LA QUESTIONE PALESTINESE

 

 

 

 

 


 

Alunno GIORGIO Alessio

Anno scolastico 2002- 2003


SOMMARIO

LA QUESTIONE PALESTINESE.. 1

SOMMARIO... 2

Prefazione. 3

Capitolo I 5

IL SIONISMO SI INSEDIA IN PALESTINA.. 5

LE RADICI DELLA QUESTIONE ARABO-ISRAELIANA.. 5

ALLA NASCITA DELLO STATO DI ISRAELE SEGUE IL PRIMO CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO.. 9

IL GRANDE ESODO DEI PALESTINESI 11

Capitolo 2. 13

IL CONFLITTO SI INASPRISCE.. 13

LA SECONDA GUERRA ARABO - ISRAELIANA.. 14

DALLA NASCITA DELL’OLP ALLA GUERRA DEI 6 GIORNI (1967) 15

LA GUERRA DEL KIPPUR (1973) 18

L’INTIFADAH DEGLI ANNI OTTANTA.. 20

Capitolo 3. 22

UN DIFFICILE DIALOGO... 22

DOPO OSLO.. 23

LA SECONDA INTIFADAH.. 28

CONCLUSIONE.. 32

QUALI PROSPETTIVE?. 32

LA CRONOLOGIA (1920-2003) 34

APPENDICI. 38

Carte geopolitiche. 39

Documenti 41

Glossario. 54

Bibliografia. 56

 

Prefazione

 

 

Con questo lavoro mi sono proposto di analizzare uno dei problemi che, negli ultimi decenni, ha pesato di più sulla realtà mediorientale, la persistente scarsa conoscenza della questione palestinese. Eliminare questo problema è pertanto il primo impegno di chi voglia occuparsi di questa spinosa questione.

Esporre i termini del conflitto israeliano-palestinese significa parlare apertamente della sopraffazione subita dai palestinesi. Ogni giorno i palestinesi devono vedere la bandiera e i carri armati israeliani nei loro territori, ogni giorno si assiste ad un grottesco spettacolo: due popoli che continuano a colpirsi uno contro l’altro, senza alcun risultato che peggiorare la situazione di entrambi. E noi che li guardiamo siamo solo spettatori di una simile tragedia, che dimostra come la pace sia sempre più lontana.

Così ho ripercorso per capitoli le varie tappe del problema a cominciare dagli anni venti quando una falsificazione è stata fatta ai danni dei palestinesi: presentare la Palestina come una” terra senza popolo” per un “popolo senza terra”. Si tratta dello slogan coniato dal movimento sionista  a proposito di una terra che alla fine del dominio turco, negli anni quaranta, conta il 90% di abitanti arabo-palestinesi contro il 10% di ebrei.

Il problema si aggrava quando l’ONU nel 1947 approva  un progetto di spartizione della Palestina fra uno stato ebraico e uno arabo. L’opposizione dei palestinesi è ferrea, ma gli ebrei proclamano lo stato di Israele nel maggio del 1948 in modo unilaterale. Gli stati arabi scatenano una guerra contro Israele, ma vengono sconfitti. In seguito a ciò i palestinesi rimangono senza stato e il loro territorio viene diviso dall’ONU fra

Giordania (la Cisgiordania), Egitto (Gaza) e Israele (tutto il resto). Gerusalemme viene divisa tra Israele e Giordania.

Lo stato di Israele è però circondato da nemici che non ne riconoscono l’esistenza. Questa è la causa della guerra lampo dei Sei giorni (1967) con cui Israele occupa Gaza, il Sinai e la Cisgiordania.

Nasce così negli anni ’60 l’OLP, un’organizzazione per la liberazione della Palestina che nel ’68 avrà come leader Arafat.

Dal 1987 in poi la resistenza all’occupazione militare israeliana si manifesta nella forma dell’Intifadah, una sollevazione che si esaurisce nel lancio di sassi contro le truppe israeliane. Nel 1988 all’OLP si contrappone il movimento Hamas (ardore) che vuole la distruzione di Israele e la costruzione di un nuovo stato islamico in tutta la Palestina.

Un  tentativo di mediare le due posizioni quella israeliana e quella palestinese viene compiuto con gli accordi di Oslo nel 1993 ma la pace si rivela impossibile.

Anzi nel 2000 nasce una nuova Intifadah ben più drammatica della prima: ora ai sassi si sono sostituite le armi da fuoco.

Israele, governata da una coalizione capeggiata dal partito di destra con Sharon, risponde duramente, distruggendo nelle città palestinesi edifici, emittenti radiotelevisive, piste di atterraggio per velivoli e ogni struttura utile ai palestinesi, mentre il primo ministro proclama a gran voce che Israele riconoscerà soltanto uno Stato palestinese senza confini definiti e sotto il controllo israeliano.

Questo è ciò che è successo nelle terre del Mediterraneo orientale fino ad oggi. La speranza del terzo millennio è che cessino le distruzioni e si giunga ad una pace anche se imperfetta ma al tempo stesso sicuramente migliore della situazione attuale.

 

Alunno Giorgio Alessio

 

 

Capitolo I

IL SIONISMO SI INSEDIA IN PALESTINA

 

 

 

 

 

Nel 1947 più di 4000 sopravvissuti al genocidio tentano l’approdo al porto di Haifa  , ma vengono respinti dalle autorità britanniche intenzionate a frenare l’immigrazione ebraica in Palestina.

Il dramma colpisce l’opinione pubblica mondiale che ormai si mostra favorevole alla formazione dello Stato di Israele.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                           LE RADICI DELLA QUESTIONE ARABO-ISRAELIANA

 

 

In un’area completamente araba spicca una singolare e ormai secolare anomalia: la presenza dello Stato di Israele. La popolazione di questo stato professa una religione più antica dell’Islam e parla una lingua diversissima dall’arabo. La situazione in Medio Oriente è così complessa che per presentarne un quadro è necessario ritornare indietro nel tempo e ricostruire le vicende che hanno portato alla creazione di una situazione di insanabile conflitto.

All’indomani della seconda guerra  mondiale in Medio Oriente, già area di competizione tra le grandi potenze europee e in primo luogo la Gran Bretagna, si andava  affermando dovunque la forte aspirazione  alla completa emancipazione dal controllo di tipo colonialista. Di conseguenza aspro e travagliato si fa il contesto, nel quale la questione palestinese si pone con maggior urgenza.

