LA COSTITUZIONE ITALIANA

 

A cura di

 

Carella Emanuele

Cascardi Eliano

Patano Davide

 

 

 

 

PARTE PRIMA.

 

1- SOCIETA' E STATO

 

Basta osservare una carta politica del mondo per rendersi conto che tutta la superficie terrestre è attualmente divisa in "stati". Questo tipo di organizzazione politica è sorto in tempi relativamente recenti, dapprima in Europa (all'incirca tra '400 e '600) e si è a poco a poco diffuso nel resto del mondo. Gli attuali stati sono molto diversi tra loro; esistono infatti stati:

democratici, unitari, federali, monarchie, repubbliche...

Possiamo però parlare in generale di "STATO", perché tutti possiedono caratteristiche comuni; ogni stato è infatti formato da:

                       - territorio

                       - popolazione

                       - apparato politico

 

Con la parola "stato", possiamo indicare l'insieme di questi tre elementi, di conseguenza lo stato può essere definito come quell'apparato che esercita il potere politico su un determinato territorio e su un determinato popolo.

Nello STATO MODERNO l'apparato che "governa" è separato e distinto dai cittadini che sono "governati". E sono proprio questi "governati" a comporre la società, detta anche SOCIETA' CIVILE (dove "civile" deriva dal latino CIVILIS = cittadino).

Con il termine società indichiamo l'insieme delle persone che, essendo legate da vincoli etnici e soggette a leggi e ordinamenti comuni, configurano un sistema ordinato di rapporti morali e giuridici.

La società civile è infatti composta dalle relazioni che i cittadini instaurano fra loro seguendo desideri, convincimenti, interessi: relazioni famigliari, di amicizia, di amore, di lavoro, etc... Per favorire i propri interessi i cittadini si riuniscono in gruppi, sindacati, partiti, ... che costituiscono il tessuto organizzativo della SOCIETA' CIVILE.

La distinzione tra stato e società corrisponde alla distinzione tra sfera pubblica e privata:

è pubblico ciò che appartiene allo stato e lo riguarda;

è privato ciò che appartiene solo ai singoli cittadini.

 

 

 

 

 

2-TIPOLOGIE DI STATO

 

Le strutture tipiche degli stati contemporanei sono il risultato di un processo storico iniziato in Europa alla fine del feudalesimo. E' proprio in quel periodo che inizia a diffondersi la parola "stato" (usata per la prima volta da Macchiavelli nel Cinquecento) per indicare la nuova realtà politica che stava nascendo. Nella società medievale (o feudale) infatti non esiste un unico centro di potere. Sono due le egemonie che si contendono il potere: Papa e Imperatore. Prendiamo come esempio di "stato" medievale il Sacro Romano Impero. Questo non è uno stato nel moderno senso della parola: non ha il monopolio delle forze, non è in grado di imporre leggi uniformi. Il suo territorio è suddiviso in feudi, controllati dai feudatari, in teoria sottomessi all'imperatore, ma che in pratica godono di grande autonomia d'azione e dispongono di eserciti propri. Vi sono poi i comuni, dotati d’indipendenza politica e militare.

Ma poco per volta, passando a piccole monarchie ed in seguito alle monarchie nazionali, che riescono a staccarsi dal potere di Papa e Imperatore, i poteri dei sovrani riescono a consolidarsi, e questi stessi sovrani si dotano di strutture organizzative, che saranno tipiche di uno stato moderno (esercito, sistema fiscale, legislazione, …).

 

STATO ASSOLUTO

La forma di stato che emerge da questo tipo di centralizzazione del potere è quella dello stato assoluto. Il potere del sovrano viene visto come illimitato (assoluto significa infatti "sciolto", "senza vincoli"); questo tipo di sovrano si pone al di sopra delle leggi che egli stesso emana e non riconosce nessuna forma di controllo dal basso. Un sovrano di tipo assoluto vede la propria carica come espressione della volontà divina, ma con una precisa funzione terrena: quella di garantire ORDINE, SICUREZZA e PACE. Occorre prestare attenzione a non confondere stato assoluto e stato totalitario.

Il sovrano di uno stato assoluto infatti non è in grado di esercitare un controllo completo della popolazione ed in fondo non è neppure lo scopo che si propone. Un sovrano assoluto desidera il controllo assoluto del potere politico, ma non è interessato agli affari privati dei cittadini. All’interno dello stato assoluto infatti si fa sempre più netta la distinzione tra potere politico, riservato al re ed all'antica nobiltà feudale (aristocrazia), e potere economico, sempre più saldamente nelle mani della borghesia. Questa stessa borghesia poi non sembra infastidita né tenta di intralciare il crescere di uno stato assoluto, giacché l'assolutismo garantisce alla "classe commerciante" ordine e stabilità, caratteristiche indispensabili per l'arricchimento di un mercante.

Nella storia abbiamo conosciuto diversi modelli di STATO ASSOLUTO. Mentre in Francia e Spagna, tra '600 e '700, il potere si concentrava a pieno nelle mani del sovrano, in Inghilterra la nobiltà conserva potere ed autonomia maggiori e la borghesia si rafforza più rapidamente. L'Inghilterra infatti sarà il primo Paese ad avviarsi verso un regime di tipo liberale.

 

STATO LIBERALE O COSTITUZIONALE

Quel particolare equilibrio tra borghesia e nobiltà, che ha permesso lo sviluppo dello stato assoluto tende a rompersi tra '600 e '700. La borghesia è cresciuta, è sempre più forte sul piano economico e proiettata verso il futuro, con nuovi ideali che sono in aperto contrasto con il mondo dell'assolutismo. Per indicare questa rottura possiamo indicare alcuni episodi chiave:

rivoluzione inglese (1640-1689), rivoluzione americana (1776-1783), rivoluzione francese (1789). Queste rivoluzioni, benché molto diverse tra loro, contribuiscono però alla nascita di un nuovo modello di stato, basato sugli interessi della borghesia: lo STATO LIBERALE.

Nel corso di tutto l'Ottocento e fino al primo Novecento, in Europa e nel Nord-America, questa sarà la principale forma di stato, che riflette l'egemonia che la borghesia è riuscita ad imporre sulla società.

Possiamo definire in tre modi uno stato liberale:

   a- stato costituzionale

   b- stato fondato su una base sociale ristretta 

   c- stato limitato

a- Lo stato liberale è in primo luogo uno stato costituzionale. Il potere politico è sottoposto ad una costituzione che stabilisce i diritti dei cittadini. All'interno di uno stato liberale abbiamo quella che viene definita separazione dei poteri: potere legislativo, esecutivo, giudiziario; questi sono organi distinti ed indipendenti. Il potere esecutivo è affidato al re, quello legislativo ad un parlamento che si compone di due camere: la camera alta, rappresentante l'aristocrazia; la camera bassa, rappresentante la borghesia. Il potere giudiziario è lasciato nelle mani di giudici, cui è garantita l'indipendenza dagli altri due poteri.

b- Lo stato liberale è, in secondo luogo, uno stato fondato su una base sociale ristretta. Poiché possono votare soltanto i ceti più abbienti, la maggioranza della popolazione è esclusa dal diritto di voto e non può esprimere il proprio pensiero sulle scelte dello Stato. Lo stato liberale è dunque tutt'altro

che democratico. Si può anche parlare di stato elitario, stato cioè retto da una piccola minoranza, da non confondere però con "stato assoluto". In quello assoluto infatti i privilegi sono ereditari, nello stato liberale invece questi si basano sulla ricchezza, dunque nessuno ne è escluso a priori.

c- Lo stato liberale è, infine, uno stato limitato, poiché il suo compito è soltanto quello di garantire ordine, sicurezza e rispetto reciproco fra i cittadini; per il resto si affida nelle mani dei privati.

In altre parole lo stato liberale non si propone di realizzare benessere e felicità dei cittadini, ma semplicemente di garantire le condizioni sopra citate affinché i privati creino da sé le proprie ricchezze. Per questo motivo possiamo parlare di stato guardiano, nel senso che si limita a controllare che la libertà di ciascun individuo sia difesa dalle regole previste.

 

MONARCHIA

Il termine monarchia deriva dal greco e significa "potere di uno solo". E' una forma di governo nella quale una sola persona svolge per diritto ereditario la funzione di capo dello stato a vita. Sono monarchi i re e le regine, gli imperatori, gli zar e i kaiser.

Nel periodo medievale le monarchie europee erano per lo più dinastiche: la corona veniva trasmessa al primogenito o al più prossimo discendente maschio. Nel XIX secolo, in gran parte d'Europa, si diffonde lentamente la forma di governo della monarchia costituzionale: l'autorità del parlamento cresce, mentre quella del sovrano diminuisce. Molte monarchie hanno cessato di esistere dopo la prima guerra mondiale. La monarchia sopravvive, soprattutto come simbolo dell'unità nazionale, in Gran Bretagna, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Danimarca, Belgio.

 

REPUBBLICA

Il termine repubblica deriva dal latino res publica, "la cosa pubblica". E' la forma di stato basata sul principio secondo cui la sovranità risiede nel popolo, il quale delega il potere di governare ai propri rappresentanti, scelti tramite elezione.

Il termine repubblica viene oggi impiegato per denotare ogni forma di stato al cui vertice ci sia un presidente, o una simile figura elettiva che gode di mandato temporaneo e limitato, e non un monarca. Si ha una repubblica presidenziale quando il Governo risponde del suo operato davanti al Presidente della Repubblica, mentre al Parlamento resta solo il compito di approvare le leggi; viceversa, si ha una repubblica parlamentare quando in uno stato si ha la preminenza del Parlamento sul Governo. 

I primi studi sul concetto di repubblica si trovano negli scritti di Platone e Aristotele ("Repubblica" e "Politica").

L'esperienza repubblicana poi fu difesa dallo stesso Cicerone nel "De Repubblica", il quale affermava che "…buono sarà allora solo il governo che realizza l'interesse comune rispettando le leggi". Con Niccolò Machiavelli nasce il pensiero politico moderno, grazie anche al contributo di pensatori quali Charles-Louis de Montesquieu  e John Locke. Per questi nuovi pensatori la repubblica nasce dal "basso", ed è governata da leggi che esprimono la volontà dei cittadini, a differenza della monarchia che nasce dall'alto ed è soggetta al volere del re.

 

FEDERAZIONE E CONFEDERAZIONE

  E' la forma di governo in cui il potere è diviso tra un'autorità nazionale e unità locali autonome (stati, province) in base a una carta costituzionale. In genere nasce dall'unione di due o più stati indipendenti sotto un governo centrale, lo stato federale, che accentra la politica estera e la difesa. Si distingue dalla confederazione, alleanza di paesi indipendenti, che mantengono la propria sovranità, in vista di un'azione comune in aree di reciproco interesse. Una confederazione è dunque un'unione tra più stati che, pur mantenendo la propria individualità, si impegnano a perseguire scopi comuni attraverso l'attività di organi federali.

In uno stato federale l'azione del governo centrale può riguardare direttamente sia gli stati membri sia i cittadini, mentre in una confederazione  tale azione riguarda direttamente i paesi membri e solo indirettamente i cittadini. Sono esempi di  federazione gli Stati uniti d'America, Canada, Messico, Australia, India, Malaysia, Svizzera e Germania.

 

3-IDEOLOGIE

 

Le ideologie sono riflessioni di pensiero complesso che hanno teorizzato diversi tipi di stato. Possiamo parlare di:

                      a- liberalismo

                      b- socialismo

                      c- democrazia

                      d- anarchia

                      e- totalitarismo

 

a-    Il liberalismo è una dottrina politica imperniata sulla difesa della sfera d'autonomia del singolo dall'invadenza delle istituzioni. Il pensiero liberale affonda le sue radici nell'Umanesimo, ossia in quel movimento culturale che, nel XV secolo, spostò il centro dell'indagine filosofico-politica dalla considerazione dell'ordine divino del mondo alle concrete potenzialità dell'uomo.

Durante la guerra civile inglese si sviluppò un vasto dibattito sull'estensione del suffragio, sulle funzioni del parlamento e sulla libertà di coscienza. In quell'occasione fu pubblicata "L'Aeropagitica", di John Milton, uno dei testi classici del pensiero liberale, in cui i diritti delle minoranze sono difesi in nome della libera circolazione  del pensiero. Anche il filosofo Thomas Hobbes, pur non essendo un liberale, aprì la via allo sviluppo delle idee di uguaglianza dei cittadini; il contributo fondamentale venne però dall'opera di John Locke, teorico della sovranità popolare, della tolleranza e del diritto di resistenza ai poteri iniqui.

Il pensiero politico di Locke è espresso in due trattati pubblicati nel 1690, e, in un certo senso, Locke, definito anche "l'uomo del parlamento",  può essere considerato il "padre" del liberalismo. L'eredità di Locke fu in seguito accolta dal filosofo politico Thomas Paine e da Thomas Jefferson,  culminando poi con la Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti d'America, mentre in Francia il maggiore esponente del liberalismo fu Montesquieu. Sul terreno della propaganda e della battaglia culturale il più noto apologeta di questo pensiero politico fu Voltaire.

b-     Il socialismo è un movimento politico, generalmente avverso al capitalismo, radicato, almeno in origine, nella classe operaia. Benché il fine ultimo del socialismo fosse il raggiungimento di una società senza classi, gli sforzi dei socialisti si sono concentrati in misura maggiore per la realizzazione di riforme sociali interne al sistema capitalista. Il termine entrò nell'uso di alcuni pensatori della prima metà del XIX secolo, che si consideravano i veri eredi dell'illuminismo: il francese Claude de Saint-Simon e l'inglese Robert Owen, i quali criticavano il capitalismo sia sul piano etico sia su quello pratico. Da un lato, infatti, esso era ingiusto, perché sfruttava e degradava gli operai trasformandoli in “bestie da soma”, mentre rendeva i ricchi sempre più ricchi; dall'altro, era inefficiente, perché era soggetto a crisi cicliche causate da sovrapproduzione o sottoconsumo ed, inoltre, non garantiva lavoro per tutti. Il socialismo era dunque una reazione anche contro il liberalismo.

Con Karl Marx e Friedrich Engels il socialismo acquistò una nuova dimensione teorica, sposando la teoria dello sfruttamento e una teoria della storia. Il marxismo considerava il capitalismo il risultato di un processo storico caratterizzato da un'incessante lotta di classe. Creando un'ampia classe di operai espropriati, il capitalismo poneva le basi del proprio superamento, cui avrebbe fatto seguito una società comunista. Verso la fine del XIX secolo, il socialismo marxista divenne l'ideologia dei partiti operai europei, mentre i movimenti dei lavoratori anglosassoni, i partiti socialisti e socialdemocratici aderirono alla Seconda internazionale socialista, versione del marxismo elaborata da Engels, August Bebel e Karl Kautsky. Nell'attesa che una crisi economica di grandi proporzioni aprisse la via al socialismo, i partiti socialisti decisero tuttavia di battersi per un programma minimo. Nel programma di Erfurt (1890) si richiedevano suffragio universale, parità giuridica tra donne e uomini, un sistema di sicurezza sociale, pensioni, giornata lavorativa di otto ore, legalizzazione dei sindacati. I socialisti ritenevano che tutte le loro richieste potessero essere ottenute pacificamente. Alcuni di loro, come Rosa Luxemburg, più impazienti, predicarono l'uso dello sciopero generale come arma rivoluzionaria.

c-      Il termine democrazia deriva dal greco: demos (popolo) e Kratein (potere). E' un sistema politico basato sulla sovranità dei cittadini, i quali scelgono la forma di governo, eleggono i funzionari pubblici ed in molti stati anche il capo del governo ed il corpo legislativo.

