazione di un diritto commessa in una parte del mondo viene sentita in tutte le altre parti”.

A questi articoli definitivi seguono dei “supplementi”. Il primo supplemento riguarda la garanzia della pace perpetua: secondo Kant è “la grande artefice natura” che fornisce questa garanzia. L’instaurazione della pace  deve essere quindi considerata come il normale scopo del  corso degli eventi, dominati tutti dalla finalità che “dalla discordia tra gli uomini sorga la concordia anche contro la loro volontà”. La natura fa sì che le tendenze egoistiche degli uomini si annullino tra loro e l’uomo, benché non sia moralmente buono, viene così costretto ad essere un buon cittadino: perciò per quanto la costituzione repubblicana sia la più difficile da istituire, tanto che questo viene definito lo Stato degli angeli, il problema dell’istituzione dello Stato è risolvibile anche per un popolo fatto di diavoli. Tutto sta a capire come si possa utilizzare il meccanismo della natura per organizzare il conflitto dei sentimenti non pacifici così che gli uomini  possano introdurre lo stato di pace, nel quale abbiano potere le leggi: “si può allora dire che la natura vuole irresistibilmente che il diritto divenga il potere supremo”. E’ sempre la natura che impedisce che diventi realtà il desiderio di ogni Stato di ottenere una pace duratura dominando tutta la Terra. Per impedire ciò essa “separa saggiamente i popoli” attraverso due mezzi: la diversità delle lingue e delle religioni.

Nel secondo supplemento Kant sostiene che “le massime dei filosofi che rendono possibile la pace pubblica debbano essere tenute presenti dagli Stati armati per la guerra”: i filosofi, dunque devono pensare l’impossibilità della guerra e l’inevitabilità della pace e cercare di comunicare bene ciò ad altri che con loro condividono un mondo che ha conosciuto sinora solo la realtà della barbarie.

Negli articoli segreti, Kant afferma che la vera politica non possa prescindere dalla morale, e che debba necessariamente “piegare le ginocchia davanti al diritto”; fondamentale è anche il principio giuridico (riguardante il diritto degli uomini) ed etico (appartenente alla dottrina della virtù) secondo il quale “tutte le azioni relative al diritto degli altri uomini sono ingiuste”.

La grande opera di Kant si conclude con questa frase particolarmente significativa: “se c’è un dovere, e se insieme ad esso esiste una fondata speranza di rendere reale lo stato del diritto pubblico, pur solo in un’infinita approssimazione all’infinito, allora la pace perpetua non è un’idea vuota, ma un compito che, risolto a poco a poco, si fa sempre più vicino alla sua meta”.

 

 

 

 

 

BIOGRAFIA**

    Nato da genitori pietisti, studiò presso il Collegium Fredericianum e frequentò poi l’università, dove seguì i corsi di fisica, logica e matematica. Nel 1755 conseguì la libera docenza e ottenne l’incarico di professore straordinario di matematica e filosofia. Nel 1770 ottenne la cattedra. Le sue opinioni in campo religioso, che si fondavano sul razionalismo piuttosto che sulla rivelazione, lo condussero al conflitto con il governo prussiano, e nel 1792 il re Federico Guglielmo II gli proibì di tenere lezioni pubbliche o scrivere intorno ad argomenti religiosi. Kant obbedì formalmente a quest’ordine fino alla morte del sovrano. Il filosofo tedesco morì il 12 febbraio del 1804, all’età di ottantadue anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                     M.L. King

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“I have a dream”

M.L.King**

 

 

Martin Luther King nacque ad Atlanta nello stato della Georgia il 15 gennaio del 1929.

Nella primissima infanzia il piccolo Martin usava giocare e vivere insieme ai bambini bianchi del suo quartiere, ma crescendo si accorse di quanto la sua realtà in cui era stata sempre compresa l’amicizia tra neri e bianchi era inesistente. Successivamente i genitori dei suoi amici bianchi vietarono addirittura di poter parlare con lui e gli altri bambini neri. Più volte a tavola con i genitori avevano affrontato questo problema che non trovava pace nella mente del piccolo, ma invano perché egli non riusciva proprio a darsi una spiegazione sull’ esistenza della differenza tra bianchi e neri. I genitori dicevano sempre che non doveva odiare i bianchi, ma essendo un cristiano doveva amarli. Martin aveva sempre creduto che questo problema trovava le sue fondamenta sull’ingiustizia. Nel libro vengono raccontati episodi che da piccolo gli hanno fatto capire quanto fosse forte il disprezzo che i bianchi avevano nei confronti delle persone del suo stesso colore. Descrive ciò che accadde un giorno quando con suo padre andò in un negozio per comprare delle scarpe e il commesso un giovane bianco li invitò a sedersi nella parte posteriore per servirli, ma il padre rispose che i suoi dollari non valevano meno di quelli di un uomo bianco e si rifiutò di sedersi nella parte posteriore del negozio solo perché erano neri, allora uscirono dal negozio rinunciando all’acquisto.Il padre si interrogava ad alta voce su quanto tempo avrebbero dovuto sopportare ancora quel regime a cui non sarebbe mai sottostato.