Già il nodo della Palestina ha cominciato a riproporsi nella storia contemporanea quando nel 1923 la Società delle Nazioni, conferita la Palestina in mandato alla Gran Bretagna[1], quest’ultima dimostra grandi difficoltà nel barcamenarsi tra le richieste di completa  indipendenza della popolazione araba e le sollecitazioni del movimento sionistico [2] a cui premeva che si attuasse una promessa del novembre del 1917 di Lord Balfour, ministro degli esteri inglese, in seguito alla partecipazione del movimento alla rivolta antiturca del 1916, circa la realizzazione di una sede nazionale in Palestina per gli ebrei.

Per questo nel 1937 una Conferenza  araba, che si tiene in Siria, cerca di mobilitare l’opinione pubblica del mondo arabo contro ogni disegno teso a spartire la Palestina tra arabi ed ebrei, ribadendo l’opposizione al sionismo e l’impegno a combattere per la liberazione della Palestina fino al conseguimento della piena sovranità del paese[3].

 

  

 

 

Da parte sua il movimento sionista stabilisce la sua tattica e passa a sviluppare le strutture politico-militari per realizzare i suoi piani per la costituzione di uno Stato ebraico in Palestina

 

 

 

 

La prima mossa è quella di chiedere, nel 1945, agli inglesi che siano concesse 100.000 autorizzazioni di immigrazione in Palestina per i profughi israeliti in Europa[4]. (“documento l’immigrazione ebraica”)

Londra rifiuta per timore che la situazione possa esplodere e concede solo 1500 certificati al mese. Questa cosa mette ugualmente in moto il meccanismo che porterà alla fondazione dello Stato di Israele.

Nel ’47, peraltro, il governo britannico dichiara di rinunciare al suo mandato per le difficoltà incontrate nel conciliare le due comunità sionista e palestinese e chiede all’ONU di affrontare la questione palestinese.

Così la questione palestinese passa all’ONU che prende decisioni rapide in merito. L’ONU, infatti, convoca l’assemblea generale il 29 novembre 1947 e in quella sede si stabilisce la divisione della Palestina in due parti: il 43% del territorio per uno Stato arabo ( ab. Arabi 800.000/ab. Ebrei 10.000), il 57% per uno stato ebraico (ab. Ebrei 500.000/ab. Arabi 400.000).

 

                                                                                                                   

Il progetto non viene accettato da tutto il mondo arabo, anche quello moderato. I due nuovi stati avrebbero visto la loro nascita il 14 maggio dell’anno seguente (1948) e gli inglesi se ne sarebbero  andati definitivamente dalla Palestina. Potremmo domandarci come mai l’ONU risolva in sette mesi  una situazione così intricata: la superficie  dello Stato arabo sarebbe stata il 42,8% del totale della Palestina, mentre quella dello Stato ebraico avrebbe dovuto raggiungere il 56,4% con una popolazione  pressocchè   uguale di ebrei e arabi.

La fretta c’è per le sollecitazioni degli STATI UNITI pressati a loro volta dal movimento sionista.

Comunque l’ONU spera che,così facendo, in Palestina si possa arginare il clima di violenza dilagante.

Anche l’Unione Sovietica caldeggia l’idea della spartizione, ben felice di liberare l’Europa orientale dalla presenza di circa 250.000 profughi israeliani.

Ma, nonostante le aspettative della diplomazia internazionale, il conflitto arabo-sionista sta per diventare una vera e propria guerra.

 

 

 

ALLA NASCITA DELLO STATO DI ISRAELE SEGUE IL PRIMO CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO

 

 

Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion, a Tel Aviv, proclama la nascita dello Stato di Israele. In questo giorno nel nuovo Stato si contano 650.000 ebrei e 726.000 arabi-palestinesi.

                                                                                            

 

 

                       

 

        

Dopo la fine del mandato britannico,

a   Tel Aviv, il 14 maggio del 1948, viene proclamato lo   Stato ebraico di Palestina.

 

 

 

 

 

         

 

 

 

 

 

Gli stati arabi ( Egitto, Giordania, Siria, Libano) organizzano, in appoggio del popolo palestinese, una spedizione attaccando Israele da sei direzioni diverse. Ma gli ebrei sono preparatissimi sul piano militare e gli eserciti arabi vengono battuti (1948).

Ma, se si è formato lo Stato di Israele, non si è formato quello arabo. I palestinesi sono rimasti senza uno stato e il loro territorio finisce con l’essere diviso dall’ONU nel 1949-1950 fra Giordania, Egitto e Israele, i quali stati occupano rispettivamente la Cisgiordania ( 5879 kmq) Gaza (378kmq) e tutto il resto. Gerusalemme, ritenuta luogo santo sia dalla religione ebraica che musulmana, resta divisa fra Israele e Giordania.

 

 

 

 

       

 

IL GRANDE ESODO DEI PALESTINESI

 

L’effetto della guerra del 1948/49 è quello dei profughi arabo-palestinesi, che sono un po’ fuggiti e un po’ scacciati dalle loro terre che sono state occupate da Israele. Le cifre più attendibili parlano di 750.000 palestinesi che lasciano le  loro residenze, passate sotto l’autorità israeliana, e si rifugiano in Giordania, a Gaza, in Libano e in altri stati arabi. Quanto ai villaggi arabi vengono cancellati dalla terra: 28 villaggi su 28 nel distretto di Lod, 35 /43 in quello di Haifa, 20/52 in quello di Acri. Queste alcune   cifre dello svuotamento che viene attuato per permettere l’insediamento, tra il ’48 e ’51, di circa 230.000 israeliti europei. Infatti ad ogni ebreo viene concesso sia il permesso di immigrare nel nuovo stato sia la cittadinanza israeliana. Quanto ai profughi palestinesi l’ONU dimentica quelle masse  di sbandati che, ormai senza casa e senza terra possono trasformarsi in disperati pronti a tutto solo se organizzati.

 

 

 

Capitolo 2

IL CONFLITTO SI INASPRISCE

 

 

 

 

 

 

A partire dal dicembre del 1987, l’insurrezione nei territori occupati è l’espressione di una giovane generazione cresciuta sotto il giogo dell’occupazione israeliana.

L’intifadah è sostenuta da tutta la popolazione.  La sua parola d’ordine è: “Abbasso l’occupazione! Viva la Palestina libera e araba!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SECONDA GUERRA ARABO - ISRAELIANA

 

 

 

Israele è dunque Israele è, dunque, un piccolo Stato circondato da nemici arabi, che si rifiutano di riconoscerne l’esistenza e altro non aspettano che l’occasione per annientarlo. E la seconda guerra arabo-israeliana si profila solo dopo otto anni dalla nascita di Israele.