A partire dalla rivoluzione inglese (1640), l'azione politica rivoluzionaria contro i regimi autocratici sfociò spesso nell'adozione della forma repubblicana, che, per quanto si presentasse a volte autoritaria, tendeva comunque verso l'affermazione dei valori democratici.

In questa tradizione si mossero importanti pensatori come Charles-Louis de Montesquieu, Jean-Jacques Rousseau, e gli americani Thomas Paine, James Madison e Thomas Jefferson.

Alla fine dell'ottocento quasi tutte le monarchie europee avevano adottato una costituzione che concedeva parte del potere politico al popolo. Il parlamento britannico divenne un modello di riferimento privilegiato, insieme alle istituzioni democratiche degli Stati Uniti d'America. La libertà individuale, l'uguaglianza di fronte alla legge, il diritto al voto e all'istruzione sono i principi fondamentali delle democrazie moderne. Alla metà del XX secolo quasi ogni paese del mondo aveva adottato una forma di governo che si richiamava ai principi della democrazia, anche se i risultati pratici sono stati molto diversi nei differenti paesi.

d- L'anarchismo è quella dottrina politica contraria a ogni forma di dominio o di autorità ideologica, politica, economica, sociale o giuridica, in nome di una libertà d'espressione individuale ritenuta l'unica strada per raggiungere l'armonia sociale.

Le idee anarchiche ebbero una prima espressione compiuta con Pierre-Joseph Proudhon, considerato il padre dell'anarchismo filosofico, che sostenne le tesi dell'evoluzione pacifica verso l'anarchia. Le sue tesi esercitarono una notevole influenza sugli ambienti operai francesi e diedero forza ad un'altra corrente del pensiero anarchico. Al congresso dell'associazione Internazionale dei Lavoratori, o Prima internazionale, tenutosi a Basilea nel 1869, tale impostazione più politica e fortemente antimarxista adottata dal rivoluzionario russo Mikhail Bakunin fu però messa in minoranza. Da allora l'anarchismo si è sempre più allontanato dal socialismo anche se diversi suoi sostenitori hanno aderito in parte al movimento del sindacalismo. Benché lontano dal terrorismo, negli anni l'anarchismo è stato spesso identificato con la violenza, soprattutto in occasione di assassinii, come nel caso di Umberto I, re d'Italia, di William McKinley, presidente degli Stati Uniti, di Giorgio I, re di Grecia e del presidente francese Sadi-Carnot.

e-     Il totalitarismo è una forma di governo che subordina tutte le attività sociali, economiche e  politiche, intellettuali, culturali, spirituali ai fini del gruppo dominante. Nelle forme autocratiche classiche come il dispotismo, l'assolutismo e la tirannia, gli individui potevano condurre una vita relativamente autonoma, purché si tenessero lontani dalla politica; nel totalitarismo, invece, la vita dell'individuo deve conformarsi in ogni suo aspetto all'ideologia del partito leader.

Se il potere autocratico esercitato dal monarca si fondava sul diritto divino, oggi lo stato totalitario contemporaneo, retto da un partito, si basa su un'ideologia che esige dall'individuo un'adesione esclusiva e senza limiti.

Esempi nella storia di regimi totalitari sono stati la Germania, sotto il nazionalsocialismo di Adolf Hitler, l'Italia durante il fascismo di Benito Mussolini, l'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS), in particolare sotto Stalin, la repubblica popolare cinese sotto il regime comunista di Mao Zedong. Altri esempi, contemporanei, sono la Corea del Nord di Kim ll Sung, la Siria di Hafiz al-Assad e l'Iraq di Saddam Hussein.

 

            4- POTERI DELLO STATO

                

                Una caratteristica di tutti i regimi democratici moderni è che al vertice dello

stato non esiste un unico organo, ma una pluralità di organi, cui competono funzioni diverse. Il potere politico non è concentrato in un'unica sede, ma è distribuito tra diversi organi, nessuno dei quali è in grado di dominare sugli altri. Questa situazione è il risultato di un processo storico iniziato dapprima in Inghilterra e che poi si è sviluppato negli altri paesi europei. A metà Settecento nacque anche una formulazione teorica, pubblicata dal francese Montesquieu. Egli osservò che in Inghilterra, a seguito della "gloriosa rivoluzione" del 1688, la sovranità dello stato non era più concentrata nelle mani del re, ma era suddivisa fra tre poteri diversi: il re, il parlamento e i giudici.

Sulla base di questo esempio storico egli formulò la teoria della separazione dei poteri. Secondo questa teoria all'interno del potere politico si possono distinguere tre funzioni diverse:

                      a- funzione legislativa

                      b- funzione esecutiva

                      c- funzione giurisdizionale

Montesquieu osservò che la sicurezza di uno stato poteva essere raggiunta soltanto se queste tre funzioni fossero state affidate a tre poteri distinti, separati e reciprocamente indipendenti. In questo modo infatti l'azione concreta dello stato, che è svolta dal potere  esecutivo, si trova sottoposta a un doppio limite: deve seguire le norme fissate in modo generale dal potere legislativo (sul quale non ha alcun controllo) e deve rispondere della legittimità delle proprie azioni di fronte al potere giudiziario, che è indipendente.

Vediamo quali sono oggi le funzioni di ciascun organo.

a-    La funzione legislativa è quel potere che emana le norme necessarie al mantenimento dello stato; ovvero è quel corpo che si preoccupa di promulgare, modificare o revocare una legge o altri provvedimenti legislativi, fra cui l'imposizione delle tasse. Nei moderni ordinamenti democratici, il potere legislativo viene esercitato da organi dello stato eletti in modo diretto o indiretto dal popolo, diviso quasi sempre in due camere: la Camera bassa (eletta in modo diretto) e la Camera alta (eletta in modo indiretto o diretto), camera che è garante della continuità del governo rispetto alla mutevolezza dell'opinione pubblica rappresentata dalla Camera bassa. In Italia, la differenza fra le due Camere riguarda solo la composizione numerica e il metodo d'elezione dei rappresentanti; per il resto infatti svolgono funzioni identiche. In Italia l'insieme di tali Camere è definito Parlamento; in altri può invece assumere nomi diversi: negli Stati Uniti, Congresso, in Giappone, Dieta, in Francia, Assemblea Nazionale; la durata in carica di un parlamento è definita legislatura, e la sua attività è       regolata dalla costituzione. Tra le funzioni del parlamento rientra, in paesi come la Gran Bretagna, l'elezione del primo ministro e del gabinetto dei ministri del governo, che rispondono del proprio operato al potere legislativo. In Italia, il Presidente del Consiglio viene nominato dal Presidente della Repubblica e resta in carica sino a quando è sorretto da un voto di fiducia del Parlamento. A causa della crescente complessità delle norme da varare, tutti i moderni sistemi di governo tendono a delegare parte delle proprie funzioni a responsabili amministrativi dotati di specifiche competenze tecniche.

 
IL PARLAMENTO

 

Il parlamento è un organo dello stato a carattere rappresentativo, cui spetta la funzione legislativa. Il suo nome rimanda all'originaria funzione di "luogo di discussioni".

Il parlamento più influente nello sviluppo delle tradizioni dei sistemi parlamentari è stato probabilmente quello britannico.

L'istituzione parlamentare oggi è largamente diffusa, ma il suo ruolo varia a seconda delle forme di governo vigenti, così come variano la sua composizione ed il suo nome. L'Assemblea nazionale popolare cinese è il parlamento più numeroso del mondo, ma il suo potere effettivo è modesto. L'India è la più grande democrazia parlamentare, e la sua Camera bassa, il Lok Sabha, ha il corpo elettivo più numeroso. In Giappone il parlamento si chiama Dieta, come in altri stati federali; in Francia Assemblea Nazionale e negli Stati Uniti Congresso. In molti paesi in via di sviluppo, tuttavia, la tradizione parlamentare è ancora fragile ed il parlamento è spesso soverchiato da capi carismatici o rovesciato da colpi di stato militari.

In Italia le prime forme di assemblea parlamentare moderna si ebbero alla fine del XVIII secolo con l'Assemblea Cispadana (1796), confluita nell'Assemblea Cisalpina (1797), che adottò la forma bicamerale e fu in attività fino al 1799.

Una forma di parlamento moderno si ebbe in quasi tutte le regioni a partire dal 1848: in Sicilia il 25 marzo, a Napoli il 1 maggio, in Piemonte l'8 maggio, a Roma il 5 giugno, in Toscana il 26 giugno, a Venezia il 3 luglio. Soppressi già nel 1849, questi parlamenti sopravvissero attraverso l'esperienza dell'unico rimasto in vita, quello piemontese, attivo fino alla costituzione del Regno d'Italia, di cui diventerà l'organo parlamentare.

Il parlamento italiano, a partire dal 1924, venne prima indebolito e quindi esautorato delle proprie funzioni dalle leggi approvate dal governo fascista: venne istituito il  collegio unico nazionale nel 1924, ridotto il numero dei parlamentari a 400 nel 1925, sostituita la Camera dei deputati con la Camera dei fasci nel 1939.

Il parlamento democratico tornò in vita all'indomani della caduta del fascismo: venne infatti confermato nel 1946 quando fu proclamata la Repubblica italiana e fu ratificato, nella sua forma bicamerale, dalla Costituzione del '48.

Il parlamento italiano si compone di due Camere, la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica. Durano in carica cinque anni e sono elette a suffragio universale diretto dai cittadini italiani. Per la Camera dei deputati votano i cittadini che hanno compiuto 18 anni, per il Senato quelli che ne hanno compiuti 25. Per essere eletti deputati bisogna avere almeno 25 anni, per essere eletti senatori bisogna averne almeno 40.

La Camera dei deputati si compone di 630 membri, il Senato di 315 membri. Ai senatori elettivi si devono poi aggiungere cinque senatori a vita, nominati dal presidente delle Repubblica "per altissimi meriti in campo sociale, scientifico, artistico o letterario", e gli ex presidenti della Repubblica, che ne fanno parte anch'essi a vita. Camera e Senato hanno sede in due storici palazzi romani, rispettivamente Montecitorio e palazzo Madama.

Le funzioni delle due Camere sono identiche secondo un principio detto del bicameralismo perfetto.

 Il presidente della Camera dei deputati convoca e presiede il Parlamento in seduta comune, integrato dai rappresentanti regionali, per eleggere il presidente della Repubblica e i giudici costituzionali di nomina parlamentare. Le funzioni del presidente della Repubblica, in ogni caso in cui non possa adempierle, sono esercitate dal presidente del Senato. I presidenti delle due camere ne sono i rappresentanti, secondo il modello dello speaker nella Camera dei comuni britannica, e devono esercitare le loro funzioni con imparzialità.

La funzione legislativa del parlamento consiste nel fare le leggi. Perché una decisione del parlamento diventi legge è necessario seguire uno specifico procedimento, al termine del quale la legge entra in vigore ed è obbligatoria per tutti. Questo procedimento si divide in quattro fasi:

1-     iniziativa;

2-     discussione e approvazione;

3-     promulgazione;

4-     pubblicazione;     

Ogni legge deve essere approvata da ciascuna Camera con lo stesso testo. Il procedimento può iniziare indifferentemente dalla Camera dei deputati o dal Senato; quando la prima camera ha approvato la legge, deve trasmetterla alla seconda che inizierà da capo la discussione e alla fine approverà il testo a sua volta. Se però la seconda camera approva il testo con alcune modifiche dovrà ritrasmetterlo alla prima perché lo approvi nella nuova versione. Quest'ultima è però libera di modificarlo ancora, il che renderà necessario un nuovo intervento dell'altra camera e così via finché lo stesso testo non verrà approvato da ciascuna delle due camere.

 

L'iniziativa: l'iniziativa di legge è la facoltà di proporre una legge alla discussione del parlamento. La proposta di legge non può consistere in una indicazione generica, ma deve essere redatta in articoli. L'art. 71 della Costituzione elenca i soggetti che hanno tale facoltà.

Il più importante è senza dubbio il governo. Esso non può fare leggi, ma ha in genere la necessità di nuove leggi per realizzare il suo programma politico; nel formulare al parlamento le sue proposte di legge (=disegni di legge), manifesta pienamente il proprio potere di indirizzo politico. I disegni di legge devono essere approvati nella seduta del consiglio dei ministri.

L'iniziativa legislativa spetta inoltre a ciascun deputato o senatore. Le proposte di provenienza parlamentare sono molto numerose: in parte si tratta di proposte avanzate dai partiti dell'opposizione sugli stessi argomenti dei disegni di legge governativi; più spesso di proposte particolari che interessano singoli collegi o specifiche categorie di cittadini a cui i membri del parlamento sono legati. Meno rilevante è l'iniziativa degli altri organi ed enti a cui fa riferimento l'art. 71: si tratta di consigli regionali e del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, che raramente hanno usato questa facoltà.

E' prevista infine l'iniziativa popolare: occorre che la proposta di legge sia sottoscritta da almeno 50.000 elettori. Lo scopo di questo diritto è quello di far arrivare al parlamento proposte sentite nella società civile, ma di cui i partiti sarebbero poco propensi a farsi portatori.

Discussione e approvazione: Una volta giunta a una camera, la proposta di legge può essere discussa e approvata secondo due procedimenti, normale o speciale. La scelta tra i due procedimenti spetta al presidente della camera. Se sceglie di adottare il procedimento normale, invia il progetto di legge a una commissione permanente a seconda dell'argomento che viene trattato nel progetto di legge stesso. In questo caso le commissioni permanenti si riuniscono in sede referente: discutono cioè il progetto in aula. In aula, una volta sentita la relazione della commissione, si procede a una nuova discussione e poi alla votazione. Prima dell'inizio delle votazioni, ogni parlamentare ha il diritto di presentare emendamenti( cioè proposte di modifica, integrazione, soppressione) che vengono anch'essi votati uno per uno. Il procedimento speciale  ha tempi assai più brevi rispetto a quello normale. Se il presidente della camera sceglie questa strada, trasmette il progetto di legge a una commissione permanente e nello stesso tempo dà alla commissione il potere di approvare in via definitiva il progetto senza doverne riferire in aula. In questo caso si dice che la commissione si riunisce in sede deliberante: la legge viene discussa e approvata esclusivamente dai membri della commissione.