Negli anni seguenti studiò con passione e con grande rabbia in scuole rigorosamente segregate, per giungere ad una soluzione per la situazione in cui era ridotto il popolo nero. Il suo sogno era infatti quello di diventare avvocato per essere di aiuto ai suoi fratelli di colore. Durante la sua adolescenza frequentò il College Morehouse che gli apparve un ambiente libero dove per la prima volta ebbe modo di parlare liberamente della questione razziale. Grazie ad una insegnante capì l’importanza della religione che si basava sulla credenza in Dio oggetto della fede dei neri spinti quindi a credere che “Lassù Qualcuno li amasse”. Ebbe proprio nel College il primo contatto con le teorie della resistenza non violenta, fu ispirato da Throu e le sue teorie presero vita nel suo movimento per i diritti civili. Questo movimento aveva come principali obiettivi il ritorno della giustizia e della libertà per i neri, e l’opposizione al male abbattendo le barriere della legge che impediva ai neri il godimento dei loro diritti.

Quando entrò nel seminario teologico del Crozer, Martin Luther King venne a contatto con la prima tesi pacifista, nella quale si sosteneva che la guerra pur non essendo un mezzo positivo possa impedire la diffusione di una forza malvagia. King notò che questa tesi pacifista ammetteva l’utilizzo delle armi,mentre le altre tesi che gli vennero proposte e lo colpirono maggiormente tra le quali quella di Ghandi, sostenevano che non ci dovesse essere l’utilizzo della forza in senso  assoluto. Ghandi venne ammirato da Martin per la sua forza di volontà nel non abbandonare mai la sua fede nella non violenza come strumento per la lotta per la libertà .Ghandi dichiarava che l’amore è la forza per resistere alla guerra e giungere alla pace. Attraverso il suo messaggio King capì la possibile forza per riformare la società, potente ed efficace. Ispirato dalle teorie di Ghandi cominciò a predicare diventando famoso tra i suoi fratelli di razza e non solo, attirando nella sua battaglia proseliti sempre più numerosi. King attraverso lo studio dell’umanesimo liberale capì che nella natura umana esistesse una certa possibilità di azioni nobili. Nel 1955 un avvenimento dette una svolta al suo movimento contro la segregazione raziale. Un’operaia nera Rosa Parks salì su un autobus a Montgomery per tornare a casa, aveva lavorato tutto il giorno era molto stanca, cercava un posto per sedersi. Essendo occupati tutti i posti riservati ai negri, si sedette su uno, tra i posti rimasti liberi, riservato ai bianchi. Immediatamente le fu imposto di alzarsi, ma lei rifiutò, intervenne il bigliettaio, fu chiamata la polizia e Rosa fu arrestata per essersi seduta su un posto "per i bianchi". Fu l’evento che mutò radicalmente la politica di lotta di King, il quale convocò una riunione di tutti i suoi seguaci stanchi di subire soprusi, anche peggiori di quello sofferto dall'operaia.Si formò un’Associazione del movimento per il miglioramento di Montgomery: MIA che per elezione ebbe come presidente lo stesso reverendo King dichiarava che era Dio a dargli la forza per combattere questa battaglia pacifica. All’interno dell’assemblea venne proposto come strumento della lotta a Montgomery il boicottaggio degli autobus, L'iniziativa ebbe un enorme successo: né bianchi né neri per diversi giorni salirono sugli autobus in segno di protesta. La situazione continuò immutata e le autorità non cedevano e, non sapendo come risolvere la questione, citarono in tribunale Martin L. King per "aver danneggiato l'azienda dei trasporti pubblici", ma, mentre stava per iniziare il processo, arrivò la strepitosa notizia: la Suprema Corte degli Stati Uniti d'America aveva dichiarato "illegale" la segregazione praticata negli autobus. Rosa Parks aveva vinto: da quel momento la soprannominarono “mamma dei Diritti Civili”.

Fu una enorme vittoria per King ma il suo prezzo fu altrettanto alto gli fecero esplodere una carica di dinamite davanti a casa, egli stesso fu preso a sassate picchiato e aggredito dai cani della guardia nazionale.