Nel 1954 il colonnello egiziano Nasser destituisce il re Faruk e proclama la repubblica egiziana. Nel 1956 Nasser, per  il desiderio di eliminare la presenza britannica dal Canale di Suez, nazionalizza il Canale chiudendolo al traffico mercantile da e per Israele. Francia Gran Bretagna e Israele attaccano l’Egitto che viene sconfitto militarmente. L’Unione Sovietica che aiuta gli egiziani con armi e soldi minaccia la guerra atomica, ma l’ONU impone il cessate il fuoco e invia un corpo di polizia internazionale obbligando Israele a lasciare il Sinai occupato nel momento dell’attacco. L’Egitto non accetta di buon grado la differenza di trattamento fra i contendenti: i Caschi blu non si sono accampati sul territorio dello Stato aggressore, Israele, ma su quello egiziano, e nell’immaginario mediorientale tutto ciò spinge ancora di più lo Stato ebraico nel campo dell’imperialismo.

           

 

 

DALLA NASCITA DELL’OLP

ALLA GUERRA DEI 6 GIORNI (1967)

 

Intanto Israele, guidata da Ben Gurion, continua ad armarsi in modo poderoso e perfeziona il suo servizio segreto destinato ad essere leggendario: il MOSSAD, un’istituzione detta anche “la fionda di David”.

Israele, dunque, diventa sempre più forte mentre i palestinesi chiusi nei campi profughi, languono.

Ma, nel 1964, avviene qualcosa di straordinario: a Gerusalemme un congresso nazionale palestinese fonda un’Organizzazione per la liberazione della Palestina, l’OLP, il cui scopo è quello di combattere contro Israele con tutti i mezzi possibili. Questa Organizzazione trova protezione soprattutto da parte dell’Egitto di Nasser e della Siria. Per questo, nel 1967, in seguito all’intensa azione diplomatica di Nasser che mira a stringere più forti legami politici e militari con gli altri stati arabi per l’eliminazione di Israele, quest’ultima sentendosi nuovamente minacciata, scatena una violentissima guerra preventiva contro gli arabi. Lunedì 5 giugno 1967, alle sette del mattino, decollano i caccia bombardieri Israeliani. Due ore dopo l’aviazione egiziana è letteralmente distrutta, avanzano i carri armati: distruggono 900 cingolati egiziani nel Sinai e lo occupano; in direzione Damasco occupano le alture del Golan; Gerusalemme viene invasa dalla fanteria e dai corazzati. Dunque sotto la guida di Moshe Dayan in sei giorni(5-10 giugno), Israele riporta una vittoria su tutti i fronti. Con questa guerra Israele conquista vasti territori: il Sinai, sottratto all’Egitto, la Cisgiordania, sottratta alla Giordania, le alture del Golan, sottratte alla Siria, la parte orientale di Gerusalemme.

 

 

 

 

 

 

 

Dopo la vittoria del 1967 Israele si               impadronisce del Sinai, del Golan, della         Cisgiordania e della striscia di Gaza.

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo nuovo assetto, però, non ottiene il riconoscimento dell’ONU, che con la risoluzione del 22 novembre 1967, rivolge ad Israele l’invito a ritirarsi dai territori occupati, pur riconoscendo l’inviolabilità dello Stato di Israele.

Come possono, infatti, sia gli USA, dove ci sono più di 5 milioni di ebrei, sia gli stati dell’Europa occidentale, che si sentono in qualche modo tutti responsabili dello sterminio degli ebrei, accogliere una qualsiasi soluzione che determini la soppressione dello Stato di Israele?

Gli stati arabi, da parte loro ottengono il consenso e l’appoggio dell’Unione Sovietica. Tutto ciò fa si che la questione della Palestina rientri nella logica della guerra fredda.

Per quanto riguarda i palestinesi la guerra dei sei giorni ha fatto capire loro che è vano sperare che le armate arabe possano avere  la meglio. Ecco perché Arafat, uno dei fondatori del movimento di Liberazione clandestino, detto Al Fatah [5], elabora una sua strategia: sferrare contro lo Stato di Israele una continua guerriglia per rendere la vita difficile agli ebrei e costringerli, quindi , alla trattativa.

Nel ’68, però, Arafat decide di uscire dalla clandestinità e diventa presidente dell’OLP.

A questo punto Israele considera suo primo nemico l’OLP e ritiene i suoi partecipanti dei terroristi.

 

 

LA GUERRA DEL KIPPUR (1973)

 

Gli anni che vanno dalla fine della guerra dei sei giorni al 1973 vengono ricordati come anni caratterizzati da incidenti continui, che rivelano l’impossibilità di dialogo tra israeliani e palestinesi.

Arafat organizza infatti atti di sabotaggio contro obiettivi israeliani, circa 8000 azioni che provocano centinaia di morti ebrei. Il movimento palestinese si sta facendo pericoloso: obiettivi israeliani vengono colpiti anche fuori dello Stato di Israele ad opera del gruppo “ Settembre Nero”, un gruppo terroristico interno ad Al Fatah, che nasce con lo scopo di radicalizzare la lotta di liberazione della Palestina.

Le azioni terroristiche di questo gruppo iniziano nel 1971 e culminano nel 1972 con la strage della squadra israeliana (11 morti) alle Olimpiadi di Monaco.

dirottamenti aerei, la sistemazione di esplosivo su aerei in volo, le sparatorie negli aeroporti vengono condotti anche in modo indiscriminato: non solo vengono coinvolti gli israeliani, ma chiunque abbia la disgrazia di trovarsi sul luogo dell’attentato.

 

 

Gli israeliani non si lasciano intimidire e permettono al loro servizio segreto di agire ferocemente: il Mossad colpisce provocando una montagna di cadaveri, fatti a pezzi un po’ dappertutto. Nel frattempo il presidente dell’ Egitto Nasser, per riconquistare i territori occupati prepara una nuova guerra contro Israele e il 6 ottobre 1973, il giorno del kippur, la principale festa ebraica, sferra un ‘attacco contro Israele. La soluzione del conflitto avverrà nel 1978 con gli accordi di Camp David, tra il democratico Carter (subentrato al deceduto Nasser nel 1970) e Begin (capo del  partito religioso-conservatore Likud, partito che ha sostituito i laburisti al governo di Israele) con l’armistizio e la restituzione del Sinai all’Egitto occupato dal 1967, e con il riconoscimento da parte dell’Egitto del diritto di Israele all’esistenza.