Promulgazione: Una volta che la legge è stata approvata da entrambe le camere con lo stesso testo, essa deve essere promulgata dal presidente della Repubblica entro 30 giorni. La promulgazione è una dichiarazione solenne e formale con cui il presidente afferma l'avvenuta approvazione della legge da parte delle camere e l'obbligo dei cittadini di osservarla. La Costituzione ha voluto offrire al presidente la possibilità di rifiutare la promulgazione. Egli può infatti rinviare la legge alle camere  con messaggio motivato e chiedere una nuova deliberazione. Se, però, le camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata.

Pubblicazione: dopo la promulgazione, la legge viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, che è il giornale ufficiale dello stato. La legge entra in vigore, di regola, il 15° giorno successivo alla data della pubblicazione.

 

b-     La funzione esecutiva è il potere d'iniziativa dello stato in esecuzione di decisioni politiche del potere legislativo; questa funzione spetta generalmente al governo del paese. Il potere esecutivo è considerato il custode e l'esecutore della volontà popolare; nei regimi totalitari l'esecutivo esercita invece un potere assoluto, annullando qualsiasi sistema di controllo incrociato fra le attività dei tre poteri dello stato. In generale, ad ogni organo assembleare pubblico corrisponde di norma un organo esecutivo, previsto per dare attuazione alle decisioni assembleari: come a un parlamento nazionale corrisponde un governo, così a un parlamento territoriale  corrisponde in genere un governo esecutivo. In Italia, ad esempio, insieme con il Consiglio regionale abbiamo la Giunta regionale che è organo esecutivo per la regione; con il Consiglio provinciale la Giunta provinciale, e con il Consiglio comunale la Giunta comunale.

 
 
IL GOVERNO

 

Il governo è l'insieme delle istituzioni che partecipano all'attività di direzione politica di uno stato; in questo significato il termine è spesso sostituito dall'espressione "forme di governo", o da quella più generica "regime politico". In un significato più ristretto, governo è lo specifico organo costituzionale (formato da un presidente del consiglio, o primo ministro, e dai ministri) che concentra gran parte del potere di indirizzo politico oltre che di esecuzione delle decisioni pubbliche.

Nell'attuale ordinamento costituzionale italiano il potere esecutivo è il principale artefice della politica nazionale. Il governo è composto dal presidente del Consiglio dei ministri e dai ministri (anche detti segretari di stato), che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Deve avere la fiducia delle due Camere, votata in modo palese (non segreto) e per appello nominale. Il presidente del Consiglio dirige l'attività del governo e ne risponde davanti al parlamento.

È designato dal presidente della Repubblica che nomina, su sua proposta, i ministri. I ministri sono posti a capo di ciascuno dei settori in cui si divide l'amministrazione centrale dello stato, i ministeri (tra i quali: interni, esterni, difesa, giustizia, tesoro, istruzione, poste e telecomunicazioni, trasporti…).

Ma vi sono anche ministri che svolgono importanti incarichi politici senza essere a capo di nessun dicastero.

I ministri sono coadiuvati da sottosegretari, che non intervengono alle riunioni del governo.

Il Parlamento può sempre discutere la condotta del governo e riesaminare la possibilità di conservargli la fiducia. Talvolta è però il governo che, ponendo la "questione fiducia" e quindi la minaccia di scioglimento anticipato delle Camere, costringe il Parlamento ad approvare leggi coerenti con i propri obbiettivi politici.

In casi urgenti, quando non è possibile aspettare una deliberazione del Parlamento, il governo può adottare di propria iniziativa i decreti legge. Il termine indica una norma giuridica emanata con un provvedimento del governo chiamato "decreto". In casi straordinari di necessità e di urgenza il governo può infatti sostituirsi al Parlamento ed emanare con un decreto una norma giuridica che diventerà legge dello stato soltanto se entro 60 giorni il parlamento ne voterà l'approvazione del contenuto. In caso di approvazione si dice che il decreto è "convertito", cioè trasformato, in legge. Il governo, che esercita di norma il potere esecutivo dello stato, con questo strumento si sostituisce al parlamento, che di norma esercita invece il potere legislativo dello stato. L'abuso dello strumento del decreto legge per disciplinare la vita dei cittadini è stato recentemente denunciato, perché toglie all'organo che rappresenta la volontà popolare dei cittadini, ossia il Parlamento, una funzione essenziale della vita democratica del paese.

Il governo è comunque preventivamente autorizzato dal parlamento a legiferare mediante i cosiddetti decreti legislativi, ossia norme che indicano i criteri da seguire nella regolazione di una determinata materia.

Come abbiamo detto, la forma di governo italiana è parlamentare: ciò significa che il governo è investito del potere dalle camere, è responsabile di fronte ad esse del suo operato e deve dimettersi quando non gode più della fiducia delle camere.

Quando tale fiducia viene a mancare, si apre la crisi di governo: il governo è infatti obbligato a dimettersi quando le camere approvano una mozione di sfiducia, che deve essere votata con voto palese e per appello nominale.

In seguito alle dimissioni del governo in carica, il presidente della Repubblica inizia le consultazioni: in seguito alle informazioni raccolte, conferisce l’incarico di formare il governo alla personalità politica che a suo giudizio può ottenere il consenso della maggioranza parlamentare. Il presidente del Consiglio incaricato, dopo aver accettato con riserva, si consulta allora con le forze politiche  con cui intende formare il governo. Se accerta che intorno al suo programma esiste una maggioranza parlamentare, scioglie la riserva e accetta senza condizione di formare il nuovo governo. Una volta sciolta la riserva, il Capo dello Stato nomina formalmente il presidente del Consiglio e ne riceve il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Il presidente del Governo nomina poi i ministri, mentre i sottosegretari verranno designati solo alla prima riunione del Consiglio.

Entro 10 giorni dalla sua nomina il governo deve presentarsi alle Camere per ottenere la fiducia. Se la ottiene, entra nella pienezza dei suoi poteri, in caso contrario deve dimettersi e il presidente della Repubblica inizia nuove consultazioni fino a quando un governo otterrà la fiducia.

Ricordiamo infine che la crisi di governo si differenzia dal rimpasto ministeriale, che consiste nella sostituzione di uno o più ministri, senza che sia messo in discussione il rapporto di fiducia fra Governo e Parlamento.

 

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

 

In Italia è detto anche capo del governo ed è responsabile dell'attività politica generale dell'esecutivo; rappresenta il governo sia di fronte alle camere, sia di fronte al presidente della Repubblica.

In Italia la figura del presidente del Consiglio si distingue da quella dei capi di governo o "premier" di altri paesi, in quanto ha funzioni di promozione e di coordinamento dell'attività dei ministri, ma senza una vera e propria supremazia gerarchica. Il presidente infatti non può impartire ordini ai ministri né licenziarli di propria iniziativa, per cui la sua posizione è piuttosto quella di "primus inter pares" (primo fra pari grado). Questo carattere è ulteriormente accentuato dalla frammentazione delle maggioranze in molti partiti, fatto che caratterizza la politica italiana.

Il presidente del consiglio ha diversi poteri; egli può infatti: proporre al capo dello stato la lista dei ministri, esporre il programma al parlamento per ottenerne la fiducia; convoca e presiede le riunioni del Consiglio di cui coordina e dirige le attività; può esigere di essere informato dai ministri su qualunque loro iniziativa e ottenere che sia sottoposta all'esame del Consiglio; mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo.

 

 

c-      La funzione giudiziaria viene svolta dalla Magistratura, che è un complesso di organi civili, penali e amministrativi. A questo potere spetta la funzione di amministrazione della giustizia.

 

LA MAGISTRATURA

 

È un complesso di organi civili, penali e amministrativi che costituiscono il potere giudiziario, uno dei tre poteri dello stato, cui spetta la funzione giurisdizionale, cioè di amministrazione della giustizia.

Nell'antica Roma il termine "magistratus" aveva un significato diverso da quello odierno, poiché indicava colui che aveva funzioni di governo. Il "magistratus" era eletto dal popolo, rimaneva in carica per un tempo determinato ed esercitava il governo insieme ad un collega. Magistrato supremo della repubblica era il console che rimaneva in carica un anno e aveva "l'imperium", cioè un insieme di poteri che comprendevano soprattutto compiti politici e militari.

Nel diritto vigente il magistrato è colui che fa parte dell'ordine giudiziario e amministra la giustizia esercitando la funzione giurisdizionale. Nel nostro ordinamento giuridico, le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso. I magistrati devono essere autonomi e indipendenti dai poteri dello stato e debbono obbedire soltanto alla legge. Per garantire il rispetto di queste condizioni, la Costituzione ha previsto l'istituzione del  Consiglio Superiore della Magistratura o CSM; questo è un organo che ha il compito di tutelare l'indipendenza e l'autonomia dei giudici nei confronti dei superiori per gerarchia e degli altri poteri dello stato. Il CSM è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è composto da magistrati ed esperti di diritto, eletti dal Parlamento tra i professori universitari di materie giuridiche e gli avvocati con quindici anni di servizio, la cui durata in carica è di quattro anni. Tra le funzioni principali del CSM vi è inoltre quella di decidere sulle assunzioni, le promozioni, i trasferimenti e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati, e quella di vagliare  l'ammissibilità dei referendum.

Tutti i compiti  che spettano al CSM sono fissati dagli artt. 105, 106 e 107 della Costituzione.

In Italia l'ordinamento giudiziario è articolato nelle seguenti figure: giudice conciliatore (figura destinata a scomparire per lasciare il posto al giudice di pace), competente per le cause di minor valore; pretore, giudice monocratico, competente per le cause che non spettano né al giudice conciliatore né al tribunale; tribunale, Corte d'Appello, Corte d'Assise, Corte d’Assise d’Appello e Corte di Cassazione.

 

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

 

È il capo di uno stato a forma repubblicana. In Italia è eletto dal Parlamento riunito in seduta comune, cioè dalle due Camere insieme, integrate dai rappresentanti delle regioni, e dura in carica sette anni.

L'elezione avviene a scrutinio segreto; per i primi tre scrutini è richiesta la maggioranza di due terzi, nei successivi la maggioranza assoluta. Può essere eletto Presidente della Repubblica qualunque cittadino che goda dei diritti civili e politici, ed abbia compiuto i 50 anni. L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con ogni altra carica.

Il Presidente della Repubblica è il rappresentante dell'unità nazionale. Le sue funzioni principali comprendono: la nomina del capo del governo e, su proposta di questi, dei ministri; lo scioglimento anticipato delle camere, quando esse non siano in grado di funzionare per l'impossibilità di dar luogo ad una maggioranza; la promulgazione delle leggi; la nomina di cinque componenti della corte costituzionale; la presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura; la nomina dei più alti funzionari dello Stato; il ricevimento dei rappresentanti diplomatici. Inoltre ratifica i trattati internazionali, può concedere la grazia e commutare le pene, comanda le forze armate e indice i referendum. Il referendum è un voto mediante il quale un popolo si pronuncia direttamente su questioni specifiche di grande rilievo. È il più importante strumento di democrazia diretta negli stati contemporanei.

Nell'ordinamento costituzionale italiano, il presidente della Repubblica gode di una particolare posizione di supremazia. Non fa parte di nessuno dei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, ma partecipa in maniera decisiva al funzionamento di ognuno di loro, svolgendo essenzialmente compiti di coordinamento, regolazione e  soluzione delle crisi.

 

 

5- SISTEMA ELETTORALE

            

Il sistema elettorale è quel complesso di norme e di meccanismi che regolano le elezioni e danno forma alla rappresentanza politica. Ogni sistema elettorale si compone di due elementi fondamentali: la ripartizione del corpo elettorale in suddivisioni territoriali, i collegi, e un meccanismo di trasformazione dei voti in seggi. I collegi elettorali possono essere uninominali, se nel loro ambito si può eleggere un solo rappresentante; plurinominali, se in essi è possibile eleggere più di un rappresentante.

La formula elettorale che trasforma i voti in seggi può essere a) proporzionale; b) maggioritario;                      

a- Nei sistemi elettorali proporzionali i seggi sono ripartiti fra tutti i partiti che partecipano alle elezioni in proporzione ai voti conseguiti al di sopra di una determinata quota minima (clausola di sbarramento).

I sistemi proporzionali consentono anche alle forze politiche minori di eleggere propri rappresentanti. Il loro principale pregio consiste nel riflettere in modo sostanzialmente esatto in parlamento le preferenze politiche degli elettori. Il loro punto debole sta nel favorire la frammentazione del quadro politico in una moltitudine di partiti e quindi nell'imporre la formazione di coalizioni spesso instabili, tendenti a esprimere solo governi deboli e di breve durata.

b-     I sistemi elettorali maggioritari possono essere: uninominali o plurinominali.

In quelli uninominali, il seggio viene attribuito solitamente al candidato che ha ottenuto la maggioranza relativa (inferiore al 50%) dei voti. I voti riportati dai candidati degli altri contrassegni elettorali restano del tutto inutilizzati. Una variante importante è data dal sistema maggioritario uninominale a "doppio turno" alla francese. In questo caso, al primo turno vengono eletti i candidati che hanno riportato una certa percentuale di voti (ad esempio il 51%); al secondo turno, detto ballottaggio, il candidato che ottiene più voti. La sfida, al secondo turno, è sempre bipolare.

Nei sistemi maggioritari plurinominali, la lista che ha riportato la maggioranza relativa dei voti ottiene la maggioranza assoluta dei seggi, oppure si aggiudica un "premio", cioè un numero di seggi superiore a quello proporzionale al risultato conseguito.

In generale, i sistemi maggioritari incoraggiano il raggruppamento delle forze politiche in due grandi partiti o coalizioni di partiti e favoriscono la formazione di maggioranze di governo più compatte e più stabili. Il sistema proporzionale e quello maggioritario possono essere variamente combinati in sistemi misti.

 

 LEGGE ELETTORALE ITALIANA

 

Nel corso degli anni, il sistema elettorale italiano ha cambiato assetto molte volte:

1861,unificazione d'Italia: vota soltanto il 2,6% della popolazione, ovvero soltanto gli uomini dei ceti più abbienti;

1876, sinistra al potere: dal 2,6% si passa al 7,6% della popolazione avente diritto al voto;

1913, età giolittiana: grazie a Giolitti si raggiunge il suffragio quasi universale maschile;

1919, dopoguerra: il sistema elettorale passa da maggioritario a proporzionale;

1946: il sistema è ancora proporzionale.

Fino al 1993, in Italia il sistema elettorale per l'elezione della Camera dei deputati si è mantenuto proporzionale, in quanto tendeva a ripartire i seggi tra le liste concorrenti in base ai voti conseguiti nelle 32 circoscrizioni in cui era ripartito il territorio dello stato. Il sistema elettorale del Senato si fondava su collegi uninominali: il seggio era attribuito al candidato che avesse superato il 65% dei voti. Ma se nessun candidato raggiungeva questa percentuale il collegamento tra i candidati che si presentavano per lo stesso partito nell'ambito di una stessa regione attenuava fortemente il carattere proporzionale dell'elezione.