Durante questa sua lotta King capi che la pace e l’ ugualianza non si sarebbero mai potute ottenere finchè fosse perdurato in tale maniera il regime segregazionalista, perché esso si basava sull’ingiustizia di trattamento.

Nel 1959 si imbarcò per l’India desiderando andare a vedere la terra e la gente con cui Ghandi aveva vissuto. Fu accolto dal popolo indiano con grandi onorificenze…durante il suo viaggio comprese meglio la dottrina di Ghandi della non-violenza, che lui stesso aveva applicato a Montgomery.

Lasciando L’India capì che la resistenza non violenta fosse l’arma più potente di cui potesse disporre un popolo oppresso deciso a lottare per la libertà. Le manifestazioni pacifiste si diffusero in tutto il mondo e King riuscì spostandosi per il paese a partecipare a qualcuna venendo più di una volta incarcerato con i manifestanti stessi. Lo stesso Kennedy non ancora presidente, avendolo conosciuto ed appoggiando pienamente il sistema della sua lotta, pagò la cauzione per farlo scarcerare. King partecipò alla marcia organizzata dagli studenti di Birgminton uno dei luoghi in cui la segregazione era più radicata. Gli studenti cominciarono a fare sit-in nelle pizzerie e tavole calde poi cominciarono ad occupare piazze e strade, durante una marcia risposero alla violenza che la polizia aveva cominciato ad utilizzare, perciò King organizzò la “Giornata della Penitenza”.

Nell’ agosto del 1963 Martin L. King arringava a Washington 250000 persone che partecipavano all’imponente marcia non-violenta per i diritti civili e l’integrazione raziale, fu in questa occasione che pronunciò il discorso noto a tutto il mondo basato sulla sua dottrina che iniziava con le parole “I have a dream” nel quale sosteneva di avere un sogno di un mondo di pace, di un’America in cui bambini bianchi e neri potessero vivere in pace e venir giudicati non per il colore della loro pelle, che potessero sedere tutti alla stessa tavola. Un sogno che rappresentava per il popolo nero una speranza di libertà che doveva riecheggiare dalle possenti montagne di New York, dalla Californi, dal Colorado, dal Tennessie. La marcia era stata la prima operazione organizzata di neri che ricevesse rispetto dalle genti di ogni colore. Per la prima volta le persone bianche guardavano i neri apprezzando il loro movimento e tutti insieme ascoltavano le parole di King portavoce dei neri oppressi.

Fu anche questa una vittoria che ebbe gravi prezzi da pagare tra i quali l’attentato dinamitardo alla scuola domenicale di Birgminton e quattro bambine rimasero uccise.

Il 22 novembre del 1963 il mondo rimane sbigottito difronte all’assasinio del presidente Kennedy. King lo ricordò sempre come un uomo che sapeva cogliere con profonda intuizione la dinamica del mutamento della società e la necessità di tale mutamento. Successivamente King sarà presente nel momento in cui viene firmata la legge sui diritti civili, questa legislazione egli dichiara che prima di tutto era stata scritta nelle strade.

Nel 1964 il parlamento norvegese aveva deciso di assegnargli il premio nobel per la pace a nome del movimento non violento. King promise che l’intera cifra del premio 54000 dollari sarebbe stata usata per finanziare il movimento stesso. Disse “la non-violenza è un punto di partenza soddisfacente, possiamo sicuramente impostare un clima di pace nel quale si possa far nascere un sistema della pace”.

Purtroppo però doveva constatare che la lentezza dei poteri pubblici, il costante e profondo razzismo dei bianchi, non solo negli Stati del Sud, continuava ad esasperare i negri che si rivolgevano sempre più alle soluzioni estremiste, a lui ostili e sostenute da nuovi organismi rivoluzionari: i seguaci musulmani di Malcom X, Black Power, Black Panthers.

Nel 1966 venne ucciso James Meredith, che nel 1962 aveva abolito il regime segregazionalista nell’università del Missipi, durante la “Marcia della paura” organizzata per invitare la popolazione nera del Missipi ad iscriversi nelle liste elettorali.

Nel mese di aprile dell'anno 1968 si recò a Menphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città (bianchi e neri), che erano in sciopero. Mentre, sulla veranda dell'albergo, s'intratteneva a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte vennero sparati alcuni colpi di fucile: Martin L. King cadde riverso sulla ringhiera, pochi minuti dopo era morto. Approfittando dei momenti di panico che seguirono, l'assassino si allontanò indisturbato. Erano le ore diciannove del quattro aprile. Pochi giorni dopo, ad Atlanta, si svolsero le esequie di King, a cui intervennero migliaia di persone, tra le quali Marlon Brando e Nelson Rockefeller.