 

L’INTIFADAH DEGLI ANNI OTTANTA

 

 

 

 

Intanto importanti trasformazioni si verificano nel conflitto arabo-israeliano. La resistenza all’occupazione militare di Israele, che dura da 20 anni, si manifesta in modo sempre più violento finchè l’ 8 dicembre del 1987 a Gaza in Cisgiordania scoppia un movimento popolare di resistenza contro Israele e in appoggio all’OLP, l’intifadah, che in  arabo significa “risveglio”. Il movimento nasce da un incidente stradale che provoca la morte di 4 palestinesi: un camion di coloni israeliani investe un’automobile carica di lavoratori palestinesi nel campo profughi di Giabalija, nella striscia di Gaza. Quattro palestinesi muoiono nello scontro. La popolazione araba che assiste crede che l’incidente sia voluto, scende nelle piazze e comincia a colpire i soldati con lanci di pietre. La lotta viene condotta strada per strada, quartiere per quartiere, da palestinesi anche giovanissimi, le cui principali armi sono le fionde e la pietre. Questa lotta crea una profonda inquietudine in Israele, che risponde con violenza inaudita, provocando centinaia di vittime.

Intanto l’opinione pubblica mondiale rimane così colpita, da essere indotta a guardare con più comprensione alle ragioni dei palestinesi.

In questa situazione matura un nuovo indirizzo politico in seno all’OLP, che nel 1988, nella persona di Arafat, afferma di essere contraria ad ogni forma di terrorismo e dichiara di riconoscere il diritto di Israele a resistere e ammette l’ipotesi di un accordo che prevede la pace e la sicurezza per Israele in cambio dei territori occupati, da trasformare in un futuro stato palestinese. Questa posizione dell’OLP non trova però il consenso  del movimento di Hamas[6], che conserverà il programma di distruzione di Israele e di creazione di uno Stato arabo nell’intera Palestina.

Così nel 1991 si ha una svolta decisiva nella questione palestinese: gli USA, che fino a questo momento hanno appoggiato in modo assoluto Israele, decidono di porsi come mediatori  fra gli israeliani e i palestinesi, per cercare di pacificare questa “zona calda” del mondo. L’operazione viene avviata dal presidente Bush e proseguita dal presidente democratico Bill Clinton, fino alla firma dell’ accordo di Oslo (1993) dove le due parti, Israele e l’OLP, dopo il riconoscimento reciproco, concordano un complesso piano di pace, che viene siglato poi a Washington alla presenza del presidente americano Clinton.

Tale accordo prevede:

a)                 L’OLP riconosce Israele e il suo diritto ad esistere in Palestina.

b)                Israele riconosce nell’OLP il legittimo rappresentante del popolo palestinese.

c)                 Ai palestinesi viene riconosciuta per 5 anni una autonomia politica e amministrativa ed anche una loro polizia armata con compiti di ordine pubblico all’interno dei loro territori.

d)                Restituzione ai palestinesi di circa il 27% del territorio occupato dagli israeliani, tranne Gerusalemme.

e)                 Ritiro israeliano dalla striscia di Gaza e da Gerico.

 

 

 

 

 

Capitolo 3

UN DIFFICILE DIALOGO

 

                                              una pace lontana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DOPO OSLO

 

 

 

 

 

 

 Il 13 settembre 1993.

 l’accordo di Oslo

 viene reso ufficiale.

 

 

 

DDunque, il 13/09/ 1993 a Washington Yasser Arafat e il primo ministro israeliano, Rabin si stringono la mano: sembra la fine della violenza e l’inizio di una nuova era. Oslo, invece, ha dato l’illusione ad Israele e ai suoi sostenitori che il problema palestinese sia stato risolto in modo definitivo. In realtà Oslo è stata una pace finta perché i Palestinesi sono ancora discriminati rispetto agli israeliani, ai quali sono riconosciute una sovranità, un’integrità territoriale e un’autodeterminazione, che ai Palestinesi non sono concesse. Gli israeliani concedono ai Palestinesi di avere un insignificante staterello, ma esso deve essere smilitarizzato e controllato dagli israeliani per quanto riguarda la sicurezza, le entrate, le uscite, l’economia e altre cose. La sovranità resta in ogni caso agli israeliani.

La strategia d’Oslo è consistita nel suddividere un territorio palestinese,  già diviso, in tre sottozone, A, B e C secondo un piano studiato e controllato dalla parte israeliana dal momento che fino a tempi recenti i palestinesi non avevano alcuna mappa.

 

 

 

   

Ad Oslo i palestinesi non hanno alcuna mappa di loro produzione. Il trattato fa delle suddivisioni bizzarre.

La città araba ad Ebron è dominata da insediamenti israeliani. Gaza è  separata da Gerico da chilometri di territorio israeliano; a Gaza il territorio concesso ai palestinesi è molto vasto, perché il territorio è arido e sovrappopolato da masse di ribelli, perciò quest’area è stata  considerata un peso morto dagli israeliani, ben felici di    liberarsi di tutto  meno che dei floridi terreni coltivabili al suo centro.

Nella zona – B -  Israele ha nelle sue mani l’intera sicurezza. Nella zona - C - Israele si è tenuto l’intero territorio, il sessanta per cento della Cisgiordania.

Basta dare un’occhiata a queste mappe per vedere che le aree palestinesi sono accerchiate dagli israeliani.

A ciò va aggiunto che le principali falde acquifere che garantiscono ad Israele il suo rifornimento d’acqua sono in Cisgiordania e che i quattro milioni di rifugiati palestinesi non hanno il diritto al ritorno, mentre ogni ebreo in qualunque parte del mondo gode dell’ assoluto diritto al ritorno in qualsiasi momento.

Dal 1967, gli USA hanno dato aiuti per oltre 200 miliardi di dollari e l’appoggio politico ad Israele cosa che permette ad Israele di fissare ciò che meglio crede. La Gran Bretagna, la cui politica è la copia conforme di quell’ americana, fornisce aiuti militari ad Israele.

I palestinesi nel 1948 sono stati spossessati e sradicati, quindi sono le vittime della violenza in nome della rivendicazione israeliana di un “decreto biblico”. 

L’accordo di Oslo non raccoglie gli effetti sperati, i colloqui di pace si trascinano senza dare risultati soddisfacenti.