Nel 1993 è entrato quindi in vigore un sistema elettorale misto a turno unico. Tre quarti dei seggi della Camera dei deputati (475) sono attribuiti con il meccanismo maggioritario in altrettanti collegi uninominali, mentre il quarto restante (155 seggi) è assegnato con il meccanismo proporzionale tra liste circoscrizionali correnti. Anche nell'elezione del Senato (315 seggi) tre quarti dei seggi (232) sono assegnati con il metodo maggioritario uninominale e un quarto (83) con il metodo proporzionale; non vi sono liste circoscrizionali ed il meccanismo di determinazione della quota proporzionale viene applicato su base regionale.

Nell'elezione dei governi locali una legge del 1993 ha introdotto, oltre all'elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia, il doppio turno e un premio di maggioranza che garantisce al vincitore almeno il 60% dei seggi. Nel 1995 analoghi correttivi di tipo maggioritario sono stati introdotti anche per le elezioni regionali.   

 

PARTE SECONDA (PARTE STORICA).

 

 

DALLO STATUTO ALBERTINO ALLA COSTITUZIONE DEL 1948.

 

4 marzo 1848: Nasce lo Statuto Albertino. Lo statuto è una carta costituzionale emanata dal re di Sardegna Carlo Alberto il 4 marzo1848, e rimasta in vigore come legge fondamentale del Regno d'Italia fino al 1° gennaio 1948. Lo Statuto Albertino, espressione della volontà del re, si componeva di 81 articoli, 22 dei quali erano riservati a definire le prerogative del re, al quale era attribuito il potere esecutivo.

 Con lo Statuto erano garantiti i diritti fondamentali dei cittadini (libertà individuale, di stampa, di riunione, di culto religioso) e l'inviolabilità della proprietà individuale.

Il cattolicesimo era definito "sola religione di Stato", ma le altre confessioni erano ammesse.

 Non essendo una costituzione rigida, in quanto poteva essere modificata facilmente, lo Statuto Albertino si adattò ai mutamenti sociali e istituzionali che derivarono sia dall'unificazione d'Italia, sia dall'estensione del diritto di voto, sia dal passaggio nel '22 dallo stato liberale a quello fascista.

 

17 marzo 1861 : la fondazione dello stato unitario. Il 17 marzo 1861 il parlamento proclama a Torino Vittorio Emanuele II re d'Italia "per grazia di Dio e volontà della nazione".

A fondamento del nuovo Regno d'Italia venne mantenuto lo Statuto Albertino. Tale prudenza fu giustificata dal timore di ritorsioni internazionali, a conferma della fragilità che connotava lo stato unitario, le cui sorti erano strettamente legate agli equilibri europei. Uno dei principali problemi del nuovo regno derivava dalla questione romana: essa si traduceva nell'ostruzionismo praticato dal papa Pio IX, che riconobbe l'esistenza del nuovo regno e si rifiutò di aprire trattative che avessero come obiettivo l'acquisizione di Roma all'Italia. Mentre il governo sceglieva vie diplomatiche, mazziniani e garibaldini premevano per una soluzione di forza. La tentò una prima volta Garibaldi, ma fu fermato (Aspromonte, 1862). Per aggirare l'ostacolo, rappresentato soprattutto dalla Francia , le cui truppe difendevano lo Stato Pontificio, nel 1864 il governo stipulò un accordo: la Francia si impegnava a ritirare entro due anni i soldati, in cambio dell'impegno italiano di non violare militarmente lo Stato Pontificio.

Nel 1866 l'Italia partecipò alla guerra austro-prussiana, alleandosi con la Prussia. Grazie ai successi dell'alleato l'Italia acquisì il Veneto. La via per Roma invece si aprì nel 1870, in seguito alla disfatta della Francia nel conflitto con la Prussia: lo Stato Pontificio non aveva più la protezione francese. A quel punto l'Italia fu libera di muovere l'esercito, fatto che avvenne il 20 settembre 1870. Roma fu annessa al regno e la capitale fu trasferita da Torino a Roma.

Nel 1871 il governo italiano promulgò la legge delle guarentigie (garanzie): al pontefice fu riconosciuta la posizione di sovrano straniero e assegnato un territorio, l'attuale stato del Vaticano.

Nel 1861 il Regno d'Italia si configurava come una delle maggiori nazioni d'Europa, almeno a livello di superficie e popolazione. Per numero di abitanti occupava la quinta posizione, ma non poteva considerarsi una grande potenza, a causa della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ostacolavano la costruzione di uno stato unitario; esistevano infatti situazioni statiche ed arcaiche, soprattutto nel Mezzogiorno. Nelle campagne le gran massa dei contadini era rimasta quasi del tutto estranea, in certi casi ostile, al Risorgimento. Ostilità che, nelle campagne del sud, esplose in una grande ribellione durata dal 1861 al 1865, misconosciuta come "brigantaggio".

Lo stato italiano nacque su un'impronta centralistica; il ruolo del re si esplicò ampiamente nel primo decennio, quando tutte le crisi di governo furono risolte dal re. Nelle mani della corona si concentravano alcune leve fondamentali del potere: l'esercito, la burocrazia, la corte e il senato, i cui membri, a differenza dei deputati della camera, non erano eletti, ma di nomina regia.

 

1899/1900: la crisi di fine secolo.

Negli ultimi anni del secolo scorso, l'Italia fu teatro di una crisi politico-istituzionale. La tensione esplose nella primavera del 1898, quando un improvviso aumento del prezzo del pane (provocato dal blocco delle importazioni di cereali dagli Stati Uniti in seguito alla guerra di Cuba) fece scoppiare in tutto il paese una serie di manifestazioni popolari. Si trattava di manifestazioni in larga parte spontanee, che richiamavano forme di protesta tipiche delle società preindustriali. La risposta del governo fu comunque durissima: prima massicci interventi delle forze di polizia, quindi proclamazione dello stato d'assedio, con conseguente passaggio dei poteri alle autorità militari, a Milano, a Napoli e nell'intera Toscana. La repressione fu particolarmente violenta a Milano dove nel maggio del 1898 il generale Bava Beccaris fece aprire il fuoco sulla folla che a Milano reclamava pane e lavoro. Si contarono alcune centinaia di morti. Capi socialisti, radicali, repubblicani, ed anche esponenti del movimento cattolico intransigente, furono incarcerati. In quello stesso anno il governo presentò alcuni provvedimenti che limitavano gravemente il diritto di sciopero e la libertà di associazione. I gruppi di estrema sinistra risposero con l'ostruzionismo. Dopo tutti gli scioperi, scontri e manifestazioni, il re Umberto I sembrava finalmente rendersi conto del fallimento di quella politica repressiva che lo aveva visto fra i suoi più attivi sostenitori.

Un mese dopo, il 29 luglio 1900, a Monza,  il re cadeva vittima di un attentato per mano di un anarchico, Gaetano Bresci, venuto appositamente dagli Stati Uniti per vendicare le vittime del '98; quasi contemporaneamente veniva fucilato Bava Beccaris. A questo punto il governo inaugurò una fase di distensione nella vita politica italiana. Una distensione che fu indubbiamente favorita dal buon andamento dell'economia e dall'atteggiamento del nuovo re, Vittorio Emanuele III, assai più aperto del padre nei confronti delle forze progressiste. Socialisti, repubblicani e radicali attendevano però una svolta democratica; questa si presentò nel 1901, quando il nuovo re affidò la carica di primo ministro a Giuseppe Zanardelli, un liberale che si era pronunciato contro la repressione. Ma l'uomo di maggiore prestigio di quel governo era il ministro degli Interni, Giovanni Giolitti. Egli divenne primo ministro nel 1903 e mantenne la carica fino al 1913, salvo brevi interruzioni. Giolitti introdusse riforme di notevole importanza: (1902-04) sgravi fiscali per i ceti rurali del sud, industrializzazione di Napoli, legge per la costruzione dell'acquedotto pugliese; (1905) nazionalizzazione delle principali linee ferroviarie; (1906) obbligo del riposo festivo per i lavoratori e proibizione del lavoro notturno per donne e bambini; (1911) monopolio statale delle assicurazioni sulla vita. Ma un'importante trasformazione politica, non proposta però da Giolitti, fu sancita dalla legge elettorale approvata dal parlamento nel 1912, che introdusse il suffragio maschile quasi universale: tutti i maschi sopra i trent'anni potevano votare; sotto i trent'anni occorreva saper leggere e scrivere, oppure aver prestato servizio militare, oppure disporre di un determinato reddito, oppure svolgere una professione statale. Gli italiani con diritto al voto passarono così dal 9,5% al 24,5%, ovvero da tre milioni e mezzo a nove milioni. La legge prevedeva il sistema uninominale a doppio turno. In quella occasione si stipulò un accordo tra Giolitti e i cattolici, accordo noto con il nome di patto Gentiloni, dal nome del deputato che lo propose. In base ad esso i cattolici assicuravano il loro voto ai candidati liberali che si fossero impegnati su due questioni che stavano a cuore alla chiesa: l'opposizione ad ogni legge sul divorzio e l'introduzione dell'insegnamento della religione nelle scuole elementari. Con le elezioni del novembre 1913 per la prima volta le masse entravano nella vita politica. 

 

28/10/1922: fascismo al potere.

In Italia il ritorno alla pace, dopo la prima guerra mondiale (1914-18), mise allo scoperto le fragilità del sistema economico: debito pubblico alle stelle, inflazione e disoccupazione erano le eredità del conflitto. A partire dal 1919 gli operai delle fabbriche e i braccianti nelle campagne scesero in sciopero per rivendicare aumenti salariali e migliori condizioni di vita; ma agiva in loro anche il richiamo alla rivoluzione socialista, sull'esempio di quella in atto nella Russia di Lenin. Il movimento popolare mancò sempre però di una chiara linea di conduzione; la sua azione raggiunse l'apice con l'occupazione delle fabbriche del nord per poi declinare rapidamente.

Intanto in quegli anni si affacciarono nuove formazioni politiche, espressione di ideologie moderne. Nel 1919 fu fondato dal sacerdote Luigi Sturzo il Partito popolare italiano, sotto gli auspici della Chiesa. Lo stesso anno vide venire alla luce il movimento fascista, nato per iniziativa di Benito Mussolini come forza extraparlamentare col nome di Fasci italiani di combattimento; esso si rivolgeva soprattutto agli ex-combattenti e ai ceti medi, facendo leva sulla paura di una rivoluzione comunista. Nel 1921 da una scissione in seno al partito socialista nacque il Partito Comunista d'Italia: Antonio Gramsci ne era il leader teorico.

Esauritosi il "triennio rosso" (1919-21) delle lotte operaie e contadine, la reazione dei ceti medi, degli agrari e degli industriali si indirizzò verso il movimento fascista. Mussolini riuscì a catalizzare sia le frustrazioni della piccola borghesia, disposta all'uso della violenza, sia lo spirito di rivalsa diffuso tra i "grandi ricchi", gli agrari in primo luogo. Iniziò allora il biennio nero (1921-22), segnato da continue violenze esercitate da squadre di volontari fascisti, le camicie nere, contro le sedi e gli uomini del movimento operaio e socialista. Nelle elezioni politiche del 1921 il Partito nazionale fascista, fondato in quell'anno, ottenne 35 deputati alla camera, un numero ancora inferiori ai socialisti ma sufficiente a segnare la sconfitta dei partiti democratici, tra loro profondamente divisi.

 Il Partito nazionale fascista, o Pnf, fu un'organizzazione politica fondata a Roma il 7 novembre 1921 da Mussolini. Con questo partito i fascisti focalizzarono l'attenzione sulla difesa dello stato, sulla contrapposizione totale ai socialisti e sull'antiparlamentarismo. Dopo l'imposizione del fascismo il Pnf fu l'unico partito autorizzato in Italia: Mussolini ne esercitò un ferreo controllo. Al Pnf faceva capo gran parte delle associazioni giovanili, studentesche, ricreative, culturali, nonché molti enti parastatali. Tra i quattordici segretari del Pnf, furono due a contare maggiormente: Augusto Turati (1926-30), che attuò l'epurazione di coloro che erano su posizioni critiche verso Mussolini, e Achille Starace (1931-39), ligio esecutore delle campagne propagandistiche volute dal regime.

Nell'ottobre del 1922 Mussolini chiamò a raccolta i suoi uomini e li organizzò in formazioni di carattere militare, a capo delle quali mise un quadrunvirato composto da Italo Balbo, Cesare de Vecchi, Emilio de Bono e Michele Bianchi. Il 27 ottobre 1922 le camicie nere si raccolsero in diverse parti d'Italia per dirigersi su Roma (marcia su Roma del 28 ottobre) e chiedere le dimissioni del governo presieduto da Luigi Facta. Questi si rivolse al re perché proclamasse lo stato d'assedio e sciogliesse la manifestazione. Ma Vittorio Emanuele III si oppose e affidò a Mussolini l'incarico di formare un nuovo governo. In questo modo, attraverso una sorta di colpo di stato effettuato con il sostegno degli apparati statali, Mussolini andò al governo a capo di una coalizione di liberali e popolari, che simpatizzavano e di cui per altro si liberò ben presto.

Il passaggio dallo stato liberale al regime totalitario avvenne nei quattro anni successivi. Diverse furono le tappe in questa direzione: nel 1922 la formazione del Gran Consiglio del fascismo, un organismo che raccoglieva i capi del partito e che doveva rappresentare il legame tra questo ed il governo; nel 1923 le leggi che limitavano la libertà di stampa, per mettere a tacere le opposizioni e utilizzare i giornali come strumenti di propaganda; nello stesso anno fu presentata la modifica del sistema elettorale per garantire alla lista governativa la maggioranza dei deputati. Questa riforma viene ricordata con il nome di legge Acerbo. Nel gennaio del 1923 venne formata una milizia volontaria per la sicurezza nazionale, ovvero un corpo armato di partito che aveva lo scopo di proteggere gli sviluppi della rivoluzione fascista.

L'ultima prova di forza si compì con l'assassinio di Giacomo Matteotti. Matteotti (1885-1924), uomo politico laureato in legge, aderì giovanissimo al Partito socialista italiano (PSI), divenendo presto uno dei maggiori esponenti della corrente di sinistra. Nel 1919 venne eletto deputato e nel 1922 partecipò con Turati alla scissione dell'ala riformista del PSI che diede vita al Partito socialista unitario (PSU), di cui divenne segretario.

Il 30 maggio 1924 tenne alla Camera un memorabile discorso di denuncia del clima d'intimidazioni e violenze creato dai fascisti e dallo stesso Mussolini durante la campagna elettorale. Il 10 giugno seguente venne assalito e rapito da un gruppo di fascisti; la scomparsa di Matteotti, il cui corpo fu rinvenuto solo il 16 agosto, suscitò scalpore e sdegno in tutto il paese. L'unica protesta concreta effettuata dai gruppi d'opposizione fu quella di astenersi dai lavori parlamentari e di riunirsi separatamente finché non fosse stata ripristinata la legalità democratica. La secessione dell'Aventino (questo il nome con cui viene ricordata la protesta) aveva un indubbio significato ideale, ma era priva di qualsiasi efficacia pratica. I "partiti aventiniani" si limitarono ad agitare di fronte all'opinione pubblica una "questione morale", sperando in un intervento della corona o in uno sfaldamento della maggioranza fascista. Ma così non fu.