Il killer fu arrestato a Londra circa due mesi più tardi, si chiamava James Earl Ray ed aveva già dei precedenti per rapina, alcolismo e spaccio di dollari falsi. Al processo fu condannato a novantanove anni di reclusione, ma, qualche anno dopo, riuscì ad evadere. Dopo essere stato catturato nuovamente, rivelò che non era stato lui l'uccisore di Martin Luther King, anzi sosteneva di sapere chi fosse il vero colpevole. Nome che non poté mai fare perché venne accoltellato la notte seguente nella cella in cui era rinchiuso.

La sua vita  ispirata ad una strategia di non violenza ed improntata al sostegno di iniziative volte ad un cambiamento più razionale e propositivo dei rapporti sociali, galvanizzando le coscienze della nazione americana e definendo nuove priorità.

Fu un uomo di saggezza, di parole e di impegno per il suo sogno di un nuovo modo di vivere, un modello non solo per gli americani ma per il mondo intero. Dunque anche in gran parte dell’occidente quel sogno si è realizzato. Eppure il mondo attuale cosiddetto globalizzato, è attraversato da discriminazioni e divisioni. Da un lato ci sono i paesi ricchi come l’America la Francia e l’Italia stessa e dall’altro ci sono i deserti, le steppe, i territori devastati dalla guerra, dalla fame, dalla morte. Sono queste le incongruenze che ci presenta il nostro mondo più unito ed uguagliato che in passato, ma anche più tagliato da una divisione ancora più insopportabile, ancora più insostenibile.

 

KING: “Tutti coloro che cercano di uccidere i sogni con le armi e con la violenza non sanno che la nostra fede resisterà  ben oltre la loro sfiducia”

 

 

** BIOGRAFIA Martin Luther King nasce ad Atlanta nel 1929, in Georgia, è stato il più importante sostenitore della lotta al razzismo negli Stati Uniti. Episodi commoventi ed esaltanti hanno caratterizzato la sua infanzia e i suoi rapporti con la comunità. Vittima di diversi soprusi portò avanti il suo impegno politico che lo portò anche in carcere e lo condusse a diventare il punto di riferimento nella battaglia per l’emancipazione dei neri d’America. Nel 1964 ha ricevuto il premio Nobel per la pace per la sua azione non violenta e in favore dell’uguaglianza contro ogni forma di razzismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelson Mandela

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Lungo cammino verso la libertà”

Nelson Mandela**

Il lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela nato a Mzevo, il 18 luglio 1918, un piccolo villaggio sulle rive del fiume Mbashe nel distretto di Umtat capitale di Transkej, un luogo lontano dal mondo dei grandi eventi, dove il paesaggio è verde anche d’inverno, ricco di colline e valli fertili, è la storia di un ragazzo africano di campagna, Rolihlahla (Nome conferitogli dal padre che in Xhosa, nazione a cui egli apparteneva, prende il significato di “Attaccabrighe”), il nome inglese, Nelson, gli fu attribuito solo il primo giorno di scuola.

E’ la storia di un ragazzo, uomo, che ha sofferto; vittima di una miriade di offese, indegnità, accuse.

E’ la storia di un ragazzo cresciuto troppo in fretta, di un ragazzo per il quale i momenti felici fiorirono solo nel periodo d’infanzia, della quale descrive con precisione e nostalgia i minimi particolari: le amicizie, i giochi all’aperto, la vita da pastore, la cerimonia rituale della circoncisione, gli insegnamenti del padre; capo del villaggio sia per sangue che per tradizione, uomo dal quale Mandela ha imparato molto, ha imparato ad amare la sua nazione, a ritenerla unica, dal quale ha ereditato sani principi, virtù e generosità…Padre che purtroppo perde all’età di soli 9 anni, episodio che gli segnò la vita. Nello stesso anno si trasferì a Mqhekhezweni capitale del Thembuland, gli si aprì davanti un nuovo mondo, mondo in cui gli unici valori erano il denaro, la posizione sociale, la fama e il potere, valori che con il passare del tempo resero sempre più fragili i sani principi che fino alla nascita Nelson aveva portato nel cuore e nei quali credeva profondamente; ora, i principi che avrebbero governato la sua vita erano la dignità di rango e la Chiesa.

All’età di 16 anni era tempo di diventare uomo. Frequentò il Clarkerburj Institute, situato nella provincia di Engcobo, dall’altra parte del fiume Mbashe. Qui aveva conosciuto molti bianchi, fu da qui che iniziò a percepire qualcosa che fino ad allora gli era sconosciuta.