Altri accordi seguono negli anni 1994-’95 finchè  nel 1995 a Washington si giunge alla sottoscrizione finale. Ma il raggiungimento di questi risultati non mette fine al radicalismo dei palestinesi rivoluzionari che non accettano la via del dialogo di Arafat e che esasperano la loro avversione a Israele, trasformandola in pura violenza e mettendo in forse lo storico processo di pace che è stato avviato. Né da meno si comportano gli integralisti religiosi nello Stato di Israele che considerano l’intera Palestina come una << terra promessa>>. Dunque sia il radicalismo palestinese che l’integralismo israeliano fanno di tutto per rendere la pace impossibile e per questo compiono un’interminabile serie di atti terroristici che culminano il 4 novembre 1995 con l’assassinio di Rabin, primo ministro israeliano, del governo laburista, ad opera di un movimento della destra integralista ebraica. Quando poi come risultato del terrorismo di Hamas si ha la vittoria alle elezioni israeliane del giugno 1996 del Likud, un partito di destra che nulla intende concedere ai Palestinesi in quanto vede in ciò una minaccia per la sicurezza di Israele. In seguito a tutto ciò, il ritiro di Israele dalla Cisgiordania subisce rallentamenti o sospensioni, anzi aumentano gli insediamenti israeliani nelle zone che dovevano passare all’autorità palestinese.

Contemporaneamente a questi avvenimenti, il presidente degli Stati Uniti Clinton, negli anni 1997-’98, preme sullo Stato di Israele perché vengano eseguiti gli accordi di Washington.

Le nuove elezioni  ad Israele nel 1999 fanno cadere il governo di destra in favore del partito laburista che assume la guida del Paese con il primo ministro Ehud Barak.

Sembra che il processo di pace possa ricominciare, sebbene Hamas continui con la strategia del terrore.

In effetti gli anni che vanno dal 1998 al 2002 confermano la tensione generale: lanciatori di pietre, bombe umane di Kamikaze fanno emergere l’impossibilità della pace.

Si spiega in tal modo il fallimento dell’incontro a Camp David nel 2000 tra Arafat e il primo ministro israeliano Barak con la mediazione del presidente americano Clinton.

Le due parti si mostrano profondamente diffidenti e fanno emergere nuovi problemi anziché risolvere quelli già esistenti.

Il fallimento di Barak porta ad una svolta operata dal nuovo capo del Likud, Ariel Sharon, che il 28 settembre 2000 compie una visita provocatoria in una zona molto delicata di Gerusalemme, la Spianata delle Moschee, con l’intento di ribadire la sovranità israeliana su di essa.

Cinque palestinesi vengono uccisi sulla Spianata dopo la “passeggiata” di Sharon  su quel luogo sacro agli israeliani. 

Si ha così l’inizio della seconda Intifadah, che si rivela presto ben diversa da quella del 1987: i palestinesi passano dalle pietre alle armi da fuoco e Israele dalle reazioni di polizia ai carri armati.

Si scatena una guerra che provoca un’ecatombe: fino al 2002 più di 1000 vittime, delle quali più di 800 Palestinesi e circa 200 israeliani.[7]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SECONDA INTIFADAH

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   Tel Aviv, estate 2001: un giovane palestinese si fa esplodere dinanzi ad una

   discoteca. 17 giovani israeliani perdono la vita.

 

 

 

 

Anche la seconda Intifadah è l’ espressione della resistenza ad un’occupazione che pratica le più striscianti forme di discriminazione razziale sotto l’apparenza di un fraudolento processo di pace, per spogliare i Palestinesi delle loro terre e delle loro vite, e per isolarli in sovrappopolate zone scollegate e circondate da insediamenti di coloni. Per questo l’ Intifadah non può essere considerata una rottura con l’ idea di pace, ma è un  tentativo, anche se violento, di salvarla dal razzismo.

La Comunità internazionale non può continuare a gettare uno sguardo da cieco su quello che sta accadendo oggi in terra di Palestina. L’occupazione israeliana continua ad assediare la società palestinese usando le sue armi contro un popolo isolato che sta difendendo quello che rimane della sua identità ed esistenza minacciate. È vero che l’Intifadah è un tipo di terrorismo, ma per combatterlo bisogna eliminare le cause che lo alimentano, cioè le ingiustizie.

La prima Intifadah (1987-1994) è stata una delle principali ragioni che hanno spinto Israele al tavolo delle trattative che hanno portato agli accordi di Oslo. Gli eventi hanno dimostrato che questo accordo era terribile: non restituiva ai Palestinesi i loro diritti legittimi dando invece ad Israele l’opportunità di continuare a costruire nuovi insediamenti e a negare ai Palestinesi il loro diritto a uno Stato sovrano.

 

 

 I bambini sono stati in prima fila durante la prima Intifadah. Sono ancora in prima fila in questa Intifadah, perché anch’essi vogliono combattere per il loro diritto ad esistere. Questi bambini hanno imparato il significato dell’occupazione: anche se non viene detto che la loro vita non vale nulla, l’ambiente circostante invia loro questi messaggi in modo chiaro. Essi percepiscono bene le differenze fra le condizioni di vita nei loro campi e quelle negli insediamenti israeliani. Queste differenze li spingono a chiedersi il perché le case e le strade degli insediamenti siano  pulite e i prati ben irrigati, mentre nei campi profughi c’è scarsezza di acqua. I bambini palestinesi capiscono che la vita per i bambini israeliani è una fortuna mentre la loro non conta niente. Essi percepiscono di essere destinati a lavori umilianti e faticosi per far progredire l’economia israeliana. Il luogo dei giochi dei bambini di Gaza è la strada, dove diventano ribelli perché incitati e irritati dalla presenza dei soldati israeliani che pattugliano il loro territorio. Certo questa voglia di martirio si nutre anche di insegnamenti del tipo ”FESTEGGIA LA MIA MORTE E NON PIANGERE PER ME, MAMMA, E’ DOLCE IL SACRIFICIO PER ALLAH”. Ma non c’è bisogno di essere un baby kamikaze per morire giovani a Gaza: 13 gennaio 2003, un missile israeliano lanciato contro un’auto su cui viaggiano dei terroristi, colpisce per sbaglio, uccidendoli, due ragazzi palestinesi di 14 e 19 anni.

Tutto questo è una tragedia che dovrebbe essere evitata, ma Israele, governata dal  partito di destra il Likud con Ariel   Sharon, reagisce brutalmente  con rappresaglie dirette a spargere il terrore  fra la popolazione civile palestinese, con la distruzione delle strutture dell’Autorità nazionale palestinese, edifici, emittenti radiotelevisive, piste di atterraggio, e con l’interruzione di ogni rapporto negoziale con Arafat, cui è stato impedito di uscire dalla striscia di Gaza.