Mussolini risolse la situazione con la definitiva soppressione del regime parlamentare. I passi successivi comportarono l'allontanamento dal governo prima dei cattolici, poi dei liberali. Il 3 gennaio 1925 Mussolini salì alla tribuna della Camera e si assunse la piena responsabilità delle illegalità fasciste, dichiarò chiusa la "questione morale" e minacciò apertamente di usare la forza contro il "movimento" antifascista.

Eliminate le voci d'opposizione, il fascismo non si accontentò più di esercitare una dittatura , ma decise di formulare anche nuove leggi, che avrebbero preso il sopravvento sullo statuto Albertino, lasciato però soltanto in disparte, non "cancellato".

Queste nuove leggi sono ricordate come le leggi fascistissime, introdotte tra il 1925 e il 1927. Fu una vera e propria legislazione antiliberale: furono sciolte le opposizioni, espulsi dalla Camera i deputati antifascisti, vietato lo sciopero, messi al bando i sindacati; fu approvata una legge elettorale che prevedeva una lista unica, governativa; fu introdotta la pena di morte e creata una propria magistratura composta di soli fascisti: il Tribunale speciale per la difesa dello stato, incaricato di reprimere ogni forma di dissenso; fu introdotto l'obbligo di giuramento al fascismo per ogni impiegato statale. Un importante successo fu conseguito dal fascismo nel 1929 con la firma dei Patti lateranensi, che chiudevano il conflitto tra stato e Chiesa: lo stato italiano riconosceva il Vaticano come stato indipendente e la Chiesa otteneva che il cattolicesimo fosse dichiarato religione ufficiale.

La politica culturale tentò di orientare gli italiani secondo i valori ritenuti consoni alle tradizioni nazionali fasciste. I giovani venivano addestrati alla disciplina, all'esercizio della forza fisica e al senso dell'obbedienza, attraverso manifestazioni sportive e sfilate simili alle parate militari. Stampa, cinema e radio furono soggetti non solo alla censura passiva, con cui si vietava la circolazione di notizie che potessero danneggiare l'immagine fascista, ma anche ad un'azione attiva condotta da un apposito organismo burocratico, il Ministero della cultura popolare.

 

25 luglio 1943: caduta del fascismo.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini proclamò inizialmente lo stato di non-belligeranza, ma di fronte ai successi di Hitler decise l'intervento a fianco della Germania nella speranza di conseguirne vantaggi internazionali. E così il 10 giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, il duce annunciava ad una folla entusiasta l'entrata in guerra dell'Italia. L'offensiva contro la Francia, sferrata il 21 giugno in condizioni di netta superiorità numerica contro un nemico praticamente già sconfitto, si risolse però in una grossa prova di inefficienza. L'Italia riportò diverse sconfitte, sia sui fronti balcanico e africano sia in mare; queste sconfitte unite con la disastrosa partecipazione alla campagna di Russia portarono al tracollo militare.

Nel luglio 1943, gli angloamericani sbarcarono in Sicilia: il 25 luglio 1943 il re licenziò Mussolini, messo in minoranza nell'ultima seduta del Gran Consiglio del fascismo, e lo fece arrestare. L'evento segnò il crollo del fascismo, che però avrebbe fatto una breve riapparizione con la Repubblica Sociale Italiana, meglio conosciuta come Repubblica di Salò.

 

                     8 settembre 1943: la radio annuncia il termine della guerra.

Dopo  la notizia, diffusa dalla radio, che la guerra era  finalmente finita, immediatamente i nazisti tedeschi invasero il nord Italia con un'azione militare ricordata come l'azione Alarico. Nel frattempo gli americani, sbarcati in Sicilia, risalivano la penisola scontrandosi in duri combattimenti con le forze tedesche.

Con la caduta del fascismo nasce ufficialmente la Resistenza. Con il termine "Resistenza" si indica una lotta armata contro l'esercito d'occupazione tedesco e il regime collaborazionista di Mussolini (repubblica di Salò) durante la seconda guerra mondiale.

La storia della resistenza italiana si inserisce già nell'antifascismo degli anni Trenta. Con il procedere della guerra e con le prime debolezze del regime fascista causate dalle sconfitte dell'esercito italiano, prese corpo in Italia l'opposizione al fascismo. Già nel 1942 l'opposizione al fascismo si era riorganizzata operando per la prima volta sul territorio nazionale: nel giugno si era costituito il Partito d'azione, nato dalla convergenza tra gli uomini di Giustizia e Libertà, quelli del movimento liberalsocialista e quelli di tendenza repubblicana. Nell'ottobre era stata fondata la Democrazia cristiana, che raccoglieva l'eredità del precedente Partito popolare di Luigi Sturzo. In concomitanza con gli scioperi del marzo 1943 i comunisti avevano avviato un'intensa attività clandestina e stabilito contatti con socialisti, azionisti, cattolici e liberali, sfociati nella costituzione del Comitato delle opposizioni, che si riunì immediatamente dopo la caduta del fascismo.

La Resistenza armata al nazifascismo si organizzò dopo l'armistizio dell'8 settembre, quando dalle fila dell'esercito lasciato allo sbando uscirono i primi gruppi di volontari combattenti, reclutati dalle nascenti forze partigiane.

Queste furono costituite dai rappresentanti dell'antifascismo, che crearono il Comitato di liberazione nazionale (CLN), al quale si collegarono successivamente i CLN regionali, strumento politico della guerra partigiana. Il CLN, comitato costituito a Roma il 9 settembre 1943, era composto da sei partiti antifascisti: Partito comunista, Democrazia cristiana, Partito socialista di unità proletaria, Partito liberale, Partito d'azione e Democrazia del lavoro. Il comitato si diede una struttura decentrata con la formazione di CLN regionali, provinciali e comunali. Particolare importanza ebbe il comitato sorto nell'Italia occupata dai tedeschi che si chiamò Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (CLNAI), a cui toccò il compito di dirigere la guerra partigiana. La Resistenza non fu soltanto guerra partigiana, ma al tempo stesso guerra patriottica e civile. Questo movimento coinvolse circa 300.000 uomini armati e si espresse con azioni di guerriglia e di controllo, dove possibile, del territorio liberato dai nazifascisti; fu espressione di una volontà di riscatto dal fascismo e di difesa dell'Italia dall'aggressione tedesca.

I raggruppamenti più folti furono quelli organizzati dai comunisti nelle Brigate Garibaldi e nei Gruppi di azione patriottica (GAP), che operavano nelle città. Tra i partigiani, molti di quelli che militavano nelle formazioni di sinistra erano spinti da una forte carica ideologica e pensavano che la guerra di liberazione dovesse sfociare in un radicale cambiamento della società.

I partigiani del Nord trovarono appoggio tra gli operai, i quali nel marzo del 1944 diedero vita a imponenti scioperi che paralizzarono le maggiori città industriali (Torino, Milano, Genova). La resistenza culminò con l'insurrezione generale, lanciata dal CLNAI il 25 aprile 1945 in concomitanza con le offensive alleate, e conclusa con la liberazione delle principali città e la resa incondizionata dei tedeschi(29 aprile).

In sintesi possiamo affermare che la Resistenza sia stata una guerra di liberazione (contro i nazisti), guerra civile (contro i fascisti rimasti), guerra politica (nel tentativo di ricostruire un paese migliore).

Il 28 aprile 1945 Mussolini venne arrestato e giustiziato dai partigiani.

 

2 giugno 1946: referendum istituzionale.

Alla fine del conflitto mondiale la democrazia fu ripristinata grazie alla vittoria militare degli Alleati e all'impegno dei partiti antifascisti durante la Resistenza. Si tornò ad un sistema democratico attraverso libere elezioni: il 2 giugno 1946 fu indetto un referendum sulla forma dello stato (monarchia o repubblica). A esso fu associata l'elezione dei rappresentanti all'Assemblea costituente, incaricata di redigere la nuova Costituzione. Le votazioni a suffragio universale(per la prima volta in Italia votavano anche le donne), videro la vittoria della repubblica con il 54% dei voti. Per le rappresentanze all'Assemblea costituente i voti si orientarono verso tre partiti maggiori, le cui origini risalivano al periodo precedente il fascismo: la Democrazia cristiana (DC) capeggiata da Alcide de Gasperi; il Partito socialista italiano (PSI) di unità proletaria, divenuto in seguito Partito socialista, guidato da Pietro Nenni; il Partito comunista italiano (PCI), con segretario Palmiro Togliatti. Questi e altri partiti minori collaborarono alla stesura della costituzione, che fissò i lineamenti istituzionali dello stato.

 

1 gennaio 1948: entra in vigore la Costituzione.

La Costituzione italiana venne ufficialmente presentata dall'Assemblea nazionale costituente il 1 gennaio 1948. Con l'entrata in vigore di una costituzione l'Italia diventava ufficialmente Repubblica.

 

PARTE TERZA.

 

CARATTERI DELLA COSTITUZIONE ITALIANA.

 

La Costituzione nasce all'interno del CLN, quindi ha sicuramente un carattere antifascista, e nasce inoltre da tre anime: cattolica (DC), liberale e socialcomunista (PSI, PCI).

La costituzione italiana, ovvero l'insieme degli ideali di una società, rappresenta il frutto del lavoro dell'Assemblea costituente, composta di 556 membri eletti il 2 giugno 1946 e presieduta da Umberto Terracini. Il progetto, redatto da una commissione di 75 membri, fu sottoposto il 31 gennaio 1947 all'assemblea, che nel corso di 170 sedute esaminò 1663 emendamenti; la votazione per l'approvazione del testo definitivo ebbe luogo il 22 dicembre 1947.

La Costituzione fu firmata dal presidente della Repubblica Enrico de Nicola e controfirmata dal presidente del consiglio Alcide de Gasperi e dal presidente dell'Assemblea costituente, Terracini.(vedi allegato n°12)

La Costituzione è composta di 139 articoli, divisi in quattro sezioni:

-         princìpi fondamentali (artt.1-12);

-         parte prima, dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini (artt.13-54);

-         parte seconda, concernente l'ordinamento della Repubblica (artt.55-139);

-         18 disposizioni transitorie e finali, riguardanti situazioni relative al trapasso dal vecchio al nuovo regime e destinate a non ripresentarsi.

I princìpi fondamentali e la prima parte della Costituzione contengono, innanzitutto, un ampio riconoscimento dei diritti civili e politici fondamentali, che vengono garantiti nella loro immodificabilità: l'uguaglianza davanti alla legge e l'inviolabilità dei diritti dell'uomo (libertà personale, diritto alla difesa, presunzione di innocenza, inviolabilità del domicilio, segreto epistolare, libertà di circolazione e soggiorno, di espatrio, di riunione, di associazione, di religione, di opinione e di stampa). Espressamente tutelate sono le minoranze linguistiche. Sono poi riconosciuti esplicitamente i diritti della famiglia, dei minori, il diritto alla salute, la libertà delle arti e delle scienze, il diritto all'istruzione.

Accanto ai diritti civili e politici la Costituzione stabilisce dei diritti sociali che hanno valore di programma politico-sociale per guidare la società italiana verso obiettivi di uguaglianza sostanziale. Questo aspetto trova espressione diretta nell'articolo 3, comma secondo: " E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della libertà umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese". In questo senso va interpretato, ad esempio, il diritto al lavoro.

I diritti del cittadini sono inoltre riconosciuti e tutelati non solo con riferimento a ciascun individuo isolatamente, ma anche nelle formazioni sociali in cui si svolge la sue personalità (famiglia, comunità locale, partiti, sindacati, associazioni, etc…). Un richiamo preciso sottolinea i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Un'altra peculiarità della Costituzione consiste nell'elencazione, oltre che dei diritti, dei doveri dei cittadini. Accanto al diritto-dovere del lavoro, consistente nello svolgere un'attività utile per la società, vi sono la fedeltà alla repubblica, il pagamento delle imposte, il dovere dei genitori di curarsi dei figli, il dovere di votare e di difendere la patria.

La seconda parte della Costituzione definisce le strutture dell'ordinamento statale, definendo quindi i ruoli di Parlamento, presidente della Repubblica, presidente del Consiglio, governo, magistratura e Consiglio superiore della magistratura.

Sempre nella seconda parte sono elencate e descritte nelle loro funzioni e organi le Regioni, le Province e i Comuni.

La Costituzione italiana è definita "rigida", cioè non può essere modificata con leggi ordinarie. Ciò allo scopo di sottrarre la legge fondamentale dello stato alle trasformazioni che appaiono più convenienti a maggioranze parlamentari contingenti. Ciò non significa che sia immodificabile. Al contrario essa stessa prevede, all'art. 138, le procedure da seguire per adottare leggi di revisione della Costituzione e leggi costituzionali ossia le leggi che, rispettivamente, modificano e integrano la Costituzione. Tale procedura prevede prudentemente due deliberazioni a maggioranza assoluta di ciascuna Camera a distanza di tre mesi l'una dall'altra, al fine di evitare che si giunga a modificare la Costituzione sull'onda di un'emozione passeggera. Diverse modifiche costituzionali di carattere articolare sono già state effettuate nel corso degli anni senza che fosse necessario ricorrere al referendum. Sono sottratti a ogni revisione costituzionale la forma repubblicana e i diritti di libertà e sociali che la prima parte della Costituzione dichiara inviolabili.

 

 

 

Articolo 11 – L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

 

Si utilizza il termine attenuativo controversie per indicare qualche sorta di impreciso dissapore internazionale (è altresì significativo che lo Stato ripudi soltanto il conflitto che implica la morte ). L’azione di un Stato va calcolata sulla base delle alternative possibili e dunque delle due, l’una: o la controversia è una divergenza rispetto a cui la guerra costituisce una reazione del tutto sproporzionata, e si dice un’ovvietà, o ogni forma conflittuale è una controversia, e si esclude a priori la possibilità di una contingenza che possa richiedere o l’intervento bellico o l’inazione. Un Paese che riprova la guerra si gloria del proprio moralismo, dei movimenti sotterranei di contrasti ed abusi che non è disposto a riconoscere come conflitti. “Ripudiare” è un verbo evidentemente moralistico perché del tutto passivo; non si “condanna” la guerra ma la si “ripudia”, vale a dire si compone il volto dell’autorità politica ad una colpita vergogna di fronte all’orrore, senza esprimere giudizi diversi da una scandalizzata ritrosia. Se si vuole risolvere un problema con una reazione superstiziosa si ha già rinunciato a risolverlo: il senso della dissacrazione è pervaso da tratti fin troppo affini a quelli del sacro diritto. Gli articoli mirano al consolidamento, simbolizzato dal testo stesso (ma l’articolo 12 getta luce su quanto i principi fondamentali contino come simboli), di un potere, difensore di nient’altro che il proprio ordine, senza che sia chiamata in causa alcuna eticità (non per qualche malvagio intento ma per non pertinenza tematica). Lo Stato, proteso al livellamento del conflitto, può riconoscerlo solo come destabilizzazione; un popolo capace di interpretarlo quale modalità destrutturante, distinguendo l’urto delle cose dalla violenza insensata o dalla mera sete di potere (la demitizzazione va compiuta anche dal lato di un potere invisibile che induce la popolazione alla guerra), si rende invece una vera forza etica. Infatti sono i cittadini a sciogliere la contraddizione di una guerra deprecata solo in seguito alla sua trasposizione in un contesto generalizzante: poiché nella cruda manifestazione della violenza più urgentemente che altrove è il giudizio della singola razionalità critica ad essere chiamato in causa.