Mandela parla del suo distaccato rapporto con i bianchi, “figure” non da odiare; La regola della maggioranza era ancora un concetto sconosciuto per il “Ragazzo africano di campagna” costretto a seguire una via troppo tortuosa per la sua giovane età…anche se le “figure” bianche la conoscevano bene.

Nel 1937, a 19 anni, frequentò il College di Fort Beaufort, a Healdtown, conobbe il grande poeta Xhosa, Krune Mqhaji, per lui fu una esperienza «Luminosa come una cometa in un cielo notturno».

Le parole di Krune «…troppo a lungo ci siamo sottomessi alle false divinità dell’uomo bianco.Ma ora alzeremo la testa e ci scrolleremo di dosso queste nozioni straniere», fecero riflettere Nelson, ora, capiva che un africano poteva tener testo a un bianco, anche se ancora in un certo senso si sottometteva a loro. Intanto il tempo passava e “il ragazzo” ormai cresciuto, nel 1943, si recò a Joannesburg, dopo essersi sottratto ad un matrimonio combinato. Qui proseguì gli studi, conobbe la degradazione delle Township, la miseria, ma soprattutto, è qui che iniziò a formarsi il combattente per la libertà, sostenuto dagli ideali dell’African National Congress (Anc), la più antica organizzazione nazionale africana, attraverso cui Mandela mosse campagne non violente contro l’instaurazione dell’Apartheid. Qui frequentò l’università “Wits”, era l’unico studente africano, conobbe molta gente, tra cui anche bianchi, con la quale avrebbe condiviso le dure vicende della lotta per la liberazione «Wits» dichiara Nelson «mi dischiuse un nuovo mondo, un mondo di idee e di convinzioni politiche e di dibattiti…mi trovavo… tra giovani che avrebbero costituito l’avanguardia del più importante movimento politico degli anni futuri. Per la prima volta conobbi gente saldamente schierata con la lotta di liberazione: Pronta…a sacrificarsi per la causa degli oppressi»…E’, ancora, la storia di una lunga prigionia, di una esperienza carceraria feroce, della lotta per mantenere intatta la sua dignità negata di uomo. Mandela è arrestato e condannato all’ergastolo il 5 agosto 1962, in Sudafrica. E’ dalla cella di un carcere che condusse per 28 anni, 28 anni di solitudine la battaglia per la libertà. E’ in quel luogo buio che nacque in lui la sete di libertà per tutto il popolo (“Neri o bianchi che siano”). Mandela sapeva di essere nato libero in ogni senso, ma quando si accorse che la vera libertà gli era stata rubata, cominciò a sentirne la sete. Doveva combattere per riprendere ciò che gli era sempre appartenuto, per liberare il suo popolo da una oppressione troppo grande. Gli anni della prigionia furono anni di continui massacri, morali e fisici, ma nonostante questa condizione, l’uomo leader percepì con straordinaria lucidità politica le profonde trasformazioni della società Sudafricana, le nuove strategie di lotta, le innovazioni politiche, le strategie d’azione.

In suo primo passo è dunque quello di ridare voce alla politica; Mandela propone la costruzione di un nuovo Sudafrica. E’ anche grazie a quel primo passo che oggi il Sudafrica conduce una vita pacifica post-apartheid…Il grande combattente nero fu liberato il 11 febbraio 1990, Mandela torna a Johannesburg, in un ghetto, centro di lotta dei neri del Sudafrica contro il regime dell’apartheid. Uscito di prigione, aveva ben chiara la sua missione; liberare sia gli oppressi che l’oppressore.

Uscito di prigione sapeva che il “lungo cammino” avrebbe ancora percorso strade tortuose, sapeva di non aver conquistato ancora la libertà. Uscito di prigione dichiara: «…Abbiamo soltanto conquistato la libertà di essere liberi, il diritto a non essere oppressi. Non abbiamo ancora compiuto l’ultimo passo del nostro viaggio, ma il primo di un lungo è anche più difficile cammino. Per essere liberi non basta rompere le catene ma vivere in un modo che rispetti accresca la libertà degli altri. Il vero test della nostra fedeltà alla libertà è solo all’inizio. Ho percosso questo lungo cammino verso la libertà. Ho cercato di non vacillare; Ho compiuto passi falsi. Ma ho scoperto il segreto che dopo aver scalato una collina, si capisce che ce ne sono ancora molte altre da scalare. Mi sono preso un momento di riposo per dare un’occhiata alla vista che mi circonda, per guardare indietro alla strada che ho fatto. Ma posso riposare solo per un momento, perché con la libertà vengono anche le responsabilità, e mi preoccupo di non indugiare, perché il mio lungo cammino non è ancora finito».