Il Likud dunque si è spostato su una linea sempre più distante dalla pace e sembra più interessato a un’alleanza con i partiti ultranazionalisti fanaticamente opposti ai palestinesi. “Per Sharon, il viaggio verso la pace si fa solo in treno - ha detto di lui il leader del partito laburista, Mitzna  agli  inizi del 2003- il primo vagone è quello della violenza, il secondo vagone è quello del dialogo politico, il terzo dell’accordo temporaneo e via dicendo. Se c’è un attentato, il primo vagone si ferma e tutto il treno si blocca”. Da quando governa Sharon il numero dei morti è cresciuto, ma a lui non importa se con la repressione moltiplica la rabbia e quindi i kamikaze. Certo giovano al primo ministro i buoni rapporti con Bush, il promotore dell’altra guerra che si sta compiendo alle porte di Israele, contro l’Iraq. Adesso ad Israele tutti pensano che la vera svolta avverrà quando si concluderà il conflitto iracheno. Lo stesso segretario di Stato americano, Colin Powell, ha ripetuto nel mese di gennaio di quest’ anno che si dovrà arrivare alla nascita di uno Stato  Palestinese entro il 2005. Certo è che senza la rinuncia a molte delle colonie israeliane nessuna pace è immaginabile!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CONCLUSIONE

 

QUALI PROSPETTIVE?

 

Più di mezzo secolo di ostilità, di guerre limitate, di guerriglia, di attentati terroristici, di tregue precarie, di manovre diplomatiche di mezzo mondo, non è bastato per giungere ad una soluzione definitiva della spartizione della Palestina. Non è bastato perché la soluzione definitiva si è dimostrata finora militarmente possibile, politicamente impossibile. Sul piano militare Israele ha sempre vinto ed è in grado di vincere ancora. Può distruggere la Palestina araba, spazzare via Arafat e i suoi, ricacciare oltre il Giordano gli elementi disturbatori, sottomettere chi rimarrà come ha sottomesso la minoranza araba già esistente entro i confini  dello Stato, senza che il mondo arabo possa agire militarmente in modo efficace. Ma politicamente la vittoria totale di Israele è impossibile: se il mondo arabo non è in grado di sostenere militarmente i confratelli palestinesi, è in grado politicamente di bloccare la conquista dell’intera Palestina, la realizzazione di un grande Israele.

Quindi può sembrare arduo affrontare una situazione così complessa per le implicazioni politiche, economiche, religiose e umane. Però non si può rinunciare alla ricerca, anche se difficile, di una via d’uscita. D’ altra parte anche le parti stesse, avendo aderito al processo di Oslo, riconoscono la piena legittimità dello Stato di Israele entro i confini preesistenti alla guerra dei sei giorni del 1967. Peraltro possiamo affermare che i territori palestinesi, occupati nel 1967, non appartengono allo Stato di Israele in quanto sono stati occupati militarmente a dispetto del diritto internazionale di divieto di annessione di un territorio acquisito con l’uso della forza.

D’altra parte  altro principio essenziale del diritto internazionale è il diritto all’auto determinazione del popolo palestinese [8].

Gli accordi di Oslo sono tesi a garantire la realizzazione  di uno Stato Palestinese indipendente, a favore del quale si sono espressi molti stati tra cui gli USA e l’UNIONE EUROPEA.

Però il diritto all’autodeterminazione negli ultimi anni è stato più volte leso da Israele che ha continuato la sua politica di insediamenti. Infatti le massicce operazioni militari Israeliane tese a sradicare il terrorismo e le vaste distruzioni causate costituiscono attualmente un ostacolo gravissimo sulla via della pace. Queste operazioni militari contro la Cisgiordania e la striscia di Gaza non possono trovare giustificazione, perché reprimono il diritto del popolo palestinese di autodeterminarsi.

Dunque questa spirale di violenza, tra terrorismo e repressione armata, impedisce il raggiungimento di qualsiasi risultato positivo. Però sebbene la realtà del presente sia cupa, bisogna riprendere il processo di pace come unica via perseguibile.

Certo non possiamo parlare del contenuto di un accordo finale perché in questo momento già sarebbe un successo la sola ripresa del dialogo. Ma bisogna sottolineare che il negoziato tra i palestinesi e gli israeliani potrà concludersi solo con qualche compromesso, magari a favore di Israele e con qualche limitazione temporanea del nuovo Stato palestinese. Quello che non bisogna dimenticare è che il popolo palestinese non può rinunciare a uno Stato sovrano e che qualsiasi esito che negasse questo non potrebbe avere alcuna possibilità di sopravvivenza. Il processo di pace dunque, deve concludersi con il rilascio integrale da parte dello Stato di Israele di Gaza e Cisgiordania, affinché su questo territorio nasca il nuovo Stato palestinese.

Altresì importante è che il futuro accordo di pace non rimanga una questione tra israeliani e palestinesi, ma riceva il consenso e l’appoggio concreto della comunità internazionale e soprattutto dell’ONU. Soltanto così la pace tra i due popoli potrà essere legittima e stabile!

 

 

 

 

LA CRONOLOGIA (1920-2003)

 

 

1.      1920: Trattato di Sèvres: smembramento dell’impero turco e abbandono del Medioriente, di cui ebbe il “mandato” la Gran Bretagna (Irak, Palestina) e Francia (Siria,Libano).

2.      Il ministro degli esteri inglese Lord Balfour aveva esplicitamente affermato a Lord Rotschild (capo del movimento sionista, politicamente nato in Svizzera ad opera di T. Herzl) la necessità di creare una “sede” nazionale per il popolo ebraico, dopo secoli di diaspora. (Doc. Balfour, doc. Theodor Herzl)

3.      Perché gli ebrei in Palestina?    (doc. Ben Gurion:La Nascita dello Stato di Israele)

4.      Perché gli arabi in Palestina? (Doc.: Israeliani e Palestinesi diritti a confronto)

5.      Nel periodo tra le due guerre acquisto di circa il 12% di terre da parte di ebrei in Palestina. (doc. l’immigrazione ebraica)

6.      Blocco all’immigrazione da parte inglese per non inimicarsi gli arabi.

7.      A Yalta (1944) si stabilisce di dare l’indipendenza ai mandati franco – britannici.

8.      L’ONU, di fatto sotto l’influenza americana, stabilisce nel 1947 la divisione della Palestina in due parti: il 43% del territorio per uno Stato arabo (ab. Arabi 800.000/ ab. Ebrei 10.000), il 57% per uno Stato ebraico (ab. Ebrei 500.000 / ab. Arabi 400.000). Il progetto non fu condiviso da tutto il mondo arabo. Su questo progetto molto ha pesato la Shoah.

9.      I coloni ebrei proclamano unilateralmente la nascita dello Stato d’Israele (14/5/1948), con capitale Tel Aviv (città costruita ex novo dai coloni palestinesi nel 1908) e con a capo del Governo: Ben Gurion, (doc. Ben Gurion: Il leone di Giudea).