 

 



Intervenendo alla Direzione dei DS
D'ALEMA RITIENE SUPERATO L'ART. 11 DELLA COSTITUZIONE "L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA''
Con la riunione della Direzione dei DS del 14 ottobre l'asse D'Alema-Fassino ha regolato i conti con il "correntone'' che riunisce le varie anime della "sinistra'' interna e ribadito la linea riformista e filoimperialista di Pesaro. Un passo praticamente obbligato per la ripresa del rapporto con la Margherita e la ricomposizione dei cocci dell'Ulivo andato in pezzi sul voto in parlamento per l'invio degli alpini in Afghanistan.
Si trattava soprattutto, per la leadership eletta alle assise di Pesaro, di riallineare il partito alle posizioni dell'imperialismo occidentale sui temi del terrorismo e della guerra, e di mettere l'opposizione interna in condizione di non nuocere in vista di nuovi passaggi parlamentari, come nel caso di un intervento militare in Iraq. Cosa che è stata fatta approvando con 178 voti contro 59 una risoluzione di approvazione della relazione del segretario, Piero Fassino, che da una parte accoda ufficialmente la linea dei DS a quella di Blair, cioè di adesione alla guerra all'Iraq voluta a tutti i costi da Bush, purché sotto la foglia di fico "legale'' del Consiglio di sicurezza dell'Onu, e dall'altra sancisce il principio maggioritario per le decisioni da prendere in sede parlamentare: vale a dire che d'ora in poi il "correntone'' dovrà adattarsi a votare disciplinatamente come deciderà la maggioranza dei gruppi parlamentari della Quercia.
Nella sua relazione, infatti, Fassino ha messo l'accento su tre punti: 1) La posizione di compromesso della Quercia sugli alpini in Afghanistan non mette in dubbio per i DS l'uso della forza e la loro collocazione internazionale a fianco degli Usa e dell'Europa contro il "terrorismo''. 2) Nessuno può dare ai DS lezioni in questo campo, come dimostrano gli interventi in Albania, Bosnia, Kossovo e Timor Est, e i 9.000 soldati italiani all'estero inviati in gran parte dai governi di "centro-sinistra'' o con il convinto sostegno della Quercia. 3) Il "carattere strategico'' dell'alleanza Europa-Stati Uniti e l'assenza nel partito dei DS di qualsiasi "forma di pregiudizio antiamericano''.
Su questa base Fassino ha così riformulato in maniera ufficiale e vincolante la linea del partito sull'incombente guerra all'Iraq: "Non possiamo condividere la forzatura unilaterale dell'Amministrazione Bush. Mentre diciamo `sì' ad ogni iniziativa posta in essere dall'Onu, dal momento che si tratta dell'unica sovranità che può agire sulla base di una legittimazione internazionalmente riconosciuta. Ecco perché, anche in questa vicenda, è essenziale per noi ancorare il nostro profilo internazionale - in coerenza con l'impianto convenuto ancora nell'incontro dei leaders del PSE di qualche giorno fa a Londra presieduto da Tony Blair - al ruolo delle Nazioni Unite''.

VELENOSO ATTACCO ALL'ART. 11
Ma, per quanto ipocrita e infame, questa formulazione non esprime fino in fondo tutta la gravità della posizione dell'asse D'Alema-Fassino sulla guerra. Per capirlo appieno occorre completare l'intervento di Fassino con quello del capofila dei rinnegati della Quercia, il presidente dei DS Massimo D'Alema. Il quale è andato addirittura oltre le affermazioni di Fassino, legittimando la "guerra preventiva'' di Bush e attaccando sprezzantemente chiunque, pacifisti e antimperialisti, si opponga alla guerra, spingendosi fino a sferrare un attacco diretto all'articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra "come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali''.
Da consumato gesuita della politica D'Alema l'ha presa larga, sostenendo che il dibattito su pace e guerra "non può essere ridotto al tema della guerra preventiva'', che "siamo di fronte a un quadro più complesso'', che "il tema del terrorismo è sempre in primo piano'', che un attentato come quello di Bali "è vissuto come una minaccia personale da milioni di nostri concittadini europei'', i quali sono spinti a destra dal "bisogno di sicurezza'', che a sua volta è "un bisogno di massa e non un'invenzione dell'imperialismo americano'', e che pertanto "non possiamo partire dal dire no a Bush in nome soltanto di un rispettabile pacifismo''. "Il tema della pace e della guerra in un mondo globalizzato - ha proseguito D'Alema - non si pone così come si poneva nell'epoca in cui le relazioni internazionali erano sostanzialmente rapporti tra Stati. Noi viviamo in un mondo sempre più unificato in cui le esigenze dell'ordine e della sicurezza, la regolazione della forza, sono necessità a cui dare risposta in termini di regole e di istituzioni globali''.
E qui, sospendendo la lettura del testo scritto e proseguendo a braccio, ha lanciato il suo velenoso affondo: "Non basta l'articolo 11 della Costituzione, che fu pensato in un'epoca in cui la guerra era appunto un mezzo di risoluzione dei conflitti tra gli Stati e non il problema dell'uso della forza in un mondo globale. Questo significa per la sinistra a mio giudizio proporre un'altra strategia: costruzione della pace, ma insieme sicurezza fondata anche sulla possibilità del ricorso alla forza''.
Ecco dove voleva andare a parare il capofila dei rinnegati! All'abolizione dell'art. 11 della Costituzione, né più né meno e quasi con le stesse parole che ha usato Berlusconi nel suo discorso alla Camera del 25 settembre scorso, quando ha definito "superato'' l'art. 11 a causa della minaccia "globale'' del terrorismo internazionale e altre balle del genere. Allora il neoduce, per giustificare il suo schieramento a fianco di Bush e della sua teoria guerrafondaia della "guerra preventiva'', sostenne che "alle nuove preoccupazioni strategiche dell'amministrazione americana non si può semplicemente rispondere con un'alzata di spalle''. Non è, in tutta evidenza, lo stesso concetto ripetuto oggi da D'Alema, quando dice che alla "guerra preventiva'' di Bush non si può rispondere solo con un no e appellandosi all'art. 11 della Costituzione?

CONVERGENZA NEOFASCISTA E IMPERIALISTA
Il problema, tanto per i neofascisti quanto per i rinnegati, è che l'art. 11, nella sua chiara e inequivocabile formulazione frutto dell'esperienza ancora viva della seconda guerra mondiale e della Resistenza antifascista, secondo la quale mai è consentito il ricorso alla forza per risolvere le controversie internazionali, smaschera le loro posizioni interventiste, guerrafondaie, neocolonialiste e imperialiste malamente dissimulate sotto il mantello dell'Onu, della "lotta al terrorismo'' e degli "interventi umanitari''. Per questo motivo l'art. 11 è entrato nel loro mirino e non vedono l'ora di sbarazzarsene. In particolare da parte del rinnegato D'Alema, che lo ha già ignominiosamente calpestato con la guerra alla Serbia del 1999, dando il via ai bombardieri prima ancora di informare il parlamento. Il suo attacco di oggi all'art. 11 non è altro quindi che la prosecuzione logica di quell'infame atto commesso da presidente del Consiglio.
A questo riguardo è stupefacente (a voler essere generosi) la contentezza con cui Ingrao, che si professa difensore dell'art. 11 della Costituzione, ha accolto l'attacco di D'Alema, eprimendogli in un fondo sul quotidiano trotzkista "il manifesto'' del 16 ottobre il suo apprezzamento "per la schiettezza con cui il leader diessino - finalmente! - ha affrontato questo tema duro e gravido di responsabilità''. A sentir lui sembra quasi che il capofila dei rinnegati non l'abbia fatto al solo scopo di attaccare l'art. 11 e chiederne l'abolizione. E dove abbia visto questa "schiettezza'' nel suo perfido e velenoso intervento, questo lo può sapere solo il vecchio decano dei trotzkisti italiani nei meandri della sua contorta mente di imbroglione neopacifista.
Il fatto è che con la sua uscita D'Alema vuole anche cancellare alla svelta la "macchia'' del voto contro il governo sull'invio degli alpini in Afghanistan nel quadro di "Enduring freedom'' e rassicurare la borghesia e gli imperialisti, ora che con il governo Berlusconi in difficoltà si riaccendono le speranze governative dei rinnegati diessini. Tant'è vero che concludendo il suo intervento D'Alema ha invitato l'Ulivo "che c'è'' a prepararsi ad affrontare la "crisi del berlusconismo'' sfidando il presidente del Consiglio sul suo stesso tema preferito, quello delle "riforme istituzionali'' (tra le quali rientra appunto anche l'abolizione dell'art. 11 della Costituzione), senza "attestarci nella difesa dello status quo''.
Dal che si vede come D'Alema non abbia mai veramente abbandonato il disegno neofascista e presidenzialista che aveva cominciato e portato avanti per un certo tratto assieme al neoduce Berlusconi nella Bicamerale golpista. Disegno che, ora che l'Ulivo è in frantumi e completamente da ridisegnare, ripropone assieme a Giuliano Amato, con il quale ha preso la testa della destra della coalizione scippandola di fatto a Rutelli.

23 ottobre 2002

 

 

 

 

 

 

Parte quarta

Costituzione italiana e istituzioni europee

 

 

1. La progressiva evoluzione del fenomeno comunitario, passato nel volgere di quarant'anni dal Mercato Comune, al Mercato interno, all'Unione europea - cui si aggiungeranno le modifiche adottate col Trattato di Amsterdam - rende sempre più necessario un esame del rapporto intercorrente tra tale ordinamento e le permanenti costituzioni nazionali. E' evidente, infatti, che l'ampliamento delle competenze trasferite, in maniera esclusiva o concorrente, all'Unione, e in modo particolare alla Comunità europea , comporta la necessità da un lato di una ridefinizione delle nozioni generalmente acquisite nel diritto pubblico relativamente all'ambito della sovranità statale e dall'altro dell'individuazione del fondamento e dei limiti di una siffatta limitazione di sovranità.

Le complesse vicende che in vari Stati europei hanno accompagnato la ratifica del Trattato di Maastricht, dall'esito negativo del primo referendum danese del 2 giugno 1992 alle pronunce del Tribunal Constitucional spagnolo e del Conseil Constitutionnel francese che hanno considerato prerequisito della ratifica la modifica di talune norme costituzionali , sino alla nota sentenza della Corte costituzionale tedesca del 12 ottobre 1993 , sono indici evidenti di un malessere sia delle popolazioni che delle istituzioni interne rispetto ad un aggravamento dell'impegno assunto verso un'Unione che ha ormai competenze, seppure non esclusive, anche nel settore della politica estera, della giustizia e degli affari interni, dell'immigrazione extracomunitaria, della politica economica, senza che a un tale ampiamento di funzioni abbia corrisposto un superamento del deficit democratico nel processo decisionale comunitario o l'adozione di una vera e propria costituzione dell'Unione tale da garantire efficacemente i cittadini comunitari. Tuttora infatti, e non pare che sostanziali progressi in tal senso siano rinvenibili nel Trattato di Amsterdam, la legittimazione dell'Unione si fonda sul carattere democratico degli Stati che ne fanno parte, così come l'individuazione dei diritti fondamentali dei suoi cittadini viene operata attraverso un rinvio ai principi degli ordinamenti interni.

Si assiste pertanto ad una sorta di interazione tra ordinamento comunitario e ordinamenti interni in cui, diversamente da quanto avviene normalmente negli Stati federali o regionali, l'entità "centrale" adotta norme spesso di carattere amministrativo o tecnico, mentre i "principi"che inquadrano il sistema e disegnano il carattere dei rapporti tra potere e cittadino vengono recepiti, e ricostruiti, sulla base delle costituzioni, lato sensu intese, nazionali. Inoltre, se i rapporti tra Stati e Unione e il relativo riparto di competenze sono disciplinati dai Trattati, fondamento per ogni Paese dell'adesione all'Unione medesima e parametro della legittimità di ogni ulteriore assunzione di impegni risulta essere tuttora la propria Costituzione.

2. -Venendo al caso italiano, che qui interessa, si può immediatamente osservare come la materia dei rapporti tra ordinamento comunitario e diritto statale presenti delle peculiarità rispetto ad altri Stati membri , derivante in massima parte da vicende storiche contingenti che hanno impedito, a tuttoggi, l'adozione di espresse norme costituzionali, demandando così all'ermeneutica giurisprudenziale la ricostruzione di tali rapporti. Non essendo stato infatti possibile adottare con legge avente rango costituzionale l'ordine di esecuzione dei Trattati istitutivi dapprima della CECA e poi della CEE e dell'EURATOM, o comunque procedere all'inserzione nella Costituzione di norme ad hoc sulla partecipazione alle Comunità europee, a causa dell'opposizione principalmente del PCI, fu fatto riferimento, quale fondamento della legge di autorizzazione alla ratifica e del corrispondente ordine di esecuzione all'art.11 Cost., il cui dettato prevede bensì la possibilità per l'Italia di aderire, a condizioni di reciprocità, ad organizzazioni internazioni che promuovano la pace e la giustizia tra le Nazioni, ma senza nulla prevedere in ordine alla natura dei vincoli che si sarebbero così assunti, e soprattutto senza stabilire quale rango le norme adottate dalle Comunità europee avrebbero assunto nell'ordinamento italiano. Ciò ha comportato certamente degli inconvenienti, quali il mancato rispetto per un non breve periodo di tempo del principio di immediata vigenza nell'ordinamento interno di tali norme e della loro "prevalenza", di cui si dirà di seguito, ma ha anche offerto la possibilità, una volta adottata un'interpretazione estensiva dell'art.11 Cost., di considerare operata un'apertura tale dell'ordinamento italiano a quello comunitario da permettere successivamente di fondare su tale articolo qualunque ulteriore assunzione di obblighi. La "duttilità" di tale norma ha infatti permesso di passare progressivamente dal riconoscimento di una sua natura meramente permissiva ,a quello della sua idoneità a conferire alle norme comunitarie direttamente applicabili una valenza nel nostro ordinamento che prescinde dal rispetto anche delle norme costituzionali materiali

E' indubbio che, ferma restando la lettera della Costituzione, rilevanti risultano essere gli effetti sul sistema delle fonti e sul funzionamento degli organi costituzionali che derivano dalla partecipazione italiana all'Unione. Possono in proposito essere evidenziate tre questioni, in ordine alle quali non sempre la giurisprudenza costituzionale si è adeguata all'interpretazione fatta propria dalla Corte di giustizia: la prima attiene alla legittimità stessa di un controllo costituzionale, vuoi sulle norme dei Trattati che sulle norme comunitarie secondarie; la seconda ai rapporti tra diritto comunitario direttamente applicabile e norme interne incompatibili e la terza alle modifiche delle competenze di Parlamento, Governo e regioni prodotte da una normativa "eteroprodotta".

Per quanto attiene al primo problema, fondamentale appare la sentenza 27 dicembre 1973, n.183, della Corte costituzionale, in cui si riafferma innanzi tutto che la legittimità della legge 14 ottobre 1957, n.1203, di esecuzione del Trattato CEE, insiste sull'art.11. Questa disposizione da un lato permette l'adesione con legge ordinaria ad organizzazioni quali le Comunità (valenza permissiva della norma, già evidenziata in precedenza nelle sentenze n.14/64 e n.98/65), per cui non si può porre un problema di costituzionalità del Trattato (cpv.6), dall'altro implica un "parziale trasferimento agli organi comunitari dell'esercizio della funzione normativa", da espletarsi secondo quanto disposto dall'art.189. Il regolamento CEE quindi, "obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri", vige nell'ordinamento italiano, senza dover rispettare le guarentigie offerte dalla Costituzione rispetto alla legislazione statale, per forza propria, quale emanazione di una fonte di produzione autonoma a favore della quale l'Italia ha accettato limitazioni condizionate di sovranità . Tale conclusione in ordine alla natura dei regolamenti comporta però l'incompetenza della Corte a sindacarne la compatibilità con le norme costituzionali, atteso che l'art.134 Cost. limita il controllo alle leggi e agli atti aventi forza di legge dello Stato e delle Regioni e tali, appunto, non sono i regolamenti comunitari. (cpv.9).

Si può osservare che tale sentenza, pienamente conforme a quanto prescritto in ordine alla natura degli atti comunitari dall'art.189 CEE, affronta un ulteriore problema, di grande significato ideale, cui la Corte costituzionale pare attribuire una rilevanza meramente teorica, benchè la prassi ne abbia in seguito evidenziato anche effetti concreti. Nell'escludere la sindacabilità dei regolamenti in quanto atti di un altro ordinamento, che possiede propri strumenti di controllo giurisdizionale e politico, la Corte si è posta anche il problema di una loro eventuale violazione di principi fondamentali del diritto italiano o di diritti inalienabili delle persone: in tal caso verrebbero meno i presupposti indicati dall'art.11 Cost. per legittimare l'adesione italiana alla CEE e di conseguenza la Corte potrebbe sindacare la legge di esecuzione del Trattato stesso. Tale ipotesi è stata considerata peraltro sommamente improbabile, stanti le limitate competenze normative attribuite alle Comunità , ma è interessante rilevare che, adita su una questione simile, la Corte costituzionale tedesca, che pure poteva fondarsi su un art.24 di contenuto analogo al nostro art.11, ha dato una soluzione opposta, accettando bensì la natura di norma eteromoma dei regolamenti, ma considerandosi competente a sindacarne la compatibilità con i diritti fondamentali e a ritenerli inapplicabili sul territorio germanico, sintanto che le garanzie in materia di democraticità e di tutela dell'individuo offerte dall'ordinamento comunitario non siano equiparabili a quelle dettate dalla legge fondamentale (sentenza del 29.5.74). Questa attenzione della Corte costituzionale per la tutela dei diritti del cittadino tedesco - considerati intangibili anche da parte di norme comunitarie, se pure a prezzo di una ricostruzione dei rapporti tra ordinamenti meno elegante e formalmente inattaccabile di quella adottata dalla Corte italiana - così come i frequenti rinvii in via pregiudiziale da parte di giudici di merito che chiedevano alla Corte di Giustizia di pronunciarsi in ordine all'invalidità di atti comunitari di cui si asseriva la violazione di diritti tutelati in Germania, hanno avuto l'effetto di influenzare profondamente la Corte di Giustizia CEE, inducendola ad adottare una giurisprudenza in materia di diritti dell'uomo più aperta e garantista di quanto affermato quasi a titolo eccezionale in un primo tempo , e ad affermare l'illegittimità "di provvedimenti incompatibili con i diritti fondamentali riconosciuti dalle costituzioni" degli Stati membri e con i trattati sui diritti dell'uomo da questi ratificati . E' questo un valido esempio di quella collaborazione e interazione reciproca tra ordinamenti comunitario e interni, e soprattutto tra i rispettivi apparati giurisdizionali, cui si faceva sopra cenno e al quale non sempre l'Italia ha saputo dare un apporto significativo.

Problema più complesso, e rispetto al quale la giurisprudenza costituzionale ha seguito orientamenti diversi, è quello non più della sindacabilità costituzionale o meno degli atti comunitari direttamente applicabili, ma del loro "rango" nell'ambito delle fonti normative. In proposito sono riscontrabili tre fasi: nella prima la Corte, mossa da una concezione meramente permissiva dell'art.11, ha ritenuto che l'Italia, aderendo alla CEE, ha sì assunto limitazioni di sovranità, ma che "ciò non importa alcuna deviazione delle regole vigenti in ordine all'efficacia nel diritto interno degli obblighi assunti dallo Stato nei rapporti con altri Stati, non avendo l'art.11 conferito alla legge ordinaria, che rende esecutivo il Trattato, un'efficacia superiore a quella propria di tale fonte di diritto": Di conseguenza norme interne successive, emanate in deroga agli obblighi comunitari, non potrebbero essere considerate incostituzionali, anche se comportano senza dubbio la responsabilità internazionale dello Stato, e prevarrebbero su quelle comunitarie per effetto del principio della successione delle leggi nel tempo (sentenza 7 marzo 1964, n.14, Costa c.ENEL). Ad avviso della Corte, pertanto, il diritto comunitario non avrebbe caratteristiche peculiari rispetto al diritto emanato dalle altre organizzazioni internazionali; tale conclusione contrastava peraltro con la giurisprudenza della Corte di Giustizia , che aveva affermato la natura innovativa del diritto comunitario (sentenza 5 febbraio 1963, in causa 26/62), e che, adita a sua volta ex art.177 in ordine alla stessa causa Costa ENEL, aveva offerto una soluzione opposta, sostenendo che l'art.189 sarebbe privo di significato "se uno Stato potesse unilateralmente annullarne gli effetti con un provvedimento legislativo che prevalesse sui testi comunitari " (sentenza del 15 luglio 1964, in causa 6/64). La posizione di contrasto tra le due Corti si è protratta a lungo. La sentenza del 1973, di cui si è sopra parlato, aveva in realtà posto i presupposti di una più corretta configurazione dei rapporti tra diritto comunitario e interno, come due ordinamenti separati e distinti, ciascuno operante nella propria sfera: i regolamenti non essendo nazionalizzati potevano essere considerati come norme "speciali", quanto a procedura di adozione, e in quanto tali sottratte alla vigenza del principio della successione nel tempo, ragion per cui la legge interna successiva non avrebbe prevalso, ma sarebbe stata disapplicata. La Corte costituzionale non ha però seguito questa via, da lei stessa implicitamente indicata, e ha preferito affermare la natura "prescrittiva" dell'art.11 Cost., derivandone l'incostituzionalità delle leggi interne incompatibili con i regolamenti comunitari (sentenza del 30 ottobre 1975, n.232), soluzione vivamente contestata dalla Corte di Giustizia (sentenza del 9 marzo 1978, in causa 106/77). Solamente nel 1984, la giurisprudenza costituzionale ha tratto le logiche conclusioni di quanto aveva affermato nel 1973: il diritto comunitario e il diritto interno sono due sistemi autonomi e distinti, ancorché coordinati secondo il riparto di competenze indicato dai Trattati. I regolamenti vigono in Italia in quanto tali e perché tali, avendo una forza normativa che proviene dall'ordinamento di origine, e la sfera della loro efficacia rimane intangibile dalle leggi ordinarie dello Stato: queste ultime infatti non vengono in rilievo per la disciplina di una fattispecie già regolamentata da una norma comunitaria. Di conseguenza, il problema si pone non più in termini di incostituzionalità della norma interna incompatibile, ma di sua inapplicabilità, rilevabile direttamente dal giudice competente a dirimere le controversie (sentenza del 8 giugno 1984, n.170, 'Granital').

In seguito la Corte ha avuto modo di chiarire come i principi succitati dovessero valere non solo nei confronti di tutte le norme comunitarie direttamente applicabili, considerando tali anche le "statuizioni risultanti dalle sentenze interpretative" (sentenza 23 aprile 1985, n.113) o di condanna (sentenza del 4-11 luglio 1989, n.389) della Corte di Giustizia, e le direttive aventi efficacia diretta (sentenza 8-18 aprile 1991, n.168), ma altresì rispetto agli organi della pubblica amministrazione (sentenza n.389/89 cit.) Questo ragionamento vale sicuramente con riferimento a quella che possiamo chiamare "fisiologia" del sistema dei rapporti tra diritto comunitario e diritto interno, qualora, in altri termini, la norma italiana confliggente non sia stata emanata allo scopo precipuo di derogare a quella comunitaria. Rispetto al verificarsi di quest'ultima ipotesi, la Corte ha escluso la propria compentenza nel caso di violazione di singoli regolamenti, mentre l'ha ammessa rispetto a quelle statuizioni che siano "dirette ad impedire o pregiudicare la perdurante osservanza del Trattato in relazione al sistema o al nucleo essenziale dei suoi principi" (sentenza n.170/84) , ritenendo che, così operando, il legislatore avrebbe rimosso i limiti alla sovranità statuale, accettati ai sensi dell'art.11.

Si deve però osservare che in una recente sentenza (7 maggio 1996, n.146), la Corte costituzionale ha dichiarato infondato un ricorso promosso dalla Corte dei Conti in ordine ad una pretesa violazione di un regolamento in materia di quote-latte. Ai sensi della giurisprudenza citata sinora , la Corte avrebbe dovuto dichiarare il ricorso inammissibile, e rinviare la causa al giudice rimettente per la disapplicazione della norma confliggente; invece ha affermato la propria competenza, se pur respingendo nel merito il ricorso. Ci si può chiedere se si sia in presenza di una pronuncia atipica e poco meditata, o piuttosto di un mutamento di giurisprudenza che ammette la possibilità di un sindacato costituzionale anche nel caso in cui la deroga, quale espressione di una precisa volontà del Parlamento, concerna come nel caso di specie un singolo regolamento, e intenda disconoscere non il sistema comunitario nel suo complesso, ma una delle sue norme .

Del resto, la possibilità di un sindacato di costituzionalità di norme confliggenti con regolamenti comunitari era già stata affermata dalla Corte qualora si vertesse in materia non già di ricorsi incidentali, bensì promossi in via principale. Nel caso infatti di un conflitto di attribuzione tra Stato e regioni (o viceversa), la Corte non ha ritenuto operante il sistema della disapplicazione della norma interna incompatibile da parte del giudice dinanzi al quale, nel caso di controversia potesse essere fatta valere, o dell'organo amministrativo competente a darle attuazione, ma ha sostenuto la propria competenza a dirimere la questione impedendo l'adozione da parte regionale di una legge che violi una norma comunitaria direttamente applicabile: qui infatti non si verte in materia di conflitto tra norme interne già vigenti e regolamenti, ma della costituzionalità dell'esercizio di competenze regionali che sono "suscettibili di operare solo ove non contrastino con i limiti imposti dalla normativa comunitaria" . Pur essendo la distinzione tra le due fattispecie chiara - e del resto la Corte ha ribadito la propria giurisprudenza "Granital" nella sentenza del 10 novembre 1994 qui considerata- è possibile chiedersi se la Corte non abbia iniziato un processo di ripensamento volto a limitare le gravi conseguenze sul piano pratico della mera disapplicazione successiva da parte del giudice o dell'amministrazione delle norme interne incompatibili. A differenza di quanto avviene per la pronuncia di incostituzionalità, infatti, l'effetto della disapplicazione non è la cancellazione della norma incompatibile dall'ordinamento ma, appunto, la sua non operatività nel caso concreto; la norma rimane pertanto vigente, con quel conseguente pericolo per la certezza e la prevedibilità del diritto, che la Corte ha posto alla base della propria sentenza nel 1994, e che, non a caso, aveva dettato la soluzione accolta nel 1975. Sarebbe pertanto auspicabile che si procedesse finalmente a quell'operazione di "ripulitura" per via legislativa dell'ordinamento italiano da tutte le norme a qualunque titolo incompatibili con le norme comunitarie direttamente applicabili, che non siano già state espressamente abrogate, non già, come ovvio, per dare una nuova o maggiore valenza ai regolamenti, ma per ragioni di certezza degli operatori interni .

Resta da affrontare il tema dell'impatto che ha avuto sulla forma di governo, late intesa, la partecipazione italiana alle Comunità e del come la Corte costituzionale abbia operato in tale settore. Possono in proposito essere richiamate le nozioni sovra esposte rispetto alla limitazione di sovranità normativa di cui, come ovvio, 'vittima' principale è il Parlamento, impossibilitato ad adottare leggi incompatibili con quelle comunitarie, senza, a tuttoggi, disporre di mezzi adeguati per condizionare efficacemente almeno la fase 'ascendente' della formazione della volontà italiana, che in sede comunitaria sarà espressa dal Governo. Nonostante una generale, e forse generica, adesione di principio all'idea dell'integrazione europea, e un costante appoggio all'incremento dei poteri del Parlamento italiano europeo, è mancata da parte delle due Camere una riflessione approfondita sulle implicazioni della scelta fatta e sui successivi sviluppi avutisi con i Trattati di riforma. Ciò è forse dovuto ad una diffusa convinzione nei parlamentari di avere assunto un obbligo avente valenza meramente internazionale, restando quindi loro la possibilità di evitare l'inserzione nel nostro ordinamento di norme comunitarie considerate inopportune, attraverso o il rifiuto di dare loro attuazione, se trattasi di direttive, o l'emanazione di leggi in deroga, se di regolamenti. Tale convinzione è stata sconfessata dalla giurisprudenza costituzionale a partire dal 1973, benché la consapevolezza dei limiti apposti alla sovranità del Parlamento abbia impiegato ancora molti anni ad affermarsi nei suoi membri, e siano tuttora riscontrabili tentativi di emanare norme in contrasto con obblighi comunitari (come nel caso delle quote-latte).