10. Prima guerra arabo-israeliana. (1948) Vittoria d’Israele che acquisisce circa l’80% del territorio palestinese. La Cisgiordania entra a far parte del regno di Giordania e la “striscia di Gaza” del regno d’Egitto, sotto l’influenza britannica.

11. 700.000 palestinesi lasciano la Palestina, e si disperdono lungo i confini dello stato israeliano, negli altri paesi arabi, soprattutto Giordania, Siria, Egitto.

12. Nel 1954 Nasser destituisce re Faruk e proclama la repubblica egiziana. Nel 1956 nazionalizza il canale di Suez. Francia, Gran Bretagna e Israele attaccano l’Egitto che viene sconfitto. (doc. La crisi di Suez)

13. L’URSS aiuta gli egiziani con armi e soldi nella guerra.

14. gli USA aiutano Israele per scalzare l’influenza anglo-francese in una zona che essi ritengono strategica sia per il controllo del petrolio, sia per impedire l’avanzata sovietica verso il Mediterraneo, gli stretti e il canale di Suez.

15. Israele continua la colonizzazione.

16. In Kuwait nasce Al Fatah, con a capo Yasser Arafat, (doc. Arafat: Il mitra e l’olivo).

17. La guerra riprende strisciante ed esplode nel 1967: la guerra dei sei giorni.

18. Israele ottiene una netta vittoria: occupa il Sinai e la Cisgiordania, le alture siriane del Golan e annette Gerusalemme (sino a quel momento divisa in due parti, sin dal 1947).

19. L’OLP, nato nel 1964 col sostegno di tutto il mondo arabo, dal 1967 persegue il programma di ottenere la Palestina come stato arabo, utilizzando la lotta armata e la guerriglia dei feddayn (combattenti per la fede).

20. I profughi palestinesi sono diventati circa 2 milioni.

21. Nel 1967 L’ONU approva una risoluzione,  con la quale invitava Israele a ritirarsi dai territori occupati con la guerra dei sei giorni, e gli arabi a riconoscere lo Stato d’Israele.

22. Nel 1973 Egitto e Siria attaccarono Israele (guerra del Kippur, festività ottobrina ebraica).

23. Nel 1974 L’OLP, riconosciuta dagli Stati arabi come loro unico rappresentante, entra a far parte dell’ONU.

24. Nel 1978 accordi di Camp David, tra il democratico Carter, Sadat (subentrato al deceduto Nasser nel 1970) e Begin (capo del partito religioso-conservatore Likud, partito che aveva sostituito i laburisti al governo di Israele): armistizio e restituzione del Sinai all’Egitto, occupato dal 1976.

25. Il mondo arabo grida al tradimento verso lo stesso Sadat, ucciso dai fondamentalisti islamici nel 1981.

26. La resistenza all’occupazione militare di Israele si manifesta sempre più violenta: parte “l’Intifadah” (risveglio, sollevamento) e il terrorismo palestinese, cui Israele risponde con dure repressioni. (1987)

27. La caduta dell’URSS nel 1991 costringe gli USA a rivedere nuovamente la loro politica mediorientale, cercando ora di pacificare la “zona calda” inducendo Israele a trattare.

28. Soprattutto per opera del Presidente  democratico Clinton e del primo ministro israeliano Rabin e del suo ministro degli esteri Peres, entrambi socialdemocratici subentrati nel 1992 al Likud nella guida del paese, si giunge allo storico incontro di Washington tra Rabin e Arafat (1993), che rendono ufficiali gli accordi di Oslo.

29. Ma  due fatti nuovi intervengono presto:

a)                 debolezza di Arafat nel convincere parti cospicue di arabi ad accettare l’accordo.

b)                Sconfitta del partito laburista in Israele e ritorno del Likud (1996), che di fatto congelò l’accordo, nonostante le pressioni di Clinton.

30. Nel 1999 i laburisti riprendono il potere in Israele con Baraq e ripartono le trattative di pace. Ma gli arabi, purtroppo, non accettano le pur nuove e vantaggiose offerte israeliane: restituzione di circa il 60% dei territori e l’autonomia della parte araba di Gerusalemme.

31. Fra il 2000 e il 2001 la situazione si ribalta completamente:

a)                 I laburisti  in Israele perdono e ritorna il Likud con il “falco” Sharon.

b)                negli USA i democratici (che con Clinton molto avevano spinto su Israele per la pace) perdono il potere a vantaggio dei repubblicani (partito conservatore).

c)                 Gli arabi rispondono con la ripresa dell’Intifadah.(2000)

d)                Israele intraprende forti azioni di repressione di massa.

32. Quali prospettive?     ( doc. La strategia annunciata di Sharon il “falco”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

APPENDICI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a.      Carte geopolitiche

 

STATO DI ISRAELE (situazione attuale)

mappa

 

Superficie: 20.404 Km²
Abitanti: 5.938.000 (stime 2001)
Densità: 291 ab/Km²

Forma di governo: Repubblica parlamentare
Capitale: Gerusalemme (591.000 ab.)
Altre città: Tel Aviv-Yafo 356.000 ab. (1.200.000 aggl. urbano), Haifa 252.000 ab.
Gruppi etnici: Ebrei 80%, Arabi ed altri 20%
Paesi confinanti: Libano a NORD, Siria, Cisgiordania e Giordania ad EST, Egitto e Palestina ad OVEST

Monti principali: Monte Meron 1208 m
Fiumi principali: Giordano 360 Km (totale, compresi tratti libanese, palestinese e giordano)
Laghi principali: Mar Morto 280 Km² (parte israeliana, totale 1020 Km²), Lago di Tiberiade 165 Km²Isole principali: Mifraz, Hefa
Clima: Mediterraneo - arido
Lingua: Ebraico, Arabo (ufficiali), Inglese

Religione: Ebraica 80%, Musulmana 15%, Cristiana 2%, altro 3%
Moneta: Nuovo Sheqel d'Israele

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(PALESTINA - situazione attuale) 

STRISCIA DI GAZA CISGIORDANIA

 

Superficie: 6.165 Km² (Cisgiordania 5.800 Km², Striscia di Gaza 365 Km²)
Abitanti: 3.269.000 (stime 2001, Cisgiordania 2.091.000, Striscia di Gaza 1.178.000)
Densità: 530 ab/Km² (Cisgiordania 361 ab/km², Striscia di Gaza 3.227 ab/Km²)
mappa
Forma di governo: Governo provvisorio affidato alla Palestinian Authority
Capitale: -
Altre città: Gaza 295.000 ab.
Gruppi etnici: Palestinesi
Paesi confinanti: Israele a NORD, OVEST e SUD (Cisgiordania) e ad EST (Striscia di Gaza), Giordania ad EST (Cisgiordania), Egitto a SUD-OVEST (Striscia di Gaza)
Monti principali: Tall Asur 1022 m
Fiumi principali: Giordano 253 Km (tratto palestinese, totale 360 Km)
Laghi principali: Mar Morto 1020 Km² (totale, comprese parti giordana e israeliana)
Isole principali: -
Clima: Mediterraneo - arido
Lingua: Arabo, Ebraico, Inglese

Religione: Musulmana 97%, Cristiana 3%
Moneta: Nuovo Sheqel d'Israele, Dinaro giordano

 

b) Documenti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

glossario

 

 

Al Fatah

Organizzazione palestinese fondata da Yasser Arafat nel 1959 in Kuwait, divenuta in seguito la principale componente politica dell’ OLP.

 

Hamas

Significa ardore. Acronimo del Movimento di resistenza islamica, nato a Gaza nel 1988, che si ispira al fondamentalismo islamico ed agisce nei Territori occupati con l’intento di lottare contro lo Stato di Israele fino alla sua cancellazione.

 Hamas, dichiarato illegale dal 1989, è responsabile di numerosissime stragi.

 

Intifadah

Deriva dal verbo “nafada” che vuol dire “scrollarsi di dosso”. Per traslato significa risveglio. Indica, nel caso specifico, il movimento spontaneo di giovani palestinesi che si opponevano e si oppongono alla presenza di soldati e coloni israeliani, che vengono affrontati con pietre e bottiglie incendiarie.

 

Likud

Gruppo politico di destra del parlamento di Israele.

 

Mossad

Servizio segreto Israeliano.

 

OLP

organizzazione per la liberazione della Palestina nato il 28 maggio 1964 al Congresso nazionale palestinese riunitosi a Gerusalemme. Dopo la guerra dei 6 giorni  il gruppo più numeroso dell’OLP divenne Al Fatah (quasi l’80%), che riuscì ad ottenere che il proprio leader, Yasser Arafat,ne diventasse presidente.

Gli anni settanta furono per l’ OLP una fase di intensa attività terroristica  contro obiettivi israeliani. Nel 1984 si ebbe l’avvio della svolta di Arafat che in quell’anno, per la prima volta offrì ad Israele la pace in cambio dei Territori occupati.

 

Settembre nero

Movimento terroristico nato per vendicare i palestinesi uccisi in Giordania nel 1970. Il movimento ha compiuto clamorosi atti terroristici, come la strage di atleti israeliani a Monaco durante le Olimpiadi, nel 1972.

 

 

 

Sionismo

Tendenza politica ed ideologica che persegue la costituzione di uno Stato ebraico.

 

Territori occupati

Sono i Territori  occupati da Israele nella guerra dei 6 giorni nel giugno

del 1967. essi sono: tutta la penisola egiziana del Sinai, la Striscia di Gaza,

le alture del Golan, la Cisgiordania compresa la città vecchia di

Gerusalemme. Proprio in questi Territori occupati nel 1987 è nata l’Intifadah.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

A. Cassese, International Law, Oxford Unversty  Press, Oxford 2001,

B. Morris, letture Storia del conflitto arabo sionista 1881-2001. Rizzoli, Milano 2001, pp. 816-817

Edward W. Said, Fine del processo di pace, Feltrinelli, 2002.

F. Massoulié, I Conflitti del Medio Oriente, Giunti, casterman,1993.

G. Codovini, Storia del conflitto arabo israeliano palestinese, Bruno Mondadori, 2002.

I. Cohen “un popolo risorge” rinascimento del libro, Firenze, 1950,

Il Ponte,Una terra chiamata Palestina, IL Ponte, anno LVIII N°7, luglio 2002.

L’Espresso, quaderni, La questione palestinese, 1985.

M. Manzoni, F. Occhipinti, I territori della storia 3**, Einaudi scuola, 1998.

Marco Pedrazzi, il conflitto israelo-palestinese, profili di diritto internazionale, 2002, pp. 764 – 773.

Nuove Questioni di Storia Contemporanea, 1990, a cura di Romain H. Rainero, Marzorati. pp. 304 – 399.

Scipione Guarracino, una guerra del 21° secolo, Bruno Mondatori, 2002, pp. 15 – 27.

Y. Porath “the Palestinan Arab National movement 1929-1939, F. Cass,          Londra, 1977, pp. 231-233. 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Dopo la prima guerra mondiale, sconfitti i turchi, Gran Bretagna e Francia divisero tutto il Medio Oriente in protettorati e ne ridisegnarono la geografia politica, spesso senza curarsi dei confini naturali, che da secoli le varie popolazioni e tribù avevano consolidato, ma unicamente sulla base dei propri interessi.

 

[2] Il sionismo è un’ideologia che tende alla costruzione di uno stato ebraico. Il termine (che deriva da Sion, una collina di Gerusalemme) fu coniato nel 1890 da Nathan  Birnbaum con l’intento di propugnare la nascita di un partito che fosse portavoce dell’aspirazione del popolo ebraico di tornare nella terra promessa. Già dalla metà dell’ottocento molti ebrei avevano acquistati terreni in Palestina e avevano finanziato progetti imprenditoriali.

Il sionismo diventò un movimento politico ad opera di Theodor  Herzl che nel 1897 a Basilea nel primo congresso del movimento pose il problema di uno stato di Israele da ricostruire, anche se non necessariamente in Palestina. Dopo la morte di Herzl i dirigenti del movimento scelsero la Palestina come sede dello stato di Israele da ricostituire.

 

 

[3] Cfr. Y Porath “the Palestinan Arab National movement 1929-1939, F. Cass, Londra, 1977, pp. 231-233.

[4] Cfr. I. Cohen “un popolo risorge” rinascimento del libro, Firenze, 1950, pp. 406-407.

[5] Al Fatah (la conquista), movimento di liberazione della Palestina fondato nel 1959 da Yasser Arafat in kwait. La prima azione è però del 1965 quando un’incursione in Israele semina 12 morti e 18 feriti. Però nel 1969 Al Fatah esce dalla clandestinità ed entra a far parte dell’OLP di cui Arafat assume la Presidenza.

[6] Movimento di resistenza islamica, nato nel 1988 a Gaza.

[7] B. Morris, letture Storia del conflitto arabo sionista 1881-2001. Rizzoli, Milano 2001, pp. 816-817

 

[8] Cfr A. Cassese, International Law, Oxford Unversty  Press, Oxford 2001, pag. 107.