Se quindi il Parlamento ha perso in larga parte il proprio potere legislativo a favore del Governo, che partecipa all'adozione delle norme in sede comunitaria, anche le regioni hanno sofferto di una pesante limitazione alle proprie competenze per effetto della partecipazione alla CEE, cui ha certamente contribuito una giurisprudenza costituzionale timorosa di vedere lo Stato responsabile in sede internazionale per la loro inattività, e volta quindi ad affermare, almeno all'inizio (sentenza del 24 luglio 1972, n.142), la competenza esclusiva del legislatore centrale ad attuare tutte le norme comunitarie che ne abbiano necessità, anche se vertenti in materie trasferite. Successivi sviluppi normativi, cui la Corte costituzionale ha dato un sostanziale assenso (vedi sentenza del 26 luglio 1979, n.86) hanno poi permesso di riconoscere la competenza regionale a dare esecuzione alle norme comunitarie, stabilendo limiti e procedure ad hoc, ma è rilevabile sempre un atteggiamento di cautela da parte della Corte stessa, volto a ribadire i limiti che derivano in capo alle regioni dagli obblighi comunitari e il rispetto delle leggi statali che risultino attuative della normativa CEE.

3. Risulta pertanto che la giurisprudenza della Corte costituzionale, nel ricostruire i raqpporti tra diritto interno e diritto comunitario ha tratto le logiche conseguenze dell'adesione italiana dapprima alle Comunità e poi all'Unione, consistenti in una perdita di sovranità da parte degli organi rappresentativi, ormai in un certo senso 'incapaci' di produrre diritto applicabile là dove operi una norma comunitaria. Questa conclusione appare tanto più rilevante ove si considerino, come sopra accennato, da un lato l'ampiezza delle materie di competenza dell'Unione - che travalicano la sfera economica per toccare quasi tutti gli aspetti della vita sociale e politica, e rispetto alle quali si assiste ad una dinamica espansiva, nonostante l'affermato principio di sussidiarietà, anche nei delicati settori della cooperazione in materia giudiziaria, della politica di immigrazione e della politica sociale- dall'altro la procedura di adozione degli atti comunitari, caratterizzata dal permanere di un sostanziale deficit democratico, cui la procedura di codecisione, che ha associato il Parlamento europeo al Consiglio nell'adozione di numerose norme, non è certo in grado di porre rimedio. Come è noto, le modifiche previste dal Trattato di Amsterdam non paiono tali da modificare sostanzialmente tali lacune; stante quindi la posizione 'rinunciataria' assunta dalla Corte costituzionale in ordine alla tutela dei diritti dell'individuo, cittadino italiano e comunitario, rispetto ai regolamenti, tale tutela è affidata principalmente della Corte di Giustizia, cui compete pronunciarsi sulla legittimità e validità degli atti comunitari, anche alla luce di quei principi fondamentali richiamati nell'art.F del Trattato di Maastricht. Un ruolo essenziale assume in tale prospettiva il rinvio pregiudiziale ex art.177 CEE, che permette al giudice adito in una controversia di chiedere alla Corte di Giustizia di esprimersi sull'eventuale violazione di un diritto fondamentale da parte di una norma comunitaria: il giudizio incidentale di costituzionalità sui regolamenti viene in pratica convertito in un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia. Resta da chiedersi se tale tutela, visti i criteri seguiti da tale Corte nella ricostruzione dei principi fondamentali che essa applica, sia pari a quella che sarebbe offerta dalla Costituzione, e se quindi non vi sia il pericolo di un diverso regime dei diritti dell'uomo in Italia a seconda dell'ordinamento delle cui norme si discute. E' da deplorare, in questa prospettiva, il pervicace rifiuto della Corte costituzionale di ritenersi a sua volta una giurisdizione oggetto dell'art.177: un suo eventuale rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia per chiederle di pronunciarsi sulla validità di un atto comunitario che sembri derogare a un principio fondamentale della nostra Costituzione avrebbe infatti un 'peso' particolare, e potrebbe inaugurare una feconda opera di collaborazione tra le due istanze giurisdizionali, con conseguente arricchimento del 'catalogo' dei diritti riconosciuti in sede comunitaria


 

 

 

 

Parte quinta 

 

ARTICOLO 11 – Come e perché è stato ignorato e svuotato il ripudio costituzionale della guerra

 

Conversazione con Domenico Gallo

 

Non è soltanto un suggerimento

 

 

 

L’anomia, l’assenza di norme, consente cinismo nei comportamenti politici e sordità ai valori nei pronunciamenti giuridici. In questa conversazione si accenna alle tappe del declino dell’imperativo di pace scritto nella Costituzione; si constata la necessità di risalire questa china.

 

 

Nei Principi Fondamentali della Costituzione, la Repubblica Italiana, risulta «fondata sul lavoro» e si «riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro»; sono garantiti «i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali»; si «richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», si riconosce il «diritto d'asilo» allo «straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana»… I Principi Fondamentali parlano anche di guerra e di pace.

 

 

La pace è un bene fondamentale del popolo italiano, tanto fondamentale che appartiene allo Stato-Comunità, cioè al popolo italiano nel suo complesso. Infatti nell’art. 11 della Costituzione il soggetto che ripudia la guerra non è la Repubblica, il Governo o lo Stato, bensì l’Italia. Questa espressione compare solo due volte nella Costituzione, all’art. 1 (l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro) e all’art. 11 (l’Italia ripudia la guerra). Perciò lo Stato-ordinamento (il circuito Parlamento-Governo-Pubblica amministrazione) non dovrebbe metterlo in discussione, ma impegnarsi a servirlo ed a perseguirlo attraverso la costruzione della giustizia fra le nazioni, come richiede l'articolo 11 della Costituzione.

 

Appunto: l’articolo 11 sembra essere considerato oggi, nei fatti, un modo di dire, un consiglio di buone maniere…

 

Non solo nei fatti, anche nella dottrina o,come si dice, nella «della letteratura scientifica». A parere di alcuni studiosi (Balladore Pallieri), nessuna delle proposizioni dell'articolo 11 della Costituzione ha valore precettivo, mentre altri (Allegretti) sostengono l'esatto contrario.

Quanto ai «fatti» cui accennavi, nell'ordinamento politico (nella costituzione materiale) il principio del ripudio della guerra è stato per lungo tempo considerato vigente e (relativamente) cogente, anche perché la situazione internazionale non ha consentito di metterlo in discussione.

Purtroppo, a partire dalla guerra del Golfo, si è verificata una degradazione del principio del ripudio della guerra, poiché la guerra, con il trucco della benedizione ONU, è stata contrabbandata in azione di pace.

 

Un gioco di prestigio, passato inosservato qui da noi, per avere avuto un consenso "bipartisan", come si dice con molto compiacimento e scarso ritegno.

 

Dall’inizio degli anni novanta il mondo politico, con l'attiva partecipazione di una parte della sinistra, e con il forsennato schieramento dei media, ha lavorato per "sdoganare" la guerra. Ricordi l'ignobile dibattito politico-giuridico sulle vicende della Bosnia in cui le sofferenze dei bosniaci sono state strumentalizzate per legittimare l’intervento salvifico della guerra?. Nei fatti non furono i bombardamenti della NATO che posero fine alla guerra, bensì il raggiungimento di un compromesso fra le parti in conflitto.

Infine, con l'intervento del Kosovo, per il quale D'Alema si è vantato, nel suo libro-intervista, di aver infranto il tabù della guerra.

 

Aperta la stagione della "disinibizione", il voto per partecipare alla guerra contro l’Afghanistan è parso quasi un atto dovuto.

 

Quando siamo arrivati al 7 novembre 2001, questo tabù della guerra era già stato completamente rimosso dalle istituzioni politiche: il Governo ha chiesto e ottenuto un voto (bipartisan, appunto) per partecipare ad una cosa che non veniva chiamata più operazione umanitaria, ma con il suo vero nome di guerra, «guerra contro il terrorismo».

Dulcis in fundo è arrivata un'ordinanza delle Sezioni Unite della Cassazione che ha cancellato ogni valore precettivo dell'art. 11 (semplicemente ignorandolo) ed ha completamente liberalizzato le modalità di conduzione delle ostilità belliche, crimini di guerra compresi. L’ordinanza delle Sezioni Unite, sottraendo ad ogni controllo giudiziario la conduzione delle ostilità, costituisce l’ultimo tassello che rende "gestibile" la guerra nel nostro ordinamento, in barba ai principi fondamentali.

 

Provo a capire. Non si tratta più solo dell’opinione di alcuni studiosi, né solo dei comportamenti di molti politici. Anche da un pronunciamento della Cassazione l’articolo 11 viene ridotto a un’esortazione, un consiglio che si può tranquillamente anche ignorare.

 

Nel diritto vivente il ripudio della guerra è diventato un principio «programmatico» – come tale accettabile e accettato, senza conseguenze, da tutti – perdendo il carattere di principio «precettivo», cioè vincolante. Ma, quel che è ancora più grave è che le Sezioni Unite hanno disconosciuto anche il valore precettivo dei trattati internazionali che regolano i conflitti armati (come le Convenzioni ed i Protocolli di Ginevra), stabilendo che le relative norme non legano le mani al Governo.

 

Significa che chi si appella all’articolo 11 contro la guerra… (per intuibili ragioni di contesto rifuggo dall’immagine dell’«arma spuntata») non fa nulla più che una dichiarazione d’intenti, una manifestazione dei propri buoni sentimenti? Significa che, sotto il profilo del diritto, l’argomento è chiuso?

 

No davvero. Il «ripudio della guerra» è un bene che appartiene in dote al popolo italiano, che ha la facoltà e la responsabilità – il dovere, io penso – di ripristinarlo e di renderlo effettivo, delegittimando le scelte del Palazzo che si muovono in senso contrario.

 

Una facoltà teorica, un dovere morale, che può solo augurarsi che "i Poteri" ci ripensino, eventualmente attraverso processi, ricorsi…?

 

L'ultima cosa da fare è di aspettarsi un intervento salvifico dei giudici. Non soltanto per l'indecente pronunzia delle Sezioni Unite di cui ho detto, ma soprattutto perché, data l'importanza della posta in gioco, l'unico giudice può essere solo il popolo italiano.

 

Non è anche questo semplicemente un auspicio?

 

Il ripudio della guerra come risulta dall’articolo 11 dalla Costituzione non è una questione riservata né da riservare ai giuristi. Il problema del valore vincolante di questo «principio fondamentale» è un problema politico. È importante che la mobilitazione civile, morale e culturale contro la guerra rialzi la bandiera dell'art. 11, che i "riformatori" di casa nostra hanno buttato nel fango.

 

Un movimento per la pace diventa – deve diventare – così anche un movimento per il diritto.

 

La volontà di pace non è tensione verso un oggetto generico. La lotta per la pace deve avvalersi della superiore legittimazione che deriva da principi fondamentali, da valori che danno un senso alla vita di un aggregato di uomini e donne organizzati in comunità.

 

Abbiamo maturato la convinzione, in Emergency, che il richiamo ai principi costituzionali possa interpretare ed esprimere l’attenzione, la generosità e la tensione morale di chi apprezza e sostiene i nostri interventi umanitari.

 

Condivido senz’altro questa impostazione. Il problema è come agire per attuarla, una volta tolta di mezzo ogni illusione demiurgica.

Dobbiamo ingegnarci – sì, «dobbiamo», perché mi considero a pieno titolo parte del «movimento per la pace » – ... dobbiamo ingegnarci di costruire canali di partecipazione, e dobbiamo incardinarli attorno a un’idea semplice e fondamentale: il superiore valore legittimante del ripudio costituzionale della guerra.

 

Il ripudio della guerra apparterrebbe dunque «al popolo», come appartiene al popolo, secondo la Costituzione, la sovranità. Un mezzo esiste per rivendicare questa "competenza", per esercitare di persona questa sovranità, potrebbe essere una legge di iniziativa popolare che detta norme attuative del «principio». Questo mezzo potrebbe essere una legge di iniziativa popolare.

 

Sì, l’'idea della legge di iniziativa popolare va in questa direzione. C'è già stato un precedente: una legge di iniziativa popolare per l'attuazione dell'art. 11 della Costituzione fu presentata alle Camere nella XI legislatura. Ed io l'ho ripresentata, come senatore, nella XII.

 

Due tentativi che però hanno mancato l’obiettivo. Si può riprovare – forse si deve – individuando ciò che è mancato in precedenza.

 

Quel progetto è ancora attuale e io sono pronto a metterlo a disposizione di chiunque possa e voglia sostenerlo. Proprio alle forme e alle consistenze del sostegno sono affidate le possibilità di riuscita. Io credo che occorra partire dal basso ed organizzare mobilitazioni di base incentrate sul rilancio del ripudio della guerra.

Non penso solo a singoli cittadini – sempre poco ascoltati e rispettati – ma anche ad autonomie sociali ed istituzionali.

Penso a enti locali che deliberino di «ripudiare la guerra», in conformità all'articolo 11 della Costituzione e deliberino quindi di non offrire collaborazione alla eventuale guerra contro l'Iraq.

Penso a Università che deliberino di affiggere dei cartelli con scritto «questa università ripudia la guerra, in conformità all'art. 11 della Costituzione».

Penso a singole scuole che assumano una posizione analoga e la rendano pubblica; alle circoscrizioni, alle strutture sindacali di base, alle USL, alle cooperative, etc.

Mi lascia indifferente l’obiezione che queste sarebbero pure, sterili petizioni di principio, perché non si può trascurarne l’aspetto educativo.

In realtà la politica ha bisogno di posizioni di principio e di valori di riferimento per dare un senso all’agire umano. Quella che dobbiamo sconfiggere è una politica fondata sul cinismo e l’anomia.

C.G.

 

Giuseppe Dossetti

Costituzione italiana -- Media -- Encarta ® Online

Vicesegretario della Democrazia Cristiana, Giuseppe Dossetti partecipò alla Resistenza; eletto all’Assemblea costituente nel 1946, fu tra i redattori del testo della costituzione della Repubblica italiana. Da sempre interessato alle tematiche sociali diresse la rivista "Cronache sociali", vicina a posizioni di cristianesimo sociale. Ritiratosi dalla scena politica, prese i voti nel 1958 e si ritirò in una comunità religiosa sulle pendice dei colli bolognesi, dedicando il resto della sua vita a opere di apostolato.

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indice:Parte prima.

 

Pag.1:Introduzione.

Pag.2:Tipologie di stato(Stato assoluto,Stato liberale o costituzionale,Monarchia,Repubblica).

Pag.6:Ideologie(Liberalismo,Socialismo,Marxismo,Anarchismo,Totalitarismo)

Pag.9:Poteri dello stato.

Pag.11:Il parlamento e le sue funzioni.

Pag.15:Il governo.

Pag.17:Presidente del consiglio dei ministri.

Pag.18:La magistratura.

Pag.19:Presidente della repubblica,sistema elettorale).

Pag.21:Legge elettorale italiana.

 

Indice:Parte seconda(Trattazione storica).

 

Pag.22 /31:Dallo statuto Albertino alla costituzione del 1948(dal 4 Marzo 1848 al 1°Gennaio del 1948).

 

Indice:Parte terza.

 

Pag.32:Caratteri della costituzione italiana .

 

Indice:Parte quarta.

 

Pag1/9 :Costituzione italiana e istituzioni europee

 

Indice:Parte quinta (Commento articolo 11)

 

Indice:Parte sesta(Immagini)

 

 

 

Alunni:

Carella Emanuele

Cascardi Eliano

Patano Davide